Thursday, 22 January 2009

Povia a San Remo (14/01/2009)

In proposito parto dal presupposto che siamo animali, noi esseri umani. Animali politici, certo, ma pur sempre animali. Nel senso che come un cane randagio abituato a subire i maltrattamenti più idioti - pur essendo docile d’indole e in fondo solo affamato - quando s’imbatte nell’ennesima mano sconosciuta che gli si tende verso il muso, poiché ignora se ne ricaverà un avanzo che gli permetterà di sopravvivere - un gesto d’amore - oppure un nuovo gesto di cattiveria gratuita, nel dubbio avanza digrignando i denti, mi sembra che allo stesso modo l’Arcigay abbia ringhiato contro Povia e la direzione artistica del Festival di San Remo senza un sicuro fondamento, ma solo sulla base del sospetto di una canzone omofoba.
Quello che percepisco è un atteggiamento non dissimile dalla famosa “difesa preventiva”. Attacchiamo per primi per non essere feriti, per evitare di farci del male, perché sono ormai molti i pugni presi sul muso e anche uno solo di più sarebbe davvero di troppo, o no?
In effetti lo diceva anche Seneca che il ricordo delle ingiurie è tenace, al contrario del ricordo dei benefici ricevuti che è molto più labile. L’Arcigay, quindi, mi pare si sia buttata avanti oggi per non cadere indietro domani , denunciando inconsapevolmente la propria paura – e forse quella di molta altra gente – che una convinzione sbagliata possa prendere di nuovo piede: che l’omosessualità sia una malattia da cui guarire. Da qui – nella peggiore delle ipotesi – una nuova serie di sofferenze, quelle sì da curare.
Ma in linea di massima io concordo con A. Rivera che, nell’intervista al Corriere della Sera del 24/12/2008, ha invitato tutti ad aspettare almeno che si sappia con certezza quale sarà la vera storia proposta dal cantautore. Prima lasciamolo cantare, poi si vedrà…
Si potrebbe ribattere che quando la canzone sarà stata intonata sul palco sarà troppo tardi, ché il messaggio sarà stato già trasmesso alle menti dei più ignoranti che potranno credere di cogliervi davvero un senso – conosco diversi gay che già di per sé si ritengono malati. Ma è giusto che noi per primi nuociamo la libertà di Povia, impedendogli di cantare, per poi giustificarci dicendo di averlo fatto perché ne andava della nostra, di libertà? Non sarebbe più saggio – più maturo forse - aspettare davvero di sapere di cosa si tratti? Credo comunque che, se realmente il cantante avrà il coraggio di salire alla ribalta con un testo del genere, noi potremmo sempre piantarci di fronte il teatro Ariston e gridare le note di Silvestri “Ehi-ehi, sono gay, sono gay”, no? E poi la musica, come la scrittura, per essere davvero tale dovrebbe scaturire dal personale sì, ma per incontrare un sentire universale.
Ecco che i casi peggiori che ne potrebbero scaturire sono sostanzialmente due: 1. avremo solo un’esibizione di cattivo gusto e il pubblico decreterà comunque la fine artistica del cantante – ma sarà ricordato più come un suicidio 2. La canzone avrà una propria schiera di sostenitori.
In questo secondo caso dico: meglio. Meglio sapere con chi si ha a che fare, chi ci circonda; se ancora, dopo anni di maltrattamenti ingiustificati, le mani che s’allungano verso di noi sono finalmente solo tutte benevole, o no.
Ma pensiamoci bene: chi avrebbe il coraggio di salire sul palco del teatro Ariston e cantare, per esempio, una canzone che narri la storia di un proprio amico ebreo, poverino!, ma poi ucciso in un campo di concentramento così che finalmente è diventato una bellissima saponetta profuma? Beh, i due temi si somigliano molto e denotano la stessa intolleranza e, quindi, secondo me la risposta è: nessuno. Quindi aspettiamo

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