Monday, 6 April 2009

«La sovrana dipendente» - 2. Sulle sue ginocchia

2. Sulle sue ginocchia

(…segue)
Sarà stato il kebap di ieri sera con la sua salsa piccante – che razza di calabrese sono? -, sarà stato il pensiero del lavoro che mi aspettava stamani in ufficio – per fortuna, direi, data l’aria che tira co’ sta crisi… –, oppure per via dei caloriferi accesi perché non si capisce ancora che intenzioni abbia il clima in Lombardia – passiamo dai 10° ai 20° come nulla fosse, la gente sembra più perplessa che persuasa; al mattino per strada s'incrociano allo stesso modo persone in pelliccia e persone in maglietta a maniche corte - fatto sta che stamattina mi sono svegliato zuppo di sudore e in preda al panico per uno dei soliti tre incubi che mi perseguitano: quello in cui corro a perdifiato per sfuggire a un ignoto inseguitore, mi accingo a scavalcare la finestra di un pian terreno per rifugiarmi in un palazzo abbandonato e cadente, allorché sento uno sparo e una pallottola mi raggiunge, colpendomi alla schiena mentre sono ancora con una gamba dentro e una fuori. Sicché ricado in terra, sul marciapiede in strada – oppure sulla terra secca di un vecchio giardino? Fatto sta che sento il sangue sgorgare a fiotti da mezzo alle spalle. Non so come sia possibile, ma lo vedo, vedo il fiotto rosso e affatto denso e color della Nutella come è in realtà. Ragiono fra me che dovrei svenire da un momento all’altro, o morire dissanguato, ma non accade. Piuttosto mi sveglio.
Per fortuna quando capitano simili contingenze mi basta voltarmi sul fianco, scorgere nella penombra i lineamenti del mio amore che dorme in pace assoluta per placarmi a mia volta. Però, la stanchezza della fuga in sogno mi è rimasta incollata addosso tutto il giorno e quando stasera sono rincasato e il piccolo Cesare mi ha raggiunto sul lettone mentre mi levavo le scarpe chiedendomi: «papà, facciamo la lotta?» è stata la prima volta che ho chiesto a qualcuno lassù: “Perché anche mio figlio non è gay?”.
Certo, ha solo tre anni, ma il fatto che le sue prime parole siano legate al "gioco al wrestling", che si diverta a tirare calci di sghimbescio al pallone di spugna piuttosto che accocolarsi per guardare insieme “Amici di Maria De Filippi” non sono segnali incoraggianti. Vabbè, mi dico in fine, a ognuno la sua croce, no? Mi piace vederlo così ignaro della vita, immerso nella totale ignoranza di tutte le cose brutte che sono accadute anche oggi (non ci sono parole per esprimere lo sgomento di fronte alla tragedia che ha colpito il centro Italia).
Eccolo, lui, che mi guarda coi suoi occhioni azzurri, si appoggia al mio braccio col ciuffetto biondo e già crespo che gli spolvera la fronte - marchio indiscutibile della nostra razza…
È straordinaria la somiglianza con suo nonno, mio padre, e così sono ancor più felice di avergli dato questo nome. Di conseguenza è sorprendente, anzi direi che ha qualcosa di miracoloso la concomitante somiglianza con mia nonna paterna. Ricordate che ne ho già scritto, della “sovrana”?
Dopo aver saltellato sul lettone ed essermi fatto massacrare di cucinate e morsi, ci siamo messi in cucina a cenare e Cesare ha insistito per rimanermi attaccato.
«Posso mangiare in braccio?» mi ha chiesto allungando le manine minuscole di nano perché lo sollevassi sulle mie ginocchia - di nuovo quel fare angelico e ruffiano che sottintende una fregatura imminente.
In braccio... Sono tornato anche stasera indietro nel tempo, a quando ero io ad arrampicarmi sulle ginocchia di mia nonna.

