Wednesday, 23 December 2009

Ogni promessa è debito


Finalmente il mio regalo di natale per voi.
Basta cliccare sulla copertina del racconto nella colonna a sinistra, oppure copiarne il link: http://epoidiraffaellofontanella.blogspot.com/.

Buona lettura,
Rf
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ATTENZIONE!!
Il link è stato momentaneamente rimosso causa progetti editoriali e relative questioni di copywriting.

Tuesday, 22 December 2009

Il tempo edace. FINE (di Rf)


"And now, the end is near"... cantava così "The Voice", no? E infatti eccoci qui. Il 2010 è alle porte.
È stato un anno interessante, questo 2009. Come lo è stata l’esperienza di scrivere un blog. Un anno era appunto il tempo massimo che m’ero riproposto iniziando quest’avventura, così che anche questo tempo è scaduto.
Mio nonno definiva il tempo edace. Ho ritrovato quest’espressione qualche giorno fa, scartabellando fra le sue cose con mia zia, alla ricerca di un ricordo che potesse riportarcelo un po' più dappresso in questi giorni di festa. Era registrata con la sua tipica calligrafia sul dorso di una bellissima fotografia in bianco e nero e dai contorni ingialliti, che lo ritrae ancora trentaduenne, in posa di tre quarti, coi baffi e i capelli scuri, una camicia bianca che avvolge il suo collo giovane d’avvocato e soldato, una giacca grigia e una cravatta a scacchi; gli occhi e le labbra in una smorfia naturalmente tenera e dolce rivolta a sua moglie.
La dedica per mia nonna recita: «A S. perché l’affetto che a Lei mi lega sopravviva al tempo edace, Raffaello, 27/6/1947».
Il tempo edace. Dal greco “edomai”, ossia mangiare – il tempo vorace, che può distruggere ogni cosa... ma non gli affetti. Ricordate: "Tempus edax rerum?".

Ecco che durante quest’anno mi è piaciuto rendere partecipe delle mie proprie riflessioni qualcuno che fosse diverso dall’omino che abita nella mia pancia, come quella sorta d’ “inqulino arcano” che vive in Vaclav ne “La mangiatrice di unghie”.
Grazie a voi tutti. A partire da chi si è svegliato ogni mattina per leggermi, a chi è semplicemente capitato qui per caso. Grazie a chi ha commentato i miei post, elargendo i propri consigli, sempre preziosi, al di là del fatto che io li abbia ritenuti condivisibili o meno.
Tutti avete vissuto un po’ delle mie vicende personali: avventure e disavventure amorose, felicità per gli eventi più lieti che mi hanno travolto (per esempio il matrimonio della mia sorellina), così come quelli più tristi (la morte dello stesso “Avvucat’”).

Chi ha voluto ha potuto assaggiare la mia scrittura senza pretese, non solo attraverso i post ma anche attraverso i link dei racconti on-line e i capitoli dei romanzi inediti, cui ancora oggi continuo a lavorare, correggendoli, riscrivendoli a volte…
Ed è questo che tornerò a fare da domani: scrivere per me solo, e dipingere, disegnare, o semplicemente assillarmi con riflessioni infruttuose del piffero.
Beh che, se poi ne verrà comunque fuori qualcosa di interessante, ossia degno di una diffusione per così dire su più larga scala, in qualche modo ve lo farò sapere. A ogni modo potrete ancora trovare qualche mio articoletto in giro, sul web. E spero di ritrovarvi in libreria fra i prossimi febbraio e marzo 2010 con un nuovo lavoro (incrociamo le dita!).

Per adesso vi lascio, quindi, ma non prima di avervi ricordato che entro il 25 dicembre, come avevo promesso, segnalerò su questo blog il link dell’ultimo racconto scritto per voi – “E poi”©. Avrete tempo fino al 31 dicembre per prenderne nota, ossia finché il Blog “Rf - между реальноcтью и фантазией (наговорю вам с три короба...)” non sarà definitivamente eliminato dal web.
Si tratta in parte di una vostra creatura, per cui sentitevi liberi di scrivermi eventuali impressioni, positive o negative che siano.
Detto questo non mi rimane che augurarvi un buon natale, tanta fortuna e un buon, ma che dico buono, un ottimo 2010.
Adesso torno ad abbuffarmi di crùstuli, chinulìddi e pasta a cumbètti.
Vi abbraccio tutti.

Ancora grazie e a presto,
Rf

Thursday, 17 December 2009

Omosessualità e altri abomini nella Bibbia... e Radio Maria.

Ho ricevuto questa mail dal mio caro fratello. Buona lettura, mentre vado a ripassarmi la Bibbia.
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"pubblicato da una mia amica su fb:

Tempo fa un NOTO RELIGIOSO, dalle onde radio di Radio Maria, ha risposto ad un ascoltatore che l'OMOSESSUALITA' E' UN ABOMINIO, perchè a dirlo è la BIBBIA (Levetico, 18,22).Un ABOMINIO CHE NON PUO' ESSERE TOLLERATO IN NESSUN CASO.10 giorni fa quello stesso ascoltatore ha scritto questa lettera al NOTO RELIGIOSO... "
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Lettera del 16 maggio 2009
Caro sacerdote, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore.Ho imparato davvero molto dal suo programma, e ho cercato di condividere tale conoscenza con più persone possibile.Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che ciò è un abominio.Fine della discussione.Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e come applicarle.-Vorrei vendere mia figlia come schiava, come prevede Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?-Quando do fuoco ad un toro sull’altare sacrificale, so dalle scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Levitico 1.9). Il problema è con i miei vicini. Quei blasfemi sostengono che l’ odore non è piacevole per loro. Devo forse percuoterli?-So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni (Levitico 15:19-24). Il problema è: come faccio a chiederle se ce le ha oppure no? Molte donne s’offendono.- Levitico 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i filippini, ma non con i francesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi francesi?-Un mio vicino insiste per lavorare di sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?- Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è un abominio (Levitico 11:10), lo è meno dell’omosessualità. Non sono d’accordo. Può illuminarci sulla questione?- Levitico 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all’ altare di Dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere … La mia vista deve per forza essere 10 decimi o c’è qualche scappatoia alla questione?- Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è espressamente vietato dalla Bibbia (Levitico 19:27). In che modo devono esser messi a morte?- In Levitico 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone debbo quindi indossare dei guanti?- Mio zio possiede una fattoria. E’ andato contro Levitico 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone/acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Levitico 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?So che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potrà rispondermi a queste semplici domande.Nell’occasione, la ringrazio ancora per ricordare a tutti noi che i comandamenti sono eterni e immutabili.Sempre suo ammiratore devoto.”

Monday, 14 December 2009

La nostra era glaciale (C'erano un italiano, un italiano e... un italiano).

Il clima è bollente, ma l’avevano annunciato - che sarebbe nevicato intendo.
L’avevano annunciato, sì - stavolta mi riferisco alle autorità e all’allarme circa probabili, pesanti manifestazioni di dissenso durante il comizio di ieri del Premier S. Berlusconi.
La neve e il malcontento. La neve e il disagio.
Alla neve avevo fatto riferimento in “…Senza lasciare traccia” quando ricordai un antico proverbio turco che recita “Prima di amare impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”.
Ancora una volta la neve mi riporta alla mente emozioni e immagini tutt’altro che positive.
Non più sinonimo del silenzio e di invito alla riflessione. Non più simbolo della candida purezza spirituale.
La neve si rivela sempre più quella melma “fradicia” di cui scrisse F. M. Dostoevskij in “Memorie dal sottosuolo” . “A proposito della neve fradicia” è giustappunto il titolo della seconda parte del romanzo, ossia la confessione del narratore delle proprie azioni più abiette.
La neve da ieri è ridivenuta un sudario che nasconde alla vista il lato più lercio dell’animo umano, il suo “sottosuolo” appunto, i dubbi che lo angosciano, il suo senso di inferiorità e inadeguatezza e, forse, al contempo il desiderio di non soccombere, di non subire gli eventi.
Col suo candore, la neve sciolta grigia e sporca rende tutto più scuro e incomprensibile.
Questa volta, però, la neve non ha fatto in tempo a nascondere poi molto. Il disagio della popolazione supportato da un malessere “altro” s’è manifestato attraverso un dei gesti più estremi e violenti quale può essere un’aggressione a viso aperto.
Il fatto (discutibile) che molta gente si sia raggruppata su noti social network per inneggiare alla santificazione dell’aggressore del Presidente del Consiglio la dice lunga sulla condizione di frustrazione del popolo italiano.
La neve non è ancora caduta che già s’è sciolta.
Il lerciume da cui siamo inondati fatica a scorrere via nei canali di scolo.
Ritornerà il momento incantevole del disgelo cantato da N. Gumilev. Almeno si spera.
E, come i protagonisti del film animato di Carlos Saldanha, tutti riavremo il nostro habitat naturale in cui vivere sereni, mettendo la parola fine alla barzelletta globale che vede gli italiani come unici protagonisti.
Rf

Wednesday, 9 December 2009

A Natale siamo tutti più... soli.

Lungi da me l’intenzione di rovinarvi le feste, ma da qualche anno a questa parte, durante il periodo prefestivo natalizio mi capita sempre più spesso di sentire le lamentele dei miei coetanei (32, Sob!) che non hanno più la forza necessaria d’affrontare ‘sta santa festa e tutto ciò che comporta.
Mi sembra di capire che non si rida più come una volta delle mangiate pantagrueliche, tutti raccolti intorno a tavolate di venti persone, in trepidante attesa di stracciare le carte dei pacchi (anche quando i regali si rivelano immancabilmente tali – dei pacchi e basta, appunto) con le mani appiccicose di “crùstoli ammelàti” e torrone, e tremolanti - come lo sguardo offuscato e liquido – per i fumi del limoncello, dell’amaro e del passito ingollato. Oramai non abbiamo più l’età per badare al contenuto dei regali. Il presupposto effetto sorpresa sarebbe già più che sufficiente, ma oramai sembra essere sparito anch’esso. Chi di noi ha dei figlioli, o dei nipotini, quasi festeggia solo per loro. Il Natale è dei più piccoli.
E noi grandi di oggi?
A dispetto del detto “chi mangia da solo si strozza in solitudine”, i trentenni di oggi sfuggono le feste natalizie, soffrono di più la solitudine o, comunque, sentono acuirsi un velato malessere condito d’insoddisfazione di dubbia origine. È davvero così? È vero che sempre più gente trascorre il natale e l’ultimo dell’anno in solitudine, o che quantomeno vorrebbe farlo?
Personalmente ne ho il terrore. Il terrore di finire da solo, dico. Anche se la voglia di evitare la bolgia si fa sentire. Confermo anche che tale terrore si spande solitamente nel periodo natalizio.
Già Giuseppe Ungaretti nella sua poesia intitolata “Natale” rese l’idea. Eccone alcuni versi:
“Lasciatemi così/come una/cosa/posata/in un/angolo/e dimenticata”
Della solitudine è celebre, poi, quanto asseriva V. Nabokov: “La solitudine è il campo da gioco di satana”. Nettamente in contrasto con ciò che ne pensava L. A. Seneca: “La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”.
Dove sta la ragione? Sono solo punti di vista? Vale anche in questo caso la risposta multifunzionale - “dipende”?
Già, dipende sempre – dal contesto, dalla volontà effettiva di rimanere soli, eccetera… Ma cosa si rischia inseguendo la solitudine e soprattutto in questo periodo dell’anno?
Ecco che il due dicembre scorso, sulla base del materiale messo a disposizione dalla “University of Chicago”, è apparso sul sito del “ScienceDaily” un articolo dal titolo: “Loneliness Can Be Contagious”.
Ed ecco che mi sono chiesto come mai abbiano atteso proprio il mese di dicembre per pubblicare questa “scoperta”.
«La solitudine si diffonde fra la gente, come un brutto raffreddore. Lo dimostra una ricerca delle Università della California-San Diego e dell’Università di Harvard» recita il “ScienceDaily”. Lo psicologo John Cacioppo dell’Università di Chicago ha detto:
«Abbiamo scoperto che le persone che soffrono di solitudine e scappano ai margini della società, finiscono con l’isolarsi anche dai pochi, veri amici cui sono legati». Non è tutto. Prima che gli ultimi legami d’amicizia vengano tagliati definitivamente, dice il professore, queste persone riescono a trasmettere il proprio senso di solitudine ai quei pochi amici veri che, quindi, “diventano soli” anche loro. La solitudine è associata a una varietà di malattie mentali e fisiche in grado di accorciarci la vita e per questo è importante che la gente possa riconoscere i sintomi, distinguerli, prima che sia troppo tardi.
L’articolo del gruppo di ricerca universitario è uscito col titolo "Alone in the Crowd: The Structure and Spread of Loneliness in a Large Social Network" sul numero di dicembre del “Journal of Personality and Social Psychology”. Gli studi sono stati condotti sulla società di Framingham a partire dal 1948. In realtà il gruppo originario (che includeva più di 5,209 persone) era stato preso in esame per studi dedicati unicamente a malattie cardiovascolari. Poi il gruppo s’è allargato fino a includere 12,000 persone e l’interesse s’è spalmato su patologie differenti.
È chiaro – rivela ancora l’articolo - come le persone sole abbiano “infettato” nel tempo la gente intorno a loro, prima di potersi isolare ai margini della società.
Alùra, se fem?
Ce ne stiamo per i cazzi nostri, oppure ci uniamo a chi rischia davvero di morire di solitudine senza saperlo e salvando anche noi stessi?
Non è una domanda facile, lo so.
Diciamo così: dipende...

