Friday, 29 May 2009

“Cia' cumpà!”


Uao! Sono le 13.30, quindi quasi ora di pranzo e vi scrivo dal salone di casa di mio padre.
Non voglio star qui a rincarare la dose, descrivendo ancora il paesaggio di cui posso godere – e di cui non mi stanco mai - flettendo appena il collo verso il terrazzino a destra. Vero è che, se anche lancio lo sguardo dritto davanti a me, attraverso la finestra di fronte...
Oddio, non è che sarebbe molto diverso se mi voltassi leggermente a sinistra…
Comunque, ho detto che non voglio farlo e non lo farò – rischiare di rendervi invidiosi.

Sul tavolo della cucina sono esibiti un bel vassoio di caprese: pomodori cuori di bue, mozzarella di bufala e basilico – o vasilicòlo, come lo chiamiamo in terronia; olive verdi ripiene di pecorino fresco e una forma intera, di pecorino accompagnata da “un’imposta di sozizza”; funghi “pinnicoli”; “pisci salati” e pane fresco di Forello odoroso di farina, quello con la crosta marrone e croccante maculata da pezzetti di carbone, residui del forno a legna e, in fine, vino rosso a volontà.
Casa di mio padre era la casa di suo nonno, lo scienziato – non pazzo, ma molto originale, quello che inventò l’antimalarina – di cui porta anche il nome. Ha le pareti azzurrine e i pavimenti di mattonelle esagonali rosso-bordeaux come si usava a fine Ottocento. È una chiusa che sorge a 300 metri dal mare e per arrivare qui da casa mia ho bisogno di percorrere 5 minuti di strada in macchina.
Oggi l’aria è gravida dell’odore del sale marino più di ieri. È più fresca e gli aghi dei pini marittimi e dei pioppi si muovono lievemente, sospinti dalla brezza che soffia da est. I fiori gialli dei fichi d’india, o “ficupallete”, o “fichiniani” torreggiano sul rosso dei papaveri.

Che bello guidare a Rossano. È un paese di creativi. L’estemporaneità è una caratteristica della nostra gente, soprattutto al volante. Ricordo la prima volta che installarono un semaforo all’incrocio del passaggio a livello. Così colorato! Così alto! Non poterono resistere e il giorno dopo era già scomparso. Troppo forte la tentazione di rubarlo. Oggi invece ne abbiamo almeno 5, di semafori. Funzionanti, certo. Siamo cresciuti.
Poi, da qualche anno a questa parte, anche a Rossano è giunta la moda delle rotonde, dei “rondò”, come ho sentito chiamarli a Milano. All’inizio il nome non era sufficiente a rendere l’idea alla nostra gente di come ci si approccia a queste strane strutture, che ci si gira intorno intendo. Infatti alcuni ci passavano attraverso, le cavalcavano come dossi enormi. Ma oggi ho constatato che anche questi funzionano benissimo. Solo, è ancora difficile far allignare il principio per cui NON è possibile parcheggiare ovunque e, soprattutto, all’improvviso, così, nello stesso istante in cui sovviene tale impellente necessità. So che ad alcuni può sembrare strano, ma NON si può parcheggiare neppure sulle rotonde, o intorno a esse, né solo sostarvi per scambiare quattro chiacchiere.
Venendo qui stamattina, ho cercato di fare intuire questo principio a un “bel signore”, bello nel senso di ben piazzato – sapete già che il concetto di bellezza e salute qui coincide con quattro, o cinque, o anche sette chili in più rispetto al peso forma, no?
Già, dicevo che questo “bel signore” ha tirato il freno a mano in mezzo all’incrocio, per fortuna dopo essersi accostato alla rotonda – cioè quasi sopra - per fare un salto al bar all’angolo. Ne è conseguita la mia frenata brusca. “Ma guarda questo!”, ho considerato ingenuamente fra me e ho schiacciato la mano sul clacson a dire, invece: “Deficiente! Ma che cazzo fai?”. E quello in tutta risposta che fa? Alza il braccio e mi sorride, mi saluta calorosamente: “Cia' cumpà! U’n tavìa canusciutu!”.
Ops... avevo dimenticato: a cosa serve il clacson, in fondo, se non per salutare i compaesani? I miei compaesani, quelli che si curano con gli “antibiotti”; che lamentano il fatto che i figli crescano un poco “cagnottelli” (“criscianu in larghezza, no in altizza!”); che chiedono al farmacista le calze “elasticheggianti” per problemi di circolazione.

Non fraintendetemi: io li adoro.

Wednesday, 27 May 2009

Tempus edax rerum?

Finalmente a casa.
Scrivo dal MIO letto, dalla MIA stanza. Se mi affaccio da qui scorgo le colline e quindi parte del centro storico. Se faccio due passi nella direzione opposta, nord-ovest, mi affaccio dalla terrazza gremita di layland, gerani, gerbere, gelsomini, un fico d’india e rose di vari colori per vedere la costa dritta, il mare nero di notte, uno spicchio generoso di luna - in lontananza l’insenatura illuminata del golfo di Sibari e più a ovest le cime spettinate del Pollino.
Dopo 13 ore di pullman e senza aver riposato un attimo tutt’oggi, finalmente le mie caviglie, che ora somigliano di più a due paline di un semaforo, trovano sollievo. È molto calda questa notte – come credo nel resto d’Italia – per questo il vetro basculante in camera rimarrà aperto. Ci sono ancora ragazzi che giocano al pallone sotto casa. Sento le grida tipiche come: “Giuvà, va vinna banane a ru mare!”, “Luvì, ma sì pobbio na piscia salata!”, “Luvì – sempre quello di prima – mera ca sì pure brutt’… Sì pobbio na Gargamella!”. Mi sa che questo Luigi gioca davvero male…
I cani randagi marciano fila nei pressi dei cassonetti. La raccolta differenziata facilita la loro sopravvivvenza.
Non so a che ora sarò in piedi domani, ma i rumori della notte rossanese, di contrada Donnanna, mi mancavano.
Il MIO letto. L’unico fatto su misura. Apposta per me. Forse il prossimo manufatto su misura in cui potrò stendermi senza essere costretto a dormire coi piedi penzolanti oppure la testa di traverso, premuta contro la testiera, sarà la bara. Chissà.
E' che su questo letto ho consumato le mie prime esperienze amorose, "toccacciamenti" adolescenziali, sì, ma sempre in questa stanza, e nella stanzetta degli ospiti a fianco, e nel bagno adiacente e sulla terrazza di cui sopra ho fatto l'amore con... una parte del mio passato, quella parte che, per ironia della sorte, è tornata a bussarmi giusto in questi ultimi giorni e, se anche mi sembra di avere le idee chiare, un po' - è il caso di dirlo - la bussola me l'ha fatta perdere.

Vic, è in parte vero ciò che scrivi nel tuo commento. Eppure non esiste mai un’affermazione che non possa essere parzialmente e seriamente smentita, contraddetta.
Prima o poi…
Se da una parte mi viene in mente S. Sulpicio che in "Cicerone" ha scritto che “non v’è dolore – perché al dolore in relazione al tempo faccio riferimento in questo momento. No, non fisico di certo – che la lontananza del tempo non attenui e addolcisca” , dall’altra mi balza alla memoria un pensiero di Lucano che avevo registrato su un quadernetto durante gli anni del liceo – mi era già ben chiaro il mio problema con il tempo – che dice: “Il tempo ha bisogno di chi lo domini”. Tocca quindi a noi farne buon uso e volgerlo in nostro favore.
Ciò mi ha fatto pensare che forse - sì, nel mio caso è così - non è il passato a tornare di continuo a bussare alla mia porta. È che non l’ha mai lasciata la mia magione, questa mia desolata stamberga cadente. Non è che il passato in determinati suoi aspetti ritorni da me ingigantito, o più cattivo, o chessò io cos’altro. No. È solo che, seguendo il consiglio di Cicerone, ancora oggi voglio convincermi che il trascorrere del tempo, il vorticare delle lancette sull’orologio e lo strappare via i mesi dal calendario siano sufficienti per dimenticare. Si è scritto tanto sul tempo ed è certo ormai che i sentimenti, ciò che ci portiamo dentro, al contrario di tutto il resto non rispondono a questa categoria. Vic, tu dirai: "Ma chi t'aveva chiesto niente?". Lo so, ho solo preso spunto, tranquillo.

