Thursday, 30 April 2009

Io, la nuova Panicucci / Love affairs (awful customary english version included)

Rimaniamo su qualcosa di leggero anche oggi. Niente Veronica Lario, né suini di sorta.
Prima di salutarvi, dato che non tornerò prima di tre-quattro giorni, volevo sfringuellare un paio di cosette.
Ormai non si parla più del dio dell'amore, ma nessuno ricorda più neppure "Il gioco delle coppie", "M'ama non m'ama". Kaput, finiti, andati.
Ormai c'è solo lei, la Panicucci, la mitica Federica Panicucci che dopo "Affari di cuore" tornerà presto con la nuova trasmissione intitolata "Cupido".
Deo Gratias! Mi toglierà un peso, in certo qual modo.
«Perché?», mi chiedete? Oddio, è solo che - vedete voi le coincidenze della vita - dal giorno del mio ultimo fallimento giustappunto in amore (quello serio intendo; meglio non menzionare le penose, brevi quanto tempestose avventure), e quindi da nove mesi a questa parte - no-o-o-o!, già nove mesi da single! Per il Rf parassita emotivo è davvero un record... – da allora, dicevo, un po' di amici e di amiche hanno preso a confessarmi le loro pene amorose.
Fin qui nulla di strano. Sono felice, anzi, che i miei amici mi ritengano una persona affidabile (non ridete!). Eppure devo metterli, mettervi allerta. Non lasciate che proprio il sottoscritto inizi ad assurgere al ruolo di consigliere. Assolutamente no! NO e NO! Ho paura di rovinarvi, capite? E rovinare la gente mi viene abbastanza bene ultimamente. Il motivo è presto detto. Basta guardarmi, prendere nota in maniera scrupolosa della situazione in cui verso e delle reali capacità pressoché inesistenti di gestire situazioni emotivamente sfibranti, che richiederebbero fermezza di carattere, idee chiare.
«Quanto dovrò aspettare ancora per trovare l’uomo della mia vita?», «Lui è un bastardo di merda ma io lo amo: cosa devo fare?», etc… E io che azzardo pure: «Fai così», «Guarda, la cosa migliore in questi casi è fare cosà»… Che faccia da culo, ne? (“ne”?). Ma guardate che io ci credo in ‘ste scuregge fatte con la bocca! Davvero mi sento la Panicucci e davvero sono convinto, nella specifica contingenza, di poter aiutarvi, anzi di risolvere i vostri problemi.
No-o! Scappate, scappate o fate comunque finta di sentire, senza ascoltare veramente. Io non sono un Cupido come la Panicucci, il mio arco è spezzato ormai da tempo, la mia freccia… beh, dimenticate pure la mia freccia…
Buon primo maggio a tutti.


(Non dimenticate di votare “Booksharing”, esperimento di romanzo breve on-line)

Wednesday, 29 April 2009

U vinu fa sangue?

In attesa di risolvere lo psicodramma quotidiano della cena, faccio seguito all’articolo apparso ieri su Corriere.it che riferiva una notizia già pubblicata sul Komsomolskaia Pravda: «Licenziato, beve quattro litri di vodka e sopravvive. Nel sangue aveva il doppio della dose di alcol considerata letale. Si è salvato grazie alla sua stazza: è altro 2 metri».
M-mh… sapete già a cosa sto pensando, vero? Certo, sono alto solo 197 cm e forse non potrò contenere fino a tanti litri di alcol, ma comunque ho scoperto finalmente un vantaggio derivante dalla mia statura che possa davvero definirsi tale. Anzi, la domanda è: posso davvero definirlo un vantaggio?
Chi mi conosce, conosce anche la mia passione per il rum e/o la birra scura. Chi mi conosce ancor meglio mi ha visto addirittura strisciare – era un secolo fa? - avvoltolato in un plaid. Sì, perché quel bastardo di Mr Rum mi aveva rivelato che proprio io ero stato scelto, non si sa bene da chi più in alto di me, per portare a termine una missione impossibile: salvare Papa Giovanni Paolo II – bon’anima - da un secondo attentato. Pare che il rito dello strisciamento, o meglio dell’allegro incedere sotto spoglie vermicolari fosse l’unico modo per riuscirci.
«Lo so che sei ateo» mi aveva frignato Mr Rum in un orecchio «ma adesso sai la verità. Solo tu puoi salvarlo, quindi a te la scelta…». E che potevo fare? A me mi stava pure simpatico Giovanni Paolo II. Non potevo sottrarmi alla missione, vi pare?
A ogni modo, ecco che questo articolo (это - хороший признак, или предзнаменование бедствия?) riporta alla ribalta un saggia riflessione: è giusto che approfitti di questo nuovo innato potere che ho gustappunto scoperto di avere, di questa fortuna? In fondo, il trentanovenne di Ekaterininburg s’è scolato otto bottiglie da mezzo litro di vodka sulla scia della disperazione, perché ha perso il lavoro. Anzi, ha addirittura giurato che non ne toccherà mai più una!
Avrete capito che le mie riflessioni sono una messinscena – i ricordi no, quelli no purtroppo – però per una frazione di secondo la curiosità di mettermi alla prova m’è balenata per la mente.
Дурак!, direbbero i russi. Imbecille!
Ma dai che scherzo!
Okay, adesso scusate ma vado a cucinare ché poi devo correre a prenotare per l’Oktoberfest!

Sunday, 26 April 2009

Edema (adattamento al post Dtd 01/gennaio/2006 - Era una domenica come questa).

Ritornando a casa - abito al quinto piano senza un cazzo di ascensore - ascoltavo il mio respiro. Il mio affanno. Quel leggero fischio che saliva da dentro la mia cassa toracica, appena dopo aver fumato l'ennesima Camel.
Mi sono fatto schifo. Per questo mi son deciso ad accendermene un'altra, prima di arrampicarmi sull'ultima rampa.
Silenzio di tomba. Quasi sentivo le lancette dell'orologio a parete appeso in cucina, ancora prima di entrare. "Viviamo nella città più inquinita d'Italia", ha detto una donna al pub stasera. Era seduta al tavolo di fianco al mio. Non so dove l'abbia letto, ma non ci voglio credere. "Ho letto che siamo i più grandi consumatori di acqua minarale" fa l'amica. Bho! Intanto io tiravo su con la cannuccia il mio mojito e mi accendevo una sigaretta.
Mi son messo a rileggere vecchi sms. Di quelli che non vuoi cancellare e che non si sa che ci farai un domani. Mica teli puoi conservare fino alla vecchiaia per farli leggere ai tuoi nipotini, giusto? A parte il fatto che io non avrò mai dei nipoti - intendo figli di figli, certo.
Mi guardo nella fotografia predefinita del mio space. Era due anni fa quando me l'hanno scattata, e mi sembra ieri [oggi sono, quindi, 5 anni].
Mi sembra ieri quando mio nonno mi portava a passeggio sulla spiaggia. Accadeva quand'era preoccupato in particolar modo. Di solito era d'inverno. Per liberarsi dei pensieri cupi, divaricava le gambe e, di faccia a un canneto, oppure al muro cadente di una vecchia cascina abbandonata, pisciava. Io facevo l'indifferente. Avevo paura che passasse qualcuno proprio in quel momento e mi chiedevo come poteva essere che a lui non fregasse nulla di poter essere visto. Quando aveva finito si voltava e, mentre tirava su la lampo, gettava lo sguardo all'orizzonte. A sinistra, se il cielo era limpido si vedevano le montagne. Da piccolo credevo fosse la costa di Taranto. Solo molto tempo dopo ho capito ch'era impossibile. Era Sibari, certo. Ma la Puglia la vediamo lo stesso quand'è tutto limpido. Comunque lui guardava in quella direzione. Le onde. Non sospirava più, ma respirava a pieni polmoni. Nessun fischio, spia di seppur minimo edema polmonare. Era un respiro pieno, ogni volta.
"Adesso mi sento meglio" diceva. "Osservare il mare mi dà quiete". Anche a me - pensavo io, senza dirlo perché capivo che in quell'attimo doveva essere una sua esclusiva e che mi stava insegnando qualcosa. Come quando sua moglie, mia nonna, mi richiamava dicendomi non sporgermi troppo dal balcone perché la testa è la parte più pesante del corpo.
Passeggiavamo ancora. Ogni tanto incrociavamo un pescatore che raccoglieva le reti, oppure una cagna randagia pedinata da un branco di cinque o sei maschi spelacchiati di tutte le razze e misure e che le annusavano il deretano.
La salsedine mi riempiva le narici. Lo guardavo incedere più sicuro, finché non iniziava a raccontarmi di quando, da ragazzo, aveva salvato non so quale maestra che s'era tuffata col mare grosso pur non sapendo nuotare. E lui così aveva ricevuto la medaglia al valore e avevano messo la sua foto sull'album - che ancora conserva a casa - della gioventù fascista.
Il mare nostrum. Il nostro mare. Mio e suo. Mio e anche di mio padre che ci ha portati da Siena fin lì. Mio e di mia madre, dei miei fratelli, dei miei cugini, dei miei zii, dei miei compagni di scuola, con cui il 17 maggio di ogni anno - se possibile - festeggiavamo il mio compleanno facendo il primo bagno, tanto la scuola era già quasi finita per noi.
Sfrecciavamo con i "Sì" per il paese, fumavamo le prime sigarette senza emettere fischi di sorta.
Mi volevo bene. Volevo loro bene. E anche al mare, ai sassi, ai vetri stondati dal sale. Ai cani randagi.
"E' un'affacciata alla finestra" diceva mio padre, imitando il mio bisnonno, lo 'scienziato pazzo' che inventò l'antimalarina. "Cosa?", mi chiedevo. Non capivo cosa avesse la stessa brevità di un'affacciata sul mondo. To stare out the window, dicono gli inglesi.
Sembra che il messaggio che tutti vogliono lanciare sia sempre lo stesso, invariato nei secoli e che rimarrà sempre lo stesso. Che fosse mio nonno a dirlo, mio padre, un qualsiasi uomo comune, oppure uno scrittore italiano noto come Busi quando scrive «[...] ricordati di te intanto che sei in tempo, ricordati di te in questo preciso istante perché non ne avrai mai più un altro per rifarti del coraggio e del desiderio e dell'amore perduti», o ancora uno come Sabàto, parafrasato da Magris, quando ricorda che "la vita la si fa in brutta copia, senza possibilità di correggerla e ricopiarla in bella".
"E' un'affacciata alla finestra". L'hanno ripetuto, lo ripetono tutti ovunque nel mondo.
Da un po' ho cominciato a capire davvero cosa intendesse mio padre.