Friday, 4 December 2009

Fuori il culo, fuori le tette (la moda maschile è sempre più nudista).

(Apparso su: http://beta.gay.tv/articolo/3/9001/La-moda-maschile-va-presa-di-petto--Nudo-)
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Ricordo quando a quindici anni trascorrevo le mie giornate in spiaggia con gli amici, a giocare a beach volley. Si prendeva servizio al mattino, già alle 9.30, e si staccava la sera alle 20.00 passate, quando calava il sole e non si vedeva più la palla volteggiare per aria. Noi ci confondevamo con le ombre incalzanti, tanto eravamo neri. Questo uno dei vantaggi di crescere nelle località di mare, certo.Si sudava da schifo e poi ci si tuffava senza pietà e rispetto per noi stessi, che l’acqua fosse calda o gelida, senza timori per eventuali sincopi. Si giocava sotto la pioggia e sotto il sole, e sotto la pioggia si tornava a casa, in motorino. Quando c'era il sole si andava senza casco e i capelli s’asciugavano al vento, come puri i costumi da bagno ancora umidi che poi con la salsedine seccavano e crepavano la plasticaccia dei sedili dei “Sì”. Appena arrivati, le nostre mamme non potevano non rimbrottarci con un velo leggero di rassegnazione nella voce:«Ti prenderà un malanno! Magari adesso non te ne accorgi, ma vedrai fra qualche anno i reumatismi… Allora dirai: “mamma aveva ragione”!».Cara mamma, nel mio caso avevi ragione!Oggi, gli stessi moniti delle nostre mamme vorrei rivolgerli alle nuove generazioni.Non bastava la moda oramai consolidata e, pare, dura a morire, di andare al giro coi pantaloni calati e “il culo da fuori”. Adesso ‘sti giovinastri – sì, soprattutto i maschietti - vanno al giro anche con le tettine al vento. Ne ho visto uno proprio stamattina in métro. In piedi uno di fianco all’altro, acciaccati dal popolo dei pendolari. Io diretto al lavoro, lui – di sicuro - a scuola. Io – intabarrato nel mio giubbotto chiuso fin sotto al mento. Lui – con un giubbottino sfacciatamente lucido, di vera-finta piuma, aperto sul petto e che lasciava intravedere una magliettina di cotone scollata fino all’ombelico e due capezzoli minuscoli e glabri, tesi come chiodi.Appena visto ciò, ho aperto il giaccone e mi son cacciato istintivamente la mano sotto il maglione per assicurarmi che i miei peli, irsuti e oramai brizzolati, fossero ancora lì, al sicuro sotto la benedetta “Liabel” lana fuori-cotone sulla pelle.
Ed ecco che scopro come la moda dei baldi giovini di oggi, quella di sfoggiare le tette anche quando fuori c’è solo 1°c, sia diffusa anche oltreoceano. Se ne lamenta il “New York Magazine” con l’articolo di Amy Odell dal titolo: “Hey, Men, Get Your Boobs Out!”, datato 03/12/2009.«Pare che gli uomini muoiano dal desiderio di sbatterci in faccia le loro tette», recita l’articolo che si rifà ad altri interventi simili del “Telegraph” per la penna di Hilary Alexander e del “Wall Street Journal”.Dai ragazzi comuni alle giovani star cinematografiche, la moda di sfoggiare le “T” (tette) ritorna dal passato, dai lontani anni settanta, quando John Travolta in “La febbre del sabato sera” ci faceva intravedere le sue dietro la cortina di una camicia bianca attillata.«Michael Bastian dice che questa moda sta tornando perché sono cambiati i modelli maschili. Basta con gli uomini simil-ramoscelli. Gli uomini di oggi devono esibire i loro fusti massicci, virili» recita l’articolo del “NYM” «Ma è altrettanto vero che sono gli stilisti a proporre sempre più “vestiti-non vestiti”. Durante l’ultima primavera le passerelle sono state riempite di modelli in mutande anziché in pantaloni, in reggiseno anziché in camicia […] ci avviciniamo sempre più a uno stile di vita “nudista” [virgolette mie]».La Odell rincara la dose, notando tutta ripiccata che se anche gli uomini oggi scelgono di andarsene in giro nudi, di certo le donne non stanno lì ad aspettarli, a fissarli in modo sfacciato, come invece spesso accade al contrario.Certo, penso, loro non li guarderanno mica, ma io, anche se preferisco non staccarmi di dosso la mia maglia della salute, un occhio continuo a buttarlo.

Tuesday, 1 December 2009

Dell'abbraccio (ancora).

(Apparso su:
con il titolo "Dell’abbraccio: una riflessione. Dal cinema alla vita reale: l’emozione di stringere qualcuno, la difficoltà di raccontarla").
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Torno a rifletterci dopo nove mesi, eppure non riesco ancora a partorire una conclusione che, in quanto tale, sia risolutiva, incontestabile.
Il pretesto è l’ultimo film del regista P. Almodovar e la scena dell’abbraccio fra Lena e Mateo che è destinato inesorabilmente a rompersi (“Los abrazos rotos”).
È stato in quel frangente che mi sono tornate alla memoria le parole dello scrittore gay americano E. White (Cfr. “Riflessione su E. White e dintorni” del venerdì 20 marzo 2009) che ha scritto: «Un bacio è una fusione del nucleo, una scopata è la prima perfetta mattina di natale, un abbraccio alle tre del mattino equivale a un raduno di navi nello spazio più buio organizzato con estrema finezza».
E così alcuni dei versi più belli del poeta gay sloveno Brane Mozetič, nato a Ljubljana nel 1958 (“Quando ti alzi”, 1995):
«[…] Quando ti sporgi per darmi un bacio/bisbiglio, lasciami almeno il petto per/appoggiare la testa e addormentarmi/lasciami almeno gli occhi per guardarli/lascia il sorriso, lasciami almeno/una lacrima per annegare in essa».
Da cosa deriva la potenza e la sacralità di un abbraccio? Perché spesso ci chiediamo qual è il posto più strano dove abbiamo fatto sesso e non quale il posto più bello dove abbiamo abbracciato qualcuno? Si scrive così tanto degli abbracci, eppure secondo me non si riesce a renderne in toto la natura. E poi se ne parla così poco, non credete? È vero – figurarsi - che esiste anche una terapia dell’abbraccio, ma quanto ne ragioniamo effettivamente con il nostro partner, a viva voce intendo? Il bisogno di celebrare questo gesto nel cinema, nella letteratura come nella pittura è forse un sintomo della sparizione del suo senso intrinseco, o della rinuncia ad abbandonarci totalmente all’altro?
L’unione completa è raggiunta nell’omonimo quadro di Klimt (“L’abbraccio”, 1902), in cui un uomo e una donna si stringono su un prato di figure geometriche, fondendosi in un’unica forma dorata e profondendo in chi osserva la sensazione che deriva da una perfetta comunione tanto fisica, quanto spirituale - felicità completa. Fallisce, invece, nella storia di Narciso che secondo alcuni muore nel tentativo di abbracciare la propria immagine riflessa nell’acqua, dopo essere rimasto solo e aver desiderato l’unione mistica con la ninfa Eco ("Ch’io muoia prima che sia di te" le dice), metafora della “dimensione universale dell’essere”, cioè dell’essere un tutt’uno con il Sé – cui accennava anche Terzani in alcuni suoi resoconti di viaggio – e allusione all’ “abbandono della dimensione egoica”.
È talmente impegnativo, l’abbraccio! Lo è perché implica il portare l’abbracciato all’interno del nostro spazio fisico, affinché diventi parte di noi. È un gesto che indica esclusività, perché anche negli abbracci di gruppo sentiamo sempre e solo la persona che ci sta di contro - contro il nostro petto, l’addome, i genitali e le gambe -, perché lasciare entrare qualcuno fra le nostre braccia e darci contemporaneamente a lui implica una fiducia sperticata. Stavolta non ragiono sul divario fra l’abbraccio e il rapporto sessuale, ma sulla falsità che alcuni presumono a volte in tale gesto e l’indescrivibilità della sua natura effettiva.
I baci sì, possono essere ipocriti e spergiuri come quelli di Giuda, ma gli abbracci? È possibile fare dell’abbraccio un’arma talmente insidiosa? A volte capita di abbracciare una persona anche solo poche ore dopo averla conosciuta, come se questo breve lasso di tempo fosse sufficiente a produrre fiducia e affetto necessari, o no? Eppure non credo che siano falsi codesti abbracci. Un bacio può essere volgare, un abbraccio non lo è mai.
Sappiamo che gli abbracci si rompono, appunto, quando anche l’amore e la fiducia si spezzano, si disintegrano e spariscono, sappiamo che in seguito possono essere persino ricuciti, ma che non si possono simulare o contraffare. Ma cosa sappiamo della loro indicibilità? Perché dell’abbraccio non si può parlare, non si può descrivere o raccontare? Edward Hopper, in mostra al Palazzo Reale di Milano fino a fine mese, disse di riuscire ad arrivare con la pittura lì dove non poteva arrivare con le parole. Forse è questa l’unica dimensione riproduttiva di un abbraccio e di ciò che esso trasmette.

Thursday, 26 November 2009

Harry ti presento… Harry (Gli "O's"? Basta fingerli).