Ecco perché la mia stanza sembra non subire il fascino dell’età! E' sentimento puro, e qui tutto sembra rimanere immobile. Anche quando tira il ponente (e pure l’erba è malamente), anche si mina ra tramontana (e tutt’e fimmine su’ puttane).
È una riflessione banale, lo so. Prendetela per quello che è: figlia della mezzanotte e mezzo passata, della canicola simil-estiva e delle alici e polpi arrostiti – e va bene, anche un pezzetto di parmigiana – che dovevo mandar giù forse da appunto un po' di… tempo.
Buna notte a tutti.

Sunday, 24 May 2009

"Limerence" e scrittura.

Qualcosa che di solito cerco di evitare è il fornire un'interpretazione - che sia unica e univoca, la mia - a ciò che scrivo. Mi riferisco, certo, ai miei racconti, oppure ai romanzi, brevi o lunghi che siano. Voglio che l'unica chiave di lettura del mio lavoro sia l'usuale epigrafe - solitamente non dev'essere più d'una, sebbene io sia istintivamente portato a riempirne una pagina intera. Questo perché mi piace l'idea che il lettore incappato nel mio contributo si serva dell'indizio iniziale soltanto per riempire di un significato altro ciò che s'accinge a leggiucchiare. Questo anche per verificare l'effettiva universalità di quanto ho scritto, cioé se si tratta di un prodotto derivato da un sentire comune, come spero - per non sentirmi solo.


E' anche vero che, come dicevo, se il primo impulso è quello di rifornire il pubblico di più epigrafi ne deriva che la paura d'essere frainteso c'è e come! L'ho realizzato, la prima volta in pieno, dopo la pubblicazione de "La mangiatrice di unghie (io, il terzo Finamore)", quando alcuni lettori mi hanno contattato per chiedere conferma del senso ultimo colto dal romanzo. Se da un lato mi divertiva constatare come ognuno di loro avesse letto un significato implicito cui io non avevo minimamente creduto di alludere, dall'altro mi stupivo riconoscendo l'abilità di chi la mia "visione delle cose" l'aveva colta, e anche in pieno. Era la chiave di lettura ad aver funzionato, a girare nel senso giusto una volta conficcata nell'animo del lettore, oppure si trattava semplicemente di un caso di affinità elettiva?, mi chiedo ancor oggi. Davvero l'epigrafe aveva permesso di cogliere il mio pensiero, la mia considerazione sulla vita ch'era celata dietro un gesto narrato - per esempio il mangiare le unghie - oppure dietro un personaggio, o solo dietro il suo nome - mai casuale?


Ecco che ieri, lavorando al riadattamento per la pubblicazione su questo blog del prossimo capitolo di “Booksharing”© che leggerete - spero - martedì, dicevo che ieri mi sono reso conto di aver omesso da “Booksharing”© tutta questa parte introduttiva di cui vi ho appena scritto. Un'indicazione di ciò a cui “Booksharing”© fa riferimento - secondo la mia mente malata - l'avrete già colta dalle immagini che selgo e che accompagnano ogni capitolo (i quadri di Troilo). Ma ecco che nel prossimo, il 6° mi pare, vi sarà finalmente fornita anche l'epigrafe. La chiave della storia tutta. Si tratta della citazione di un articolo che lessi sul "Times Magazine", una lettera a opera di una certa signora Wanda e diretta a un suo spasimante di nome Ralph. Nell'epigrafe è chiaro il riferimento al fenomeno del "Limerence".


Di questa patologia venni a conoscenza quando ancora vivevo a Roma. Le mie riflessioni sul "Limerence" hanno pur contribuito alla stesura di alcuni capitoli de "La mangiatrice" - anche se solo in minima parte -, di "175 (viaggio in stanze chiuse di Epifanio Finamore)"© che solo in pochissimi conoscono, e in minimissima parte anche di "Che tempo fa lassù (estinzione della stirpe)"© che è ancora preda di un lungo processo ricreativo, per scatenarsi pienamente, invece, in “Booksharing”© che di certo non potrete leggere nella sua versione originale in questa sede.


Come se ciò non bastasse, ecco che ieri mi son reso di nuovo loro prigioniero per decidere, oggi, di invitare voi invece a una riflessione preventiva che accompagni le vostre letture future e le considerazioni su quelle passate, se mai se ne sono manifastate.


"Limerence" è un aspetto poco sano, diciamo così, dell'amore. Gli studi su questa patologia sono stati condotti da una psicologa americana, Doroty Tennov - classe '28 - che ne scrisse in alcuni studi negli anni '60 e ne scrisse ben bene la prima volta alla fine degli anni '70 in "Love and Limerence – the Experience of Being in Love ".


Descrivendo una relatà che di primo acchito potrebbe definirsi del tipo "Sex and the city", la Dott.ssa Tennov ha riferito anche di amori non corrisposti, giungendo alla conclusione che innamorarsi di una persona sbagliata, anzi il continuo innamorarsi delle persone sbagliate, diciamo il non poter farne a meno, o il non riuscire a fare diversamente sia una malattia che genera in chi ne soffre una costante sensazione di ansia e tormento, cosa ancor peggiore - il sentirsi inutili e superflui. Per cui ha coniato questo termine.


Sentirsi inutili. Io sono inutile.


Terribile, no?
Ma non è tutto. Spesso questa condizione rivela non tanto l'effettivo innamoramento del partner che magari si è riusciti a conquistare, bensì dell'idea dell'amore in sé, condannando a morte la relazione ancor prima che essa cominci. Pare che la condizione di "Limerence" implichi uno stato mentale non dissimile da quello del DOC (disturbo ossessivo compulsivo).


Questa patologia, mi chiedo, (conosciuta anche come "Verliebtheit", o in russo "влюблённость"), potrebbe davvero derivare da disturbi infantili come alcuni sostengono e come - pare - succede con altre analoghe? Davvero un'esperienza fanciullesca può condizionare a tal punto la nostra vita, anche quando ormai siamo dei "pilloscioni di un metro e novatesette centimetri" - come direbbe qualcuno di mia conoscenza?


Beh, per quanto mi riguarda, a questo punto ho riferito anche troppo. Mi sembra di aver fornito oltre che la chiave di lettura, anche il codice segreto a quattordici cifre dell'allarme, l'impronta digitale e quant'altro possa esistere per sbloccare l'accesso alle latebre di “Booksharing”©, sperando di non avervi rovinato la sorpresa e rassicurandovi che si tratta solo dell'accesso, del primo passo. Il resto del lavoro, se volete andare oltre, spetta a voi.
Inoltre ricordo che, se indubbiamente ogni contributo riporta parte delle esperienze di chi li scrive, tutto il resto è fantasia, puro astrologare intorno al nucleo centrale.


Io personalmente, dopo aver messo la parola FINE a “Booksharing”©, sono giunto alla conclusione di essere affetto da "Limerence", anche se - a essere sincero - è un mio vizio quello di avvertire i sintomi precisi di ogni patologia su cui m'informo prima di scrivere una storia; come quando credevo di essere stato lobotomizzato a mia insaputa, oppure quando credevo di essere schizofrenico - convizione in parte ancora allignata in me.


Molti potrebbero farsi etichettare come "Limerencesi" perché credo che molti accusino, anche se solo sommariamente, i sintomi descritti da D. Tennov. Non è forse così? Chi di voi potrebbe esserlo?

Thursday, 21 May 2009

Se ti amo davvero sono un sadico e pure uno stronzo.


È successo stanotte. Ancora una volta quella sensazione che qualcosa si rompa di colpo, mentre qualcos’altro va a posto. È un click fortissimo in testa. Uno scoppio che si capisce benissimo che viene da lì dentro. Fa sobbalzare. Se dormo, mi sveglia e mi getta in preda al panico perché lo confondo con lo scoppio di un petardo sotto al letto. “Che? Come? Ch’è successo?”. Sobbalzo sotto al lenzuolo. Guardo la Fra’, oppure mio fratello, a seconda di chi mi dorme vicino. I loro volti placidi sono la conferma che tutto genera da me. Se son da solo scruto il soffitto che si abbassa fino a soffocarmi, come per spremermi. Nemmeno fossi un’oliva e i muri di casa, intorno, il frantoio. “Olio! Olio! Olio!” è un coro, sono le parole trasudate dalle pareti. Le osservo, incredulo, mentre colano scavalcando il battiscopa; fino a infiltrarsi sotto le tessere lunghe e strette del parquet che si gonfiano, poi si spaccano. Le crepe avanzano nella mia direzione.