Thursday, 23 April 2009

Un drunch a base di kebap... in attesa della Fine

Oddiosanto! Dovrò mica rivedere le mie posizioni? Non è che presto "Qualcuno", deriso da me in passato, presto inizierà a deridermi? Davvero vale il detto "ride bene chi ride ultimo"?
Mi spiego: tempo addietro, appena dopo l'uscita de "La mangiatrice", mi fu avanzata la richiesta di commentare l'insistente notizia, in circolazione soprattutto sul web, per cui nel 2012 la maggiorparte di noi (con "noi" intendo popolazione mondiale) farà una brutta fine. Una specie di fine del mondo già calcolata e preannunciata addirittura dall'antica civiltà maya. Feci quindi le mie ricerche e lessi quel po' che il mio limitato ingegno poteva - e può - comprendere. Ne scaturirono due interventi sul forum del sito di proprietà del mio commitente (http://www.trovatuttoedicola.it/forum/viewtopic.php?t=92, http://www.trovatuttoedicola.it/forum/viewtopic.php?t=90).
Il tono degli scritti era pressapoco questo: "Quisquilie, baggianate... Ma sì, diciamolo pure, sono tutte cazzate!".
Ah, beh! C'è poco da dire - e ridere - oggi.
Proprio oggi, sì. Compro il giornale prima di andare in ufficio e c'è un sole che spacca le pietre, ci sono quasi 30° e sudo, ma quando esco dall'ufficio per tornare a casa e lo sfoglio quasi diluvia, tira vento e fa freddo. Lo so, a questo punto tutto potrebbe ancora rientrare nella norma. Ma solo perché devo ancora arrivare a pagina 26 del quotidiano per spalancare gli occhi terrorizzato di fronte al pezzo di A. Arachi dedicato al "G8 sull'ambiente a Siracusa" e leggere: «Nel 2015 potrebbero essere 375 milioni le persone colpite ogni anno da calamità legate al cambiamento climatico, oltre il 50% in più rispetto a oggi».
No, non è a questo punto che piango. Solo dopo, quando, cioè, le parole di Mr. Tanaka, responsabile dell'agenzia internazionale dell'energia, mi lasciano intendere che, cari ragazzi, fujimu pure adduvi vulimo, ca tantu cà n'aspettano!
Che dire? Spero solo di essere io, Rf, particolarmente allarmista e di non contribuire allo spargimento del seme di un'improvvisa, insana follia terrifica.
Anzi, sapete che vi dico?, affafottere le mie abitutidini terrone: da domani mi dedicherò anche'io alla nuova moda. Infatti, dopo aver scoperto qui a Milano la bizzarra usanza del brunch prima, poi dell' ape (che sta per aperitivo - terroni che non siete altro!) per cui spesso mi son trovato costretto a cenare nel vero senso della parola due ore prima del mio consueto orario - 21.30/22 -, ecco che è arrivato anche il drunch, o slunch? che dir si voglia - dipende se a basa di zuppa.
Come a dire: ti lamentavi di dover cenare alle 19.30? E che dici adesso che ti tocca farlo all'ora della merenda?
Ma quale merenda e merenda! Ancora non l'ho provato, io, il drunch - lo farò presto per completare la mia metamorfosi in "tipo del nord" -, ma qua si parla di lumache, sandwich, quiche, succhi, panini imburrati, schiacciate salate, chinotti e cedrate!
«Vabbè, ma tu mica devi mangiare tutto, no?» direte voi. Eh sì, bravi. Come se non mi conoscessi, fogna e privo di qualsiasi senso del limite come sono...
Però, a pensarci bene, se da oggi devo proprio darmi anche al drunch magari preferisco un kebab (e magari qui, sotto casa mia, dove sono servito da due turchi d.o.c., anzi turchini... perché sono molto giovani - e anche niente male).

Wednesday, 22 April 2009

Ho trovato l’America! (Come canta Serge Gainsbourg: “Je suis venue te dire que je m'en vais”)

Non voglio fare a tutti i costi la parte dello scassaminchia riprendendo in parte quanto già scritto lo scorso 7 aprile, e fare la parte di quello che dice “ve l’avevo detto!”. Però… avete letto? No, dico: avete letto l’articolo della dott.ssa M. Laura Rodotà [Corriere della sera, 22/04/2009]?«Sarà […] la crisi economica, che rende tolleranti» principia il suo articolo in riferimento all’apertura di buona parte degli Stati Uniti d’America all’uso di cannabis (uso medico, s’intende, per malati di nervi «ma anche i presunti sofferenti di “ansia” e “insonnia”») nonché alle unioni gay!
Che ve ne pare? La crisi rende tolleranti? Non sarà che in America si sono resi conto che qui o si cambia qualcosa, oppure ce la pigliamo tutti in quel posto?Eh sì, sono avanti gli americani, m’è venuto da dire subito. Però, in effetti chissà quanto ha influito sulle ultime decisioni politiche il senso di colpa made in USA per la situazione attuale di bagno in un mare di cacca, dove le onde diventano sempre più alte, e che coinvolge non solo loro bensì tutta la popolazione mondiale… No, avete ragione. È probabile che i rimorsi non c’entrino nulla. Scherzavo!!
Chissà che adesso, dopo le dichiarazioni dell’editorialista del New York Times, F. Rich, secondo cui il movimento antigay in America è finito [Corriere della sera, 22/04/2009], non verrà fuori che presto non vedremo più neppure dueenni uccidere a revolverate i propri compagni d'asilo. Beh, se mai dovesse accadere tutto ciò - io sono pronto. Ho la valigia di fianco alla porta d’ingresso, il passaporto nella tasca del giubbotto.
Come è accaduto ai nostri nonni e ai nostri arcavoli vari prima di loro, andrò anche io oltreoceano per riscoprire la mia America. Tanto qui, di sicuro, preferiremo soffrire ancora un po’, fino a data da destinarsi, fin quando Your Majesty “La Papessa” – come la definiscono alcuni – non avrà dato il benestare alle unioni almeno civili dei gay (e poi si chiedono perché durante il gioco di una trasmissione televisiva belga, dovendo scegliere, qualcuno ha preferito salvare Osama e condannare Benedetto XVI). Per fortuna io al momento non mi devo unire a nessuno, né ne ho alcuna intenzione (le ultime parole famose?).
Intanto faccio i miei complimenti a Carlo e Simone di Brescia che l’hanno spuntata, ma anche a tutti quei tribunali, come quello di Venezia, o i comuni, come quello di Polistena in Calabria, che cercano di affrancarsi da una condizione sociale sempre più instabile e desueta, avvicinandosi concretamente al resto d’Europa e non dando sfoggio di una mentalità aperta e falsamente indipendente dal potere, possibilmente solo durante il periodo pre-elettorale, facendo promesse che non possono essere mantenute.

Tuesday, 21 April 2009

"Booksharing" (vota per chiedere il II capitolo - Awful english version included!! Vote to ask for chapter II)

(Vota esprimendo il tuo giudizio tramite il sondaggio a sinistra se fra una settimana vuoi leggere il secondo capitolo.
L'immagine sopra è un dipinto dell'artista italiano Paolo Troilo).

1

“Fine”.
Giulio si buttò all’indietro, contro le mattonelle grigie e sporgenti simili a sampietrini incastrati per metà nel muro. Scivolò col sedere sul seggiolino tondo di plastica, attento a trattenere il portatile perché non gli cadesse dalle ginocchia. Non s’accorgeva di quanto fosse teso mentre scriveva se non dopo aver battuto sulla tastiera quell’ultima parola a destra, in fondo al foglio. Poi rimaneva ancora alcuni istanti ipnotizzato dalla luce bianca e tremolante del video. In viso una fantastica espressione di soddisfazione. Si sentiva galvanizzato – l’uomo più potente della terra. Ce l’aveva fatta anche stavolta. N’era uscito come da un incubo.

Si lasciò sfuggire un sorriso. Poi si ricompose subito. Aveva sentito dei passi lungo la scala mobile che scendeva verso di lui.
Richiuse subito il laptop e raccattò lo zaino, dandosi un certo contegno e la solita aria d’indifferenza, come se si trovasse lì per caso, anche lui in attesa dell’ultimo treno.
«Oh, Giulio?».
Riconobbe la voce.
«Vincenzo! Mi hai fatto prendere un colpo. Mi son detto: “E chi viene a prendere la metropolitana a mezzanotte passata?».
«Già. Chi?».
Giulio rilassò i muscoli facciali.
«Allora,» riprese Vincenzo «vieni a prenderlo un caffè alla macchinetta? Anche stanotte sarà lunga. Io ho già chiuso tutto di sopra».
Giulio s’alzò dal seggiolino.
«La borsa lasciala di sopra, nel gabbiotto, che lo chiudo a chiave».
«Grazie mille» sussurrò Giulio con sguardo riconoscente.
______________________________________________
(Pass your judgment with the next poll, on the left, and ask for the second chapter if you would like to read it next week.
The paiting here above is by italian artist Paolo Troilo)

1

“The End”.
Giulio plopped down against the projecting gray wall bricks, which were similar in shape to sampietrini (Rome's cuboid paving stones) half stucked into the wall. Buttocks slid on the round plastic seat. He paid attention not to drop his laptop laying on his knees. He'd realize how much strained he was while writing, only after typing that last couple of words, on the right and at the bottom of the spreasheet. Then he'd stay few seconds more, as if the screen mezmerize him with its flickering white light. On his face there was just that expression of entire satisfaction. He'd felt galavanized – the most powerful man on earth. He's made it also this time!
He come out of that status and let himself smile, regaining immediately his composure. He heard some steps on the escalator going down towards him. Giulio closed again the laptop and picked up the rucksack, pulling himself together and appearing nonchalanting, as if he was there accidentally, waiting for the last train.
«Oh, Giulio?». He recognized that voice.
«Vincenzo! You gave me such a fright! I've thought: “Who's coming now, after midnight?».
«Indeed! Who's that?».
Giulio relaxed his facial nerves.
«So,» started again Vincenzo «do you want to come with me to the dispnser for a coffe? Also this night will be a long night. I already closed all gates upstares». Giulio stood up. «Live your bag upstairs, in the booth. I'll lock it».
«Thanks» whispered Giulio staring grateful .

Monday, 20 April 2009

Am I a bitch? (Unfortunately it's available only this version written in my customary awful english language)

This piece of writing is just for letting you realize my actual shitness level.
If there's - luckily - always someone considering the great effects deriving from the innovating declaration signed on last December 18th by 66 different Countries, convicting violations based on gender identity and sexual stance (?), so great effects that today we can read the wonderful new about the - never too late - release of 9 activists in Senegal, who had to serve 8 years in prison for "obscene conduct and unnatural gross indecency " (they are just gay; this is their own fault); if still there's someone writing about Mr Rithy Panh, Academy Awards director, and his priceless documentary film about Cambodia and Red-Khmer's regime, or someone (Francesca Lancini, East Magazine, no.23) still analizing Mr Panh's invaluable words like "paper can't wrap embers"; If there is someone on this earth nowadays, specially in Italy, who's so brave to let us remember of those Pope Giovanni Paolo II's words: "We can't breath like Christians, I mean like Catholics only, that is one-lung; we need two lungs to breath, that is the Eastern Ortodox lung and the Occidental one", predicating that chimerical people unity... if - this is not simple at all - there is someone like my sister, or my dear friend R., 29 years old, graduated and already working since 4 years in Switzerland as engineer, and teaching in the same time at Politecnico Milano's University, the same who gained today the doctoral degree and probably going to the office tomorrow early in the morning - I mean at 5.30 a.m!

If there are such people, such bad sorts in the world, walking by my side, eating by my side - people like you, who are reading - or maybe trying to decode - this crappy piece of writing... well, you understand my shitness degree when I tell you that today I am simply happy because I won a meeting with a new possible client. But I am not happy because this means that work is increasing and maybe I'll lose not my job. I am happy just because a new possible appointment means the chance for me to wear my brand new Loro Piana suit and my astonishing brand new pair of shoes.