La nonna Serafina, all’anagrafe Maria Francesca. Il che giustifica anche il nome della mia sorellona. Quello di Serafina le fu appioppato dal bisnonno Cesare in segno di rispetto e gratitudine alla zia (sorella di sua madre Francesca rimasta vedova troppo presto, soprattutto perché aveva una fracca di figli a carico oltre lui) che l'aveva cresciuto insieme al marito Giovanni iniziandolo al mestiere di calligrafo; questo prima che si diplomasse in farmacia e che desse inizio alla stirpe degli specialisti in medicinali.
Nei miei ricordi la nonna Serafina è spesso associata alla poltrona, anzi alle poltrone della sala da pranzo - che si distingue dal salotto “di rappresentanza” - cui è rimasta costretta a causa dell’artrite reumatoide - sì, credo fosse artrite ma mi riservo d'indagare - che l'ha sempre perseguitata sin da giovanissima.
La disposizione del mobilio nella sala da pranzo è sempre rimasta invariata, come anche nel resto della casa, eccetto che per la camera in cui tutt’oggi dorme mia zia Anna quando ritorna da Modena, in occasione delle feste comandate, e che prima ancora era la stanza di mio padre, l’unico figlio maschio, il maggiore per giunta e che, in quanto tale, 1) andava tenuto lontano dalla stanza delle due sorelle femmine che quindi dormivano con la zia Lucia, credo per una sorta di conveniente etichetta morale oltre che per motivi di spazio, 2) doveva vedere preservate a tutti i costi la propria indipendenza e “privacy” – se si può parlare di privacy riferendoci alla realtà di una famiglia di sei persone, del sud Italia e durante gli anni Cinquanta.
A ogni modo quella sala da pranzo oggi è per me una specie di “centro di gravità permanente”, un luogo in cui ci si potrebbe ingannare pensando che il tempo non riesca a scorrervi, come se arrivato sull’uscio venisse deviato da un’ignota forza sovrannaturale, se non fosse, appunto, per la poltrona nel cantuccio esposto a nord-est, di fianco alla portafinestra e all’immortale divanetto a due posti di pelle marrone.
Una poltrona - l’unico dettaglio, per giunta non piccolo, a trasmettere l’idea del tempo che passa. Diciamo che un anno, inteso come unità di misura convenzionalmente riconosciuta e corrispondente a trecentosessantacinque giorni, nella sala da pranzo equivale almeno a duemilacentonovanta giorni – sei anni. Tutto dipende dalla qualità e dalla durata della poltrona di turno. La poltrona, una specie cabina di comando di Goldrake in cui la nonna Serafina si calava come Actarus – era Actarus? – per dirigere le operazioni domestiche in casa Fontanella pigiando comandi e singendo leve invisibili.
La carta da parati (oggi solo leggermente ammuffita in corrispondenza degli angoli del soffitto) mostra una fantasia floreale, in cui un pizzico di viola si mescola al giallo e al verde, senza apparire esagerata o di cattivo gusto, ma sposando alla perfezione la luce che si diffonde dal terrazzo e rimbalza su tre piatti di ceramica bianca appesi, su cui sono ritratte figure di fanciulle dirette alla fonte con una giara sottobraccio.
Contro la parete a sud - il televisore e un mobile lungo e alto di legno scuro intarsiato, di quelli con i piedi sottili e neri tranne che per le estremità in ottone, su cui poggia uno specchio enorme dalla cornice dorata che arrossisce perennemente con le sue piccole macchie lenticolari dovute all'ossidazione. Il ripiano è di marmo bianco con leggere venature di grigio, tale e quale al ripiano della tavola da pranzo ovale, in mezzo alla stanza. Quasi in corrispondenza del centro della tavola pende un pesantissimo lampadario dorato a otto braccia a cui, dai diciotto anni in poi, ho continuato a sbattere imperterrito la testa...
Ricordo che l’embrione della poltrona meccanica che si alza e si abbassa con un vago ronzio e che oggi ha preso il sopravvento, in principio altro non era che una coppia di sedie a dondolo, poste l’una di fronte all’altra. Forse definirle sedie è un po’ riduttivo. Si trattava pur sempre di sedili di pelle nera imbottitadi notevoli dimensioni; i braccioli e l’intelaiatura ricurva su cui poggiavano erano di legno pregiato. E figuratevi che prima che la malattia continuasse a invalidare la nonna e che questa perdesse forza anche nelle braccia, la diretta rivale della poltrona-robot era la sedia impagliata della cucina. Quando iniziò, al mattino, a trasferirsi dal bagnetto della sua camera da letto direttamente nella sala da pranzo, l’acquisto della versione più evoluta della poltrona fu indispensabile. Sarebbe servita a dare l’idea alla dottoressa di continuare a essere autosufficiente, anche se vi rimaneva affossata tante ore ogni giorno . Anche quando fu costretta a promuovere il singolo bastone canadese al grado di girello deambulatore cromato, con gli appoggi ascellari, ma soprattutto richiudibile; cioè che potesse sparire dalla vista in qualsiasi momento (anche se lo vidi sempre lì, per casa, fino al suo ultimo giorno).
Ma la nonna fu sempre una donna molto intelligente per non accettare la sua condizione sempre più di dipendenza. Allo stesso modo era troppo intelligente per non conservare immutato il portamento fiero che le era proprio. Sempre ben eretta, sempre curata, col suo rossetto rosso o fucsia un po’ sbavato sui denti e gli orecchini d'oro, cimelio di famiglia. Una vera signora.