Mi lascio cadere pesantemente all’indietro e affondo la testa nel cuscino caldo. Anche troppo. Passo una mano sui capelli e verifico che il cranio sia intatto, che il cervello non sia deflagrato e che i pensieri non siano andati persi, sparpagliati qua e là sulle coperte, sul tappeto e sulle ciabatte. Ne vedo appena uno, nascosto dalla penombra spalmata in terra dal mobilio. Mi alzo seccato, lo riprendo e lo rificco al suo posto, lo spingo di nuovo in testa e mi sdraio, di nuovo "di nuovo". M’esploro una narice – un’altra occasione per compiangere le unghie morsicate, scheggiate e i polpastrelli tondi e morbidi con cui non posso sganciare la capsula che si è spinta tanto a fondo da pungermi come una scheggia di vetro.
Mi sovviene il ricordo di mia madre che si tagliò la pianta del piede con un fondo di bottiglia abbandonato sulla riva, durante la prima - e ultima – lezione di windsurf. Rivivo l’odore del sangue copioso reso trasparente dall’acqua salata del mare, i suoi lamenti quando si rese conto di ciò che stava accadendo, perché non subito s’accorse d’esser stata ferita da un incosciente ubriacone che la sera prima aveva bivaccato in spiaggia.
A questo associo il ricordo di mio fratello che all’età di… pochi anni, non ricordo quanti, scavando una buca in spiaggia si punse con l’ago di una siringa nascosta. Quindi il terrore negli occhi di noi tutti. Analisi, prelievi, angoscia. La sabbia bollente aveva sterilizzato il pungiglione nefasto.
Chiudo gli occhi. Stringo forte, molto forte. Due elastici di pelle si tendono sulle tempie. Devo cantare. Ma cosa?, mi chiedo. Poi le parole partono da sole. Canto spesso quando sono a letto. Mi sento mormore al buio, nell’attesa di scorgere i primi raggi di luce oltre le tegole e le foglie ingarbugliate del gelsomino attaccato, durante il giorno, dai piccioni. Odio i piccioni. Ma ora devo cantare. Sussurro, allora: «che vuoi che siano poche ore in una bara / Ché in una bara in fondo non si sta poi male / basta conoscersi e sapersi accontentare/e in questo io, modestamente, sono sempre stato un grande / perché per vivere a me non serve niente, solo... / Aria... soltanto... aria».

Serro la glottide. "Un momento," mi dico "l’ho scritta io, perché queste sono le mie parole!". Mi levo dal letto con un solo scatto e mi getto carponi sul pavimento. I miei pensieri!, mi allarmo. In a rush, in a rush… mi scervello in inglese, senza sapere bene perché, cosa c’entrino queste tre parole. So solo che devo cercare. Devo trovare le parole. Sono sicuro ch'erano le mie, quelle parole. Forse quando è scoppiato il cervello sono cadute sotto al letto e me le hanno rubate. E adesso non le trovo più - più nulla, uffa! Certo, e chi vuoi che, passando di lì e vedendo le parole di un altro, non le prenda per sé, cacciandosele in tasca e scappando via? Ma la porta è chiusa! Da dove…? Venuto, o andato? Basta, ormai non ci sono più. Parole… parole… mi hanno rotto i coglioni. Devo cantare ancora adesso. Mi sdraio di nuovo e il letto cigola, pigola come un pulcino con i denti di coccodrillo. Ma io me ne fotto e canto, riprendo a sussurrare al buio la canzone di Silvestri: «..come se questo mi potesse scoraggiare / e poi col tempo mi hanno visto consumarmi poco a poco / ho perso i chili, ho perso i denti, somiglio a un topoho rosicchiato tutti gli attimi di vita regalati / ho coltivato i miei dolcissimi progetti campati... / In aria... nell'aria / E gli altri sempre a protestare, a vendicare qualche torto / a me dicevano, schifati, "tu sei virtualmente morto!a te la bocca serve solamente a farti respirare"».
Penso a lei. Mi manca e voglio piangere. Mi accorgo che dietro tutta questa ricerca, dietro lo scoppio in testa, dietro la canzone c'è lei. C'è sempre stata lei.
Mi manca fare l’amore con lei. Mi manca la sua mano sul mio viso. Una mano piccola che mi fa sentire grande e importante. L’amore rende importanti. L’amore di un’altra persona, non quello per se stessi; per questo mi odio tanto quanto già odio i piccioni. Sono un fottuto piccione schifoso. Il sole è lì, dietro le tegole. So che può sorgere da un momento all’altro ma non voglio più vederlo, no, se non ci sarà lei al mio fianco.

Wednesday, 20 May 2009

"Io ho un amico che mi ama-a-a!". Per la serie: siamo tutti fratelli (english version included).


Forse alcuni di voi "froci" – per dirla con le parole della Signora Federica, ex concorrente del “Grande Fratello” - non hanno avuto occasione di leggere l’articolo apparso alcuni giorni fa sul Corriere.it che era intitolato: «Gay Pride: scontri a Mosca con la polizia, Venti attivisti in manette. I manifestanti approfittano della risonanza del festival canoro Eurovision».
In realtà l’articolo in sé non annuncia nulla di nuovo, se non quanto già reso noto nel titolo stesso, ribadendo il clima di forte omofobia che regna in Russia. E infatti non è per questo motivo che nasce il post di oggi – benché, secondo il mio modesto parere, nulla debba passare inosservato quando ci sono in ballo violazione dei diritti umani, soprusi e simili.
No. La necessità di scrivere è nata, invece, in seguito alla lettura di alcuni fra i commenti alla notizia a opera dei lettori italiani. Ne riporto due:
«bravi!
16.0519:57

"sorboneapaprigi"
finalmente un paese dove questi "signori" vengono rispediti a casa! Bravo Putin! Bravi i russi!».
«I guasti dell'oimofobia [sic]
16.0517:05
"angelo56"
L'omofobia [sic] è una malattia morale e mentale. Opprimere una minoranza innocua per il suo orientamento sessuale è come prendersela perchè hanno un diverso colore della pelle, diversa lingua, diversa religione. Ma dalla Russia dove si assassinano impunemente giornalisti, come stupirsi? Tutta la mia solidarietà ai gay russi! Domani è la Giornata Internazionale controi [sic]l'omofobia, chi è omofobo danneggia anche te, digliu [sic] di smettere!».

Se preferisco glissare sul primo commento del signor “sorboneapaprigi” come uno di quegli aerei che lasciano nel cielo le misteriose nubi indelebili di cui si narra in trasmissioni tipo “Voyager” (secondo cui esisterebbe un complotto mondiale per cui paesi nemici ci avvelenerebbero ogni giorno un po' di più col fine ultimo di sterminarci), dicevo che se glisso come uno di questi aerei sul commento di Mr “sorboneapaprigi” spargendogli sul capo il mio gas intestinale – pur sempre sperando che il suo sia un commento-scherzo e nulla di serio in realtà -, al contrario desidero soffermarmi sul commento del signor “Angelo56”.

Angelo di nome e di fatto, questo signore (’56 sarà l’età?). Sì, angelo custode di noi froci di merda, vi pare? Non lo scrivo con cattiveria, badate bene. Certo che le sue parole fanno sorridere: «L'omofobia è una malattia morale e mentale». Ecco, magari aggiungerei anche “mortale”, giusto per sdrammatizzare un po’. Solo, dovrebbero riferire al signor Angelo di prestare attenzione perché se le cose stanno come dice, fra pochi anni anche lui potrà essere tacciato di chissà quale crimine, oppure maltrattato e per il semplice, innaturale fatto di essere un vecchio del cazzo. Certo sarà sempre meno seccato e importunato di chi, come lui, fra qualche anno sarà vecchio sì, ma in più frocio. E quando i giovani omofobi, diciamo gli intolleranti in genere ci si mettono… E' difficile dire quando un ignorante può essere più pericoloso: se quando si trova di fronte a una checca, oppure a un vecchio. Oppure a una vecchia checca.
Per fortuna c’è ancora gente che li ama, i ricchioni. O quanto meno c’è gente a cui non gliene fotte una motominchia di sapere con chi andiamo a letto (com’è giusto che sia). Però è bello sentirsi difesi, protetti da amici che non sapevamo di avere e che ci amano per il solo fatto di essere umani (addirittura come loro?).