I know - I'm a bitch. The fact remains that my shoes are enchanting shoes.

The fact remains that... I am an asshole bloody bitch.
(But my new suit is still soft and gorgeous).

Sunday, 19 April 2009

Un' Oransoda io vorrei

Finalmente un sabato picevolmente tranquillo, come da mesi non ne vivevo. Cioè senza avvertire la faticosa sensazione di dover divertirmi, perché tanto sono stato bene in maniera spontanea.
Certo, mi son svegliato predisposto alla gaiezza più del solito - finalmente! - e me ne sono accorto quando sono uscito da sotto la doccia. Ho cantato Mina in playback (come facevo solo ai tempi di Non è la Rai), infilando i miei calzini bucati di spugna grigia, ma rendendomi conto nello stesso istante che no, non potevo davvero metterli! Neppure se stavo semplicemente andando a spostare l'auto e a comprare una confezione da sei di bottiglie d'acqua da portare fin qui, al quinto piano senza ascensore. E quella Liabel - la maglia della salute - di lana? Vecchia, più di color giallo paglierino che non bianco, con la bretella tanto smollata che i giri manica invece di rimanere attillati sotto l'ascella sono arrivati fin sotto le palle, quando ho tirato il tutto per incastrarlo nei jeans.
Sicuro che ho cambiato i calzini!, memore del detto della bisnonna che diceva sempre alle sue figlie (così spesso, si vede, da arrivare fino a me): "Prima di uscire lavatevi sempre la fissa e i piedi" a significare che... non si sa mai! Bene, dicevo quindi che i calzini di spugna li ho fatti fuori - la canottiera no. Non ho avuto abbastanza coraggio.
A ogni modo mi sono sentito a mio agio. Lietamente sciocco.
È stato un sabato di sole in vista di un'intera settimana di pioggia. Un sabato rilassato e giulivo, all'insegna dell' akunamatata, in cui ho ripensato alle piccole gioie della vita, come conoscere persone con cui non fai alcuna fatica a parlare perché ti accorgi di non aver bisogno di dare la giusta immagine di te, ché è come se già ti conoscessero, sapendo già di quei tuoi vizietti che, in fondo, non sono nulla di male, solo punti deboli di una persona come tante altre (non c'è da pensar male!).
Forse perché siamo sulla stessa lunghezza d'onda io e V. - "c'é simpatia fra di noi" canterebbe Olmo -, forse semplicemente perché due elementi si sono casualmente mescolati: 1. io che, lunatico come sono, ieri, quando l'ho conusciuto, ero nella mia serata "Sì"; 2. lui che è un cultore di yoga in primis e quindi di quelli che puoi anche prenderli a mazzate, ma non si scompongono, rimanendo sempre con il loro splendido sorriso appiccicato in faccia. Un po' come i buddisti, no?

Ricordo che io e la mia amica Ale conoscevamo due ragazze buddiste all'università, a Roma. Figurarsi l'invidia che suscitavano in noi! Io e lei due pazzi isterici, instabili e spesso depressi contro quelle altre due che ci guardavano sempre con quell'aria serafica - sempre tutto bene, tutto fantastico... A-argh!

Beh, V. è un insegnante e si vede che è uno in gamba, in pace con se stesso, dalle idee chiare. Un individuo piacevole, forse anche innamorato - che bello!
Per una sera dopo tanto tempo non ho avvertito la necessità di lamentarmi della mia ulcera, delle mie ernie del disco e inguinale, riuscendo solo a lamentarmi della nostalgia per il mare della calabria, e quindi di Milano, ma solo perché anche lui mi ha parlato del mare della Sicilia cui è molto legato. Dopo tanto tempo, non ho affatto ripensato alle parole di P. Citati ("Kafka") che spesso risuonano in me come ammonizione: «[…] e viveva soltanto in sé, nutrendosi di sé stesso, affondando i denti in sé stesso, come se non conoscesse altra carne […]». Non ho avvertito la sensazione di rimanere "in attesa di qualche messaggio".
Uomini "comuni" come il caro prof V. sono una manna dal cielo, straordinarie nella loro capacità di arginare il flusso di pensieri altrui facendo cogliere la letizia del nunc.
Se stai leggendo, ti saluto. A presto, prof, e buon inizio settimana.

P.s.
L'ho riascoltata, Giorgia. In auto avevo davvero il cd, quello con la canzone il cui titolo, da me in Calabria, qualcuno ha storpiato in un messaggio di pubblicitario.

Friday, 17 April 2009

Kia-ai-i!! 2° parte (awful english version included).

La mossa di karate che ieri mi ha lasciato per la seconda volta con la faccia di legno, e di cui m’ero ripromesso di raccontarvi qualcosa, mi ha raggiunto anche oggi, per questo non posso più tacere. Stamani ho iniziato a sfogliare il quotidiano con molta cautela, un po’ in memoria dello shock subito ieri, un po’ perché tutto accadeva di nuovo alle 7.30, ossia quando mi ritrovo come al solito compresso in metropolitana fra altri uomini e donne-sardina e non ho particolare libertà di movimento.
Quando l’ho aperto giorno 16, il giornale, SBAM!, subito è arrivata la botta in faccia che mi ha steso. Quindi ho richiuso immediatamente e ho ripreso a leggere il mio libro salvagente. Eppure non riuscivo a non pensarci: “Possibile che fossero proprio loro?” mi chiedevo rivedendo davanti a me la fotografia che ritraeva seduti allo stesso tavolo il presidente russo Medvedev e Muratov, il direttore del periodico indipendente Novaja Gazeta. Il tavolo, avrei scoperto rileggendo l’articolo con maggiore attenzione durante la pausa pranzo, era quello della residenza fuori Mosca dello stesso presidente.
Oggi, quindi, aprivo di nuovo il giornale… stavolta piano però, pia-ano-o, e… SBAM!, di nuovo quella botta in faccia. L’immagine era sempre quella di Medvedev ma stavolta insieme al presidente ceceno R. Kadyrov e il cugino di lui A. Delimchanov (quello sospettato dell’omicidio di A. Politkovskaja, giornalista della Novaja Gazeta di cui sopra).
Cosa accade in quella parte d’Europa è noto a tutti - grazie al cielo le notizie circolano. Eppure mi sembra che non se ne parli a sufficienza, come accade per molte altre cose del resto. È solo una mia impressione, oppure parte del nostro Paese – la maggior parte dei Paesi democratici? - sottace almeno un po’ un assurdo e intollerabile stato di cose relative alla politica estera?
Medvedev si dichiara completamente indipendente dal primo ministro V. Putin, e per dimostrarlo decide di concedere la sua prima intervista proprio al giornale che più muove guerra al governo russo, smascherandone le malefatte. Il suo amico e presidente ceceno, che solo qualche anno fa aveva negato di mirare a una tale carica politica, dall’altra parte «cerca di farsi interprete del dolore ceceno» e allo stesso tempo «fa atto di completa sottomissione a Putin lodandolo come un grande leader e ripetendo che è per lui “come un padre”» [A. Glucksmann, Il Corriere della Sera, 17.aprile.2009]. Sì, un padre che in passato ha rifiutato di concedere l’indipendenza proprio ai ceceni come lui e che per salvare l’integrità della Russia “è stato costretto” a massacrarne fra i 100 e i 200 mila, ma che, come giustamente nota ancora il filosofo Glucksmann in riferimento alla questione georgiana e delle regioni di Abchazia «all’improvviso si è messo a difendere l’autodeterminazione dei popoli per poi annetterseli [anche quelli], nonostante l’opposizione non solo dell’occidente ma anche della Cina».
«Julja, dorogaja» faccio con sguardo perplesso alla mia collega russa che sta sgranocchiando un cracker. Ho davanti agli occhi i fotogrammi del documentario uscito con Internazionale qualche mese fa, Letter to Anna - The story of journalist Politkovskaja’s death del regista svizzero E. Bergkraut: il volto della fantastica donna Anna, di Zainap Gashaeva detta "Coca" (le storie di entrambe meritano davvero libri a parte. Commoventi, formative. Se non le conoscete, correte a conoscerle) e dei bambini di cui quest'ultima si prende cura mentre è occupata a nascondere le registrazioni e i filmati che denunciano i crimini del governo russo, e non solo. «Ma questo Medvedev…» mi accingo a chiedere.
Mi spiazza subito coprendosi la bocca per poter ridere di cuore evitando di sputare il pastone di saliva mista a cereali.
«Perché ridi?».
«Il presidente mi fa ridere» dice. «Perché?» insisto. «È così buffo. Un po’ fa pena. Lui – basso. Come Napoleone, sai?».
“Paragone azzeccato” mi dico. Poi continua: «Lui alto un metro forse e cinquanta, più basso di me e ha questo… come dici?... di piccolezza?». «Complesso d’inferiorità?» suggerisco. Annuisce e ingoia, quindi ne approfitto: «Ma è amato in Russia?».
«Amato?» quasi inclina di lato il capo come un cucciolo esitante. «Voi amate il vostro presidente? Gli volete bene perché ha fatto tante cose buone per la Russia?».
«Sì, amato. Cose buone ha fatto – ride – come i comunisti. Comunisti anche hanno fatto cose buone» e continua a ridere, forse credendo che con questa osservazione adesso tutto sia più chiaro.
«Ma quando avete sentito dell’omicidio della Politkovskaja cosa avete pensato? Molti incolpano Putin, i vertici... o no?».
«Che lei è morta io ho scoperto solo dopo che sono venuta in Italia» risponde secca – non ancora seccata. «I giornali non dicono niente in Russia. Solo internet trovi notizie come questa, ma internet vanno solo i giovani sai…».
«A maggior ragione!» alzo il tono di voce. «Non ci sono giovani che si ribellano a questa situazione? E con i ceceni? Come la mettete coi ceceni? Li odiate o cosa?».
Adesso sì che è seccata: «Ceceni non odiamo. Ci sono ceceni buoni e cattivi come dappertutto, e i giovani… ai giovani non importa. L’importante per loro è stare bene. Tutti vogliono casa, vita felice, soldi. Per giovani - tutto okay. A loro non interessa politica. Come qui, no? Io non ho conosciuto ancora giovani che seguono politica, Berlusconi, presidenti, no?».
“No?”. Ancora riecheggia nelle orecchie quel “No?”. Penso a me, in primis. Calo lo sguardo e via: la mia faccia è di nuovo rigida. Di legno.