A me personalmente non m’è mai passato neppure per l’anticamera del cervello di fingere un orgasmo, l’“O” come lo chiamano gli inglesi. Sarà che non ne ho mai avvertito il bisogno, chissà! Ma comunque: mai dire mai. Continuare a imparare è meglio, giusto per esser preparati a tutto. Ma come ca-a-a…spita si fa? Non sapevo neppure che fosse possibile, figurarsi!
Mi chiedo quale sarebbe la reazione dei più nell’assistere a questa rivisitazione del film di Rob Reiner, “Harry ti presento Sally”: immaginiamo di vedere l’attore Billy Crystal che impersona Harry che, invece di avere dall’altra parte del tavolo la bellissima Meg Ryan a dare dimostrazione di come si finge un orgasmo, tutta intenta a dimenarsi, urtando piatti e bicchieri, a mugugnare e, alla fine, urlare, si ritrova un altro uomo, una sorta di doppelgänger, insomma un altro Harry. La nostra immancabile risata rimarrebbe pur sempre una reazione divertita, autoironica (al contempo dal flebile retrogusto amarognolo) a uno stimolo divertente, per quanto sarcastico – ai limiti dell’offensivo per il maschio orgoglioso? Quanti di noi rimarrebbero pressoché interdetti? Quanti di noi (e mi riferisco proprio a noi uomini) troverebbero un senso nella messa in scena maschile di un orgasmo? Beh che, fino a poco tempo fa, in una tale contingenza io avrei fatto parte degli idioti dall’espressione basita – muto, occhi sgranati e mandibola scesa. Un parte che è una minoranza, a quanto pare.
Infatti ne discutevo col mio amico Uncino, dopo aver letto un articolo di Ian Kerner, “Sex Expert” del “Cosmopolitan”, e dal titolo “Can men fake orgasm?” (Gli uomini possono fingere l’orgasmo?).
«Ma ti pare?» gli ho chiesto incredulo, facendomi gioco della notizia, ancora convinto che fosse quella una finzione.
«Eh sì che mi pare, tesoro!» ha contestato Uncino. «Che, finalmente ci siamo svegliati?».
«Ma perché devo essere sempre l’ultimo a sapere le cose-e?».
Avrei dovuto aspettarmelo, Uncino è sempre avanti a me in certe faccende. Eppure continuo a domandarmi: ma è mai possibile contraffare la vita sessuale di una coppia gay al pari di una etero (una volta una mia ex mi ha confessato di aver finto l’orgasmo e, giuro, non è stato piacevole sentirselo dire), e artefare entrambe come si fa scrivendo un'opera letteraria, disseminandola di “segreti palesi” – per usare le parole di R. Calasso in riferimento ai romanzi di grandi scrittori del calibro di Nabokov e di Goethe? Se sì, tutti sono capaci di fingere (per la serie: “vai a letto con il cane e ti svegli con le pulci”), oppure anche in questo caso si tratta di una prerogativa dei migliori? Ho chiesto cosa ne pensassero anche agli imbianchini che in questi giorni ho in giro per casa. Mi hanno fissato in silenzio per alcuni istanti e… Meglio glissare sulla risposta di entrambi.
Poi mi sono ricordato di un amico che, quand’era in procinto di divorziare, mi ha confessato d’essersi accorto di non provare più attrazione per sua moglie perché, quando facevano l’amore, rimaneva nello stato costante di erezione, senza riuscire a raggiungere l’orgasmo. Oggi finalmente comprendo cosa avesse voluto dirmi alla fine commentando: «Capisci? È per questo che alla fine dovevo…». Lasciò la frase in sospeso. Dal canto mio non mi preoccupai d’indagare, ma sulla base della mia esperienza personale avrei concluso la frase con qualcosa del tipo: «È per questo che alla fine devo lasciar stare»; oppure: «Abbandonare il campo»; chessò: «Rinunciare, confessare, o ammetterlo»!
Invece da una piccola ricerca on-line è chiaro che sbagliavo di grosso. È da almeno un paio d’anni che se ne parla (cfr. “Lavalife Magazine”, marzo 2007, ripreso da “Crociato” su “Gaysocialblog.blogs.it”), e io niente! Il “New York Magazine” (“Nymag.com”), il sito “Malelibido.com”, o lo “8sxe.com” sono tutti d’accordo: «Men bluff for the same reasons as women», vale a dire che gli uomini fingono e come, e lo fanno per le stesse identiche ragioni per cui lo fanno le donne.
Per gli uomini che fanno sesso col profilattico simulare l’orgasmo è più semplice, perché è più facile nascondere la mancanza di prove del raggiungimento della meta estatica. È sufficiente muoversi un po’, come al solito, come conigli in calore, sbuffare, insomma quello che vi pare. Fra chi, invece, è abituato a cavalcare a pelo, c’è chi ne finge uno dopo aver nascosto quello vero e troppo precoce e chi, non riuscendo ad averne nemmeno uno precoce, lo finge e basta, aspettando al calduccio finché non gli si smolla e adducendo la scusa di un problema di aneiaculazione. E Mr. Ned consiglia (un uomo di 57 anni intervistato dal “New York Magazine” e la cui testimonianza è riportata nell’articolo di febbraio 2009 “Snow Job. Women aren’t the only ones who fake orgasm. Men are doing it, too—and getting away with it”) se la tua donna dovesse dubitare e dovesse chiederti: «Che fine ha fatto il tuo sperma?», allora tu potrai sempre rispondere: «Ma che significa, allora il tuo?».
Insomma, lasciandomi alle spalle la vita sessuale etero mi rammaricavo di aver perso molte cose, mentre altre, tipo i falsi orgasmi – sia che fossero un “atto d’amore” sia una presa per il culo -, ero ben felice di essermele lasciate alle spalle. Ma oggi ecco che me le ritrovo tutte qui, ritornano in fila indiana. Scopro ancora una volta che uomini e donne etero, gay e lesbiche, tutti siamo davvero uguali nei nostri comportamenti non solo emotivi ma persino sessuali.
Ma se in una coppia etero si gioca spesso anche sull’ignoranza, o quantomeno sull’insicurezza delle proprie nozioni circa il funzionamento dell’organismo dell'altro sesso, in una coppia gay non dovrebbe essere più facile smascherare chi sta fingendo? O mi sto illudendo ancora una volta?
Certo che sarei più tranquillo se si decidesse tutti assieme, quando non si raggiunge l’orgasmo con il proprio partner, di dirglielo semplicemente, a meno che il motivo sia che siamo reduci da una scappatella. In quel caso – mentite pure.

Wednesday, 25 November 2009

Darla alla Kafka (“Beautiful” non c’entra).

(L’immagine è un mio adattamento della foto pubblicata sul sito “sexualastrology.com” - The picture above is an adaptation of the one edited on the web site“sexualastrology.com”).


Ecco una riflessione oggi tanto urgente, quanto adolescenziale.
Darla, o non darla al primo appuntamento?
Scusate: darlo o… Anzi no, meglio generalizzare: farlo, o non farlo al primo appuntamento?
Eggià. Non è un post dedicato al personaggio di Darla Einstein, la segretaria di Sally Spectra di “Beautiful”, recitato dall’attrice Schae Harrison. Mi riferisco, invece, alla convenienza di concedersi al primo appuntamento, foss’anche un appuntamento al buio.
Chi non molla subito dopo la prima birra insieme, perché lo fa? Oppure: perché mai mollare?
A dire il vero ho sempre avuto come la sensazione che fossero gli etero, segnatamente le donne etero a porsi di più il problema. Forse fino a pochi giorni addietro avrei anche scritto in maniera convinta che sono quasi esclusivamente loro, se non ch’è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere (e ricredere) e che di certo non starò qui a riferire.


Sul sito “Alfemminile.com” l’utente “Ride3” ha scritto in proposito: «Secondo me per fare sesso occorre un certo feeling tra i due. Se il feeling si instaura la prima sera, non ci vedo niente di male. Se poi una la da come una cagna in calore... il discorso cambia». Beh, il messaggio pare chiaro, no? Ma ecco cosa ha risposto l’utente con il nick-name “The graduate”:
«E come dovrebbe darla, da "santarellina" ???? E che se la tenesse!!!!!».
…Mumble… Mumble…
Ancora, sul blog “Bigbabol, la fuga dei cervelli” Pucci981 ha notato:
«[…] L'unica arma che ci resta per avere almeno l'occasione di far partita, è smollargliela subito e sperare in un aiuto del destino. Però ecco, noi abbiamo una morale, magari nascosta, magari sopita, magari non si intravede nemmeno tra la minigonna e il tacco 12, ma c'è. E non vogliamo assolutamente far del nostro corpo recipiente di sostanza organiche, ma solo veicolo d'ammore, e non vogliamo dare la nostra protetta alla mercé dell'uomo che ci usa come diversivo alla serata al club privè, e non vogliamo soprattutto passare per le ragazze facili quali non siamo […]».
Sono tutti pareri femminili e tutti pressoché condivisibili. Ma quale il ragionamento di due omosessuali alle prese con un appuntamento al buio? È sempre questione di morale – per quanto nascosta -, nel senso che dandola, più genericamente facendolo, si ha paura di regalare una brutta immagine di sé (quello facile), oppure c’è dietro qualcosa d’altro (come per i “Kinder Cereali”)?


Personalmente – ma tanto non è un mistero – ho capito di essere più vicino al punto di vista dell’amica “The graduate”. Ebbene sì, sono un “cane in calore”. Non che ritenga che debba andare per forza così, ma, finora, su quattro primi appuntamenti sono andato fino in fondo quattro volte. Sarà perché solitamente scelgo di uscire con una persona soltanto quando intuisco che possa piacermi. Sarebbe stupido il contrario, no? Inoltre c’è che, per farlo quelle quattro volte, non potevo mica essere da solo; il che farebbe supporre che al primo appuntamento lo siamo per lo più tutti – “cani in calore”, intendo. Per lo più, scrivo. Non tutti.
Penso che sicuramente c’è una parte della popolazione gay che decide di non andare a letto col suo primo rendez-vous per paura (ad esempio delle malattie, e nonostante le dovute precauzioni). Così come un’altra parte per insicurezza; cioè decide semplicemente di non lanciarsi per timore del famoso rifiuto che potrebbe toccargli subito in sorte e che poi gli costerebbe chissà quanti altri barattoli di “Nutella” (per non parlare dei successivi abbonamenti alla palestra sotto casa per smaltirli). Una terza parte, invece, è quella che dopo la prima birra in un pub affollato decide di dar seguito alla serata con la cena a lume di candela in un ristorante possibilmente deserto, dove l’atmosfera si fa più intima. E poi? È appunto il poi il momento cruciale:
«Ti va di salire?».
Timido cenno d’assenso col capo. La “terza parte” effettivamente sale, si accomoda sul divano, ti scruta, poi ti bacia e si avvinghia. La senti ch’è tutta accesa, un bollore, un armonioso pentagramma di sospiri di piacere che parrebbero pronosticare… Nulla.
Cosa succede quindi nella mente di questa “terza parte” gay in quel preciso instante del suo appuntamento al buio?