Grazie signor “Angelo56”, La ringrazio senza alcuna sottile traccia di sarcasmo.
____________________________________________________
Perhaps some of you fags – using the words of Mrs Federica, who took part to the Italian “Big Brother” - have not had still the occasion to read the article appeared some days ago on the Corriere.it and entitled:
“Gay Pride: fightings in Moscow against the police, Twenty activists in handcuffs. Demonstrators take advantage of the resonance of the Eurovision festival”.
Actually the article does not announce nothing new, but what it’s already announced in the same title, repeating the well known severe homophobia reigning in Russia. In fact it is not for this reason that this post born today - although, according to my modest opinion, nothing must go unnoticed when they speak about violation of the human rights, and similar things.
No. The need to write today born, indeed, after reading some among those comments of Italian readers. I am reporting two of them:
Well done!
16.0519: 57

by sorboneapaprigi
at last there is a country where these “gentlemen” are shipped back home! Bravo Putin! Well done, Russian people”.
The breakdowns of the hoimophobia (sic)
16.0517: 05

by angelo56
The homophobia is a moral and mental disease. Oppressing innocuous minority for its sexual guideline is like fighting people because they have a different color of the skin, they speak different languages and preach different religions. But from Russia (sic) where journalists are killed with impunity, how can we get astonished? All my solidarity to the Russian gays! Tomorrow it is the International Day against the homophobia, who is homophobic damages you also. Say stop”.

If I prefer to skate over the first comment by Mr. “sorboneapaprigi” like one of those airplanes spreading in the sky the mysterious indelible clouds, about which spoke the television programme “Voyager” (in their opinion there is a world-wide conspiracy operated by enemy countries killing us slowly, every day, with secret poisons), I was saying that if I skate over this comment like one among these airplanes simply spraying on Mr sorboneapaprigi ‘s head my well known internal gas - hoping anyway that his comment is a joke-comment and nothing serious -, on the contrary I would like to dwell on the comment by Mr. “Angelo56”.
Angel is his name, but this gentleman (is 56 his age?) is really an angel from the heaven . Yes, he’s the guardian angel of us, fucking queers, isn’t he? Please note that I do not write this being nasty. Certainly words of Mr Angelo make me smile: “The homophobia is a moral and mental disease”. So, I would even add “mortal disease”, just to de-dramatize it.
Someone would have to let Mr. Angelo know that if it is like this, within few years he could be also accused who knows of which crime, or ill-treated due to the simple, unnatural fact to be a bloody old man. Of course he will be never pestered like those not only bloody old people, but also poofs. But when young homophobic guys decide to apply themselves… it’s hard to say when uneducated people can be very dangerous: if when they are in front of queers, or old people.
Fortunately there is still someone loving them, I mean fucking queens. At least there is someone caring not at all of the person, whom I am getting lay with (it should be ever like this). But it’s wonderful to feel guarded ourselves, protected by friends we didn’t know to have and loving us only because we are human being like them.

Thanks Mr. “Angelo56”, I thank you without any trace of sarcasm.

Monday, 18 May 2009

Speciale "Armatrici di 'mpiccie"... Il mio 32° compleanno con le mie care amiche.

Buona sera amici.
Sono appena rientrato. Finalmente sono rientrato dalla mia gita di tre giorni nella favolosa Torino della Fiera del Libro. Lì ho festeggiato il mio 32° compleanno con due delle mie amiche. Le mie amiche babbione al giro con i pantaloni del pigiama e soprattutto specialiste nell'armare le 'mpiccie.
Ecco dunque che abbiamo la fortuna di avere qui con noi una di esse, di elle... "di emme", mi suggerisce l'ospite che vado a presentarvi - l'altra si sta lavando la sugna dai capelli. E' con noi l'architetto Memena Milei.
D.: Buona sera architetto, allora diamo subito un giudizio sommario della vacanza.
R.: Bella, bella, veramente bella... ho i piedi acciuncati!
D.: Commenti, per cortesia, uno dei messaggi che ha ricevuto in questi tre giorni un po' da tutta Italia. Il messaggio in questione dice: "La finite di essere ovunque?!".
R.: Naturalmente si sa che noi siamo dotati del dono dell'ubiquità... o come direbbe qualcuno... siamo obliqui...
D.: Vero. Grazie al nostro dono dell' obliquità abbiamo infatti preso parte alla Fiera di Torino e segnatamente alla conferenza del Professor C. Magris - per la felicità del sottoscritto.
Ignoravamo di trovarci nella città che contemporaneamente ospitava il Gay Pride - sempre per la felicità del sottoscritto, anche se alla fine non l'abbiamo beccato -, il G8, gli Amici di Maria, gli amici del Grande Fratello. Mi dicono che lei e la sua collega 'mpicciusa avete anche fatto una foto con Chiambretti, quello della TV...
R.: In realtà credevo di essere alla Fiera dell'Est... quando poi ho sentito parlare esclusivamente in lingua spagnola, ho iniziato a sospettare di essere alla conferenza del Prof. C. Magris (ho capito quello che dicevano due dei tre oratori della suddetta conferenza... il terzo era totalmente 'mpasimato e non ho capito una mazzafionda). Per quel che concerne le altre manifestazioni devo dire che sono molto dispiaciuta di aver "lisciato" il gay pride di appena un giorno... solo perchè la nostra informatrice ha letto cazzi per sozizzi... ma di fronte ai ragazzi del grande fratello ogni amarezza è svanita come neve al sole...
D.: Giusto. Mi è giunta voce di questa vostra informatrice. Si tratta della stessa "quarta amica" che ha sabotato la gita a Francoforte perché avevate trovato un biglietto aereo che costava solo 38 euro (andata e ritorno) creando in lei il sospetto di un aereo di cartapesta... Ma andiamo avanti: pare che il Gay Pride non sia l'unica manifestazione lisciata. Che mi racconta della mancata intervista Bignardi-Montalcini? Questa rischiava di diventare la seconda Grande 'Mpiccia, dopo quella della doccia in albergo...
R.: Devo dire che adesso il biglietto di cui parlava Lei prima è molto più costoso... perciò bisogna avvertire la nostra amica che l'aereo adesso è ottimo e non rischia di precipitare.
In merito alla Montalcini (peraltro mia vicina di casa a Roma), credo fosse andata in visita alla Fam. Agnelli (quelli che sono rimasti) per la scomparsa di Susanna... (mi sa ca l'ha fatta a curuna...).
D.: Bene, bene. ma veniamo al punto cruciale. Parliamo un po' di ciò che dà il titolo a questa intervista: le 'Mpiccie!! Mi avete fatto i coglioni quadrati, ognuno di una tonnellata circa per svariati motivi, tanto che abbiamo avuto appunto l'idea di dare vita a questo speciale. Cosa ha infastidito di più Lei e la sua amica che adesso è sotto la doccia? Cosa vi ha spinto ad armare le 'mpiccie, o chi? Esistono forse "spingitori di armatrici di 'mpiccie" (come direbbe Vulvia)? Cosa è realmente una vera 'mpiccia (per gli amici che ci seguono da casa e non ci capiscono)?
R.: 'Mpiccia = Capriccio lagnoso.
Questa è la spiegazione letterale del termine, ma ci tengo a ricordare al mio intervistatore che la mia amica ed io non armiamo 'mpiccie fine a sè stesse, ma bensì discutiamo di argomenti e problemi che ci affliggono e che potrebbero affliggere ciascuno di voi, come ad esempio fare la doccia rischiando di bagnarsi i capelli quando non si ha con sè gli appositi introvabili prodotti o l'asciugacapelli adatto all'uopo (uopo = asciugatura capelli). Oppure, per fare un altro esempio, il gravissimo problema di non riuscire a defecare prima di intraprendere un viaggio, col rischio di avere lo stimolo in un autogrill o peggio ancora di non andare mai più di corpo... Allora signori miei capite bene che non sono 'mpicce come dice il nostro qui presente amico, ma argomenti di grande attualità.
A tal proposito vorrei suggerire al nostro stimato Bruno Vespa una puntata speciale di Porta a Porta dal titolo " 'mpiccia si-'mpiccia no", oppure " 'mpiccia o chirurgia plastica?"... ma io vi esorterei ad aspettare l'uscita dalla doccia dell'altra protagonosta per altre più convincenti ed avvincenti argomentazioni...
D.: Beh, mi lasci comunque dire - credo che il pubblico, dopo aver letto la Sua risposta, concordi con me - che come donna 'mpicciusa Lei ha pochi veri rivali. Una leale e pericolosa rivale è proprio "Donna Clelia" qui, che vedo essere appena uscita dalla doccia (risolvendo così finalmente almeno la 'mpiccia dei capelli unti...). La signora pare che, quando particolarmente stanca, soffra di mania di persecuzione. Infatti, se il primo giorno di camminate a Torino la stessa città le appariva bellissima e la gente cordiale, magicamente il giorno successivo, dopo solo dodici ore ininterrotte di cammino sempre sullo stesso corso Garibaldi (causa 'mpiccia delle scarpe con le paillettes che volevansi comprare alla contr'ora), dicevo: il giorno successivo Torino le pareva invasa solo da brutti ceffi.... Come lo spiega?
R.: Sono la babbiona di prima e scrivo al posto della mia amica Francesca che è particolarmente lenta con le tastiere... non erano brutti ceffi ma persone pericolose.
D.: Allora che mi dice della 'mpiccia che pare non avrà mai fine sulla pancia gonfia, oppure la grandissima 'mpiccia delle vrattule che riposavano pacificamente sul tendone che ci sovrastava in pizzeria ieri sera?
R.: Pacificamente un cazzo... Perché ne ho estratta una dai miei capelli e l'ho uccisa...
D.: Ma come spiega che una vrattula - forse - caduta dall'alto sui suoi capelli mentre mangiava la pizza abbia potuto causare il fortissimo prurito per cui è nata l'urgente 'mpiccia di dover andar via, in albergo?
R.: Innanzi tutto il prurito al culo e sulle braccia non era solo il mio, ma unanime, perché anche la prima babbiona l'avvertiva... Che ne so, e se fossimo allergiche alle vrattule?? Basta adesso, voglio andare a fumare una sigaretta...
D.: Già, ecco la 'mpiccia della sigaretta. Mi mancava... In compenso ariecco la prima amica che voleva aggiungere qualcosa prima di chiudere il post. Prego...
R.: Voglio diventare Presidente del Consiglio (se sono abbastanza "papi"...) così faccio una legge sui navigatori satellitari... Come è possibile che tre persone che non conoscono assolutamente una città riescano a muoversi abbastanza agevolmente usando solamente il naso, ma non appena accendono l'infernale aggeggio si infognano miseramente nei meandri tentacolari della "enorme" Città di Torino? Perciò voglio legiferare in proposito e dire... NAVIGATO', VA ARROBBA!!! Vi saluto tutti e spero a presto.
Bene. Grazie, Architetto Milei. Grazie all'altra 'mpicciusa che ancora sta fumando sulle scale ("la 108° irrinunciabile sigaretta", suggerisce l'architetto). A ogni modo grazie davvero per questi tre giorni insieme, anche se mi avete un poco scassato la minchia, mi sono molto divertito. Come sarebbe potuto essere diversamente con voi due?
Allora ciao, care, armatrici di 'mpiccie.
Ciao a tutti voi e a presto.
(Ho realizzato un sogno. Finalmente stretto la mano al mio idolo letterario, il Professor C. Magris!! Questa è stata la mia vera grande 'mpccia).

