Saturday, 7 March 2009

Chi ha preso le forbici?

In "Testardo" D. Silvestri canta:
"[...] Io so' de legno e sembro muto e sordo, ma le tue parole sta' tranquillo che me le ricordo, e qualche volta me le segno. Io so' de' coccio, quello che dico faccio, io so' uno che, comunque vada, le promesse le mantiene... anche se poi non me conviene molto. Perché so' un muro e, pure se t'ascolto, fondamentalmente so' sicuro che la tua vita è appesa a un filo... e io c'ho le forbici [...]".
..."E io c'ho le forbici". Quanto ho pensato a codeste parole! Ci rifletto ogni volta che riascolto il brano. In questo periodo poi, patisco come la persona cui Silvestri si riferisce, come se fosse la mia, la vita appesa al filo davanti al quale qualcuno si gongola con un paio di forbici in mano, sfoggiando un sorriso sulfureo. Lo vedo: capello arruffato, occhio iniettato di piccoli lampi sanguigni. La mano pronta, forse appena tremante di desiderio.
Esistono davvero persone con la facoltà di tagliare il filo dal quale pendiamo? Quanto è grosso questo filo e basta davvero così poco per spezzarlo e farci precipitare? E verso cosa si precipita, poi? Cosa c'è sotto: follia, semplice malessere?
Davvero un individuo può rovinarci con un'agile combinazione di movimenti delle dita, uno "zac!" in apparenza banale, ma affatto fatale per noi? Ancora: chi potrebbe volerlo?
E' probabile che tutti siamo appesi a un filo allo stesso modo. Forse tutti penzoliamo da un unico, lunghissimo tirante. Ma in realtà non esiste l'uomo nero, colui che vive con l'unico compito di darci la caccia per poi rivoltarci e scovare lo spago che portiamo annodato dietro il collo, come un'etichetta - me lo immagino così -, per poi tranciarlo.
E' più probabile che siamo noi a scovare il nostro aguzzino, a piegarci in maniera impulsiva, seppure incosciente, fra le sue mani, come un bimbo si affiderebbe alle amorevoli braccia di un padre, mostrandogli il collo nudo e l'occhiello cui è assicurato il filo della nostra felicità.
E' sufficiente distrarsi e iniziare a pensare non a ciò che di più bello vorremmo ci accadesse, ma a ciò che di negativo potrebbe capitarci, a ciò che temiamo... e il gioco è fatto!
Basta davvero poco. Com'è spesso vero che oguno è artefice del proprio destino. Non si scappa: è sempre colpa nostra. Che si parli d'amore, di lavoro, di giocare a nascondino siamo noi a creare quell'opportunità che prontamente risveglia la natura approfittatrice dei nostri simili e che può definire la nostra disfatta.
"Attento a chini ti sta bbicinu mo!" s'ammonivano i calabresi in seguito allo sbarco dei turchi sulle coste ioniche. Occhi innocenti e disarmanti: da quanto tempo ne dovete vedere di simili? Dobbiamo davvero mantenerci sempre all'erta e proteggere il filo della nostra felicità da noi stessi, invidiando chi invece non ne avverte il bisogno, non ci crede e si comporta come se nulla fosse, anche se pensiamo che saranno proprio questi i prossimi a cadere sul campo?

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