Sharon Monagan ha scritto sul sito “Ezine Articles” a proposito degli appuntamenti gay:
«In entrambi gli individui l’appuntamento può generare eccitazione, divertimento, scompensi nervosi, stress emotivi, fantasie e tante altre sensazioni. Per il primo appuntamento meglio scegliere un posto che sia accogliente e che faccia sentire sicuri entrambi. È meglio che entrambi i partners discutano e decidano insieme su dove andare, in quanto la soglia di benessere di uno potrebbe essere ben differente da quella dell’altro». Non bisognerebbe avere aspettative, continua la Monagan, ma lasciare che le cose accadano. Non aspettarsi che accada qualcosa di divertente a tutti i costi perché non si può mai dire cosa accadrà. È importante rimanere se stessi.
Ci si sentirà molto più rilassati quanto più si agirà con naturalezza. «Certo è meglio essere prudenti per essere sicuri. Prudenti anche dal punto di vista sessuale. Quando si ha un appuntamento bisogna considerare le reali chance che si hanno e allora ci si divertirà. La cosa più intelligente da fare è stabilire una buona comunicazione con l’altro per far sì che sia chiaro che tipo di relazione si voglia instaurare. In questo modo l’appuntamento potrà essere sincero da entrambe le parti senza che si vengano a creare conflitti di sorta».
È giusto. Parlare chiaro, quindi.
Ma ciò che mi domando e dico è: è davvero possibile presentarsi al primo appuntamento dichiarando che siamo alla ricerca dell’anima gemella? Se sì, è possibile che sia questo l’unico motivo per cui la terza parte decide di non farlo al primo appuntamento dopo averci stuzzicato? E ancora: come può essere sicura questa “Terza parte” che dall’altra ci sia una persona altrettanto sincera nel dichiarare le proprie intenzioni?
Mi viene in mente un articolo di Richard Newbury su “La Stampa” del 16 giugno scorso a proposito di Franz Kafka e dal titolo: «Quel playboy di Kafka. Non più un uomo schiacciato dal mondo, ma un vincitore vizioso».
Kafka, che è sempre stato visto ed è noto ai più come quello oppresso dal padre Hermann, «schiacciato da un lavoro burocratico senza vie d’uscita. […] minato dalla tubercolosi, che sapeva l’avrebbe inevitabilmente ucciso. […] incredibilmente sincero sulle sue debolezze con le donne - troppo sincero», in realtà ha scritto Newbury «aveva qualcosa del playboy, passare vicino a un bordello era per lui “come per un innamorato passare vicino alla casa dell’amata” […] aveva bisogno di sesso “sporco” con persone socialmente inferiori, come lasciano intendere la sua collezione pornografica sado-masochista e i tradimenti sistematici delle fidanzate», così come suo padre Hermann «era un uomo molto liberale per i tempi, concedeva al figlio grande libertà» e come «non fu per debolezza fisica o povertà che si ammalò di tubercolosi, ma per aver bevuto del “sano” latte organico non pastorizzato».
Alcune sere fa mi hanno detto che è solo per due ragioni di fondo che andiamo a letto al primo appuntamento: 1. Perché non ce ne frega niente dell’altro e sappiamo che poi tutto si conclude in un “chi s’è visto s’è visto”; 2. Perché siamo da subito molto coinvolti e siamo sicuri che tutto si concluderà in una storia d’amore felice.
Possibile che nessuno prenda in considerazione la circostanza in cui andiamo a letto al primo appuntamento perché l’altro ci piace e pensiamo che sì, forse potrebbe essere lui quello giusto, e magari poi capiamo che non è così, trasformandoci noi in falsi Kafka?
Allora, ripeto: darla o non darla?


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(apparso su http://beta.gay.tv/articolo/3/8879/Concedersi-al-primo-appuntamento--I-falsi-Kafka-e-i-loro-comportamenti - sezione Lifestyle, titolo: "Concedersi al primo appuntamento? I falsi Kafka e i loro comportamenti. Come comportarsi al primo appuntamento? Concedersi o rimanere a debita distanza? Riflessioni tra siti, blog, e vizi kafkiani.".

Ciao, ciao feijoada.

Beh che, si avvicina sempre più la stagione fredda (eh sì, che ancora non è mica arrivata davvero, no?) e questo per me vuol dire: minestroni e zuppe di fagioli e legumi vari.
Nulla di allarmante, certo, se non che a breve volerò via – Espaňa arrivo-o-o!
«E cosa c’entra il tuo viaggio con le zuppe di fagioli?» si chiederà qualcuno a questo punto.
Ah! Nulla. È solo che così rischio seriamente di rientrare in una delle categorie più odiate da chi viaggia spesso in aereo, come ha scritto il Travelmail Reporter del “Daily Mail” lo scorso 9 ottobre:
«I viaggiatori con “problemi” d’igiene, le persone grasse e chi ha la tosse, oppure chi russa sono i passeggeri cui è più odioso seder vicino durante un volo. Metà della gente intervistata da Travelocity ha detto che i passeggeri puzzoni sono i peggiori [basta fagioli, quindi?], mentre il 30% odia chi russa e tossisce [SIGH! Basta sigarette, quindi?] e il 15 % non sopporta star seduto vicino a chi è troppo grasso. Due terzi ha dichiarato di non sopportare chi ti si siede dietro e spinge il tuo sedile con le ginocchia [maledizione alle mie gambe e ai posti troppo stretti!], seguito da chi parla a voce alta o da chi reclina lo schienale fino a schiacciarti».
Addirittura pare che il 44% degli intervistati creda che i viaggiatori obesi abbiano diritto a due posti senza dover pagare alcun extra-costo, mentre il 39% ritiene che gli obesi debbano essere, per così dire, “sovratassati”. Per esempio la Ryanair pare prenda già in considerazione una sorta di “fat tax” per i passeggeri over-weight.
Dall’altra parte del globo, invece, ecco i magnifci giapponesi. Mitici!
Secondo un articolo di Sarah Gordon sul “Daily Mail” del 6 ottobre, le compagnie aeree giapponesi hanno deciso di adottare un nuovo quanto controverso metodo per ridurre l’eventuale sovrappeso dell’aeromobile. Come? Chiedendo ai passeggeri di “annà a fa’ du’ gocce” prima di salire a bordo! Le compagnie, infatti, credono che le viscere vuote equivalgano a passeggeri più leggeri e, perciò, a una riduzione dell’emissione di carbonio. Naturalmente sempre lei, la Ryanair, pare stia prendendo in considerazione anch’essa questa idea, di certo per una questione di “cost-cutting measures”.
«Abbiamo considerato di rimuovere due delle toilettes a bordo in favore di una cabina a gettoni, per incoraggiare la gente a usare le toilettes del terminal prima di salire a bordo» ha spiegato la portavoce Stephen McNamara. Hanno già pensato anche al motto: «Go before you go». Almeno così ci sarà spazio in più per aggiungere altri posti a sedere (sì, altri dieci sedili in un metro quadrato, magari!).
Non è tutto. Ryanair sta cercando anche di eliminare I propri check-in desks e discute il progetto di offrire a bordo dell’aeromobile una “stanza” dedicata ai viaggiatori all’in piedi. La Rayanair assomiglia sempre di più alla società di autolinee che in quattordici anni di Calabria-Lazio-Lombardia è finita col divenire il mio peggiore incubo… Ma tanto chi ci costringe a volare con lei (se non il prezzo), giusto?
Comunque, ho deciso che aspetterò la neve prima di darmi di nuovo in maniera così smodata all'amata feijoada.

Monday, 23 November 2009

Com'era 'sto fuoco?


All’incirca due anni fa, in “L’incendio”, principiando da un mio proprio sentimento e passando per due citazioni quali «Accidere ex una scintilla incendia passim» di Lucrezio e «Alterius non sit qui suus esse potest. Deligere oportet quem velis diligere» di Cicerone, ho scritto:
«È accaduto ch’era un mese d’aprile completamente diverso dall’aprile che viviamo quest’anno. Climaticamente intendo. Del tutto eterogeneo. Sembra di essere in un altra Italia, un’altra Milano, che ne dici? Il cielo era molto più buio e privo delle nuvole bianche e sfilacciate che in questi giorni si ninnano con la calma di un neonato che butta in giro lo sguardo alla ricerca di un significato per tutto ciò che continua a stimolare quella stessa strana sensazione d’ignoto che anche noi due abbiamo vissuto in un lontano passato e, forse, già dimenticato. È una sensazione che esclude termini come paura, sgomento ecc… Si tratta, invece, d’una dolce agitazione. Attorciglia le budella, accelera il battito cardiaco, scorre nelle vene e le ghiaccia, ti rende smanioso di saltar giù, di tuffarti verso ciò che hai di fronte e che, per quanto ne puoi sapere, potrebbe anche rivelarsi una creatura mostruosa dalle fauci d’acciaio, capace di ridurti a brandelli in meno di un secondo - eppure non ci pensi, non prendi neppure in considerazione questa possibilità. […] “A volte da una sola scintilla scoppia un incendio…”, e ho detto, anzi, ha detto tutto. Tito Lucrezio Caro appunto. Succede a volte che, dopo aver assistito a un incendio, la gente vada via sconsolata, senza alcuna curiosità per quello che potrebbe essere rimasto sotto le ceneri, ma già pronta a ricostruire, a darsi da fare per avere dell’altro più nuovo e che non puzzi lontanamente di fumo. Altre volte accade che la gente rimanga di fronte alle fiamme figlie, piccole lingue di fuoco palpitanti e aggrappate al nero residuo che l’ha generate. “Quando è successo?”, si domanda, “Come? Cosa è stato? Oddio! Sarà stata una combinazione fatale di elementi chimici? Sarà stata la congiunzione astrale? Sarà stata quell’e-mail che ho scritto...?”. Le linguette di fuoco si agitano, si dibattono non accorgendosi che così andranno, certo, incontro allo spegnimento che vorrebbero evitare e la gente è lì che le scruta, aspettando quell’ultimo, fatale istante che le permetterà di dedicarsi unicamente alla riflessione sulla causa. In mezzo alla folla, tra le teste irrequiete che si alzano l’una sull’altra, si spingono, si spostano per avere ognuna la propria porzione di spettacolo, tra le teste di chi sta in piedi, esposto al calore residuo dell’incendio, eccomi. Ci sono io. Mezzo incantato dal bagliore sempre più soffocato - anche io con le mie domande».
Sono passati due anni, dicevo, da “L’Incedio”. Da più di sei, invece, è che non pronuncio quella parola – Amore. Rivolta a una persona, intendo. Da più di sei non dico: «Ti amo». Aveva ragione Cicerone, allora, dicendo che bisogna scegliere chi si vuole amare?
Ne ho scritto, dell’amore. Ma non ne ho più parlato. Dirò di più: oggi avrei anche paura di chiederne conto a qualcun altro, chessò, a un amico che vive la sua storia d’amore: «Ma sei innamorato? Allora, tu ami?». E non per riservatezza - certe cose a un amico vero si possono domandare, si condividono insomma - ma, appunto, per timore.
Oramai l’amore è qualcosa di talmente fragile ai miei occhi, nonostante sia siffatta forza incontrollata e incontrollabile. È così indifeso! Così fatuo! Puf!, e sparisce.
È possibile che, per questo, un uomo arrivi al punto d’avere paura di nominarlo? O è possibile persino che un uomo ne dimentichi la matrice?
È vero che a volte da quella fottuta scintilla scoppia un incendio ingovernabile.
È altrettanto vero che, per quanto ingovernabile, prima poi qualsiasi incendio è destinato a spegnersi, dovesse bruciare il mondo intero, perché anche il mondo ha una fine.
È vero ancora che l’incendio s’impara a domarlo, a soffocarlo sul nascere ond’evitare che ci faccia fuori.
Sarà anche vero, quindi, che a furia di strozzarlo ci si dimentica anche di come potrebbe essere questo… oddio, parlavamo del fuoco, o dell’amore?
Oddio, ditemi un po': com'era 'sto fuoco?

Monday, 16 November 2009

...E sangue freddo.