Thursday, 14 May 2009

Lei e me / Both you & me


Molti di voi la conosceranno, di certo, come l’avvocato che attraversa le aule dei tribunali col suo tipico picchiettare i tacchi (e mettici sotto i gommini che, come dice mamma, pare brutto!), le punte leggermente rivolte verso l’esterno, risoluta nella sua fralezza, svelta, sempre sorridente ma velata da sottile austerità, pur sempre del tipo che incuriosisce, seduce e vince. Altri la conoscono per ciò che ha scritto, come “Corruzione e responsabilità delle persone giuridiche” [in “Il prezzo della tangente, la corruzione come sistema a dieci anni da ‘mani pulite’”, Vita e Pensiero, 2003], oppure “Corruzione e superamento del principio societas delinquere non potest nel quadro internazionale” [in “Diritto del Commercio Internazionale”, Anno XIV Fasc.4 – 2000, Giuffrè Editore], etc…


Ma pochi altri fortunati, oltre me, la conoscono come amante dei motori, di quelli montati su due ruote (da enduro) che non si stancherebbe mai di montare; oppure come quella “figghia ‘e ru’ rospo” che, sferzata dalla tramontana del golfo di Sibari e i riccioli crespi possibilmente strozzati sulla nuca da un elastico giallo d’ufficio - ché sennò le danno fastidio –, salta sulla tavola da windsurf e vola via, circondata dal blu e dal bianco della schiuma ondosa ionica; o ancora come la tipa che ha bisogno della piscina per riposarsi, o che si esalta e può iniziare a piroettare e ondeggiare ovunque suonino del buon jazz, o a dimenarsi ovunque suonino una canzone a scelta fra quelle di Vasco (ché tanto “le sa tutte-e!”); o la scrupolosa donna di casa, che tenderebbe ad applicare la legge anche negli sgabuzzini, tra i mattarelli che usa come bacchette magiche per materializzare deliziosi strudel di mele uvetta e cannella, tra il forno e i fornelli da cui tira fuori, con abilità prestigiatrice, i famosi dolcetti al cioccolato dal cuore tenero, ma anche paste asciutte, stufati di carne e quant’altro vi possa balenare per la mente e che possa essere degno di pubblicazione sulla “Cucina italiana”, di cui è una fan sfegatata. È la tigre che ti caccia un occhio con le unghie affilate se le tocchi i fratelli.

Nessuno, in fine, è però talmente fortunato da conoscerla come la conosco io. Intendiamoci, non voglio arrogarmi alcuna esclusiva - di conoscerla per com’è realmente, per esempio. Assolutamente no. Eppure, ripeto, nessuno può conoscerla come io la conosco, per il solo fatto d’aver avuto l’opportunità di crescere al suo fianco. Ci sta pure che ho scorto dei tratti di lei che ad altri sono sfuggiti, o no? Secondo me sì. Così come io ignoro, ancora e dopo tanti anni, aspetti del suo carattere che, invece, conosce di sicuro il suo futuro marito.

