Sunday, 22 February 2009

Povia sul podio di San Remo (Grazie alla suscettibilità gay e l'ignoranza omofoba. La furbizia paga sempre).

In data 14/01/2009 mi chiesi ingenuamente chi avrebbe il coraggio di salire sul palco del teatro Ariston e cantare una storia che denoti, in certa misura, intolleranza e quindi m’ero dato la risposta: nessuno.
BE-E-EP! …Errore.
Anche se nel testo di Povia pare sia puntualizzata con accurata scelta terminologica l’assenza di qualsivoglia forma di pregiudizio, certo è che con esso il cantautore – inconsapevolemente? - conferma la propria convinzione che solo tristezza possa scaturire dall’essere naturalmente gay, come è accaduto a questo santo “L. Di Tolve [tirato in ballo, può darsi, ingiustamente] che dichiara di essere un gay guarito [grassetto d.r.] grazie alle teorie riparative [grassetto d.r.] di Nicolosi, cattolico integralista americano” (Emanuele Boffi in http://www.tempi.it/il-caso/005031-luca-era-gay).

Al momento Povia ha vinto la sua battaglia, salendo sul podio del Festival, la qual cosa mi rimane ancora incomprensibile.
Però, così come si vuol che Povia sia libero di cantare qualsivoglia esperienza - che sia la sua o quella di un ragazzo conosciuto in treno, o che so io dove - anche il pubblico deve avere il diritto di poter pensare che l’ignoranza abbia trionfato ancora una volta, spalleggiata dallo staff del Festival di San Remo, lo stesso che ha rifiutato anche solo di ospitare a fini di beneficenza l’antagonista/deuteragonista in questione, il sig. Agliardi, con il proprio testo che canta invece l’amore espressamente gay.
Scrissi in proposito che il testo dal titolo “Perfetti” comunica il collettivo eppure singolare vigore della tristezza per una relazione finita, della rabbia di non avere più a propria disposizione la pelle dell’uomo amato e a cui ci è aggrappati, dell’amarezza di non poter più sentirci come, appunto, perfetti insieme all’altro. È soltanto questo, secondo me, che rende il testo di Agliardi attraente e vicino al sentire comune e che avrebbe potuto valergli la chance di intonarlo sul palco dell’Ariston – esistono molte canzoni d’amore migliori della sua -, non il fatto che possa definirsi “una canzone sull’amore gay”, perché l’amore, ripeto, non può essere solo gay.
Comunque la canzone di Agliardi mi sembra ancora oggi più vicina al sentire comune, mentre continuo a non capire in cosa consista l’universalità del testo di Povia. Credo davvero in niente e, secondo il mio modesto parere, non mi sembra neppure più bella e orecchiabile di “Perfetti”.
Ecco che aveva ragione chi mi faceva notare che, purtroppo, almeno nel nostro paese, al giorno d’oggi non possiamo ancora pensare che una canzone d’amore non necessiti di rimarcare se tale sentimento sia generato dalle latebre di un animo omosessuale oppure etero. Non possiamo ancora essere certi che il titolo di una canzone quale “Luca era gay”, con il suo imperfetto talmente incriminato, non crei il subbuglio che s’è verificato prima e durante la settimana sanremese, e che non lo creerà in futuro. Non possiamo ancora illuderci che un cantante, come un qualsiasi altro individuo, non possa e non potrà ancora vincere in un gioco che implica lo sfruttamento della suscettibilità di chi è costretto a rimanere costantemente attento, sul chi va là, affinché i propri diritti non vengano calpestati di nuovo, perché nessuno si permetta di giudicare la sua condizione di felicità.
Ancora non possiamo dare per scontato che tutti amiamo allo stesso modo e possiamo essere felici allo stesso modo: io, tu, chi era etero e si riscopre gay, così come chi era gay e si riscopre etero.
Indipendentemente dal fatto che la canzone di Povia volesse significare che essere gay è uguale a essere infelice – personalmente non credo più in questa volontarietà, ma sono pienamente convinto che si sia trattato di una semplice operazione commerciale ben guidata e, alla fine, vincente -, il succo della questione rimane questo: siamo ancora troppo ignoranti.

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