Sunday, 26 April 2009

Edema (adattamento al post Dtd 01/gennaio/2006 - Era una domenica come questa).

Ritornando a casa - abito al quinto piano senza un cazzo di ascensore - ascoltavo il mio respiro. Il mio affanno. Quel leggero fischio che saliva da dentro la mia cassa toracica, appena dopo aver fumato l'ennesima Camel.
Mi sono fatto schifo. Per questo mi son deciso ad accendermene un'altra, prima di arrampicarmi sull'ultima rampa.
Silenzio di tomba. Quasi sentivo le lancette dell'orologio a parete appeso in cucina, ancora prima di entrare. "Viviamo nella città più inquinita d'Italia", ha detto una donna al pub stasera. Era seduta al tavolo di fianco al mio. Non so dove l'abbia letto, ma non ci voglio credere. "Ho letto che siamo i più grandi consumatori di acqua minarale" fa l'amica. Bho! Intanto io tiravo su con la cannuccia il mio mojito e mi accendevo una sigaretta.
Mi son messo a rileggere vecchi sms. Di quelli che non vuoi cancellare e che non si sa che ci farai un domani. Mica teli puoi conservare fino alla vecchiaia per farli leggere ai tuoi nipotini, giusto? A parte il fatto che io non avrò mai dei nipoti - intendo figli di figli, certo.
Mi guardo nella fotografia predefinita del mio space. Era due anni fa quando me l'hanno scattata, e mi sembra ieri [oggi sono, quindi, 5 anni].
Mi sembra ieri quando mio nonno mi portava a passeggio sulla spiaggia. Accadeva quand'era preoccupato in particolar modo. Di solito era d'inverno. Per liberarsi dei pensieri cupi, divaricava le gambe e, di faccia a un canneto, oppure al muro cadente di una vecchia cascina abbandonata, pisciava. Io facevo l'indifferente. Avevo paura che passasse qualcuno proprio in quel momento e mi chiedevo come poteva essere che a lui non fregasse nulla di poter essere visto. Quando aveva finito si voltava e, mentre tirava su la lampo, gettava lo sguardo all'orizzonte. A sinistra, se il cielo era limpido si vedevano le montagne. Da piccolo credevo fosse la costa di Taranto. Solo molto tempo dopo ho capito ch'era impossibile. Era Sibari, certo. Ma la Puglia la vediamo lo stesso quand'è tutto limpido. Comunque lui guardava in quella direzione. Le onde. Non sospirava più, ma respirava a pieni polmoni. Nessun fischio, spia di seppur minimo edema polmonare. Era un respiro pieno, ogni volta.
"Adesso mi sento meglio" diceva. "Osservare il mare mi dà quiete". Anche a me - pensavo io, senza dirlo perché capivo che in quell'attimo doveva essere una sua esclusiva e che mi stava insegnando qualcosa. Come quando sua moglie, mia nonna, mi richiamava dicendomi non sporgermi troppo dal balcone perché la testa è la parte più pesante del corpo.
Passeggiavamo ancora. Ogni tanto incrociavamo un pescatore che raccoglieva le reti, oppure una cagna randagia pedinata da un branco di cinque o sei maschi spelacchiati di tutte le razze e misure e che le annusavano il deretano.
La salsedine mi riempiva le narici. Lo guardavo incedere più sicuro, finché non iniziava a raccontarmi di quando, da ragazzo, aveva salvato non so quale maestra che s'era tuffata col mare grosso pur non sapendo nuotare. E lui così aveva ricevuto la medaglia al valore e avevano messo la sua foto sull'album - che ancora conserva a casa - della gioventù fascista.
Il mare nostrum. Il nostro mare. Mio e suo. Mio e anche di mio padre che ci ha portati da Siena fin lì. Mio e di mia madre, dei miei fratelli, dei miei cugini, dei miei zii, dei miei compagni di scuola, con cui il 17 maggio di ogni anno - se possibile - festeggiavamo il mio compleanno facendo il primo bagno, tanto la scuola era già quasi finita per noi.
Sfrecciavamo con i "Sì" per il paese, fumavamo le prime sigarette senza emettere fischi di sorta.
Mi volevo bene. Volevo loro bene. E anche al mare, ai sassi, ai vetri stondati dal sale. Ai cani randagi.
"E' un'affacciata alla finestra" diceva mio padre, imitando il mio bisnonno, lo 'scienziato pazzo' che inventò l'antimalarina. "Cosa?", mi chiedevo. Non capivo cosa avesse la stessa brevità di un'affacciata sul mondo. To stare out the window, dicono gli inglesi.
Sembra che il messaggio che tutti vogliono lanciare sia sempre lo stesso, invariato nei secoli e che rimarrà sempre lo stesso. Che fosse mio nonno a dirlo, mio padre, un qualsiasi uomo comune, oppure uno scrittore italiano noto come Busi quando scrive «[...] ricordati di te intanto che sei in tempo, ricordati di te in questo preciso istante perché non ne avrai mai più un altro per rifarti del coraggio e del desiderio e dell'amore perduti», o ancora uno come Sabàto, parafrasato da Magris, quando ricorda che "la vita la si fa in brutta copia, senza possibilità di correggerla e ricopiarla in bella".
"E' un'affacciata alla finestra". L'hanno ripetuto, lo ripetono tutti ovunque nel mondo.
Da un po' ho cominciato a capire davvero cosa intendesse mio padre.

3 comments:

Anonymous said...

buonasera dott. Fontanella...quanto ami la tua Terra e la tua Famiglia!??!! All'infinito...e tutto ciò traspare da un perfetto incastro di parole...io non sono un esperto letterato, ma ho provato emozione, nostalgia, malinconia...forse rivivendo un pò la mia straordinaria fanciullezza...
E non sono complimenti gratuiti...quindi accettali! :O)
Fab

Madavieč'77 said...

Complimenti accettati, dear Fab.
Spero ti sia ripreso almeno un po'.
Continua a riguardarti e ancora grazie.
A presto,
Rf
p.s.
Non capisco perché sto caz..spita di coso mi ha postato Booksharing allo scorso 22... sono negato!

Anonymous said...

Stai calmo... ;o)