Ciao Chicca,
mi commuovo già adesso, mentre scrivo questa specie di lettera aperta, questa sorta di dichiarazione d’amore. In realtà non è che mi commuova – sto proprio piangendo. Spudoratamente. Senza ritegno. Cosa farò fra circa due settimane quando ti vedrò risplendere ai piedi dell’altare? Nulla forse. Sai quanto sia capace di trattenermi. È che sono uno che si nutre più di passato che di presente, un nostalgico - sai anche questo. Non sono capace di guardare avanti, di prevedere come fa il nostro babbo, cui tu assomigli più di me. Motivi per presentarti le mie più care felicitazioni oggi ce n’è più d’uno, pare: il compleanno, il matrimonio imminente. Tutti segnali chiari del fatto che siamo cresciuti, checché io mi ostini a non vederlo. Tu sei cresciuta più di me, e non sai quanto questo mi renda felice (mado’, non ci vedo più… Devo asciugarmi gli occhi). Interrompo.
Mari,
magia della scrittura: torno ascriverti dopo due giorni. È che mi manchi. Mi manchi tanto e in questo momento vorrei che fossi qui a tenermi la testa come nella fotografia sopra, col tuo sorriso rassicurante. Mi piaci soprattutto quando cerchi di esserlo, rassicurante, nelle situazioni più difficili, ma non ci riesci perché sei trasparente e ti si legge in faccia ciò che pensi. Ripenso a te il giorno che Dario ha fatto l’incidente con la moto. Arrivati sul posto, io ho detto «Adesso calma» e tu «Sì-sì», già con gli occhi fuori dalle orbite e poi, quando l’hai visto in terra, apriti cielo!, giustamente non ragionavi più. Adesso mi viene da sorridere nel rivederti così materna, apprensiva.
È così. È che tu, diciamo noi - parafrasando una canzone che ha fatto da colonna sonora un’estate di quand’ero bambino - non siamo “gente di pianura” o “navigatori esperti di città” per natura. Lo siamo diventati. “Il mare non ci fa paura, tantomeno l’idea di troppa libertà” che infonde. Abbiamo sì le profondità del mare. E tu, soprattutto tu,sei rimasta sempre uguale a te stessa, sincera, spontanea col tuo sguardo perso all’orizzonte eppure guizzante, fragrante di peperoncino.
Quello che non so, al contrario, è cosa pensi quando ci raccontano del periodo in cui eravamo due mocciosi, io e te, quando vivevamo a Siena e tu volevi che mamma mi lasciasse in mezzo alla strada così che un’automobile potesse investirmi; oppure quando (forse eravamo già a Rossano) pare tentassi di soffocarmi con un guanciale di latice, o dicevi di avere un fratello da buttare nella pattumiera. Io non penso nulla. Rido fra me. Al tuo posto avrei fatto di peggio conoscendomi, credo. Naturalmente non posso avere ricordo di tutto ciò, ti pare? Ricordo quando dalla scuola elementare di contrada Petra c’incamminavamo verso la ragioneria, dove mamma ci aspettava con la sua Ford Fiesta blu (Carolina?), e io mi pregiavo di portarti la cartella. Questo sì, lo ricordo. E tu?
Capisci che sei per me la sorella maggiore e i miei occhi sono stati rivolti a te sempre con ammirazione. Inoltre la differenza di carattere ha giocato non poco. Tu – sempre così decisa (almeno in apparenza). Razionale nel tuo essere impulsiva. Io forse più riflessivo, anzi indeciso e inconcludente. Veniva da sé che dovevo imitarti per ottenere qualcosa dalla vita. In molte occasioni tu sei stata il mio esempio. Ho chiaro il ricordo del periodo in cui prendesti a registrare le tue avventure di ragazzina su una serie di diari segreti. Per me era sufficiente stare lì, sdraiato sul tappeto della tua cameretta, a guardarti con il capo flesso sulla spalla e curva sulla scrivania bianca dai bordi rosa mentre t’impegnavi a ricalcare i disegni di Snoopy, o a scrivere con la grafia che volevi il più possibile ordinata e leggibile; lo facevi con penne di mille colori e profumi. Che strano concetto di grafia ordinata: tutte le “L” e le “T” piegavano a sinistra come galline dal collo spezzato. Che mi restava da fare se non avere anch’io un diario segreto (che poi vallo a capire cosa cazzo avevo da scrivere)? E poi… lo ricordi il tuo vestitino di carnevale da damina? Maţre, maţre (notare la “t” cacuminale da buon rossanese)! Pure quello ho voluto indossare, mentre tu mi disegnavi il neo posticcio sul labbro. Ah! E vogliamo parlare dei salti sul divano, a Seggio, mentre guardavamo le partite di “Holly e Benji” mandate in onda da “Bim Bum Bam”? Oppure di quando giocavamo con i Masters e tu e Francesca incarnavate il male, Skeletor, che immancabilmente vinceva tutte le battaglie e io, He-Man - il bene - puntualmente sconfitto che poi, per pagare pegno, dovevo trascinare per casa il tappeto su cui stavate sedute a ridervela come su una trojka? Da piccoli abbiamo inventato coreografie sulla musica di “Speedy Gonzales”; da grandi abbiamo ballato la “Lambada”. E ti ricordi quando io, in preda a una crisi isterica, ho preso a calci la porta della tua stanza facendone saltar via un pezzo? Oddio, quante ce ne siamo fatte ancora: una volta mi hai convinto a cagare nel bidet; oppure hai finto più volte di cadere nel cesso convincendomi a salvarti; ancora, abbiamo giocato un sacco di volte a fare la spesa (a turno si faceva la parte della cassiera), o a svenire sul letto di mamma e papà; ci siamo arrampicati sui mobili della cucina per raggiungere la credenza in cui erano nascoste le merendine, abbiamo giocato a non farci vedere dai grandi, e una volta io ti ho smerdato malignamente inventando quella storia fra te e il “pilirusso”. Io - sempre codardo e subdolo, tu - diretta e chiara. Sempre. Tu a caccia di responsabilità, anzi, infelice se non sommersa da esse; io pronto a scacciarle.
Posso mica star qui a elencare trent’anni (va bene, 32!) di vita insieme, no?
Ricordo ancora ch’ero davvero una capretta a scuola. Non solo in matematica, come ormai è risaputo. Odiavo anche svolgere i temi d’italiano, sia che dovessi farli a casa sia a scuola. I miei voti non erano mai alti, mentre tu eri, sei ancora bravissima. Ricordo che proprio grazie a un tema vincesti un premio: un’antologia della letteratura italiana se non vado errato. Mamma ne fu così orgogliosa! Tanto che il pomeriggio successivo mi chiamò in cucina, sottraendomi alla dose quotidiana di “Lady Oscar” e “Incantevole Creamy” perché voleva che facessimo insieme i compiti. Io e lei, gomiti appoggiati sul tavolo col ripiano di formica nera e le gambe d’acciaio e che sarà stato al massimo 160x50, ma dove la sera si poteva mangiare tutti e noi quattro insieme a zio Mario e zia Maria, zio Franco e zia Rosalba, e chiunque passasse di lì.
Insomma che mamma, ch’è sempre stata una che non si arrende da questo punto di vista, ci provava a farmi diventare bravo come te. Quella volta mi disse «Hai visto Maria Francesca com’è stata brava? È perché lei legge tanto, s’impegna. Dovresti leggere di più, come fa lei». Io pensavo che palle e mamma aveva già tirato fuori chissà da dove una copia del tuo tema: «Prendi, leggilo. Guarda come scrive bene. Vedi come usa le virgole, le parentesi?». Le parentesi… quanto mi rimasero impresse ‘ste cazzo di parentesi! Ma così tanto che poco tempo dopo ci riempii un intero compito in classe, come se il solo sparpagliarle qua e là recasse merito al lavoro, per cui - manco a dirlo - presi un… 4! Il compito in classe mi fu restituito pieno di segni rossi e alla fine la professoressa aveva annotato: “Perché tutte queste parentesi?”. Ma quanto stupido ero?, mi chiedo.
Fatto sta che i diari ho continuato a scriverli. E se oggi ne riprendo uno in particolare (quello con la copertina di Dylan Dog) rileggo quant’ero disperato il giorno in cui per la prima volta tu prendesti il pullman per Milano, per andare in collegio. Dopo esserti accomodata sul tuo bel sedile profumato di soppressata e caciocavallo prendesti a cantare “Terra mia” di Pino Daniele, con il walkman piantato nelle orecchie e le lacrime che t’inondavano il viso. Anche a te ancora oggi manca un po’ la Terronia, ne? (oddio, ancora questo “ne”?). Allora ti dispiaceva lasciare casa e non sapevi che ti aspettavano almeno altri cinque anni di pianti singhiozzanti perché, ogni volta che avevi un esame, pensavi di non farcela. Stupidina! Hai sempre dato prova, invece, della tua costanza e perseveranza, della tua intelligenza.
Dal mio diario:
«Rossano, 29/09/1993
Caro diario,
Maria Francesca, con mamma, è partita per Milano per superare le prove per entrare in collegio. Sento già la sua mancanza. E tornerà fra tre giorni. E quando partirà per tornare dopo un anno…? Mari ti voglio bene assai, assai. Tanto tanto così…»

Ma prima ancora che tu partissi, quand’ero io fuori casa (forse in Polonia coi padovani per quel torneo di pallavolo), lasciasti un messaggio sulla scrivania della mia stanza che diceva:

«12/09/1993
Ra’, uffa, ma quando vieni? Mi rompo tremendamente le palle senza di te!
Due minuti dopo:
Anzi no; ho cambiato idea! Ra’ scusa, volevo provare la tua penna stilografica (quella con cui sto scrivendo!) e provando a cambiare l’inchiostro ho combinato un piccolo guaio: quello che tu stesso puoi rimirare [“rimirare”, jaramarina!] sulla tua scrivania! Ra’, non t’incazzare. Volevo anche pulirtela la scrivania, ma non sapevo aprire il rubinetto dell’acqua (quello che sta sempre chiuso per via dello scarico mal funzionante).
Ra’, mi sto rompendo da morire. Se tu fossi qui parleremmo, giocheremmo con il computer, litigheremmo ma così è proprio una paranoia. Non mi va nemmeno di prendere in prestito le tue magliette. Per due motivi:
1. Non dovrei lottare con nessuno affinché la mia impresa vada liscia come l’olio;
2. Non saprei dove andarci!
P.S.
Scrive proprio bene la tua penna!».