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The karate move making my face like a "wooden sheepish face", like the one sideways, and about which I promised to tell you something more, has reached me again just today; this is why I cannot shut up anymore. This morning I started to leaf through the daily paper very carefully for two reasons: both in memory of the shock I’ve gone into yesterday, and because all this happened again at 7,30 a.m., that is when I’m pressed in the subway as usual, among a lot of sardine-people and I do not have any chance to move freely my arms. When I opened the newspaper on last 16th - SBAM! - quickly the blow reached my face beating me down. So I closed it immediately and I recovered my “life book” and started to read it. Nevertheless I couldn’t avoid to think: “Is it possible that they really were…”. I asked myself seeing in front of me the picture of those two men seating at the same table: the Russian president Medvedev and Muratov, the director of the independent magazine Novaja Gazeta. Afterwords, reading with more attention the article during the lunch break, I discovered that the table was the one at the out-of-town president’s own residence.
Today I opened again my newspaper… this time I’ve done it slowly, very slo-owly, and… SBAM! , that blow on my face again. This time the picture portrayed the president Medvedev together with the Chechen president R. Kadyrov and his cousin Delimchanov (the one accused to be Ms A. Politkovskaja’s murderer, the Novaja Gazeta’s journalist).
All we know what’s happening in that part of Europe - thank God news spread. And yet it seems to me that we don’t speak enough about this here, in western Europe. The same thing happens with reference to many other things. It is only an impression of mine, or is it true that most of the people in our country – in all western democratic countries? - are hushing an absurd and intolerable situation concerning foreign policy up?
Medvedev says he’s totally independent from the Prime Minister V. Putin, and in order to prove this decides to grant his first official interview to the newspaper waging against the Russian government, unmasking its plots and crimes. On the other hand Medvedev’s own friend, the Chechen president, the same who some years ago denied his intention to aim at such political role, “claims to make himself the interpreter of the Chechen’s pain”, but at the same time “shows submission in the precence of Putin, praising him like a great leader and repeating that he’s ‘like a father’ ” [A. Glucksmann, Corriere della Sera, April, 17th]. Yes, he's a father who refused in the past to grant the independence to the same Chechen population, who felt himself almost “compelled” to massacre something like 100 or 200 thousands of Chechens for saving the oneness of Russia; Putin is also the one (rightly notes Glucksmann with reference to the issue of Georgia and of the regions of Abchazia), “who suddenly elected himself protector of the people’s self-determination in order to annex them, in spite of the opposition not only of the West-European countries, but of Chinese government as well”.
“Julja, dorogaja” I said glancing in a puzzled way at my Russian colleague, who is crunching a cracker. I have in front of me the frames of the documentary by the Swiss director E. Bergkraut enclosed to the newspaper International some months ago, entitled Letter to Anna - The story of journalist Politkovskaja's death. I can see the face of the fantastic Ms Anna, of Zainap Gashaeva nicknamed “Coke” (both women deserve a separate book. Their stories are so moving, enlightening. If you don't know them yet, please read them) and of the children cared just by "Coca" while she’s also busy to hide recordings and films reporting and blaming all the crimes of the Russian government, not only of the Russian one. “Julja, what about Medvedev…” I'm about to ask.
She wrong-foots me immediately, covering her mouth with a hand in order to laugh heartily and to avoid to spit such kind of animal food: saliva mixed with cereals.
“Why are you laughing?”.
“The president makes me laugh” she says. “Why?” I insist. “He’s so funny. I pity him a little bit. He - short. Like Napoleon, you know?”.
“This is a suitable comparison” I think. Then she keeps saying: “He’s one-and-fifty tall, less than me, and he hurts due to this… how do you say? …smallness?”. “Inferiority complex?” I suggest. She agrees and swallows, so I can take advantage: “But is he loved by Russian people?”.
“Loved?” she almost skews her head like a halting puppy. “Do you love your president? You love him maybe because he made many good things for your country…”.
“Yes, we love him. He made good things – she’s laughing - like the Communists as well. Also Communists made good things” and keeps laughing. Perhaps she believes that with her comment all is clear now.
“But what did you think, when you heard about the murder of A. Politkovskaja? A lot of people are accusing Putin, the top brass”.
“She’s died – I just heard after that I come here in Italy” she answers curtly - not still pestered. “Russian newspapers - they do not say anything about this. Only Internet. There you can find news like this, but on Internet only young people surf, you know…”.
“All the more so” the tone of my voice raises. “Aren’t there young people rebelling to this situation? And what about Chechens’ issue? Do you really hate them, or what?”.
Now yes, she’s really pestered: “Chechens - we do not hate them. There are good and bad Chechens, like everywhere, and young people… young people… they don’t care. The most important thing is being fine. All they want a house, a happy life, money. For young people - all right. They are not interested in politics. Like here in Italy, right? I didn’t know any guy caring of politics here, of Berlusconi, of presidents, right?”.
“Right?”. It still echoes in my ears: “Right?”. I’m thinking of myself. I glance down and… start! My face is getting rigid and rigid. A wooden face.

Thursday, 16 April 2009

Kia-ai-i!!

Di là c'è Maria con i suoi "amici" e la sua nuova stella galatina canterina. Sono contento che il sud abbia trionfato, e poi l'è brava, ne?, direbbero da queste parti.
Qui in cucina sono incartato nella puzza della feijoada che ho fatto fuggire dal frigorifero dov'era prigioniera e andata a male (da quando è tornato dal Brasile, mio fratello si ostina a cucinarne litri e litri - è molto acquosa - e poi finisce che rimane lì a fare la muffa, soprattutto se lui prende e parte per star via a lungo - per carità, è ottima 'sta cazzo di feijoada, ma perché ne cucina tanta, mi chiedo, se prima neppure li sopportava, i legumi, adducendo la scusa che lo facevano piritiàre?). E intanto ripenso a oggi pomeriggio, in ufficio, quando per ben due volte sono rimasto lì, con la cornetta in mano e la faccia di legno. Per ben due volte mi sono vergognato come un ladro. Perché? Beh, vi racconto ora solo la prima delle due figuracce che ho fatto con me stesso - con voi, a breve.
Ore 17.00: ricordo improvvisamente - illuminazione provvidenziale del pomeriggio! - di aver lasciato in sospeso la definizione dei dettagli di una spedizione via aerea in arrivo dagli USA. Ieri avevo inoltrato un kindly reminder alla collega d'oltreoceano, sollecitando informazioni importanti mai pervenute. Non c'è più tempo quindi. Non posso limitarmi a inviare un altro promemoria sperando di trovare domani la risposta. Urge la telefonata.
In realtà ne temevo già solo l'idea. Da quando la società nostra corrispondente ha installato quella sorta di centralino telefonico automatico, che è soprattutto diabolico e... e... mizzichina, lo odio!

"Thank you for calling XYX Logistics. You have reached our Chicago station..." parte subito. Okay, non ho difficoltà nella comprensione della lingua. Mi dice che posso digitare da subito l'interno della persona che sto cercando, oppure, quando voglio, pronunciarne il nome e la mia telefonata sarà debitamente trasferita. Uao, great!, penso. Quindi faccio la mia scelta: visto che sono uno che per natura parla solo se costretto da calci nei fianchi, digito l'interno e "I am sorry, I can't recognize your voice. Please say it again, or say 'Help!' for assistance".

La mia voce?, mi chiedo. Ma io ho solo digitato l'interno, non ho fiatato. O forse c'entra la collega di fronte che urla contro l'autista che da un mese a questa parte sembra diventato sordo copano? Comunque non ho altra scelta: "Help!" grido nel microfono. "Okay, please repeat your choice...". E io: "Patriscia L." (Patricia).
"Okay, so you're looking for our perishable department. If it is correct, please say yes...".

Yatha-a! Un colpo di karate sulla nuca, ecco cosa è stato. No, mi sono detto che di sicuro c'era qualcosa di sbagliato in quel sistema di risposta automatico americano. Non poteva essere certo colpa della mia splendida pronuncia anglo-calabrese, vi pare?
"No!" strillo. La collega di fronte a me sospende i berci contro il duro d'orecchi dall'altra parte del suo filo per lanciarmi un'occhiata fugace. Tutto ok?, chiedono i suoi occhi, mentre il mio amato centralino continua: "You said 'No', so please repeat your choice...". Sorrido per significare che va tutto bene e: "Patriscia" ripeto con calma. Silenzio. Attendo il final responce.
"Okay, so you're looking for our international department. If it's correct, please say yes...".
Pala in mano, mi sarei scavato una fossa sotto la scrivania.
"Yes" scandisco rassegnato. L'importante era raggiungere l'obiettivo - e 'sta cavola di Patriscia - e finalmente mi risponde una collega di lei che "Chi cercava, scusi?", mi domanda. Cercavo la tua collega Patricia, le dico, e quella cretina ancora "No, non facciamo perishable in questo ufficio. Un attimo e trasferisco la sua chiamata all'interno giusto".
No-o-o-o-o-o-o-o-o!!
Non lo raccontate a nessuno, mi raccomando... Game over...

Wednesday, 15 April 2009

Il tallone d'Achille in una mano?

Lo dice anche un proverbio (u dicìanu l'antichi) - "fare bene è delittu". Ma è così?
Da solita etèra quale sono, che si eleva a primadonna piumata, sibaritica - è il caso di dirlo - che si sofferma a riflettere sulle parole altrui come leggendoci dentro il proprio ritratto, quasi come leggendo uno specchio fatato, oggi mi son fatto vincere dalla spalla del Corriere scritta da F. Venturini.
Il fatto è che la politica democratica del presidente Obama, tanto acclamata durante le prime ore post-elettorali, adesso inizia a spaventare. O quanto meno rende perplessi. Certo leggendo le notizie relative alla Corea del nord che riattiverà il reattore di Yongbyon, espellendo gli ispettori dell'Aiea dalla centrale; oppure quelle relative all'Iran che non ha alcuna intenzione, per il momento, di sospendere le attività dei propri impianti nucleari; leggendo ancora della chiusura a venire del carcere di Guantanamo dedicato ai presunti terroristi di Al Qaeda e talebani... beh, quel pizzico di incertezza ci sta tutto.
Venturini ha ripreso le parole del presindente statunitense definendo la sua politica "della mano tesa", precisando poi che la mano tesa può rappresentare un punto debole, rappresentare - ironia della sorte - un tallone d'Achille. Certo, dice, non bisogna concludere che Obama sbagli, ma che comunque dobbiamo augurarci tutti buona fortuna, questo sì. E c'ha ragione Venturini. Ma oramai sappiamo già, se non altro possiamo immaginare quali fiori possano nascere da un frutice spinoso quale era l'opposta politica di G.W. Bush, quindi...

Io sono uno che di solito la tende, la mano. Spesso sono stato, sono ancora rimproverato per questo (sul lavoro, dagli amici, in famiglia indistintamente), ma si tratta sostanzialmente di un modo d'essere, e se uno nasce tondo non muore quadrato, no? La politica di Obama sarà certamente una condotta calcolata, basata di sicuro sul calcolo dei rischi che essa comporta e derivanti dalla disponibilità della "controparte".
È sempre così quando si concede la possibilità di scegliere. Meglio: quando non ci si trincera dietro la nebbia fitta del rifiuto a priori. Nulla di nuovo.

Se è vero come ha scritto F. Fukuyama - pare; io ancora non ho letto fino in fondo "La fine della storia" - che uno dei due motori della storia è il "desiderio di riconoscimento" dell'uomo, la voglia che gli altri riconoscano la sua propria identità e i suoi diritti (io da brava checca sempre più isterica ci credo); se è vero che l'uomo può progredire partendo dalle esperienze di chi l'ha preceduto (a questo credo meno); se è vero, soprattutto, che la smania di visibilità e di riconoscimento si concretano nella democrazia (ossia smania di esser riconosciuti che dal singolo si estende al popolo intero) e che la più progredita forma di democrazia è la "democrazia liberale", che dà spazio a tutti; tenendo per buono anche il relativismo culturale, per cui nessuna cultura diversa dalla nostra e dalle altre tutte è da ritenersi in assoluto la migliore... detto ciò, la politica di Obama non potrebbe che apparire come la più corretta da sposare, al momento.

