Sunday, 5 April 2009

«La sovrana dipendente» - 1. Il bastone della vecchiaia.

Non che ci sia nulla di strano, intendiamoci, né di nuovo.

Se T. Terzani ha scritto che "morire là dove sono morti i propri genitori, i propri nonni, là dove nasceranno i propri nipoti è come morire di meno"; se già G. Verga più volte si era accanito sul tema dell'attaccamento alla famiglia e del dolore di chi è costretto a lasciare la propria casa natale, sentendo così di aver perduto le radici della propria esistenza; se, in fine e scendendo più nello specifico, oggi I. Loan nel suo «Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà» ricorda causticamente, e con l'orrore che a volte solo alcuni incubi sanno imprimerti, il periodo universitario in cui fu costretto a convivere nella capitale con alcuni ragazzi calabresi che parlavano "un linguaggio talmente stretto che giusto con le formule algebriche possono interagire con professori e colleghi", due dei "milioni di calabresi [..] che hanno due obiettivi: la laurea e la trasformazione di Roma nella città più popolosa di Calabria"; insomma dicevo che se è riconosciuto sia a livello internazionale che "intertemporale" l'attaccamento alla propria terra a mo' di cozza allo scoglio, segnatamente di noi gente del sud, allora non ci sarà nulla di male se anche io mi abbandonerò ogni tanto ai ricordi della mia terra e del mio mare, della mia famigghia, di... di mia nonna!

Oggi sento il bisogno di ricordare, anzi di fare in modo di non dimenticare - dato che, come dice il mio capo, tendo a resettarmi all'improvisso come un maledetto PC.

La mia cara nonnina paterna era proprio "una cazzona di nonna/donna", nel senso ch'era una con due palle così! Della mamma di mamma parlerò poi - anche lei era un tipetto...

Ma la mamma di papà era tipo una monarca, nei modi e non solo. Una sovrana. Ma una sovrana dipendente, nel senso di non autosufficiente al 100% per via di quel dannato piede che decise di darle filo da torcere troppo presto. Questa, secondo me, era una cosa che proprio non aveva mandato giù, per quanto potesse apparire rassegnata. E se non avesse avuto la limitazione di quel piede, cosa avrebbe fatto ancora nella sua vita?