Ih-ih! Sempre uguale. Sempre più affettuosa. Sempre più pronta a prendere le mie difese, nonostante quei lati del mio carattere che a volte proprio non ti vanno giù, lo so.
Eppure, dicevo, hai preso il posto del cuscino in latice con cui da piccola volevi soffocarmi, per uccidermi, invece, d’amore. Ti sei fatta guanciale per me, come nella foto, e io ben lieto di accomodarmi sul tuo grembo e di lasciarmi coccolare.
Sai, spesso mi comporto un po’ come Ally Mcbeal: vado al giro con la musica in testa, una colonna sonora sempre diversa che si adatta all’esatta contingenza che vivo e alle persone a cui penso.
Così, per esempio, quando sono innamorato ho in testa Gloria Gaynor (“You're just too good to be true/Can't take my eyes off of you/You feel like heaven to touch/I wanna hold you so much/At long last love has arrived/And I thank God I'm alive”), o poche altre; se penso a un’altra persona – forse puoi immaginare di chi parlo - in testa suona Mina; così per ogni della nostra famiglia. Ma quando penso a te ecco che suona Frank Sinatra (“Unforgettable in every way/and forever more -and forever more-/thats how you'll stay -thats how you'll stay-/thats why darling its incredible/that someone so unforgettable/thinks that i am unforgettable too”), oppure Vasco Rossi (“Una canzone per te/e non ci credi eh!/sorridi e abbassi gli occhi un istante/e dici "non credo di essere così importante"/ma dici una bugia e infatti scappi via”), etc… etc…

Il succo di tutto ciò, Mari, è che non ho mai messo in dubbio il bene enorme che mi vuoi. So che mi accoglieresti sempre come già successe la mattina del sei gennaio di molti anni fa, quando ancora credevamo che mamma non sapesse fare le scorregge e quando sgattaiolai in camera tua e ci appisolammo insieme in attesa della befana. Allo stesso modo vorrei che anche tu fossi sicura del mio bene incondizionato per te. Possiamo essere sempre uniti se lo vogliamo, come quella volta che facemmo cadere per terra Dario che aveva solo pochi mesi e poi trascorremmo il pomeriggio a inventare test per scoprire s’era diventato scemo a causa nostra. Invece, vedi?, ci ha fregati tutti e due.

Le vicende della vita non sono mai prevedibili, purtroppo, checché stiamo qua a ripeterci che non potrà mai succedere nulla di tanto impetuoso da rovinare il nostro rapporto di fraternità. Per quanto sicuro possa esserne oggi, spero comunque che le vicende cui abbiamo dovuto assistere da qualche tempo a questa parte non si replicheranno fra noi tre fratelli.
Se farò qualcosa di sbagliato, che potrà ferirti, dovrai dirmelo.
Parti dal presupposto che io voglio fortemente che tu sia felice, Chicca, felice davvero, e se posso fare qualcosa per te oggi, domani, sempre ti basterà dirmelo senza remore, tirarmi giù dalle nnuvole su cui vivo, anche se si tratterà solo di una di quelle “toccate” (come dice papà) cui sei soggetta periodicamente. Fallo perché tanto lo sai che

Ti voglio bene.
Raffaello



(Mi raccomando, continuate a votare "Booksharing", esperimento di romanzo breve on-line!)
__________________________________________________
(Awful partial translation)



Most of you knows her as the lawyer walking through the courtrooms with his typical heel-tipping (please, cover them with some rubber because, as mummy says, this is bad!), keeping tips outwards, looking fragile but determined, smart, always smiling but veiled with thin austerity, still arousing curiosity, seductive and successful. Others know her for some written works of her like “Corruption and responsibility of legal person”, or “Corruption and overcoming of the societas delinquere non potest principle”.

But they aren’t a lot those people knowing her like me. We are a little élite. We know she loves engines and motorcycles. Motorcycles had never bored her. She’s that girl someone had called “son of toad”, the one who flew away on her windsurf as north wind in the Sibari’s gulf whipped her face and her curls, which were possibly strangled with a yellow office-elastic band, as she was arounded by the blue water and the white foam sprinkled by Jonio sea. She’s that girl who needs to go to swimming pool to be calm and relaxed, or the one getting excited and jumping and swinging and pirouetting all around you if someone plays good jazz or when they play Vasco’s songs. She’s that scrupulous housewife who would like enforce the law also at home, in the kitchen as she cooks Strudel, beef stew, pasta and all those recipes deserving to be edited on cooking reviews. She’s that woman who can turn in to a tiger if you threaten her brothers.

But nobody is so lucky to know her as good as I know. Please understand that I’m not claiming any sole right, f.i.: being the only one who really knows her. Not at all. Nevertheless I can say that nobody knows her like me because during our childhood I discovered some peculiarities ignored by all of you. At the same time I still ignore for sure some peculiarities known very well by her future husband. This is totally normal, isn’t it?
Hi Chicca,
I’m moving right now, writing this open-letter, such love proclamation. Actually I’m not moving – I’m crying, indeed. Shamelessly. Without any reserve. What do I do within about two weeks, when I’ll see you shining at altar? Maybe absolutely nothing. You well know how I can restrain myself. The fact is that I am a man feeding with the past more than the present. You well know also this. I am a nostalgic.
I am not able to foresee, looking ahead like our daddy does. You looks like him more than me. It seems that today I have more than only one reason to present my best wishes to you: it’s your birthday, you’re getting married. They are all signs that we are adults now, although I’d persist in not seeing it. You’re much more mature than me and you don’t know how much this makes me happy (Oh my God! I need to get my eyes dried). I need to stop here this letter now.

Mari,
thanks to the writing’s magic you don’t know that I come back to write you only after two days. It’s only that… I miss you. I miss you so much. I would like you’d be here to bear my head, like in the picture here above, smiling in such reassuring way. I like when you try to be reassuring, even though you don’t look reassuring at all. Not to me. You’re so transparent that I can read what you think actually. I’m remembering of you the day when Dario got into the motorcycle accident. After arriving on-site I’ve told you «Now be calm!» and you’ve said «Of course, yes…» but as soon as you’ve seen him laying on the ground… heavens above! Today I feel like smiling in seeing you so protective.
On the other hand I ignore what your remarks are when they tell us about our childhood, when we lived in Siena and you asked mummy to leave me, please, in the middle of the road so that a car could run over me; or when you attempt my life trying to choke me with a latex-pill; or when you wanted let me fall in the garbage chute. I don’t have any memory about all this. Being you and knowing me, I believe I’d have done worst than this. I remember when we got out of primary school and we went to the high school where mummy still teaches today, where mummy waited for us with her Ford blue car nicknamed Caroline. I was glad to bring on my shoulders your schoolbag as well. That’s what I remember of. And you? You well understand that I always looked at you like at my older sister and my glances were always praiseful. More over our natures so different from each other played an important role. You’re always so determinate (apparently) . Rational but impulsive. I’m reflexive, I’d better say hesitant and ineffectual. This is why it’s normal that I’d have to do the same things you did. That was the only way for me to get something from life. You have been my model. I clearly remember of when you started to register your teenager’s adventures on a secret diary. For me it was enough laying on the carpet in your bedroom looking at you as traced Snoopy’s drawings, or as you wrote that handwriting that you believed was tidy and readable. You’re used to write with good smelling and colored pens, but a nice handwriting in your opinion was that with all “L” and “T” letters bended on the left, looking like chickens with broken neck. So, what else could I do except of writing a secret diary like you? And then… do you remember your dame carnival costume? Oh yes, I demanded to wear that costume as well, as you’re glad to draw a fake beauty spot on my face. Do we want speak about when we jumped on the sofa watching the Tv?
We thought up choreography for “Speedy Gonzales” music, afterwards we danced “Lambada” dance. And do you remember when I personally, engulfed in hysterics, kicked your bedrooms door letting blow up a wooden piece from it? One you convinced me to move my bowels into the bidet; you pretended also to fall in to the WC and I was that one who had to save you; both we played in the kitchen to go shopping (in turn we played the role of the cashier); we climbed kitchen furniture to reach the hidden snacks. Once I was so bad and evil to invent a love story between you and that red-hair guy . I’ve been always cowardly and devious. You’ve been always clear and frank. Always. You’ve always hunted new responsibilities. I’ve always chased them.
But I can’t summarize all my 32 years right now. So let me tell only this story:
I’ve always been a dunce at school. I hated not only math, as you already know, but also write literary compositions. I never got very good marks, on the other hand you’re always a good schoolgirl. Once you won a literary prize with your literary composition and mummy was insomuch enthusiastic as she asked me for going with her to the kitchen the day after in order to do homeworks together removing me from being in front of the Tv so that I couldn’t see my favorite cartoons “Enchanting Creamy” and “Lady oscar”.
Mum never gave up to try to convert me in a good schoolboy like you. She was used to say: “Have you seen how good is she? This is because she reads a lot. She works a lot. You should have to do like her”. As I thought that sucks, she already took your literary composition out saying: “Look. Read it and you can understand how good she can write. You can see how good she uses commas and brackets”. Brackets… they shocked me so much that later on I filled with countless brackets my literary composition at school, as if scattering brackets across my white sheet could make by itself my work better, so that my teacher gave me it back full of red signs. At the bottom she’s written “Why did you write all those brackets?” and I gained a very bad mark. Without any doubt I was very stupid…
I kept in writing my secret diaries, though, and if I read today one among them (the one showing Dylan Dog on the dust jacket) I can ascertain how desperate I was at that time, when you left the first time our little country, being heading for Milano city in order to study at university. You cried on the bus, ignoring that you will have cried five years more because you were used to cry every day before sitting an exam, even though you ever passed your exams with very good marks, because you still were constant, persevering and clever.