Eppure me ne sono preso inculate, io, con la mia mano tesa! Oppure, altrettanto spesso, non ho ottenuto nulla. È risultata essere solo una condotta infruttifera, punto. Altre volte invece... sì, altre volte ha funzionato troppo bene!, tanto che mi son detto "ammazza che culo! Vuoi vedere che la foruna ride ai tenditori di mano?". Può essere anche così, no?

Quello che è certo è che la storia è un processo continuo di evoluzione, anzi di evoluzioni diverse fra loro, quelle dei popoli tutti che procedono in base alle proprie capacità, al grado del progresso conquistato. L'evoluzione è cambiamento, il cambiamento è vita. E. Zamjatin sosteneva che la restaurazione, intesa come conservazione e stato immutato delle cose è morte. Obama sta movimentando un po' le acque, in fondo. Un po' semplicistica come conclusione, ma alla fin fine: a) son le 23.00 e ho sonno; b) essendo uno che di solito tende la mano, vuol dire che di solito ho fiducia nella controparte e non riuscendo sempre a fare diversamente voglio credere di essere nel giusto anche io; c) chi sceglie di tendere la mano non lo fa con tutti indiscriminatamente, la bravura sta nel fatto di capire quando e a chi si può tenderla, no?, e, al momento giusto, non è detto che non si scelga di ritrarla o di usarla per difendersi/offendere.
La nostra mano non finirà trafitta da belluina, eccessiva confidenza, soprattutto se chi ci sta di fronte riuscirà a non percepire questa disponibilità come un gesto borioso di concessione.

Tuesday, 14 April 2009

Un terzo di sega: dalla Calabria alla Lombardia (W i pullman e l'isolamento della mia regione, la carenza di aeroporti e l'Alitalia che voleva 500€)

Ha scritto A. Busi: «Registrare i fatti del giorno significa spesso farne evaporare l’inconsistenza del tutto e accorgersi che tutto sono tranne che fatti, intenzioni al più, aborti dei fatti […] un terzo di sega piantata lì perché […]». Già. Perché piantata lì? Perché, come dice poi, accade che ci dimentichiamo cosa abbiamo in mano e qual era il nostro proposito?
Sono ritornato al pc dopo due ore di inedia totale sul divano, intento solo a sentire le pastiere, le mozzarelle filate, il caciocavallo, la pizza con sardedda, le cipuddizze, il pane fresco di forello masticato insieme a un po’ di capretto e di maiale al forno (con relative patate gialle croccanti), il pupulo di pastafrolla fatto dalla mamma, il merluzzo in umido e gli spaghetti alla chitarra col sugo del merluzzo in umido, la frittata di asparagi, la torta di carciofi, insomma tutto quanto ho strafogato in due giorni depositarsi placidamente sull’addome. Placidamente perché tanto lo sanno che non ho alcuna intenzione di muovermi per smaltirli.
Come una bottiglia di nitroglicerina, forse per paura che potessi sbattermi troppo ed esplodere, per tornare a Milano sono stato prontamente caricato insieme ai boccacci col ragù di casa sul solito pullman e serrato tra il finestrino e il posto no.58, uno di quelli della fila in fondo, dove un tempo erano soliti coricarsi gli autisti, di notte, quando si davano il cambio e quando ancora non esistevano i pullman con la cuccetta-loculo che usano oggi.
Quattordici ore di sana immobilità con le ginocchia premute contro lo schienale del sedile di fronte che la gentile signorina non ha voluto saperne di tirarlo un po’ più su, se no non potevano dormire né lei tantomeno sua figlia di tre anni che fino a mezza notte e mezzo ha deliziato gli altri 59 passeggeri con il volume sparato a palla di chissà quale cartone, animato da un diabolico lettore dvd portatile (le cuffie no, eh?).
E vabbè, insomma che così, fra il sedile di fronte e il gomito dell’energumeno del posto no.57 piantato nel fianco, il viaggio è passato. Le gambe alla fine neppure mi facevano più male perché mi s’erano addormentate. Il guaio l’ho compreso fino in fondo solo al momento della sosta - 15 minuti per andare a fare pipì al bagno dell’autogrill – quando ho tentato di disincastrarmi dal sedile e, non sentendomi più neppure i piedi, quasi cadevo lungo il corridoio di moquette come un sacco di patate.
Ho assistito allo scoccare di ogni ora, dalle 19.45 di ieri sera in poi… count down, come si suol dire.
Tra un intervallo di sessanta minuti e l'altro mi sono lasciato andare a un sacco di “terzi di sega” per dirla con Busi. Ve le racconterò poi, forse.

Il terzo di oggi rimane l'intero viaggio, che comunque non ne fa una completa.
Aiuto-o! L’uovo di pasqua mi ha seguito fin qui… sto scoppiando-o-o!!

Wednesday, 8 April 2009

Gay.sud (6 years later...)

Dear Mr Rachid O. and dear Mr Cooper,
first of all sorry for my bad english. I’m speechless after reading your novel. I mean well impressed, so that I can't restrain myself anymore.
You wrote a lot about your life. So let me tell you something about gay life in Italy now. Let me tell you that here in Italy there is a southern "domain". This is what I thought some months ago.
But let me start from the beginning.
After that I abandoned F. in a such cowardly way (that's my own only way), the only woman I really loved in all my life (still today I do believe that's the only time I've really loved spraying all around me such one-shot Love) I moved from Rome to Milan; before starting my five-year story with my dearest M., well, precisely at that time I come nearer to the most direct access to the italian gay world, deciding to put myself to the test, but always still walking wrapped up in guilts, anxeties, and all those feelings you already know.
Test was entitled: "Can you really feel with yourself" ? Mmh... Sorry, maybe I'm wrong. Maybe it simply was:


"Please, answer to the following questions:
  1. You're gay!"
"Wait-wait-wait!", I thought. "Holy shit! This is not a question".
No, it wasn't. It was the right answer indeed.
My first move has been surfing on gay websites. In fact which are the most common ramps to enter the magic gay world? Where can a gay guy head for, when he feels alone, being sure he’s misunderstood, but willing to fight for having a happy well-balanced life, desiring to satisfy his own needs, every human being's own needs, like building a life made of love, sex, confidence and sufferings to be spent (hopefully) together with the right person?
At that time iternet was one among those access ramps, so that I turned in that direction. Start!
I registered the most disparate gay websites (gaypitipìm.it, gaydpititipàm.uk – even abroad! Like if I could fly away into the arms of my mysterious crown prince -, gaycosì.it, gaycosà.com, etc…), always editing that profile - more or less it's always the same.
I’ll tell you the truth : I’ve never been a regular “chatgoer”, whatever chat it is. Still today I am not able to enter a chat and live through a virtual conversation with several – not always hidden – identies, who maybe already estabilished a contact many years before I'd suddenly burst into the chatroom only because I suddenly realized I’m gay! According to me starting to chat on internet is not far cry from the effort finalized to convince a well-established group to accept a new possible member. I refer to those groups (I mean people in the flesh) you run into, for example when you move to a new city and try to start a new life. And yet it was through one of the gay websites pointed out here above that I met M., who staid by my side five years long, showing endless patience and a priceless affection. I engaged and this is why, as it frequently happens, I didn't need to look for nothing else. I completely stopped accessing those "elite websites", even to exchange only banal opinions about the weather or life.
Six years later... Here I am again. Alone. I come back to my "elite websites" moved by curiosity. Okay, okay: a sudden loneliness attack moves me believing I can't have any chance of salvation anymore. I've done my best to recover my several passwords and nicknames.
Click! Ops, I'm on-line again... Small green quivering spheres announce again my presence to the rest of the virtual population, who probably give not a fuck. But it doesn't matter.
I'm quite surprised and pleased discovering a huge quantity of messages received during last six years and never read, just accumulated meanwhile I was far from the web, because I was taken up by my story with M.
I start reading them one by one. I start from the oldest one and immediately realize that the website I'm visiting is the only one showing not only that I'm a gay guy from south Italy, but even the exact name of the city from where I come. So, now I understand why I received so many messages from other homosexuals, same age and not, who want to know me: they are all from south like me! But unlike me they omitted their own origin from their on-line profile, revealing the truth only in their messages to me. It's clear that reading the name of my city they saved time looking for their crown prince, the nearest one. The one to met (live!) as soon as possible, avoiding long trips through the italian peninsula.
But soon, from the original happiness rising from this huge quantity of e-mails I fall into a well full of discouragement and sorrow. All those guys are asking me for few minutes of my time in order to have something like one-night stand. It seems to be not important if I am a pretty guy or not, still it's not important if I have a job, or if I'm a crazy ripper. The most important thing is that I'm alive. Being alive means to have a working arse and some holes more on my face not only to breath... What can I reply?
"Unfortunately I am not in the south anymore, I live in Milan now..."
Most of the people who wrote me live still today in the south of this country, where I often come back in order to see my parents. “Is it possible?”, I ask myself. Did I really believe that south of Italy is an exception to the rule? In fact, how can it be that my native city is the only part of Italy where most of the people is flatly straight? How can I be so naive?
Next question is: “So, where do all these gays go, when I come back home?”. How can I be so blind that I never thought there are some gays in the south as well?
"If I'd opened my eyes in the past, now I would be married to a fellow countryman” I think seriously. I had simply to look for… Ohmmygod, my greatest dream could be real now... It was not necessary to move to northern Italy to find Love. I'm telling the truth: you don't know how many times I dreamt of the man of my life, having a passion for typical dishes like me, loving dialect like me, being a fan of the south like me! You don't know how many times I dreamt of a life together with him on Ionio's shores, in the middle of wide fields, smelling sweet olive trees. Of course, my job there would be a problem, but the chance to live at home together with my southerner crown prince, sharing all what I mentioned here above, would be the dream coming real.
And yet... I am quite sure that all men in the south are married or already engaged to wonderful swarthy, shaggy southerner girls. So, how could I hope to have a man for me? Of course the situation today is different. A little bit different. Even though six years can seem a too short break.
Unfortunately I think that still today there is a big difference between north and south Italy. I would be glad to be contradicted, if you can prove that I am wrong. But when I meet a gay or a lesbian here, in Milan, walking on the street, dancing in a disco, chatting on the web, I can speak about everything with them. In short I can say I really know them. F.i. first questions are: "Do you like jazz music?", "Do you like skiing?" etc... I mean questions coming from people without any urgent need to satisfy.
On the other hand, questions like: "Would you like sucking me?", "Do you mind if I suck you?" (Please!), "Let me know when you come back here if you're interested into a hard rendezvous" etc... come only from southerner boys, especially from Calabria (according to my personal experience only).
Please, try to understand me. I don’t think there’s something wrong in this, or amoral even. All we ask such questions, or all we would like to ask people we like for the same things. At this point perhaps you agree with me if I say that there’s a difference between southerner and northerner people approaching unknown possible lovers. I don’t think it depends on the notorious exuberance and niceness of people from south.
So: where’s the likewise famous southern gallantry got to? Is really there a whole southern domain, something like “Gay.south”, where courtship between men won’t show itself, from where chivalry has been banished? Why? Maybe all we, gay guys from south, are short of that emotional education giving the chance to let us know our crown prince? Is this the cause of our escape from south to north Italy, or abroad? Is it possible that the same emotional education should be sufficiently provided to straight people first? Who should bring these men up? On the other hand it would be enough to tech gay guys to be fearless, to feel not ashamed, to ignore glances and quick insolent looks, and to blame possible threat.
Nonetheless don’t you believe that having the chance to live by our crown prince’s side, at home, in the south, our inner tranquility (the one distributing the necessary energy to change our degree for example) will increase?
We don’t believe in the power of such inner fulfillment anymore (supposing that we believed in it before).
I miss my sea, shores where I grown up, but one more time, six years later, I bow to the northern society and I recognize that my biggest mistake has been to stay immobile when I still lived in the south. I was not only blind, but I was wrong being not honest with all my countrymen, with me first.