1. Il bastone della vecchiaia.

Gli ultimi tempi, quando tornavo dall’università e andavo a trovarla a casa, mia nonna ricordava come all’età di circa dieci anni fossi solito invitarla ad appoggiarsi a me, a fidarsi di me che l’avrei scortata dalla poltrona fino all’auto che l’attendeva fuori dal portone del palazzo. Capitava soprattutto quando c’era da spostarsi per riunioni di famiglia, come i pranzi e le cene di natale, oppure feste di compleanni, che fossero in casa nostra o di mia zia, oppure al ristornate.
«Mi dicevi sempre: “Nonna, sono il bastone della tua vecchiaia”» rievocava col sorriso inconfondibile che spingeva gli angoli delle labbra sottili fin dentro le guance rilassate dall’età, eppure ancora notevolmente lisce nonostante le tre gravidanze, come solo le bambine o le suore di solito possono vantarne.
È vero. Spesso usavo queste parole. Ricordo una volta che era venuta a pranzo da noi. Era la mattina di un 25 dicembre di chissà quale anno. Aspettavo dietro la porta del bagno che finisse di fare le sue cose per acchiapparla al volo e accompagnarla fino alla tavola nella sala dove almeno quattro tappeti, tra iraniani e persiani, erano ritenuti molto insidiosi per il piede malato che rendeva il suo equilibrio precario e le impediva di camminare bene, costringendola a cercare il sostegno delle pareti o dei corrimano, quando disponibili. Non che all’epoca fosse già indispensabile, intendo il mio appoggio, quello di suo marito in primis, o di chiunque altro; almeno non indispensabile come quello del bastone canadese che avrebbe preso il nostro posto in seguito. Ma a me piaceva pensare di sì. Volevo farle capire che le volevo bene. Forse perché avevo già colto la mia incapacità di dirlo fino in fondo, con parole piene, tonde e ben scandite; volevo farle sapere che c’ero, insomma, ch’ero lì. Anche se il mio atteggiamento – non solo nei confronti di lei – è sempre stato incostante. Per esempio in altre occasioni dimenticavo di salutare lei e il nonno e doveva essere mia madre a sussurrarmi «Ehi, allora?, vai a salutare i nonni!».
La ricordo ancora nel suo vestito a fiori, oppure in quello blu notte con i bordi più chiari e lungo fin sotto il ginocchio. Ricordo perfettamente il cappotto nero di ciniglia e il profumo inequivocabile dell’antitarme.
Allorché sentii la maniglia abbassarsi, scollai la schiena dal muro del corridoio per farmi trovare sull’attenti, pronto a porgerle la spalla – lei era troppo alta e io ancora troppo basso perché potesse inforcare il suo braccio sotto al mio.
«Come sei bella oggi» le dissi sollevando lo sguardo al sorriso che prevedeva sempre parte del rossetto rosso impiastricciato sugl’incisivi superiori (non riusciva a evitare di mangiarne almeno un po’ e, quando glielo facevo notare, con nonchalance lo lavava via con la punta della lingua). Non intendevo mentire dicendole quelle parole, né adularla, benché non abbia mai creduto fosse una bella donna. Non ho mai ritenuto che lo fosse stata neppure in gioventù, dopo aver visto le fotografie che ancora oggi svettano sul pianoforte del “salotto di rappresentanza” - come lo chiama mia zia – in casa dei nonni e che la ritraggono a braccetto del padre, Cesare. Entrambi sfoggiano vibrisse lunghe fin sopra il labbro superiore, solo che quelle del bisnonno sono bianche, le sue nere. Eppure per me era ugualmente bella. Perché non era ai baffi che guardavo, né alla rada peluria che ogni tanto le spuntava sul mento. Bensì possedeva una bellezza intrinseca, che emanava dall’interno, da sotto gli abiti, da sotto la pelle lucida e le unghie curate, dai gesti delicati e precisi che la hanno sempre contraddistinta.
Ma quella mattina di natale non vidi alcun sorriso in risposta alla mia considerazione.
Si fermò semplicemente, sul posto, caricando il peso esclusivamente sull’anca più forte.
«Non sia mai!» la voce vibrò sdegnata nella penombra del corridoio. «Io non sono bella. E non vorrei mai esserlo».
«Ma perché?» le chiesi ingenuamente. «Guarda che sei bella davvero» rincarai la dose.
«No, no, no! La bellezza è del demonio!» cinque parole che mi gelarono e per il tono con cui furono proferite, e per il significato che portavano dentro.
Mi posò la mano sulla zazzera biondiccia che a quei tempi mi contraddistingueva, anche se iniziavo di già a scurirmi con grande rimpianto di mia madre che a tutt’oggi ricorda come durante in viaggio in Austria molti anni prima mi avessero scambiato per autoctono. Siccome appariva tanto imponente ai miei occhi, valutavo la leggerezza del suo tocco come una contraddizione in termini e non c’era volta che non mi stupisse. Però non ho mai permesso allo stupore di insabbiare il benessere che le sue carezze trasmettevano, non solo a me, ma nella stessa misura ai miei fratelli e ai miei cugini.
Dicono che le maniere dei nonni nei confronti dei nipoti siano sempre più indulgenti che con i propri figli, che ci sia molto meno reticenza a manifestare il proprio amore e più predisposizione a viziarli. Certo questo io non potrò mai scoprirlo, ma sulla base della mia esperienza posso affermare di aver verificato un giusto equilibrio nell’educazione che i nostri nonni, in particolare nostra nonna ci ha impartito.
Se il calore della sua mano è rimasto piacevolmente impresso in cima al mio cranio, nonostante il mutamento della mia capigliatura da simil-teutonica a castano scuro e ora a quel sale e pepe che introduce all’età matura – per lo meno da un punto di vista fisico -, allo stesso modo porto marcato sui timpani un suo rimprovero rivolto a noi bambini, riuniti sul suo terrazzo un mattino d’estate, che giocavamo con le mani ammollo nell’acquaio di pietra in cui mia zia Lucia era solita fare il bagno ad Alì, il barboncino della taglia più grande che abbia mai visto, tanto che sarei portato a definirlo barbone e punto.
Sono quasi sicuro che mia sorella ricordi anche lei le parole di quando riconoscemmo la figura della nonna emergente dal riflesso della portafinestra:
«Ma che cosa state facendo?! Guarda qui, siete dei diavoli, siete!». Sottolineò la natura diabolica di noi marmocchi che avevamo innaffiato la pavimentazione del terrazzo con un’involontaria vibrazione della voce.
Senza alcun timore di apparire crudele, ritengo di poter scrivere che il rimprovero non fosse stato dettato dal timore che potessimo raffreddarci, farci male in qualche modo o altro ancora, ma semplicemente dal fastidio che le recava il disordine che stavamo generando.
La dottoressa Rizzo Corallo aveva una personalità chiara, era ordinata e scrupolosa in tutte le sue faccende – a volte, forse, anche in quelle degli altri, o le sarebbe piaciuto esserlo -, era categorica.
(continua...)

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