Wednesday, 28 January 2009

Il giorno della memoria

Ieri finalmente l’ho visto: “Milk”.
Un lungometraggio di due ore dedicato a 8 dei 48 anni di vita di un politico statunitense che ha contribuito a cambiare il mondo. Almeno è così che la pensa parte della popolazione. E io sono d’accordo con questa parte.
Eppure a chi ho risposto “Milk” fra coloro che mi hanno chiesto cos’ero andato a vedere al cinema, questo nome non diceva nulla.
Io stesso confesso che prima non conoscevo la storia di quest’uomo.
Che coincidenza che sia andato a vederne il film proprio nel “giorno della memoria”, no?
Non voglio parlare del film dal punto di vista cinematografico, artistico. No. Voglio sottolineare solo la sua valenza civile e sociale.
Mentre le mie pupille schizzavano in avanti e all’indietro di fronte allo schermo, non ho potuto fare a meno di ri-considerare quanto il nostro Paese sia antidiluviano nella lotta per la liberazione omosessuale, di quanto poco sia stato fatto in proposito.
Perché?, mi sono chiesto – certo non solo ieri per la prima volta.
Beh, credo sia chiaro come la causa risieda in primis nel modo d’essere di persone come me.
Harvey Milk ha dato un forte messaggio di speranza ai giovani omosessuali, non solo americani, ma di tutto il mondo.
Dove s’è dileguato questo messaggio, che fine hanno fatto le sue parole? Ciò scrivendo, non voglio sminuire il lavoro portato avanti da associazioni quali l’Arcigay, o le denuncie coraggiose di altri giovani gay che hanno dovuto subire la violazione dei propri diritti civili. Dico solo che dovremmo tutti prestare più attenzione e cura alla difesa dei diritti dei gay. Parlarne sempre.
Ma ci rendiamo conto di quanto basti poco a cancellare i sacrifici colossali e mostruosi prodotti in passato affinché oggi, per esempio, io possa scrivere ciò, specificando, ripetendo orgogliosamente in ogni riga la parola “gay”?
Scrivo questo proprio perché sono io, forse, la persona meno adatta a discorsi sulla speranza; perché credo di conoscermi abbastanza, oramai, da poter definirmi come sostanzialmente pessimista; proprio perché avverto per primo il bisogno d’aiuto nel mantenere ardente la fiducia nel domani, vivendo oggi.
Quand’ero ragazzo e leggevo i romanzi di F. Kafka, oppur'anche oggi quando leggo la critica letteraria ad alcuni d’essi, per esempio quella di C.Magris che scrive a proposito de “La Metamorfosi”: «Gregor Samsa non è diventato un coleottero o uno scarafaggio: è una creatura divisa, scissa, una creatura a metà, qualcosa che oscilla tra l’animale e l’uomo, che potrebbe diventare completamente animale o ritornare uomo, e non ha forza di una metamorfosi intera», ecco che mi riconoscevo in essi e credevo che Kafka fosse stato anche lui gay. Non sono mai riuscito a fugare del tutto questo dubbio, ma ho capito che, al di là delle concause di natura puramente caratteriale e/o psicologica dello scrittore praghese, certe frasi scritte, certi suoi stati d’animo furono di certo condizionati dal suo essere in parte ebreo, ossia dall'essere la fettina di una minoranza. Può darsi che sia in errore riguardo a quanto appena scritto ma allora, continuando a sbagliare, ho inteso che determinate sensazioni erano, anzi sono confacenti non solo a chi è gay ma a chiunque viva in uno stato di isolamento, di discriminazione, a chiunque viva sul limitare fra ciò che la società si ostina a giudicare lecito e/o illecito, naturale e/o abnorme, costringendo altri essere umani a vivere nell’oscurità.
Ebrei, neri, gay, serbi e croati, russi e ceceni come tutti coloro che vivono in una realtà di confine credo condividano l’angoscia di sentirsi così, “a metà”, né carne né pesce. Questo perché le emozioni sono universali e siamo tutti uguali, anche se ci piace asserire il contrario e sentirci superiori.
Ho usato anche io quest’espressione, “a metà”, in riferimento a un personaggio del mio romanzuccio “La mangiatrice di unghie” quand’ero ormai stufo di attribuirla solo a me stesso. Che sorpresa rileggerla nell’opera di qualcun altro, capire che non ero l’unico a sentirmi così. Di non essere stato solo. È stato chiesto scusa alla comunità ebraica, agli afroamericani, a quasi tutti ma non alla comunità omosessuale per le vittime mietute al suo interno.
Dico che - molto per carattere, lo riconosco - mi sono spesso riconosciuto nel personaggio di Oblomov e in tutti quegli uomini “senza qualità” di cui mi piace ancora così tanto leggere nei romanzi e negli articoli del mio idolo letterario – sempre Magris - che a proposito dell’austriaco Grillpanzer ha scritto ancora: «è stato […] un io diviso che arginava le proprie lacerazioni con classica compostezza».
Quanti gay hanno intuito qualcosa di simile in riferimento a sé stessi, prima di prendere sana coscienza del proprio essere sani e giusti, pur avendo il sostegno dei loro cari, e solo a causa di una società che li voleva diversi da come erano, cioè "normali"?
Dunque, s’è vero che al peggio non c’è mai fine, altrettanto vale risguardare l’eroe Harvey Milk, forzuto al punto da capovolgere la sorte anche per gli altri.
La speranza è semenza e Milk ne piantò una buona partita trent’anni fa.
Oggi noi possiamo piantarne il doppio per i gay di domani, completando il nostro percorso e passando da “a metà” a interi.
La mia speranza oggi è nel riscoprire che le radici forti sopravvivono alle gelate dell’ignoranza. La fiducia è riposta sia in chi, come me, sa che allorquando lo vorremo avremo le carte in regola per cambiare il male in bene, tutti insieme; sia nella certezza che “per fortuna” anche la malasorte è incostante - il che non guasta. Anche Harvey Milk ha avuto a volte, pare, la fortuna dalla sua, però l’ha dovuta ripagare con la vita, allo stesso modo di chi aveva deciso di sostenerlo nella sua lotta. O meglio: nella nostra lotta.
Diceva Milk che la sua non era una lotta per il potere. Era vero. È vero. Non aveva vinto lui, o solo lui le elezioni a consigliere comunale della San Francisco degli anni ‘70, ma era stato il Movimento a vincere. Capiamo questo. Ricordiamo questo!

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