Tuesday, 7 April 2009

"Male fra sodali"

«Aaaaaarrgh! Aiuto, il dimetilfumarato!».
«Eh? Il dimecazzocosa?».
Eh sì, sempre più da qualche mese a questa parte l’Italia, anzi tutta l’Europa è ossessionata da un nuovo incubo: l’antimuffa. E se non n'eravate ancora a conoscenza siete in tempo per allarmarvi. A dire il vero, lavorando a contatto con le dogane e considerato che c'è sempre di peggio, posso confermarvi che si può stare abbastanza tranquilli. Centinaia di container sono stati già sequestrati solo nel porto di Livorno, aggiungerei in maniera indiscriminata, indipendentemente dal tipo di merce che s'importa. I funzionari doganali applicano meticolosamente le disposizioni del Ministero della Salute che, a sua volta, non fa altro che applicare la Direttiva 98/8/CE. Ma di cosa stiamo parlando esattamente?
Beh, avete presente le bustine che vi ritrovate nelle tasche dei cappotti nuovi, nelle scatole delle scarpe nuove, ma anche nelle borse – nooo!, le borse no! -, nelle confezioni brand new di macchine fotografiche digitali etc…? Ecco, quelle! Non lo sapevate che di solito quelle bustine malefiche che servirebbero per assorbire l’umidità, in realtà contengono una sostanza biocida chiamata DMF (dimetilfumarato appunto) considerata nociva in quanto provocherebbe allergie e dermatiti? La Direttiva 09/251/CE ha introdotto un limite massimo ammesso pari a 0,1 mg/Kg di DMF sul prodotto, o parte del prodotto. E per non saper né leggere né scrivere ecco che la dogana oggi ha bloccato per esaminarla anche merce della cui importazione mi stavo occupando personalmente. La natura della merce è: fornaci e loro parti destinate a un'acciaieria. Beh, meglio che ci si faccia tanti scrupoli in certi casi, no? Un po' rincuora.
Però... uffa, ogni giorno una nuova. È che tutto è così sconfortante! Le mie braccia che odio perché già troppo maledettamente lunghe precipitano inesorabilmente verso terra, ogni giorno qualche centimetro in più, come se me ne andassi in giro con grossi pesi legati ai polsi, enormi palle di delusione. Non bastano le disgrazie naturali come i terremoti, o quelle altrettanto naturali degli atti di sciacallagio a opera d'istintivi stronzi figli di puttana che mentre la gente muore si aggirano fra le macerie per strappargli l'anellino d'oro dal dito nero in necrosi. No. Ci voleva anche questo cazzabbùbbolo del dimetilfumarato.
Vabbè, così esulo solo da quello che in principio voleva essere una semplice nota informativa. Però... è più forte di me. Mi vengono i nervi! Sì, perché mi accorgo che non c'è alcuna speranza. Ma forse è gusto così? (Certo, non nel senso ch'è giusto il comportamento degli sciacalli).
È che l'umanità si conferma sempre più come una coppia dispettosa di bambini che un'estate ho visto sulla spiaggia: scavavano a turno una buca con la loro bella paletta di plastica. Se uno scavava ecco che, appena si voltava, l'altro di nascosto gli riempiva da capo la buca. Se scavava il secondo potevi star certo che il primo non sarebbe riuscito a trattenersi dal ricoprirgliela a sua volta, vanificandone lo sforzo. Io butto fuori e tu ributti dentro, e viceversa. Perché?
Non c'è perché. O forse sì. Perché la mia buca deve essere più bella e profonda della tua. Perché non è giusto che tu abbia una bella buca, che sia riuscito a fartela e io no. Ed ecco che, così, tutto è più difficile da accettare.
Non è l'amore che fa girare il mondo. O meglio: è l'amore, ma per lo più quello per se stessi.
Credete che il sentimento che ci spinge a inviare il nostro aiuto ai terremotati dell'Abruzzo sia di empatia? Sì, certo. E gli italiani si dimostrano sempre più uniti nelle situazioni difficoltose. Ma quanti aiutano perché non è escluso che un domani lo stesso possa capitare a loro e, allora, anche loro vorrebbero essere aiutati, perché li terrorizza che possano non aiutarli domani? E quanti costruttori, domani, saranno pronti a non ricostruire con materiali scadenti palazzi che dovrebbero resistere il più possibile ai terremoti?
Vivere per una persona, per la persona che decidiamo di portare all'altare? Lo facciamo per soddisfare il nostro bisogno di essere amati, per soddisfare la nostra maledetta eccentricità. Sposandoci, qualcuno ci ha scelto come centro del proprio mondo affettivo.
Continuiamo a considerarci il centro dell'universo perché non sopportiamo l'idea di non essere un cazzo, che non gliene fotte niente a nessuno di noi, in tutte le galassie, gnote e ignote.
È difficile da accettare ma è così.
Prima avveleniamo il pianeta, avviamo processi di autodistruzione con le invenzioni più incredibili, con la scusa di migliorare la qualità della vita - soprattutto la nostra propria - e poi ci mettiamo a ripulire le spiagge dalle bottiglie di plastica. Certo che lo facciamo; solo perché anche noi siamo fatti di carne e sangue e abbiamo capito che rischiamo di morire. Altro che qualità della vita! A chi cazzo gliene frega veramente del pianeta o di chi verrà dopo?
Gli scienziati che ricercano nuovi vaccini e medicine miracolose? Certo, salveranno (spero) anche la mia, di vita, quando scoprirò di essere mortalmente malato anche per via delle sigarette che spippo ogni giorno, ma loro tutti avranno guadagnato la propria fetta di notorietà, i soldini derivanti dal brevetto del medicinale, e le case farmaceutiche avranno il loro tornaconto, etc... e quindi ancora una volta la vanità di altre migliaia di persone sarà appagata e ridimensionata. Ma solo finché non tornerà a essere insoddisfatta e quindi di nuovo infelice. C'è chi dice peggio. Che questi s'inventano nuove malattie per invenatare nuove medicine.. Mah! Non saprei. Mi sembra troppo.
Ma cosa c'è di morale in tutto ciò? Nulla.
Ma che, sono passato dal commentare una direttiva comunitaria a una sottospecie di obiezione all'etica eudemonistica, alla maniera kantiana?
Magari... Se solo avessi il potere di apprendere!, qualsiasi cosa intendo, allora sì avrei potuto farlo. Ma non è appunto questo il caso.
Ora, dicevo, io non ne capisco una cippalippa anche di filosofia, ma forse davvero, e senza accorgercene perché accade spontaneamente, abbiamo stabilito che un comportamento sia etico e corretto solo quando l'etica coincide con la felicità (o la ricerca di essa). E se anche io non fossi il solo a sentire ogni tanto la necesssità che il comportamento etico si faccia coincidere con un comportamento conforme al dovere, un dovere che possa implicare anche la nostra insoddisfazione, a sentire la necessità di far coincidere la felicità dei più con la propria infelicità - forse per via di un aspetto masochistico della personalità? - beh, di certo le cose non cambierebbero lo stesso. Non può essere.
Dico non cambierebbero, e non lo dico con rammarico. Soprattutto non intendo che non sia giusto vivere per cercare di essere felici - e se no che ci rimane?
Dico solo che alla fine è così . Punto. Ognuno pensa al suo e cerca il suo.
«Ma sei fuori? Allora secondo te perché esistono leggi, limiti di ogni sorta posti super partes? Se fosse davvero così, ognuno farebbe quel cavolo che ne ha voglia» mi suggerisce la voce con lieve accento milanese.
«E no!» replico. «No, perché all'atto pratico nessuna legge o semplice regola è mai super partes. Sembrano, sì, studiate per tutti, per il bene di tutti, ma il fatto che (a volte) siano favorevoli alla maggioranza è solo incidentale. In realtà sono pensate e applicate da uno, o due, o un gruppetto - per sé soltanto. Sarebbe più giusto dire che ci va a tutti di culo. Cioé che, siccome non siamo un solo individuo che vive - e nemmeno potrebbe vivere - da solo sulla faccia terra, allora se uno insegue la propria felicità certo può raggiungerla a scapito di un altro, ma per fortuna anche a vantaggio di un terzo, che potrei essere io, potresti essere tu, o non tu, ma tua madre. Chiaro?».
Questo è il tipo di amore che muove il mondo. Chi non ama in questo modo - e non credo che esista qualcuno che non lo faccia, perché anche se si fa male va a finire che lo fa perché è masochista e quindi questo lo rende felice, mentre se non lo è lo fa perché lo rende comunque felice l'idea di accontentare il prossimo suo; gira e volta è sempre felice -, è solo un mezzo amante.
Come ha scritto A. Busi nel suo a parer mio magnifico "Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo": «[..] nell'amore non puoi fare anche l'altro, ognuno deve pensare e godere per sé, anche a costo del danno dell'altro se da lì cavi il tuo piacere più intenso, e il danno in amore è sempre mutuo, è un male fra sodali [grassetto mio], ma io sono lo Scrittore e quindi l'altro per eccellenza, non potevo che tendere a un bene equo e, poiché soffrire mi disgusta quanto far soffrire e rubare quanto farmi derubare, non potevo non essere che un amante parziale, mediocre, né io né tu, cioé entrambi, vale a dire un amante mancato [...]».
Eh sì, anche stasera mi sento come il celeberrimo scopritore dell'acqua calda. Ma tutto solo perché stasera sono più amareggiato del solito, don't worry. Non la penso così per davvero.
«Questa è la vita. Succedono cose. Si va avanti» ha scritto Bernard Cooper, riportando le parole di suo padre che non ha esitato, prima di morire, a presentargli il proprio conto, nel senso di una vera fattura con cui esigeva di avere indietro da suo figlio tutti i soldi spesi per poter mandarlo al giro vestito dignitosamente, nutrirlo, farlo studiare. Vedete voi...

