Thursday, 21 May 2009

Se ti amo davvero sono un sadico e pure uno stronzo.


È successo stanotte. Ancora una volta quella sensazione che qualcosa si rompa di colpo, mentre qualcos’altro va a posto. È un click fortissimo in testa. Uno scoppio che si capisce benissimo che viene da lì dentro. Fa sobbalzare. Se dormo, mi sveglia e mi getta in preda al panico perché lo confondo con lo scoppio di un petardo sotto al letto. “Che? Come? Ch’è successo?”. Sobbalzo sotto al lenzuolo. Guardo la Fra’, oppure mio fratello, a seconda di chi mi dorme vicino. I loro volti placidi sono la conferma che tutto genera da me. Se son da solo scruto il soffitto che si abbassa fino a soffocarmi, come per spremermi. Nemmeno fossi un’oliva e i muri di casa, intorno, il frantoio. “Olio! Olio! Olio!” è un coro, sono le parole trasudate dalle pareti. Le osservo, incredulo, mentre colano scavalcando il battiscopa; fino a infiltrarsi sotto le tessere lunghe e strette del parquet che si gonfiano, poi si spaccano. Le crepe avanzano nella mia direzione.

Mi lascio cadere pesantemente all’indietro e affondo la testa nel cuscino caldo. Anche troppo. Passo una mano sui capelli e verifico che il cranio sia intatto, che il cervello non sia deflagrato e che i pensieri non siano andati persi, sparpagliati qua e là sulle coperte, sul tappeto e sulle ciabatte. Ne vedo appena uno, nascosto dalla penombra spalmata in terra dal mobilio. Mi alzo seccato, lo riprendo e lo rificco al suo posto, lo spingo di nuovo in testa e mi sdraio, di nuovo "di nuovo". M’esploro una narice – un’altra occasione per compiangere le unghie morsicate, scheggiate e i polpastrelli tondi e morbidi con cui non posso sganciare la capsula che si è spinta tanto a fondo da pungermi come una scheggia di vetro.
Mi sovviene il ricordo di mia madre che si tagliò la pianta del piede con un fondo di bottiglia abbandonato sulla riva, durante la prima - e ultima – lezione di windsurf. Rivivo l’odore del sangue copioso reso trasparente dall’acqua salata del mare, i suoi lamenti quando si rese conto di ciò che stava accadendo, perché non subito s’accorse d’esser stata ferita da un incosciente ubriacone che la sera prima aveva bivaccato in spiaggia.
A questo associo il ricordo di mio fratello che all’età di… pochi anni, non ricordo quanti, scavando una buca in spiaggia si punse con l’ago di una siringa nascosta. Quindi il terrore negli occhi di noi tutti. Analisi, prelievi, angoscia. La sabbia bollente aveva sterilizzato il pungiglione nefasto.
Chiudo gli occhi. Stringo forte, molto forte. Due elastici di pelle si tendono sulle tempie. Devo cantare. Ma cosa?, mi chiedo. Poi le parole partono da sole. Canto spesso quando sono a letto. Mi sento mormore al buio, nell’attesa di scorgere i primi raggi di luce oltre le tegole e le foglie ingarbugliate del gelsomino attaccato, durante il giorno, dai piccioni. Odio i piccioni. Ma ora devo cantare. Sussurro, allora: «che vuoi che siano poche ore in una bara / Ché in una bara in fondo non si sta poi male / basta conoscersi e sapersi accontentare/e in questo io, modestamente, sono sempre stato un grande / perché per vivere a me non serve niente, solo... / Aria... soltanto... aria».

Serro la glottide. "Un momento," mi dico "l’ho scritta io, perché queste sono le mie parole!". Mi levo dal letto con un solo scatto e mi getto carponi sul pavimento. I miei pensieri!, mi allarmo. In a rush, in a rush… mi scervello in inglese, senza sapere bene perché, cosa c’entrino queste tre parole. So solo che devo cercare. Devo trovare le parole. Sono sicuro ch'erano le mie, quelle parole. Forse quando è scoppiato il cervello sono cadute sotto al letto e me le hanno rubate. E adesso non le trovo più - più nulla, uffa! Certo, e chi vuoi che, passando di lì e vedendo le parole di un altro, non le prenda per sé, cacciandosele in tasca e scappando via? Ma la porta è chiusa! Da dove…? Venuto, o andato? Basta, ormai non ci sono più. Parole… parole… mi hanno rotto i coglioni. Devo cantare ancora adesso. Mi sdraio di nuovo e il letto cigola, pigola come un pulcino con i denti di coccodrillo. Ma io me ne fotto e canto, riprendo a sussurrare al buio la canzone di Silvestri: «..come se questo mi potesse scoraggiare / e poi col tempo mi hanno visto consumarmi poco a poco / ho perso i chili, ho perso i denti, somiglio a un topoho rosicchiato tutti gli attimi di vita regalati / ho coltivato i miei dolcissimi progetti campati... / In aria... nell'aria / E gli altri sempre a protestare, a vendicare qualche torto / a me dicevano, schifati, "tu sei virtualmente morto!a te la bocca serve solamente a farti respirare"».
Penso a lei. Mi manca e voglio piangere. Mi accorgo che dietro tutta questa ricerca, dietro lo scoppio in testa, dietro la canzone c'è lei. C'è sempre stata lei.
Mi manca fare l’amore con lei. Mi manca la sua mano sul mio viso. Una mano piccola che mi fa sentire grande e importante. L’amore rende importanti. L’amore di un’altra persona, non quello per se stessi; per questo mi odio tanto quanto già odio i piccioni. Sono un fottuto piccione schifoso. Il sole è lì, dietro le tegole. So che può sorgere da un momento all’altro ma non voglio più vederlo, no, se non ci sarà lei al mio fianco.

3 comments:

vic said...

Se è un pezzo di letteratura dico che è molto ralistico. Se invece è un pezzo vero di te...allora chiamala questa Lei, e falle leggere ciò che (le) hai scritto.
Non tenerti dentro nulla che possa provocarti altri attacchi di panico. Ti abbraccio v.

Madavieč'77 said...

=)
Rf

Anonymous said...

Raffaello....se l'altro giorno, come t'ho raccontato, mi hai tremendamente emozionato e fatto piangere, oggi m'hai caricato d'ansia, sappilo... ma è andata davvero così?!! Se fosse, mi dispiace assai... io non lo so, non conosco questa terribile sensazione, ma mi spaventa leggendo il tuo pezzo!!!Mi sei sembrato così più rilassato ieri quando ci siamo salutati in metro!é stata una bella chiacchierata la nostra!!!
E te l'ho detto di non odiare i piccioni: su, dai, provaci... ;o)
Mao,
Fabio