Spesso, la domenica mattina, oppure il pomeriggio verso le cinque, mi divertivo a osservare mia madre prepararsi dopo avere vestito me e mia sorella. Zampettava dalla sua camera al bagno con in mano prima un paio di collant, poi la gonna e la camicia, in fine la spazzola. Mi piaceva guardare la sua mano gentile che saliva e scendeva lungo le onde di capelli dal colore sovente indefinito, o comunque sempre nuovo non dico da una settimana all’altra, ma quasi.
Sempre attenta a presentarsi bene (ci riusciva e ci riesce senza ombra di dubbio), faceva in modo che anche noi figli fossimo impeccabili, anche quando in calzoncini e infradito, ma senza ossessioni di sorta. Le veniva così, naturalmente. È una dote innata.
Quand’eravamo tutti pronti ecco che o s’imbustava l’ultimo capretto ricevuto da un paziente di papà – ancora oggi spesso i pazienti pagano i propri medici in natura -, o una cassetta di arance e mandarini o, chessò, del vino se capitava, e saltavamo in macchina – ricordo soprattutto la “Ford Fiesta” blu.
Quando in casa non c’era niente da recare come omaggio, mamma sostava dal fioraio e ci avviavamo al paese con un mazzolino di fiori oppure una pianta nuova che sarebbe finita a rinfoltire le fila sulla terrazza dei nonni.
Anche se la targa avvitata sul campanello recita “Avv. Fontanella” e basta, tutti in paese sanno ancora che lì ha vissuto la dottoressa Rizzo Corallo, “‘a farmacista”.
Suonavi, e chi ti apriva raramente non era zia Lucia che, raccolta nel suo nucleo d’energia concentrata, ti accoglieva con un sorriso e un gioioso «Mah-a! Guarda chi c’è!». Ti aspettava paziente mentre lasciavi il soprabito sull’appendi panni all’ingresso e, quand’era sicura che fossi pronto, ti precedeva per il lungo corridoio. Di filata, senza indugio procedevi toccando lo studio, il famoso salotto di rappresentanza, la camera da letto della zia e di fianco quella dei padroni di casa, la cucina - dove il nonno si aggregava a quella sorta di processione di nuore e nipoti emettendo il suo festoso «Oh-oh!» - e, in ultimo, eccola: la sala da pranzo. Già sulla soglia la nonna ti poteva scorgere riflesso nello specchio lentigginoso. Probabilmente già al suono del campanello s’era accomodata la collana sul maglione di lana che indossava per stare in casa e s’era ravviata la corta chioma dorata (a volte rossiccia o castana), il tutto con il pollice valgo che alcuni di noi nipoti hanno ereditato. Spalancava le braccia e sporgeva leggermente in avanti il busto, quasi stesse per alzarsi sul serio per venirti incontro, ma la poltrona la tratteneva fra i suoi braccioli. Anche soltanto con lo sguardo ti faceva le feste. Gli occhi luccicanti scodinzolavano come la coda di un cucciolo ed esclamava: «I ninnì!» – chiamava così tutti noi nipoti. La nonna Maria, la mamma di mamma, invece ci chiamava “Stelle”, con quella tipica inflessione veneta che ancora riecheggia nell’aria.
La nonna Serafina mi voleva bene. Mi voleva bene perché in quelle domeniche che scodinzolava sulla poltrona la osservavo e notavo i suoi occhi ridenti eppure che emanavano una luce soffusa che odorava di questua orgogliosa. Non vedeva l’ora di abbracciarci tutti.
«Ciao nonna».
«Ciao ninnì. Che bella camicetta che hai!».
«Beh, come si risponde?» interveniva mia madre.
«…Grazie. Me l'ha comparata mamma».
«Ah! Questa mamma è proprio brava. Non mi poteva capitare nuora migliore» commentava la nonna mentre gli occhi si alzavano in cabrata alla figura di lei per farle capire che il commento era sentito. Nessuna finzione. Del resto mia madre ha voluto bene da subito ai suoceri come ai propri genitori.
«Vuoi venire un po’ in braccio alla nonna?» mi chiedeva poi quasi timida.
Io facevo segno di sì con la testa e lei prima picchiettava i palmi delle mani sulle ginocchia perché mi facessi più vicino e poi allargava le braccia per accogliermi su di sé. Era bellissimo d’inverno, quando c’erano giornate soleggiate. Mi piaceva stare in braccio alla nonna, anche se avevo sempre paura di farle male alla gamba già dolente per i fatti suoi. Ma sbagliavo. Il suo sorriso diceva chiaramente come fossi solo un dolce peso.

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