Tempo fa Alberoni ha scritto che l’innamoramento è in qualche modo anche frutto del tempismo, ossia che s’accende quando s’incontrano due persone che vivono il medesimo momento di bisogno d’affetto, d’amore, che rifiutano la sensazione di solitudine e incomprensione in cui versano. O qualcosa del genere.
Personalmente credo che ciò possa verificarsi anche quando a incontrarsi siano due persone già sentimentalmente (teoricamente), come si suol dire, “impegnate”. Ma non è questo il punto. Il punto è che ci sono persone, come ha notato C. Magris, che vivono di un’obliosa inezia o che, quantomeno, si compiacciono della propria condizione d'incompresi, che addirittura hanno “bisogno” di sentirsi incompresi “per sapere di esistere”.
Per alcuni è, questa, una condizione patologica. Per altri – come per Magris, appunto – questo è il luogo della poesia. Ciò perché è nell’incomprensione e nella solitudine che si trova la conferma della “propria diversità indefinibile”. E questo, a ben pensarci, non può non essere anche il luogo della comunità ebraica, per esempio, e, per via del vissuto di sofferenza, per lo più ai margini insomma, anche della comunità omosessuale e ancora, più in generale – o in particolare -, delle identità di confine come, appunto, i triestini in Italia secondo A. Ara e Magris stesso.
Ma non abbiamo l’impressione che oggi fra poeti, cittadini di confine, gay e compagnia bella, i territori dell’incomprensione siano sovraffollati? Non abbiamo la sensazione che siamo in troppi, forse, a lamentare una condizione di solitudine pur continuando a difendere a spada tratta - a volte vantandola - la propria incomprensibile unicità? Non è che anche in questo nulla ha il sapore della singolarità? Così come prima c’erano i “figli dei fiori”, o i “punk”, oggi ci sono gli “emo” e diosolo sa quante altre “categorie” di esseri soli e unici, che si beano della propria “atipicità” e dell’“autenticità” del proprio pathos. Mi sembra che ci sentiamo tutti un po’ come quel semi-buffo Lucien di Balzac in “Illusioni perdute” che, con la sua bellezza malinconica, il suo fascio di fiori simbolico e l’abito elegante cattura l’attenzione del frate spagnolo che in fine decide d’adoperarsi nel risollevargli il morale – e probabilmente qualcosa di più .
Siamo tutti viaggiatori somiglianti a “un cacciatore che trova la sua preda a lungo invano cercata”.
Anche se le ragioni dei “poeti” d’oggi sono del tutto altre da quelle di Lucien, è questo il dialogo cui ripenso:
«Mi sembra che voi abbiate un dispiacere, o almeno ne avete in mano l’insegna, come il triste dio dell’imeneo» nota lo spagnolo, appena Lucien gli si fa dappresso. Quindi discorrono ancora un po’ finché il poeta sbotta: «Guardatemi bene, padre; perché fra qualche ora non ci sarò più… ecco il mio ultimo sole!...». […] «Ma come! Che avete fatto per morire? Chi vi ha condannato a morte?». «Un tribunale supremo. Me stesso! […] venti giorni fa ho visto la più deliziosa rada da cui possa approdare nell’altro mondo un uomo disgustato da questo…».
Dunque, cosa vi salta in mente se non il monologo di Anna Karenina prima del tragico epilogo, o ancora le considerazione del giovane Werter?
«Il diamante non conosce il suo valore» conclude il frate.
Bene. Siamo, quindi, tutti diamanti come Lucien per il solo fatto d’essere umani? E siamo tutti poeti per la generale e crescente condizione d’incomprensione, oppure esistono uomini speciosi, come fra i gioielli, o apocrifi e inattendibili come fra i testi sacri? Possibile che dietro quest’ondata di “originalità” sia nascosto invece un ritorno imminente al bisogno di valori altri, quelli persi, del tipo - tutto ciò che è banale e allineato? A una trasgressione sì, ma che non sia sopra le righe; al peccato sì, ma che non sia per forza capitale?
È possibile accendere l’innamoramento in un coacervo d’individui che hanno perso la calma, intesa come pace nucleare dell’essere? Oppure è proprio essa, la comunione – ancora ignota per lo più, e dai più – di emozioni (pretese) uniche da considerarsi conditio sine qua non del principio dei prossimi, probabili idilli amorosi?
In effetti: quale dimostrazione di perfetto tempismo migliore di questa, propria dei giorni nostri?

Sunday, 15 November 2009

Maledetta "eau de toilette"!


Cari vatussi,
voi che siete lungagnoni come me, "spicasozizze" direbbero al mio paese in terronia, sappiate che abbiamo un nuovo nemico!
Si chiama "Gled Deo Spray", o qualcosa del genere, e mi sono imbattuto in lui poche sere fa.
È uno di quei deodoranti per ambienti, con la differenza che questo è intelligente, o meglio: il popolo dei piccoletti oggi lo programma per assalire, appunto, quelli come noi. In più esso non ha più bisogno d’essere spremuto, schiacciato, stuzzicato. No, basta che l’aria attorno si smuova e… Pr-r-r! Alza la coda e ti spruzza in faccia il suo odore incomprensibile misto mughetto e lavanda, come una puzzola profumosa. Fidàti alleati dell’ultimo nato della Gled & Co. sono alcuni ristoratori. Attenzione! Infatti per lo più tendono agguati nei cessi dei locali pubblici.
Insomma, che sono uscito a cena fuori e non ho fatto in tempo a varcare la soglia del ristorante che già mi scappava, ma proprio tanto.

È vero ch’ero pur sempre reduce da una giornata interamente trascorsa fuori casa e, forse, non ero il principe del "Regno di Buon-Aroma". Sono persino d’accordo che in certi bagni pubblici ci debbano essere dei deodoranti per ambiente - segnatamente in quelli per uomini etero, dove si piscia col pisello in mano e lo si manovra come un idrante solo che lì, di solito, non ci sono incendi da spegnere, tanto più ch'è molto difficile che le pareti con le mattonelle di ceramica prendano fuoco; non mi riferisco quindi a quei bagni dove alcuni maschi la fanno seduti come mammolette al pascolo -, ma, caspita - ai ristoratori dicendo -, fate attenzione a dove li appendete ‘sti cazzo di giocattolini! Ogni tanto pensate anche a quelli alti-alti. E che cavolo! Scegliete un’altezza congrua per appendere 'sti piccoli assassini; appiccicateli nell’angolino adatto. Non pensate: “Mo l’appendo lassòpra così non dà fastidio a nessuno”, perché ciò è falso. Io dico ch'è meglio lasciarli in basso. Forse in terra. Così al massimo non ti spruzzano in testa, negli occhi o sulla capocciola della minchia, ma dritto in culo, dove teoricamente c'è più bisogno, no?
Insomma che, entro per fare la mia pisciata-stil-tevere, ecco che mi piazzo davanti al vespasiano e… Pr-r-r-r! La prima spruzzata negli occhi mi coglie di sorpresa. Quindi salto sul posto e spiscio un po’ ovunque. Poi rimetto la minchietta nel suo cantuccio, mi abbottono e m’avvio all’acquaio quando… indovinate un po’? Pr-r-r! La seconda spruzzata negli occhi! Bruciore e incazzatura a mostro. “Mavaffa…!!” penso, anzi esclamo.

Così ho capito la moda andare al giro con i nani al guinzaglio, quella di cui si è discusso lo scorso anno al "Grande Fratello" grazie a quella svitata del bicchiere volante. I nani vanno portati seco per poi liberarli al momento giusto, cioé per una breve ricognizione prima di entrare nei cessi pubblici. Almeno loro non vengono colpiti a tradimento e possono disinnescare le diaboliche macchinette profumose per nostro conto.

Evviva il movimento di liberazione dei nani! Anche quelli da giardino. E domani vo' a comprarmene uno anch'io.

Monday, 9 November 2009

Autocelebrazione (ih--ih!).

Certo,
il titolo del sito, “Cercodivolare.it”, per quanto mi riguarda è tra i più azzeccati. Lo so, lo sarebbe ancora di più se avesse anche un sottotitolo. Magari del tipo: “…Ma precipito ogni volta come la prima”.
A parte gli scherzi – sì, sono io quel Raffaello Fontanella “scrittore trentaduenne” cui gentilmente si riferisce la pubblicista L. Marcucci nel pezzo dedicato al tempo libero e al benessere (Io & il beenessere??).
Non sono io, invece, la tipa gialla in posa da danza del ventre, ritratta nella foto accanto alla quale compare il pezzo (pezzetto) su di me.
Infatti le domande rivoltemi dalla dott.ssa Marcucci sono riferite alla mia esperienza come sportivo (che ci crediate o no, anche io lo sono stato) e segnatamente a quella di karateka.
È giusto una curiosità che segnalo per sana e pura vanità.

Il link è http://cercodivolare.it - da qui: "Archivio rubrica cultura", "Tempo libero e benessere".

Ciao,

Saturday, 7 November 2009

Il giallo e il non detto.

Sapevi che sarebbe arrivato. Di nuovo.
Durante i mesi scorsi – niente. Sonno no. Dormire poco. Ma una mattina ti metti in piedi solo alle 9.00. Tutt’una tirata. Fuori – il sole. E ancora non ti vorresti lanciar fuori, via da sotto le coperte. Grande – il sole. Giallo. Il cielo terso. Una buona giornata. Buona nel suo tipico sapore prefestivo. Leggi il giornale, fai della spesa. Colori – innumerabili. Naturali, tutti. E ancora le piccole commissioni lasciate indietro nel corso di una settimana che sembr’essere durata solo un paio di giorni. Sfogli un libro di cucina a caccia della prossima ricetta da sperimentare: spaghetti al sugo di capone e bracioline di pesce spada alla griglia. Un giro in centro per l’acquisto di un cd nuovo. Ma intanto monta. Un paio di slip colorati. E monta, ancora. Il libro di Claudio Magris che ancora non avevi letto e che divori in métro, creando analogie metaletterarie che se solo qualcun altro potesse leggerti nella mente fuggirebbe via a gambe levate. E pensare che prima di uscire t’eri spruzzato anche il profumo preferito. Giusto per sentirti meno rivoltante. O più importante. Fa lo stesso. L’importante è evitare di pizzicarsi la pelle tutt’intorno, di fronte allo specchio. Qualcuno ti riconosce, o ti scambia per qualcun altro - è lo stesso. Marya Hornbacher ha reso l’idea a riguardo, scrivendo d’essere “soltanto un paio d’occhi che guardano in giro”. “Non sarò visibile finché non ci sarà qualcuno che mi veda” ha scritto. “Non mi iscriverò al mondo fintanto che non parlerò”. Torni a casa. Il pc ancora al suo posto. Il tavolo vuoto, oppure coperto di scartoffie non importa. Le prime righe di un racconto che t’ha morso prima andare a letto, la sera addietro. La cartella di una storia nuova che ti ha inciso appena aperti gli occhi, al mattino, con la promessa di dilatarsi fino a cambiarsi in un romanzo. D’un fiato. Tante cose da dire. Ma poi basta. E apri il terzo, forse il quarto libro che hai iniziato a leggere in una settimana e che hai abbandonato; a pagina numero 2 il primo, alla 10 il secondo, alla 51 il terzo. Carta e penna – di nuovo - non viene fuori nulla. Guardi un film - "Admiral' ", mentre pensi che in frigo ci sono due confezioni di uova che minacciano di marcire se non le caghi un po’ di più, intendo oltre la semplice taliàta quando apri e chiudi lo sportello. La marmellata all’arancia c’è pure lei. Crostata! Profumi. Ancora profumi – ovunque. Come le “voci” di Magris, come scarpe scalpiccianti dattorno. Piccole ossessioni. Ognuno ha le proprie. Così, tanto per tenersi insieme e non perdere i pezzi. Per rimanere buoni. Come gli altri... non sempre sono. Non sempre lo siamo. Spesso non volendo esserlo. Ci si prova di nuovo, a leggere una due tre pagine. Ma quando non cogli il senso delle parole che gli occhi toccano, una per una, una dopo l’altra, meglio lasciar stare. Si rischia d’imbruttire anche l’opera più allettante. La si rende ributtante col rischio di divenirne intollerante. E noi non vogliamo che accada. Meglio ascoltare ciò che gli altri hanno dire. Silenti e acquiescenti. Riservati. Innocui. Fuori nuvole. La pioggia tambureggia sui vetri. La caldaia divampa e barbuglia. I caloriferi raschiano e goglottano. Tutto è esattamente come si presenta. Le persone sono precisamente ciò che dicono di essere. E noi?
Noi vogliamo solo scomporci come un giocattolo, vedere come siamo fatti, cosa abbiamo dentro. Cosa c’è da dire – ancora. Forse.

Friday, 6 November 2009

Provaci ancora Sam!

Ehi ragà,
mi spiace ma abbiamo un parimerito. Vi dò altri tre giorni di tempo per scegliere l'unica canzone. Poi procedo con l'estrazione da casa!!
Forza!
Rf
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Hey guys,
I am sorry but we still need a "playoff". I grant you three days more, afterwards I have to draw your song from here.
So, try again, come on!
Rf

Thursday, 5 November 2009

Ammainare le vele-e-e!!

(Un'immagine gaia tratta dal sito "gay.it" e riferita alla crociera "Revuelta gay cruise", la prima crociera italiana gay-lesbo).