Monday, 6 April 2009

«La sovrana dipendente» - 2. Sulle sue ginocchia

2. Sulle sue ginocchia

(…segue)
Sarà stato il kebap di ieri sera con la sua salsa piccante – che razza di calabrese sono? -, sarà stato il pensiero del lavoro che mi aspettava stamani in ufficio – per fortuna, direi, data l’aria che tira co’ sta crisi… –, oppure per via dei caloriferi accesi perché non si capisce ancora che intenzioni abbia il clima in Lombardia – passiamo dai 10° ai 20° come nulla fosse, la gente sembra più perplessa che persuasa; al mattino per strada s'incrociano allo stesso modo persone in pelliccia e persone in maglietta a maniche corte - fatto sta che stamattina mi sono svegliato zuppo di sudore e in preda al panico per uno dei soliti tre incubi che mi perseguitano: quello in cui corro a perdifiato per sfuggire a un ignoto inseguitore, mi accingo a scavalcare la finestra di un pian terreno per rifugiarmi in un palazzo abbandonato e cadente, allorché sento uno sparo e una pallottola mi raggiunge, colpendomi alla schiena mentre sono ancora con una gamba dentro e una fuori. Sicché ricado in terra, sul marciapiede in strada – oppure sulla terra secca di un vecchio giardino? Fatto sta che sento il sangue sgorgare a fiotti da mezzo alle spalle. Non so come sia possibile, ma lo vedo, vedo il fiotto rosso e affatto denso e color della Nutella come è in realtà. Ragiono fra me che dovrei svenire da un momento all’altro, o morire dissanguato, ma non accade. Piuttosto mi sveglio.
Per fortuna quando capitano simili contingenze mi basta voltarmi sul fianco, scorgere nella penombra i lineamenti del mio amore che dorme in pace assoluta per placarmi a mia volta. Però, la stanchezza della fuga in sogno mi è rimasta incollata addosso tutto il giorno e quando stasera sono rincasato e il piccolo Cesare mi ha raggiunto sul lettone mentre mi levavo le scarpe chiedendomi: «papà, facciamo la lotta?» è stata la prima volta che ho chiesto a qualcuno lassù: “Perché anche mio figlio non è gay?”.
Certo, ha solo tre anni, ma il fatto che le sue prime parole siano legate al "gioco al wrestling", che si diverta a tirare calci di sghimbescio al pallone di spugna piuttosto che accocolarsi per guardare insieme “Amici di Maria De Filippi” non sono segnali incoraggianti. Vabbè, mi dico in fine, a ognuno la sua croce, no? Mi piace vederlo così ignaro della vita, immerso nella totale ignoranza di tutte le cose brutte che sono accadute anche oggi (non ci sono parole per esprimere lo sgomento di fronte alla tragedia che ha colpito il centro Italia).
Eccolo, lui, che mi guarda coi suoi occhioni azzurri, si appoggia al mio braccio col ciuffetto biondo e già crespo che gli spolvera la fronte - marchio indiscutibile della nostra razza…
È straordinaria la somiglianza con suo nonno, mio padre, e così sono ancor più felice di avergli dato questo nome. Di conseguenza è sorprendente, anzi direi che ha qualcosa di miracoloso la concomitante somiglianza con mia nonna paterna. Ricordate che ne ho già scritto, della “sovrana”?
Dopo aver saltellato sul lettone ed essermi fatto massacrare di cucinate e morsi, ci siamo messi in cucina a cenare e Cesare ha insistito per rimanermi attaccato.
«Posso mangiare in braccio?» mi ha chiesto allungando le manine minuscole di nano perché lo sollevassi sulle mie ginocchia - di nuovo quel fare angelico e ruffiano che sottintende una fregatura imminente.
In braccio... Sono tornato anche stasera indietro nel tempo, a quando ero io ad arrampicarmi sulle ginocchia di mia nonna.

La nonna Serafina, all’anagrafe Maria Francesca. Il che giustifica anche il nome della mia sorellona. Quello di Serafina le fu appioppato dal bisnonno Cesare in segno di rispetto e gratitudine alla zia (sorella di sua madre Francesca rimasta vedova troppo presto, soprattutto perché aveva una fracca di figli a carico oltre lui) che l'aveva cresciuto insieme al marito Giovanni iniziandolo al mestiere di calligrafo; questo prima che si diplomasse in farmacia e che desse inizio alla stirpe degli specialisti in medicinali.
Nei miei ricordi la nonna Serafina è spesso associata alla poltrona, anzi alle poltrone della sala da pranzo - che si distingue dal salotto “di rappresentanza” - cui è rimasta costretta a causa dell’artrite reumatoide - sì, credo fosse artrite ma mi riservo d'indagare - che l'ha sempre perseguitata sin da giovanissima.
La disposizione del mobilio nella sala da pranzo è sempre rimasta invariata, come anche nel resto della casa, eccetto che per la camera in cui tutt’oggi dorme mia zia Anna quando ritorna da Modena, in occasione delle feste comandate, e che prima ancora era la stanza di mio padre, l’unico figlio maschio, il maggiore per giunta e che, in quanto tale, 1) andava tenuto lontano dalla stanza delle due sorelle femmine che quindi dormivano con la zia Lucia, credo per una sorta di conveniente etichetta morale oltre che per motivi di spazio, 2) doveva vedere preservate a tutti i costi la propria indipendenza e “privacy” – se si può parlare di privacy riferendoci alla realtà di una famiglia di sei persone, del sud Italia e durante gli anni Cinquanta.
A ogni modo quella sala da pranzo oggi è per me una specie di “centro di gravità permanente”, un luogo in cui ci si potrebbe ingannare pensando che il tempo non riesca a scorrervi, come se arrivato sull’uscio venisse deviato da un’ignota forza sovrannaturale, se non fosse, appunto, per la poltrona nel cantuccio esposto a nord-est, di fianco alla portafinestra e all’immortale divanetto a due posti di pelle marrone.
Una poltrona - l’unico dettaglio, per giunta non piccolo, a trasmettere l’idea del tempo che passa. Diciamo che un anno, inteso come unità di misura convenzionalmente riconosciuta e corrispondente a trecentosessantacinque giorni, nella sala da pranzo equivale almeno a duemilacentonovanta giorni – sei anni. Tutto dipende dalla qualità e dalla durata della poltrona di turno. La poltrona, una specie cabina di comando di Goldrake in cui la nonna Serafina si calava come Actarus – era Actarus? – per dirigere le operazioni domestiche in casa Fontanella pigiando comandi e singendo leve invisibili.
La carta da parati (oggi solo leggermente ammuffita in corrispondenza degli angoli del soffitto) mostra una fantasia floreale, in cui un pizzico di viola si mescola al giallo e al verde, senza apparire esagerata o di cattivo gusto, ma sposando alla perfezione la luce che si diffonde dal terrazzo e rimbalza su tre piatti di ceramica bianca appesi, su cui sono ritratte figure di fanciulle dirette alla fonte con una giara sottobraccio.
Contro la parete a sud - il televisore e un mobile lungo e alto di legno scuro intarsiato, di quelli con i piedi sottili e neri tranne che per le estremità in ottone, su cui poggia uno specchio enorme dalla cornice dorata che arrossisce perennemente con le sue piccole macchie lenticolari dovute all'ossidazione. Il ripiano è di marmo bianco con leggere venature di grigio, tale e quale al ripiano della tavola da pranzo ovale, in mezzo alla stanza. Quasi in corrispondenza del centro della tavola pende un pesantissimo lampadario dorato a otto braccia a cui, dai diciotto anni in poi, ho continuato a sbattere imperterrito la testa...
Ricordo che l’embrione della poltrona meccanica che si alza e si abbassa con un vago ronzio e che oggi ha preso il sopravvento, in principio altro non era che una coppia di sedie a dondolo, poste l’una di fronte all’altra. Forse definirle sedie è un po’ riduttivo. Si trattava pur sempre di sedili di pelle nera imbottitadi notevoli dimensioni; i braccioli e l’intelaiatura ricurva su cui poggiavano erano di legno pregiato. E figuratevi che prima che la malattia continuasse a invalidare la nonna e che questa perdesse forza anche nelle braccia, la diretta rivale della poltrona-robot era la sedia impagliata della cucina. Quando iniziò, al mattino, a trasferirsi dal bagnetto della sua camera da letto direttamente nella sala da pranzo, l’acquisto della versione più evoluta della poltrona fu indispensabile. Sarebbe servita a dare l’idea alla dottoressa di continuare a essere autosufficiente, anche se vi rimaneva affossata tante ore ogni giorno . Anche quando fu costretta a promuovere il singolo bastone canadese al grado di girello deambulatore cromato, con gli appoggi ascellari, ma soprattutto richiudibile; cioè che potesse sparire dalla vista in qualsiasi momento (anche se lo vidi sempre lì, per casa, fino al suo ultimo giorno).
Ma la nonna fu sempre una donna molto intelligente per non accettare la sua condizione sempre più di dipendenza. Allo stesso modo era troppo intelligente per non conservare immutato il portamento fiero che le era proprio. Sempre ben eretta, sempre curata, col suo rossetto rosso o fucsia un po’ sbavato sui denti e gli orecchini d'oro, cimelio di famiglia. Una vera signora.

Spesso, la domenica mattina, oppure il pomeriggio verso le cinque, mi divertivo a osservare mia madre prepararsi dopo avere vestito me e mia sorella. Zampettava dalla sua camera al bagno con in mano prima un paio di collant, poi la gonna e la camicia, in fine la spazzola. Mi piaceva guardare la sua mano gentile che saliva e scendeva lungo le onde di capelli dal colore sovente indefinito, o comunque sempre nuovo non dico da una settimana all’altra, ma quasi.
Sempre attenta a presentarsi bene (ci riusciva e ci riesce senza ombra di dubbio), faceva in modo che anche noi figli fossimo impeccabili, anche quando in calzoncini e infradito, ma senza ossessioni di sorta. Le veniva così, naturalmente. È una dote innata.
Quand’eravamo tutti pronti ecco che o s’imbustava l’ultimo capretto ricevuto da un paziente di papà – ancora oggi spesso i pazienti pagano i propri medici in natura -, o una cassetta di arance e mandarini o, chessò, del vino se capitava, e saltavamo in macchina – ricordo soprattutto la “Ford Fiesta” blu.
Quando in casa non c’era niente da recare come omaggio, mamma sostava dal fioraio e ci avviavamo al paese con un mazzolino di fiori oppure una pianta nuova che sarebbe finita a rinfoltire le fila sulla terrazza dei nonni.
Anche se la targa avvitata sul campanello recita “Avv. Fontanella” e basta, tutti in paese sanno ancora che lì ha vissuto la dottoressa Rizzo Corallo, “‘a farmacista”.
Suonavi, e chi ti apriva raramente non era zia Lucia che, raccolta nel suo nucleo d’energia concentrata, ti accoglieva con un sorriso e un gioioso «Mah-a! Guarda chi c’è!». Ti aspettava paziente mentre lasciavi il soprabito sull’appendi panni all’ingresso e, quand’era sicura che fossi pronto, ti precedeva per il lungo corridoio. Di filata, senza indugio procedevi toccando lo studio, il famoso salotto di rappresentanza, la camera da letto della zia e di fianco quella dei padroni di casa, la cucina - dove il nonno si aggregava a quella sorta di processione di nuore e nipoti emettendo il suo festoso «Oh-oh!» - e, in ultimo, eccola: la sala da pranzo. Già sulla soglia la nonna ti poteva scorgere riflesso nello specchio lentigginoso. Probabilmente già al suono del campanello s’era accomodata la collana sul maglione di lana che indossava per stare in casa e s’era ravviata la corta chioma dorata (a volte rossiccia o castana), il tutto con il pollice valgo che alcuni di noi nipoti hanno ereditato. Spalancava le braccia e sporgeva leggermente in avanti il busto, quasi stesse per alzarsi sul serio per venirti incontro, ma la poltrona la tratteneva fra i suoi braccioli. Anche soltanto con lo sguardo ti faceva le feste. Gli occhi luccicanti scodinzolavano come la coda di un cucciolo ed esclamava: «I ninnì!» – chiamava così tutti noi nipoti. La nonna Maria, la mamma di mamma, invece ci chiamava “Stelle”, con quella tipica inflessione veneta che ancora riecheggia nell’aria.
La nonna Serafina mi voleva bene. Mi voleva bene perché in quelle domeniche che scodinzolava sulla poltrona la osservavo e notavo i suoi occhi ridenti eppure che emanavano una luce soffusa che odorava di questua orgogliosa. Non vedeva l’ora di abbracciarci tutti.
«Ciao nonna».
«Ciao ninnì. Che bella camicetta che hai!».
«Beh, come si risponde?» interveniva mia madre.
«…Grazie. Me l'ha comparata mamma».
«Ah! Questa mamma è proprio brava. Non mi poteva capitare nuora migliore» commentava la nonna mentre gli occhi si alzavano in cabrata alla figura di lei per farle capire che il commento era sentito. Nessuna finzione. Del resto mia madre ha voluto bene da subito ai suoceri come ai propri genitori.
«Vuoi venire un po’ in braccio alla nonna?» mi chiedeva poi quasi timida.
Io facevo segno di sì con la testa e lei prima picchiettava i palmi delle mani sulle ginocchia perché mi facessi più vicino e poi allargava le braccia per accogliermi su di sé. Era bellissimo d’inverno, quando c’erano giornate soleggiate. Mi piaceva stare in braccio alla nonna, anche se avevo sempre paura di farle male alla gamba già dolente per i fatti suoi. Ma sbagliavo. Il suo sorriso diceva chiaramente come fossi solo un dolce peso.