From my diary:
“Rossano, 1993/09/29
Dear Diary,
Maria Francesca is heading for Milan together with mum in order to pass test to enter the college. I already miss her, even if she’s coming back within three days. And what do I do when she’ll leave to come back after one year? Mari, I love you so much. So much!”

But before you leaved to Milan, it was me not being at home (I was in Poland with my volley ball team) and you left a handwritten message on my desk. Your message was the following (I still hold it in my diary):

“Rossano 1993/09/12
Ra, when are you coming back home? Here is a pain without you!
Two minutes later:
No, I changed my mind. I’m sorry, actually I only wanted to use your fountain pen (the one I am writing with!) so that trying to change the ink cartridge… that’s just brilliant! You can see by yourself what I’ve done on your desk… I wanted to clean it but faucet does not work anymore.
Ra, tedium is killing me. If you were here we could chat and play with Pc or fight. I don’t even want to wear your t-shirts, and this is for two reasons:
1. I have nobody to fight with in order to win my battle
2. I don’t know where I can go now with your t-shirts!
P.S.
Your pen writes very good!”

You’re always the same! You’re tenderer and tenderer with me. Always ready to defend me, in spite of those aspects of my personality you don’t like at all, I know this.
Nonetheless, I was saying, you’ve taken the place of that latex pill, which you wanted to suffocate me with. And now you want kill me with your love, you turned in to pill yourself, like in the picture here above and I am very glad to make me comfortable on your knees and let you cuddle me.

The juice of all this, dear sister, is that I never doubted you love me. I know you’d welcome me like you already did many years ago, on that January the 6th when we still believed our mum does not fart at all and when I sneaked away in your bedroom to wait together with you for the Old Witch named Befana bringing us sweets and chocolates. This is why I would like to make you sure I unconditionally love you too. We can be close forever if we strongly want it. We can be very close like when our brother Dario was a baby and we let him drop on the ground and spent all the day to think a lot of test up, in order to verify if he got stupid because of both me and you. You know what?, he screwed us over. He’s much more sly than me and you.
Life is unpredictable. It’s unnecessary to keep repeating that it will never happen something as strong as blustering to fuck our brotherhood up. As far as I can be confident about our brotherhood I hope anyway that life will not submit all we three brothers to similar events overwhelming our family we had to be present at during this last period.
In case I’ll do something wrong, something (unconsciously) putting you out, you’ll have to warn me about it. You have to start from the following assumption: I want you’re happy, Chicca, really happy and if I can do something to help you today, tomorrow, at all times you’ll have just ask me for it without any doubt, even though it will be just a freak of you. Just do it, as you already know that


I love you.
Raffaello
(keep voting "Booksharing", my on-line novel!)

Sunday, 10 May 2009

Ibbafantrukùlo... ce l'ho fatta!

Minchia!, se c'aveva ragione Teresina Mannino nel dire che milanesi si diventa, che "milanese è una categoria dello spirito [...] basta seguire due o tre accorgimenti", frai quali c'è l'essere allergici al polline che viene sparato di notte coi cannoni della neve, dato che a Milano alberi non ce ne sono.
Beh, però la cosa che non mi era del tutto chiara fino a ieri è che milanesi si diventa anche contro la propria volontà.
Aggiungiamo che in linea di massima impieghi sei mesi (a dire tanto) a fare il bravo e a tenere la destra sulle scale mobili per fare passare chi ha più fretta di te (proprio che sei turdo, allora ci puoi mettere massimo un anno); ce ne impieghi quaRtordici, di mesi, per imparare a tossichiare (uhm-uhm!) invece di chiedere permesso, se sei tu quello che va di fretta.
Oggi posso dire ancora che, se sei terrone doc, ci vogliono 2 anni per sbiancarti in volto e perché i capelli da biondo miele, o castano chiaro diventino neri o brizzolati; ci vogliono 4 anni per diventare insofferente al caldo (non ci avrei mai creduto se mi avessero avvertito prima!), e quindi sei anni (finalmente!) per diventare allergici.
Ieri, di fronte a tutto sto cazzo di polline e i pappici volanti - che poi ti si chiàntano pure nei vasi sul balcone e fanno come una scanta, ché ti cresce una pianta strana che non riuscirai mai più a sradicare, costringendoti a buttare il vaso intero - ho iniziato a starnutire. Etciù! Ibbafantrucùlo sono diventato allergico, anzi sono diventato finalmente milanese. Adesso potrò prendere la metropolitana riservata a quelli come me.
Ma soprattutto non mi sono mai sentito così "indipendente" come oggi.

Monday, 4 May 2009

A proposito di “Tra realtà e fantasia” / With regard to the idiom “Between fiction & reality”

Come è possibile commentare una notizia come quella apparsa oggi su Corriere.it [titolo: «Le donne che vivono in una Smart “Dopo lo sfratto è la nostra casa”, Loredana, 47 anni, e Valentina, 20: avevamo un box, ci hanno tolto anche quello», a cura di Cesare Giuzzi] che racconta la storia della signora Loredana e di sua figlia, costrette ormai da un mese a vivere in una Smart?
Alla faccia di chi continua a sostenere che «la crisi non c’è», alla faccia mia che continuo a pubblicare online un romanzo a puntate come Booksharing, scritto già un anno fa e che non vuol essere in alcun modo offensivo nei confronti di chi vive in situazioni simili a quella della signora Minopoli.
La prima cosa che viene da domandarsi è cosa possiamo fare noi per quelle persone, ma la seconda considerazione che sorge dalla latebra della nostra mente è che dobbiamo baciare in terra perché la maggior parte di noi sta di sicuro meglio. E quelle parole «Ci hanno abbandonato» bruciano fra le pieghe torte raccolte nei nostri crani, ancora assopite dalla sensazione di ristoro di cui abbiamo goduto durante lo scorso ponte del 1° maggio, che siamo andati al mare oppure no, che siamo semplicemente rimasti in casa a oziare, perché noi un tetto sopra la testa ce l’abbiamo ancora.
Non c’è nulla di nuovo oggi, dunque, da leggere, no? Tutto procede come il solito.
Questa è la vita. “Accadono cose”. Qualcuno lavora di fantasia, qualcun altro vive quelle finzioni. Funziona così?
_________________________________________________
How is it possible today to comment on an article edited by "Corriere.it" [title: “The women who lives in a Smart “After the eviction, it is our house”, Loredana, 47 years old, and Valentina, 20 years old: we had a box, but they took also it out”, by Cesar Giuzzi] describing the story of Mrs. Loredana and her daughter, forced already since one month to live in a Smart car?
In spite of those people keeping to affirm “it does not exist any crisis”, in spite of my online novel "Booksharing", written one year ago, which does not want to be offensive towards people living in such situations, very similar to the one lived by Mrs. Minopoli.
First of all we’re wondering about what we can do for them, but our second consideration rising from the hiding places of our mind concerns the fact that we must be wholly thankful because, for sure, we are living in better conditions. And those words: “They’d abandoned us”, still burn between the folds assembled in our skulls. We’re still full of the relax feeling we have just enjoyed during last holidays, either we’ve gone to the sea or not, or we simply stayed at home, because anyway we have got a roof over our head.
Nothing new today, right? All is going on as usual.
That’s life. “Things happen”. Someone daydreams, someone else lives that fiction making it real. Does it work like this?