A proposito di crocifissi nelle scuole... Il 16 ottobre scorso, Nick Pisa ha riferito sul “Daily Mail” di un episodio curioso.
Una coppia italiana (etero, naturalmente) ha fatto causa alla compagnia marittima Grimaldi con cui aveva prenotato una crociera.
“Perché mai?”, si sono domandati tutti coloro che hanno saputo dell’accaduto. È presto detto: invece della crociera rilassante che s’erano prospettati, i poveretti si sono ritrovati a bordo della prima crociera italiana tutta gay!
Oddio, se non è vero che Cristo dà il pane a chi non ha i denti, ah no? Marito e moglie di mezz’età (di cui non è stato riferito il nome) si sono detti molto imbarazzati per essersi ritrovati sulla stessa nave insieme a molte altre persone che tra l’altro conoscevano già prima del salpaggio, ma che non avevano mai saputo, né sospettato essere gay... ?
Una crociera di quattro giorni soltanto, durante la quale – giurano gli organizzatori – non si sono verificati in alcun modo inchiappettamenti pubblici, né trenini di sorta. Eppure la coppia che ha intentato la causa ha rigettato l’accusa mossagli di omofobia.
Partiti da Terni e salpati da Civitavecchia erano diretti a Barcellona, i due sventurati avevano "prenotato" la vacanza ricorrendo ai punti accumulati con la spesa del supermercato (che supermercato era che vado a fare la tessera?).
Solo in porto si sono accorti del misunderstanding, quando hanno notato le molte telecamere (oltre a un equipaggio di orsi, modelli, donne-camionista e non e chi più ne ha più ne metta) che circondavano l’oramai famosa “Revuelta gay cruise”. E così, l’avvocato della coppia ha chiesto 2.800 sterle di risarcimento per il suddetto shock causato loro.
«All’inizio pensavano che tutte quelle telecamere fossero lì per un qualche personaggio famoso a bordo, e invece era solo perché tutti quei 1500 passeggeri che avevano dinnanzi erano gay (nessuno escluso! Matresantissima, ecco dov'erano finiti tutti! Quello che si dice "un bastimento carico carico di frocie e maricònes") e in più tutti e tre i giorni a seguire sarebbero stati dedicati interamente a eventi d’interesse omosessuale» ha riferito il legale (leggi: balli a suon di Carrà, Mina & Co., immagino. Insomma - il paradiso). E ancora: «It is not a question of discrimination but one of lost satisfaction».
Di “lost satisfaction” può ben parlare, secondo me, solo chi l’evento l’ha lisciato – peccato!
Sarei curioso, però, di vedere come è stata pubblicizzata la crociera, come sono stati raggirati questi due; vorrei dare un'occhiata al materiale messo a disposizione dal supermercato, cosa c’era scritto sul biglietto, chessò… Insomma, dato che una delle immagini adottate per la promozionedell’evento era proprio questa - un marinaretto tutto pacco e muscoli, con l’aria truce di è quasi pronto a somministrarti un paio di colpi di reni, della serie: basta chiedere! Ma chi avrebbe creduto a una crociera etero di fronte a questo pezzo di marcantonio (non proprio uguale ai passeggeri che s'intravedono nella foto-copertina del post, è vero)? Ma poi dico, una crociera dal titolo “Revuelta gay”… Non è che sia poi così difficile da tradurre o interpretare, vi pare? Chissà. Sono comunque curioso di sapere quanto la temeraria coppia italiana riuscirà a tirar via dalle tasche della Grimaldi.
Intanto accetto proposte per organizzare una spedizione in occasione della seconda “Revuelta” prevista il prossimo anno.
E pensare che le crociere nemmanco mi piacevano a me... prima!

Tuesday, 3 November 2009

Poniamoci tre domande.

Stasera, prima di dirigermi verso Brera per farmi leggere i tarocchi, volevo riflettere su quanto segue.
«Scegli una carta»; «Smazza il mazzo – No, stupido! Con la sinistra!»; «Pensa un colore»; «Dici la prima cosa che ti viene in mente...». Sembra che qualcuno abbia sempre e comunque la risposta giusta per noi e, cosa prodigiosa, la trova sempre dentro di noi (dove esattamente dipende dalla persona). Ma come si fa? Io che a quindici anni mi davo alle sedute spiritiche con Vinz, Diego & Co., che so dare libera interpretazione alle carte (rigorosamente napoletane) non riesco a tirarmela via, la mia risposta? Per questo fra poco vado.
Inoltre stamani mi sono svegliato di nuovo con un prurito fortissimo sul palmo della mano, proprio sotto il pollice… Panico! Perché panico? Be', perché l’ultima volta che mi è capitato ho pensato subito (illuso!): “O soldi, o palate! Che bello mi stanno arrivando soldi…”. E poi, la sera successiva, a seguito di una buona cena, mentr’ero a caccia dell’ammmore e del relativo pisello fantasma e tutto sembrava procedere per il meglio – Sbam!, ho fatto il mio primo incidente stradale. Per questo la domanda propedeutica alla gioia eventuale di un improbabile e inaspettato, quanto ingiustificato bottino di stamani è stata: “Cosa mi sta per capitare? Domani sera devo uscire in auto - sarà meglio andare a piedi, o magari se esco a piedi mi stirano? Mi chiudo in casa?”. E ancora: “Oddio! Chi sono, dove vado, cosa faccio??”. Esagerato, dite? Forse. Comunque la zingara che mi farà le carte stasera (“La luna ne-e-ra! Ta-tà!”) mi saprà dire.
Poi mi è venuto in mente che, quando Deda vide la piccola Tatjana Medanova depressa e confusa – l'ha scritto Paullina Simmons – le chiese: «Se vuoi sapere chi sei, poniti tre domande […]. In cosa credi? In cosa speri? E, cosa più importante: che cosa ami?».
Bene. Tanja si rispose semplicemente così: "Aleksandr'!". Carina!, no? Poverella, era innamorata...
Ma è possibile credere, sperare e amare un’unica cosa, o meglio un’unica persona? Se sì, quanto è da giudicarsi sana questa condotta?
Secondo me, esiste un momento nella vita di ognuno di noi in cui inevitabilmente si verifica tale coincidenza. Eppure – mirabilia – sappiamo già che non potrà mai essere così per sempre. Allora, quando quel giorno arriverà a chiedercene conto, sarà possibile credere e sperare in un’unica persona, ma senza amarla? E se così sarà, sapremo pur sempre chi siamo noi, oppure tutte e tre le condizioni sono necessarie per potere conoscere noi stessi? E se a ciò si dovesse aggiungere anche il prurito delle mani... Che fare?
Gli uomini di chiesa credono e sperano in Dio con la stessa intensità con cui lo amano. Ma tutti noialtri?
Domande. Ancora domande da porsi. M-mh... Vabbè proviamo anche noi.
Io ci ho provato, a rispondere alle tre domande sopra. Le risposte?
1. Credo nella magia; 2. Spero nella fortuna; 3. In ultimo - amo i dolci.
Che vorrà dire? Forse, ch'è per questo che mi hanno prescritto tutti questi esami per vedere se ho il diabete?
No... Devo andarci, dalla zingara.
E voi? Che avete risposto?

Monday, 2 November 2009

Raffaello Fontanella. L'Avucàt'.

Pur avendo il suo stesso nome e il suo stesso cognome, i suoi, solo i suoi per me sono sempre stati e saranno sempre l’espressione più appropriata per l’idea che sono riuscito a sviluppare di termini quali “impegno”, “garanzia”, “affetto incondizionato”. È in momenti come quelli di qualche giorno addietro, in cui non potevo nemmeno essere degno di stare stretto e intorpidito fra i sedili del solito pullman malefico che mi avrebbe dovuto riportare a casa, perché tutto pieno («Non c’è posto!»), che maledico la lontananza dalla mia terra, dalla mia famiglia. Ho preso il primo aereo - troppo tardi - per arrivare a Lamezia e poi a casa - ancora più tardi. Ho letto di un ragazzo fuggito per sempre alle Hawaii per “non sentire l’odore dell’Italia in putrefazione”. L’ho invidiato per la sua scelta. Molto. Ma poi mi sono detto che tanto non potrei mai farlo anch’io. Non fa per me. Così come, sempre più, non fanno per me molte altre cose - e persone. Anche Tiziano Terzani è vissuto in giro per il mondo, infatti l’invidiavo allo stesso modo quando leggevo dei luoghi che aveva visitato e della gente che aveva incontrato. Ma in “Un indovino mi disse” ha lasciato quella che considero più che una grande intuizione, una grande verità: «Morire là dove sono morti i propri genitori, i propri nonni, là dove nasceranno i propri nipoti è come morire di meno». Già. O, chissà. Ricordo le parole di mia nonna, la moglie di Raffaello, dell’ “Avvucàt’” come lo chiama ancora oggi tutto il paese che è venuto a rendergli omaggio («Buono»; «Onesto»; «Rispettoso» hanno ricordato - tutto vero, mai da dare per scontato) e che lo ha aspettato fuori della chiesa troppo piccola per ospitare tutti. Le stesse parole che mio padre ha sempre ripetuto anche a noi tre figli dal giorno in cui abbiamo iniziato a viaggiare su e giù per l’Italia, allora per motivi di studio: «Adduv’è ra fatìga, dà c’è ra casa». Dove c’è lavoro, c’è casa. Altro che Barilla e Barilla… È lì che sono ritornato (troppo tardi). A casa. Dal mio dolce nonno. Sua sorella Memena si riferiva a lui e all’altro loro fratello, Gigino, con l’epiteto di “colonna”, per via della loro corporatura imponente. Alti entrambi. Entrambi d’un pezzo. I più alti fra tutti gli altri fratelli e sorelle. «Rafèl’ e Giggino sono le mie colonne… E io sugn’ a culonnètta!» diceva ridendo e sfoggiando la dentatura sporgente che cercava di coprire con un gesto oramai meccanico, dettato da un residuo di vergogna dal riverbero fanciullesco. Rideva perché in dialetto rossanese la “culonnètta” è il comodino. Di quelli di una volta, di legno, lunghi e stretti, pur sempre di buona fattura. Quante volte ho già scritto dell’Avvucat’ (e forse ne scriverò ancora, prima della chiusura del blog), dei suoi motti quali: «Meglio andare che lasciarsi andare!», oppure «La famiglia deve essere come una pigna. Tutti uniti!», delle sue raccomandazioni, tipo quella solita che mi faceva prima di ogni mio viaggio all’estero e che accompagnava con la tipica strizzatina d’occhio e il mezzo sorriso simil-beffardo sotto il baffo grigio, espressione di complicità e partecipazione: «Occhi aperti e vrachètta chiusa!». E poi mimava il gesto di chiuderla, la “vrachètta”, cioè la patta dei pantaloni. Quante volte ho scritto dei suoi rarissimi momenti in cui non riusciva a nascondere qualche preoccupazione, di quando – era uno di quei momenti appunto – mi portò al mare, d’inverno, e ci fermammo lì, a osservare le onde scure e ruggenti, i gabbiani che rimanevano controvento, sospesi a mezz’aria, sempre nello stesso punto e con le ali spiegate; mi faceva stare con lui e lo imitavo, imparando ad annusare la salsedine; a scrutare quell’orizzonte che gli ritornava il senso di pace che forse, per un attimo, gli pareva di aver perso. Rarissimi momenti, ho scritto. Perché è sempre stato un uomo dal segno “+”. Più che positivo. Più che ottimista. Mai sconsiderato. Anzi, a volte perseguitato dalla sindrome del “sorso in più”, come l’ha definita Carmen Consoli. Perché lui, prima di diventare avvocato a botte di sacrifici, la fame l’aveva patita e come! A pane olive era cresciuto. Poi volontario in guerra – la Grecia, l’Albania. Credeva nell’amor di Patria (sebbene l’avrebbero arruolato anche se non si fosse dichiarato volontario). Amava l’Italia, sì. La stessa che oggi sa di carogna e veleni nascosti, checché ce ne dicano i giornali e i politici. Si mantenne agli studi anche lui lontano da casa, a Parma, esercitando la professione che oggi diremmo “part-time” di tutore. Ebbe buone offerte di lavoro nella cittadina parmense, ma lui no, lontano dal suo mare, dal nostro mare, non poteva mica starci. E poi, aveva forse già preso di mira lei, “ ’a Dottoressa”. E quando un giorno finalmente l’incrociò per strada, afferrò il coraggio a due mani e si avvicinò per dirle con la sua cadenza pacata, ogni parola misurata, nel tipico stile forense che non l’ha mai abbandonato neppure quando raccontava una delle sue famose barzellette («Avucà, raccontate chidda e ru’ prevt’!» gli chiedeva la gente per strada, in tribunale o dal barbiere): «Dottoressa, se io Vi piaccio come Voi piacete a me, allora questo matrimonio possiamo combinarlo!». …E fu subito amore, come si suol dire. Ma posso mica ricapitolare una vita? Ma sì. In una giornata come quella di oggi, dedicata alla memoria, basti sapere che è stata una bella fiaba quella di Raffaello Fontanella. Fertile di innumerevoli insegnamenti, come ne ha ogni buona fiaba che si rispetti, che ha fatto tutto quanto in suo possesso per renderli fondamenta del suo regno che, alla fine, è stato un regno incantevole. Non bisogna immaginare nulla di extra-ordinario, sebbene credo sia proprio questa non extra-ordinarietà che lo ha reso fatato. Perché solo oggi arrivo a capire quanto una vita ordinaria e regolare (comune?) sia in realtà quanto di più difficile possa esserci da concretare. Certo aveva i suoi difetti, l’Avvucàt’. Ma noi nipoti, si sa, i difetti dei nonni li saggiamo in misura minore. La relazione nonno-nipote è tutt’altra cosa rispetto a quella padre-figlio. Con i nipoti i nonni danno il meglio di sé, non credete? Chi ha avuto la fortuna mia, dei miei fratelli e dei miei cugini di godere di almeno un nonno longevo come il nonno Raffaello, sa di cosa sto parlando. Non sono triste. Che c’entra, mi mancherà. Ma sono felice per lui. Perché è stato forte fino alla fine, nel corpo e non solo. Ha sofferto tanto in vita, ma senza mai proferire una lagnanza. Era abituato a sopportare sì, ma soprattutto a reagire. E adesso che non c’è più, non è perché s’è lasciato andare. No. Potete scommetterci quello che volete che lui è andato. Semplicemente perché è stato meglio così – andare. Nell’accezione che lui conferiva a questo termine. Andare sempre. Avanti. E oltre. Non faceva che ripeterlo. Andare. Anche se io e la mia famiglia lo avremo sempre nei fotogrammi che ha lasciato impresso nella nostra memoria. Nei profumi, nei sapori e quant’altro ha seminato dietro di sé. Se avesse potuto, forse ci avrebbe salutati con uno scherzoso: «Vi assalto e Vi abbràco!». Un bacio e un forte bacio al mio nonno.