Sunday, 5 April 2009

«La sovrana dipendente» - 1. Il bastone della vecchiaia.

Non che ci sia nulla di strano, intendiamoci, né di nuovo.

Se T. Terzani ha scritto che "morire là dove sono morti i propri genitori, i propri nonni, là dove nasceranno i propri nipoti è come morire di meno"; se già G. Verga più volte si era accanito sul tema dell'attaccamento alla famiglia e del dolore di chi è costretto a lasciare la propria casa natale, sentendo così di aver perduto le radici della propria esistenza; se, in fine e scendendo più nello specifico, oggi I. Loan nel suo «Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà» ricorda causticamente, e con l'orrore che a volte solo alcuni incubi sanno imprimerti, il periodo universitario in cui fu costretto a convivere nella capitale con alcuni ragazzi calabresi che parlavano "un linguaggio talmente stretto che giusto con le formule algebriche possono interagire con professori e colleghi", due dei "milioni di calabresi [..] che hanno due obiettivi: la laurea e la trasformazione di Roma nella città più popolosa di Calabria"; insomma dicevo che se è riconosciuto sia a livello internazionale che "intertemporale" l'attaccamento alla propria terra a mo' di cozza allo scoglio, segnatamente di noi gente del sud, allora non ci sarà nulla di male se anche io mi abbandonerò ogni tanto ai ricordi della mia terra e del mio mare, della mia famigghia, di... di mia nonna!

Oggi sento il bisogno di ricordare, anzi di fare in modo di non dimenticare - dato che, come dice il mio capo, tendo a resettarmi all'improvisso come un maledetto PC.

La mia cara nonnina paterna era proprio "una cazzona di nonna/donna", nel senso ch'era una con due palle così! Della mamma di mamma parlerò poi - anche lei era un tipetto...

Ma la mamma di papà era tipo una monarca, nei modi e non solo. Una sovrana. Ma una sovrana dipendente, nel senso di non autosufficiente al 100% per via di quel dannato piede che decise di darle filo da torcere troppo presto. Questa, secondo me, era una cosa che proprio non aveva mandato giù, per quanto potesse apparire rassegnata. E se non avesse avuto la limitazione di quel piede, cosa avrebbe fatto ancora nella sua vita?

1. Il bastone della vecchiaia.

Gli ultimi tempi, quando tornavo dall’università e andavo a trovarla a casa, mia nonna ricordava come all’età di circa dieci anni fossi solito invitarla ad appoggiarsi a me, a fidarsi di me che l’avrei scortata dalla poltrona fino all’auto che l’attendeva fuori dal portone del palazzo. Capitava soprattutto quando c’era da spostarsi per riunioni di famiglia, come i pranzi e le cene di natale, oppure feste di compleanni, che fossero in casa nostra o di mia zia, oppure al ristornate.
«Mi dicevi sempre: “Nonna, sono il bastone della tua vecchiaia”» rievocava col sorriso inconfondibile che spingeva gli angoli delle labbra sottili fin dentro le guance rilassate dall’età, eppure ancora notevolmente lisce nonostante le tre gravidanze, come solo le bambine o le suore di solito possono vantarne.
È vero. Spesso usavo queste parole. Ricordo una volta che era venuta a pranzo da noi. Era la mattina di un 25 dicembre di chissà quale anno. Aspettavo dietro la porta del bagno che finisse di fare le sue cose per acchiapparla al volo e accompagnarla fino alla tavola nella sala dove almeno quattro tappeti, tra iraniani e persiani, erano ritenuti molto insidiosi per il piede malato che rendeva il suo equilibrio precario e le impediva di camminare bene, costringendola a cercare il sostegno delle pareti o dei corrimano, quando disponibili. Non che all’epoca fosse già indispensabile, intendo il mio appoggio, quello di suo marito in primis, o di chiunque altro; almeno non indispensabile come quello del bastone canadese che avrebbe preso il nostro posto in seguito. Ma a me piaceva pensare di sì. Volevo farle capire che le volevo bene. Forse perché avevo già colto la mia incapacità di dirlo fino in fondo, con parole piene, tonde e ben scandite; volevo farle sapere che c’ero, insomma, ch’ero lì. Anche se il mio atteggiamento – non solo nei confronti di lei – è sempre stato incostante. Per esempio in altre occasioni dimenticavo di salutare lei e il nonno e doveva essere mia madre a sussurrarmi «Ehi, allora?, vai a salutare i nonni!».
La ricordo ancora nel suo vestito a fiori, oppure in quello blu notte con i bordi più chiari e lungo fin sotto il ginocchio. Ricordo perfettamente il cappotto nero di ciniglia e il profumo inequivocabile dell’antitarme.
Allorché sentii la maniglia abbassarsi, scollai la schiena dal muro del corridoio per farmi trovare sull’attenti, pronto a porgerle la spalla – lei era troppo alta e io ancora troppo basso perché potesse inforcare il suo braccio sotto al mio.
«Come sei bella oggi» le dissi sollevando lo sguardo al sorriso che prevedeva sempre parte del rossetto rosso impiastricciato sugl’incisivi superiori (non riusciva a evitare di mangiarne almeno un po’ e, quando glielo facevo notare, con nonchalance lo lavava via con la punta della lingua). Non intendevo mentire dicendole quelle parole, né adularla, benché non abbia mai creduto fosse una bella donna. Non ho mai ritenuto che lo fosse stata neppure in gioventù, dopo aver visto le fotografie che ancora oggi svettano sul pianoforte del “salotto di rappresentanza” - come lo chiama mia zia – in casa dei nonni e che la ritraggono a braccetto del padre, Cesare. Entrambi sfoggiano vibrisse lunghe fin sopra il labbro superiore, solo che quelle del bisnonno sono bianche, le sue nere. Eppure per me era ugualmente bella. Perché non era ai baffi che guardavo, né alla rada peluria che ogni tanto le spuntava sul mento. Bensì possedeva una bellezza intrinseca, che emanava dall’interno, da sotto gli abiti, da sotto la pelle lucida e le unghie curate, dai gesti delicati e precisi che la hanno sempre contraddistinta.
Ma quella mattina di natale non vidi alcun sorriso in risposta alla mia considerazione.
Si fermò semplicemente, sul posto, caricando il peso esclusivamente sull’anca più forte.
«Non sia mai!» la voce vibrò sdegnata nella penombra del corridoio. «Io non sono bella. E non vorrei mai esserlo».
«Ma perché?» le chiesi ingenuamente. «Guarda che sei bella davvero» rincarai la dose.
«No, no, no! La bellezza è del demonio!» cinque parole che mi gelarono e per il tono con cui furono proferite, e per il significato che portavano dentro.
Mi posò la mano sulla zazzera biondiccia che a quei tempi mi contraddistingueva, anche se iniziavo di già a scurirmi con grande rimpianto di mia madre che a tutt’oggi ricorda come durante in viaggio in Austria molti anni prima mi avessero scambiato per autoctono. Siccome appariva tanto imponente ai miei occhi, valutavo la leggerezza del suo tocco come una contraddizione in termini e non c’era volta che non mi stupisse. Però non ho mai permesso allo stupore di insabbiare il benessere che le sue carezze trasmettevano, non solo a me, ma nella stessa misura ai miei fratelli e ai miei cugini.
Dicono che le maniere dei nonni nei confronti dei nipoti siano sempre più indulgenti che con i propri figli, che ci sia molto meno reticenza a manifestare il proprio amore e più predisposizione a viziarli. Certo questo io non potrò mai scoprirlo, ma sulla base della mia esperienza posso affermare di aver verificato un giusto equilibrio nell’educazione che i nostri nonni, in particolare nostra nonna ci ha impartito.
Se il calore della sua mano è rimasto piacevolmente impresso in cima al mio cranio, nonostante il mutamento della mia capigliatura da simil-teutonica a castano scuro e ora a quel sale e pepe che introduce all’età matura – per lo meno da un punto di vista fisico -, allo stesso modo porto marcato sui timpani un suo rimprovero rivolto a noi bambini, riuniti sul suo terrazzo un mattino d’estate, che giocavamo con le mani ammollo nell’acquaio di pietra in cui mia zia Lucia era solita fare il bagno ad Alì, il barboncino della taglia più grande che abbia mai visto, tanto che sarei portato a definirlo barbone e punto.
Sono quasi sicuro che mia sorella ricordi anche lei le parole di quando riconoscemmo la figura della nonna emergente dal riflesso della portafinestra:
«Ma che cosa state facendo?! Guarda qui, siete dei diavoli, siete!». Sottolineò la natura diabolica di noi marmocchi che avevamo innaffiato la pavimentazione del terrazzo con un’involontaria vibrazione della voce.
Senza alcun timore di apparire crudele, ritengo di poter scrivere che il rimprovero non fosse stato dettato dal timore che potessimo raffreddarci, farci male in qualche modo o altro ancora, ma semplicemente dal fastidio che le recava il disordine che stavamo generando.
La dottoressa Rizzo Corallo aveva una personalità chiara, era ordinata e scrupolosa in tutte le sue faccende – a volte, forse, anche in quelle degli altri, o le sarebbe piaciuto esserlo -, era categorica.
(continua...)