Sunday, 28 June 2009

Ci vuole la giusta faccia.

(Foto sopra del mio amico, l'Ing. Arlunno R.)

Altro che “Mucca”, altro che “Assassina” e Gayvillages vari. Il fine settimana è stato segnato dall’immancabile ritrovamento degli amici romani. È stato bellissimo rivedere ancora la mia amica Francesca M. e la sua bellissima e superintelligente, quattrenne Binta. Francesca - una delle persone che stimo di più in questa vita. Non voglio soffermarmi oltre su di lei, onde evitare di commuovermi.
Ho rivisto Luca, dopo cinque o sei anni. Altrettanto tempo abbiamo vissuto nella stessa casa durante il periodo universitario. Insieme con la sua ragazza, sua sorella e la mia geniale ospite, Memix, abbiamo trascorso una piacevole serata nel quartiere San Lorenzo. Dopo aver appositamente glissato un “pub”, oserei dire uno di quei tipici pub irlandesi da cui provengono musiche come “Cicale” di H. Parisi, e in cui io e Claudia eravamo sicuri di trascorrere il resto della notte ballando ataviche coreografie nel ricordo dei primi Brian & Garrison, siamo finiti appollaiati intorno a un trespolo traballante causa sampietrini, a bere “Negroni sbagliati”, acque toniche e simili.
Ci vuole la giusta faccia - come la nostra appunto - specialmente nel quartiere San Lorenzo, per attirare nigeriani, cinesi e pakistani che cercano di appiopparti gli oggetti più disparati e soprattutto indispensabili, come: la sfera che cambia colore, il simpatico orsetto ballerino per i bambini dagli ottantacinque anni in su, marchiato “CE” – che sta per China Export - che quando meno te lo aspetti potrebbe esplodere, o semplicemente prendere fuoco o anche lanciare lame rotanti. Ma l’accessorio più bello, che ci ha conquistato e a cui non abbiamo potuto resistere, obbligando Memix a comprarlo è la “Corona Cambia Colore”. Si tratta di un ammasso misto “landia” – leggi: latta – a forma di coroncina modello “Barbie principessa bagascia lapislapsulo”, ma con in più un geniale interruttore che, quando la indossi, preme direttamente “contro i sensi” – devo ricordarmi di dire a Memix di sottoporlo a un test per verificarne l’emissione radioattiva – e con il quale si comanda l’alternanza della luce colorata (viola-blu-verde) che s’irradia fino a mutare anche uno spettacolare pinnacolo plasticoso che svetta dritto dal centro del diadema stesso.
È con la magica corona in capo che Memy – aveva bevuto un po’? - ha sfidato la sorte avvicinando un vigile urbano alle 2.30 per chiedere – fra risa mal celate – come si raggiungesse non so quale via. Scampata all’arresto e arrivati a casa, davanti alla porta dell’ascensore–trappola abbiamo incrociato un ragazzo che poi abbiamo scoperto essere quello della porta accanto e ch’era di ritorno, evidentemente, da una serata non altrettanto divertente, dato che ha lanciato uno sguardo in tralice alla mia amica-regina, la quale, avvertendo un lieve imbarazzo, ha sentito il bisogno di giustificarsi esordendo con una risata e un «No, scusa, è che mi hanno appena incoronato» indicando il feticcio incastrato fra i ricci. «Ma figurati, tutti abbiamo diritto a essere incoronati» fa quello, fra il serio e il dubbioso. A quel punto sono intervenuto specificando: «Sì, però quello di lei è un diritto di nascita!». Dopo aver riso ancora senza motivo, e aver invocato l’apparizione di “Padre Maronno” e dell’ “Uomo che usciva la gente” direttamente dai film di Maccio Capotondo, fiatando odori misto sfogliatelle-cuscus-profiterol ingeriti dalla mattina, ognuno ha varcato la propria soglia per godere del famoso sonno dei giusti…
Sebbene a distanza di pochi mesi la Capitale mi sia apparsa ancora più confusa e sporca, al punto da farti pensare appena sceso dal treno: “Peccato!”; nonostante il treno stesso – NON PRENDETE IL FRECCIAROSSA!! È una bufala, sempre più è simile al vecchio Eurostar, ferma a Bologna e Firenze, accumulando possibilmente almeno 25 minuti di ritardo, con l’unica differenza che il biglietto ora costa il doppio; nonostante ciò: Grazie Roma, grazie ragazzi per questo simpatico break. Ben trovata, Milano.