Thursday, 29 October 2009

1 canzone x 1 storia (Yr Song in Return 4 my Story)

Cari ragazzi,
non ci sentiremo nei prossimi giorni, quindi, anche se in ritardo rispetto alla schedula iniziale, vi lascio con i testi delle quattro canzoni estratte fra quelle che ho ricevuto.
Ne parleremo con calma più avanti. Farò il possibile per farvi avere la vostra storia basata sulla canzone vincitrice, quella che voi voterete, prima della chiusura ufficiale del blog, il 31/12/2009. Nel frattempo ascoltatele, leggetele, provate a sentire ciò che sussurrano con le loro parole e le loro note. Chissà che non immagineremo la stessa storia, io e voi.
Un abbraccio a tutti,
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Dear guys,
You’ll not here from me during the next few days, therefore, even if this is arriving late, I leave you here texts of the 4 lyrics I’ve drawn among those received during last month. We’ll talk better about this later. I’ll do my best in order to let you have my story based on the text of the song you’ll chose with your votes and before official closing of this blog, on next 31/DEC/2009. Meantime listens to these songs, read them, try to feel what they whisper through their words and theirs notes. Goodness knows! Maybe we will imagine the same story, me and you.
Greetings to all you,

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Hola muchachos,
no nos sentiremos en los próximos días, por lo tanto, aunque si tarde en quanto a la schedula que habia planeado, reporto los testigos de las cuatro canciones extraídas entre los que he recibido. Hablaremos de esto con calma más tarde. Haré el posible para hacer que teneis vuestra historia antes la fecha de la fin de este blog, el proximo 31/12/2009. Entretanto, leite las canciones, veite a escuchar lo que las canciones susurren con sus palabras y sus musica.
Quien sabe que no nos imaginaremos la misma historia.
Un abrazo a todos,
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1.
Artista: Riccardo Cocciante
Album: …E io canto
Titolo: Io canto


La nebbia che si posa la mattina / Le pietre di un sentiero di collina / Il falco che s'innalzerà / Il primo raggio che verrà / La neve che si scioglierà correndo al mare. / L'impronta di una testa sul cuscino / I passi lenti e incerti di un bambino / Lo sguardo di serenità / La mano che si tenderà / La gioia di chi aspetterà / Per questo e quello che verrà / Io canto / Le mani in tasca canto /La voce in festa canto / La banda in testa canto / Corro nel vento e canto / La vita intera canto / La primavera canto / La mia preghiera canto / Per chi mi ascolterà / Voglio cantare sempre cantare / L'odore del caffè nella cucina / La casa tutta piena di mattina / E l'ascensore che non va / L'amore per la mia città / La gente che sorriderà lungo la stradaI rami che si intrecciano nel cielo / Un vecchio che cammina tutto solo / L'estate che poi passeràIl grano che maturerà / La mano che lo coglierà / Per questo e quello che sarà / Io canto / Le mani in tasca canto / La voce in festa canto / La banda in testa canto / Corro nel vento e canto / La vita intera canto / La primavera canto / La mia preghiera canto / Per chi mi ascolterà / Voglio cantare sempre cantare / Io cantoLe mani in tasca canto / La voce in festa canto / La banda in testa canto / Corro nel vento e canto / La vita intera canto.
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2.
Artista: Giorgia
Album: Spirito Libero – Viaggi Di Voce 1992-2008
Titolo: E Poi


E poi e poi / e poi sarà come morire / cadere giù non arrivare mai / e poi sarà e poi sarà come bruciare / nell’inferno che imprigiona. / E se ti chiamo amore / tu non ridere se ti chiamo amore / E poi e poi / e poi sarà come morire / la notte che, che non passa mai / e poi sarà e poi sarà come impazzire / in un vuoto che abbandona. / E se ti chiamo amore / tu non ridere se ti chiamo amore. / Amore che non vola / che ti sfiora il viso e ti abbandona / amore che si chiede / ti fa respirare e poi ti uccide / e poi e poi ti dimentica / ti libera e poi e poi / la notte che, che non passa mai / la notte che, che non passa mai. / E poi e poi / e poi sarà come sparire / nel vuoto che, che non smette mai / e poi sarà e poi sarà come morire / se vorrai andare via.Se ti chiamo amore / tu non ridere se ti chiamo amore. / Amore che non vola / che ti sfiora il viso e ti / abbandona / amore che si chiede amore che si spiega / ti fa respirare e poi ti uccide / e poi e poi ti / dimentica / ti libera e poi e poi / la notte che, che non passa mai / la notte che, che non passa mai
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3.
Artista: Charly Garcìa
Album: Letras de la canciòn
Titolo: De mi


Cuando estés mal / Cuando estés solo. / Cuando ya estés cansado de llorar / No te olvides de mí / Porque se que te puedo estimular./ Cuando me mires a los ojos / Y mi mirada esté en otro lugar / No te acerques a mí / Porque se que te puedo lastimar. / No pienses que estoy loco / Es sólo una manera de actuar / No pienses que estoy solo / Estoy comunicado con todo lo demás. / Por eso cuando estés mal /Cuando estés sola / Cuando ya estés cansada de llorar / No te olvides de mí / Porque se que te puedo estimular.
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4.
Artista: Viola Valentino
Album: Comprami / California
Titolo: Comprami.


Se sei giu' perche' ti ha lasciato / Se per lei sei un uomo sbagliato / Se non sei mai stato un artista... / O non sai cos'e' una conquista / Se per lei sei stato un amico / Se non hai lo sguardo da fico / Se non vuoi restare da solo / Vieni qui e fatti un regalo. / Comprami, / Io sono in vendita / E non mi credere irraggiungibile / Ma un po' d'amore, un attimo,/ Un uomo semplice / Una parola, un gesto, una poesia,/ Mi basta per venir via / Felicita'/ E' una canzone pazza che cantare mi va / Una musica che prende e che ballare mi fa / Se non sai da un film a colori / Portar via le frasi agli attori /Se per te il sabato sera / Non c'e' mai una donna sicura / Se non hai sulla tua rubrica / Una che sia piu' di un'amica / Se non sai andare lontano / Dove non ti porta la mano / Comprami, / Io sono in vendita / E non mi credere irraggiungibile / Ma un po' d'amore, un attimo, / Un uomo semplice / Una parola, un gesto, una poesia,/ Mi basta per venir via / Felicita' / E' una canzone pazza che cantare mi va / Una musica che prende e che ballare mi fa / Felicita' / E' una canzone pazza che cantare mi va / Una musica che prende e che ballare mi fa...

Wednesday, 28 October 2009

Ogni testa è un mondo.

Ricordate? L’ho ripetuto tante volte, in diversi post precedenti, il modo di dire che fu della mia dolce nonna Maria: «Ogni testa è un mondo!». La nonna Maria non era come l’altra, cioè la nonna paterna – la “Sovrana Dipendente” su cui sto scrivendo il romanzo e di cui vi dirò, se non poco. La Sovrana era una donna atipica del sud – a parte la capacità di comandare -, alta, imponente, figlia di un chimico-farmacista, forse l’unica donna della sua generazione, a Rossano, a conseguire la laurea in farmacia. La nonna Maria, invece, era minuta. Aveva la terza elementare e le mancava un dito che dovettero amputarle da ragazza, quando si fece male lavorando sui monti del trevigiano da cui proveniva. Eppure aveva una saggezza che solo oggi capisco a fondo essere molto rara – la saggezza del cuore. Nonostante provenissero da due mondi quasi opposti le due donne andarono sempre d’accordo. C’era il rispetto reciproco e, poi, l’affetto e l’ammirazione sinceri. Una faceva ai ferri le babuccie di lana per l’altra che, invece, le forniva i medicinali necessari. È tanto vero il detto di cui sopra della nonna Maria che, quando pochi mesi dopo il suo novantesimo compleanno, la trovai in poltrona a sgranare il rosario e le chiesi cosa ne pensasse dei matrimoni gay, mi sorprese dicendo che lei era a favore di ogni forma d’amore, purché fosse quello, l’amore, a governare e poi che il Signore – mani e occhi al cielo! - ci ha lasciati liberi di fare ciò che vogliamo.
Ma come stanno oggi le cose?
Be’ che, il 25/10 il quotidiano “The Guardian” ha pubblicato un reportage a cura di Mrs. Rebecca Seal sull’ascesa dei papà gay, includendo una serie d’interviste a coppie di omosessuali che pare stiano “reinventando il mondo delle adozioni” [cfr. «The rise of the gay dad - More and more children are being adopted by same-sex couples. In the past two years the number of gay men approved to adopt has doubled. Here we listen to some of their stories.»].
Fra loro ci sono il quarataquattrenne Peter; il quarantanovenne Paul e il suo compagno da diciannove anni Matt (che di anni ne ha quarantuno); e ancora Zoltan (trentotto), Mark (trentacinque), e in fine Rodney (quarantuno anche lui, e single).
Il primo, Mr. Peter, sostiene nell’intervista che non si possono neppure immaginare i pregiudizi che una coppia gay deve affrontare approcciando il mondo delle adozioni. Una cosa sembra sicura: per una coppia gay è più che ostico riuscire ad adottare un bambino che abbia un’età inferiore ai cinque anni (almeno loro posso adottarli). Le coppie omosessuali, certo, rappresentano un “profilo” diverso da quello delle coppie miste o di coppie di anziani. Secondo Peter, invece, essere gay o lesbica dovrebbe essere un valore aggiunto e non una discriminante; questo in virtù del fatto che proprio gli omosessuali (purtroppo) grazie alle difficoltà affrontate per poter affermarsi durante il periodo adolescenziale possono essere più d’aiuto a un bambino che va via via avvicinandosi a una fase così delicata della crescita. Sono molti gli assistenti sociali che riescono a capire questo concetto, ma è altrettanto vero che esiste una gerarchia degli “adottanti”, in cui il primo posto è riservato alla coppia etero (possibilmente ricca) e questa gerarchia – continua Peter - sta a significare che lesbiche e gay sono ritenuti più indegni di essere genitori rispetto agli etero (come agli uomini di colore che vogliono adottare un bambino bianco e vice versa) che siano nubili/celibi o meno. Eppure è toccante l’amore trasudato dalle parole di Peter per i suoi due bimbi, avuti dopo tante difficoltà. Non hanno mollato, lui e il suo compagno, e i figli li adorano, soprattutto – dice – perché sono riusciti a far capire loro che non sono mai stati abbandonati dai loro genitori naturali, anche se da loro sono stati separati. I bambini si sono sentiti sempre e sempre e comunque si sentiranno amati. D’altronde non è questa la cosa più importante per rendere un bambino sereno e felice?
Paul, come anticipato, ne ha 49 di anni. Ancora solo leggermente brizzolato sulle tempie (invidia!), tipica faccia inglese e maglioncino a girocollo nero alla moda, ha uno sguardo tranquillo e compassionevole. Lui e Matt hanno adottato due fratellini: Harry e David, rispettivamente di otto e sei anni. Avevano iniziato a parlare di adozione una notte, poco dopo la cerimonia della loro unione civile (almeno loro possono unirsi... civilmente!). Stavano insieme da quindici anni e avevano una voglia matta di essere d’aiuto a chi era più sfortunato di loro. Non credevano ancora di riuscire ad adottare un bambino nel vero senso del termine, ma erano disposti a fare di tutto per sostenerlo anche solo a distanza, od ottenerne uno in affidamento per un periodo di sei mesi, o giù di lì. Ma quando capirono che poteva esserci la possibilità concreta di avere un figlio loro, ecco che si sono decisi a scendere in battaglia. Tre anni ci sono voluti, ma quando li hanno finalmente visti finalmente saltellare, per la prima volta, al di là di una parete di vetro in un istituto britannico… Be’, - dice Paul - erano adorabili già allora. Quando poi permisero loro di familiarizzare un po’ per verificare le prime impressioni reciproche i due vissero i quarantacinque minuti più fantastici della loro vita. E poi in macchina, tornando a casa, Paul cercò di rimanere quanto più coi piedi per terra e disse: «Let's not make too big a thing of this», ma Matt lo guardò e rispose: «You're joking? This is huge». Paul definisce i pregiudizi nei confronti degli “adottanti” gay “Mummy prejudice”, ma dice anche che spesso l’unica colpa della gente è il suo essere fin troppo “ingenua”, fino al puto da non riuscire a credere che dei bambini possano venire adottati. Per esempio i figli di Paul e Matt sono di carnagione molto più scura rispetto a loro e quando la gente chiede a Paul: «Ma sono i tuoi figli?» e lui risponde: «Certo!», allora quelli ribattono «E come sono usciti così scuri?». il tutto in presenza dei piccoli. A scuola – raccontano ancora - l’ambiente s’è rivelato dei migliori, nonostante il loro caso sia stato il primo (di bambini adottati da genitori dello stesso sesso) il clima non sarebbe potuto essere più calmo e dolce di com’era e com’è ancora oggi. È capitato che le mamme di altri bambini abbiano chiesto di fare da madre ai bambini almeno per un giorno. «Potrebbero sempre dire “Ehi, ma quei due non hanno una madre!”, no?» hanno notato alcune. Al che Paul avrebbe risposto: «E come pensi che siano venuti al mondo?». E poi conclude l’intervista osservando: «Times have changed immensely: I put myself forward to be a governor and I got voted in by the parents who know all about me, which is fantastic, because I'm old enough to remember being too scared to ever tell anyone I was gay. People focus too much on the fact that two men can't have a child. But what they forget is that adoption is not about starting a child – it's about taking over and parenting damaged children, and that's a skill. I'm not putting us up on a pedestal. All I'm saying is that we're a real resource».
Sorvolo sulle storie di Zoltan e Mark, su quella della gialla esplosività di Simon, e della blu cobalto di Guy e Richard che potrete comunque leggere on-line, e arrivo a Rodney, il single gay quarantunenne che lo scorso gennaio ha adottato Sebastian, di quattro.
Come ha sottolineato Rodney, sono davvero pochi gli uomini che decidono di adottare da soli un bambino. Lui ne aveva sempre voluto uno, ma non aveva ancora trovato la persona giusta. La cosa più divertente è che il 90% della gente non fa che ripetergli quanto sia fortunato Sebastian ad averlo come padre, ma: «I feel like the luckiest person in the world. People think we adopters are all doing something great, but it's the best thing I've ever done» risponde lui.
Ma non dimentichiamo da dove siamo partiti: «Ogni testa è un mondo», esatto?
E sul Daily Mail è apparso lo stesso giorno un articolo dal titolo: « Yes, children DO make you happier... but only if you're married», per la penna di Fiona Macrae che sottolinea come, a dispetto di quanti la notte sono costretti ad andare a dormire coi tappi nelle orecchie per ignorare il marmocchio urlante, i ricercatori sostengono che avere figli può renderci davvero felici. La ricerca è stata condotta su un largo campione di famiglie britanniche e contraddirebbe quanto le ricerche precedenti avevano sempre affermato: che i marmocchi, al contrario, spesso rovinano le relazioni migliori. Quasi 90,000 mamme e papa sono state intervistate e le risposte hanno rivelato che i matrimoni acquistano una marcia in più con l’arrivo della cicogna – scrive la giornalista, riportando la relazione del “The Journal of Happiness Studies”.
Forse non è una sorpresa ma pare che le donne traggano maggiore soddisfazione dal nuovo ruolo genitoriale che non gli uomini. A ogni modo i bambini porterebbero la felicità solo all’interno di coppie sposate. Se una coppia vive semplicemente insieme la nascita di un bambino è foriera di malcontento. Lo dice uno studio della “Glasgow University”. Il ricercatore (La Mente) è Luis Angeles che ha detto: «Il fatto che la gente che vive in coppia ma che non ha condiviso l’esperienza del matrimonio tragga un livello di soddisfazione diverso dalle coppie sposate è vero. […] Ciò che rende così distanti le coppie sposate da quelle che non lo sono non è tanto la possibilità di mettere da parte i soldini necessari per campare un bambino, quanto la concreta volontà di farlo. Di regola, l’arrivo di un neonato tende ad essere visto come una benedizione per una coppia sposata e un problema per una coppia non sposata o un genitore single» (?????).
Tant’è… (ricerche a parte), come dicevo: «Ogni testa è un mondo».
Ma tanto, appunto, che qualche giorno è uscito anche sul quotidiano “Il Giornale” un articolo della giornalista Erica Orsini: «Tolgono bimbi ai nonni per darli a genitori gay».
Recita l’articolo: «Meglio adottati da una coppia gay che dai loro nonni. Due bimbi scozzesi, fratello e sorella di cinque e quattro anni, sono stati tolti dai servizi sociali di Edimburgo ai loro nonni naturali e stanno per venir adottati definitivamente da una coppia omosessuale ritenuta più adatta agli interessi dei bimbi. Per la legge infatti i genitori della madre dei piccoli, che da tempo non è in grado di occuparsene perché eroinomane, sono troppo vecchi per crescere i nipoti. Cinquantanove anni lui, quarantasei lei, i signori, la cui identità non è stata rivelata ai giornali, hanno lottato per due anni per riottenere la custodia dei bimbi fino all’esaurimento di tutte le loro risorse finanziarie. Quando non sono più stati in grado di pagare le spese legali hanno dovuto desistere rassegnandosi all’ipotesi di un’adozione. Di certo però, non si aspettavano che ad adottare i nipoti sarebbero stati due uomini […]».
Attenzione che non vado affermando che sia giusta una posizione piuttosto che l’altra. L’argomento è delicato e richiederebbe più impegno per essere affrontato a dovere.
Ma ribadisco: «Ogni testa è un mondo».
…Ma pare che a “Il Giornale” le teste siano molte e il mondo, però, rimanga sempre lo stesso. Ancora ecco un articolo diverso (poi anche criticato da “Il fatto quotidiano”), firmato da Renato Farina il 23/10 che si diverte a fare della (dubbia?) ironia ricorrendo a giochi di parole (che a mio parere di giocoso hanno poco e niente, anche perché ci sono studi seri sull’origine dell’obesità come malattia – probabilmente – ereditaria, al pari dell’acolismo e della propensione al gioco d’azzardo): «Tolgono i figli agli obesi ma i gay possono adottarli - È accaduto un caso grave di obesofobia, cioè di persecuzione degli obesi, in Scozia, a Dundee. Hanno portato via prima i figli grandicelli e poi un neonato a una coppia di sposi grassi, i quali sono portati ad avere bambini che sono fatti come loro: rotondi. Un caso chiaro di razzismo medicalmente corretto. […] I giornali britannici la chiamano la «fat family»: la famiglia grassa. Io la chiamerei una ex famiglia devastata da pirati della burocrazia. Si tratta di un atto da bucanieri con il timbro della legge. Nessuno qui vuole consigliare alla gente di portarsi addosso rotoli di lardo, né che si debbano gonfiare i bambini di intrugli. L’alimentazione corretta è importante, e così via. Ma questo zelo per il corpo perfetto, per il rapporto ideale tra altezza e peso stabilito per legge è esso sì un vizio, altro che l’obesità fisica. È una obesità morale. Preferisco l’intemperanza nel gustare il cioccolato, che l’incontinenza nell’inondare dei propri comandamenti igienici il mondo. Basta così, per favore. Se i diritti umani si misurano a peso, i grassoni dovrebbero averne di più, e allora li si rispetti. Sembra un articolo leggero, vero? Un po’ spiritoso. I ciccioni del resto fanno ridere. Ma il riso è di certo più umiliante e talvolta più violento dello sguardo digrignante. Bisognerebbe proporre e approvare davvero una legge contro l’obesofobia, se non facesse ridere. […] Se uno osa ormai avere un dubbio sulla linearità morale o naturale dell’omosessualità è passibile di denuncia. In questi campi dell’«orientamento sessuale» il Papa non conta niente, è trattato come un reazionario torturatore. La nuova suprema cattedra etica è l’Organizzazione mondiale della sanità con sede in Svizzera. Essa ha proclamato i suoi dogmi e nessuno li discute. Anche se la citata religione dal camice bianco non ha ancora trovato un rimedio al raffreddore e alla calvizie, sulle profondità della psiche umana sa tutto, povera illusa, ma guai a chi non le crede. Così ha decretato sia giusto sanzionare come malattia anche mentale l’obesità e invece ritiene assolutamente congruo alla natura umana essere gay, bisex, transgender eccetera. Qui non ne discuto, guai, ho già abbastanza grane. Ma bisogna finirla con la persecuzione un tanto al chilo».
Be’, che il resto ve lo lascio leggere in pace (santa!) sul sito del quotidiano in questione. E siccome, appunto, «Ogni testa è un mondo» allora io su quel sito cercherò di tornarci il meno possibile.