Thursday, 25 June 2009

J'ho ffatta! (I've got it!).


Ricordo quando nel 2002 mi recai in segreteria studenti a La Sapienza per depositare il file della mia tesi di laurea. Per cercare di trascorrere piacevolmente l’attesa come al solito - quantomeno – millenaria e per cercare di far finta di non morire d’asfissia dato che non c’erano finestre né aria condizionata e la puzza di cristiani pesava anche sulla mia capoccia a 197 cm di altitudine, iniziai a discorrere con una simpatica ragazza della fila di fianco alla mia.
Mi raccontò ch’era lì per ritirare il diploma di laurea originale, ché erano tre anni che s’era laureata e ancora non aveva idea di come fosse fatto. Purtroppo il lavoro non le aveva permesso di sbrigare quest’ambasciata prima d’allora.
Ricordo chiaramente che, per quanto simpatica, ritenni che la tipa era da considerarsi una scioperata. “Come si fa a non venire a ritirare il diploma di laurea e lasciar passare addirittura tre anni?”. Scrollai il capo, incredulo.
Shame on me!

Esattamente dopo sette anni, dico sette (7), il qui presente, Rf lo scrivente è riuscito finalmente a ritirare il proprio, di diploma.
Se la tizia di cui sopra era da considerarsi una scioperata per averne fatti passare solo tre, come potrei definirmi io oggi?
Disorganizzato, ignavo? E sia, anche un po’ impegnato, dato che vivo da sette anni a 585 km di distanza dalla segreteria universitaria in questione che non è aperta il sabato, e che assolutamente non può inviarti tutto a mezzo corriere espresso in porto assegnato ché se no gli si seccano le mani a tutti loro, impiegati; oppure, peggio ancora, qualcun altro potrebbe intercettare la busta a me destinata, rubare la laurea e magari usarla chissà per quale subdolo scopo, tipo farsi assumere al mio posto in un’azienda di spedizioni internazionali concorrente di quella per cui lavoro oggi. O chissà: qualcuno potrebbe addirittura decidere di tenerla per sé, incorniciandola e appendendola nel proprio studiolo.

È una questione di soddisfazione. Non dico che mi servirà – in sette anni e passa di carriera e colloqui vari mai nessuno mi ha chiesto di dare un’occhiata al Supremo Pezzo di Carta -, ma volevo almeno vedere com’è fatto un diploma di laurea originale, vi pare? Leggere la firma del Chiar.mo Rettore (sarà ancora vivo?). Lasciatemi dire che ha un suo fascino. Anzi è davvero bellissimo: tutto colorato; c’è un po’ di verdolino, di celeste e perfino un po’ di lilla - ch’è tanto di moda quest'anno!
A dire il vero avevo paura che non sarebbero riusciti a trovarlo, ‘sto diploma, in quanto la mia amica – non a caso definita “la Regina delle lingue” – mi aveva detto che dopo sette anni questi vengono distrutti. Invece quando sono arrivato allo sportello, alle 14.15, il caro inserviente mi ha giusto voltato le spalle due secondi – ho scorto tre scatoloni, ognuno segnato con un anno accademico diverso – me lo ha incartato e consegnato, commentando: «Ahò, se aspettavi nartro po’ so vennevamo!».

Be’, non l’avrei mai detto – altrimenti l’avrei ritirato nel 2003 -, ma stringere la laurea fra le mani mi ha recato una certa emozione.
Sì-ì-ì! Sono riuscito a ritirarla!
Lo so, il tempismo non è la mia caratteristica principale e infatti spesso ne pago il fio. In tutti i campi e sempre andando contro i miei stessi interessi. Un po’ per il fatto che sono proprio bambascione, un po’ perché sono pigro, un po’ è proprio che… sono così punto.
Mentre lo srotolavo mi passavano per la mente tutte le serate trascorse con le mie amiche Alessia, Francesca, Agnese a studiare le sudate carte: dalla letteratura russa a quella tedesca, dalla filologia slava alla glottologia e glottodidattica, fino alla psicologia dello sviluppo, etc…
M’è tornata in mente la fantastica cena al “Consolato d’Abruzzo” di cui conservo ancora il menù. Quant’ho magnato quella sera… e naturalmente quant’ho bevuto, fiji miei!!

Quindi, mi sono detto, bisogna festeggiare di nuovo. Ed ecco che vi scrivo già in preda ai fumi dell’alcol – sono le 21.20 e abbiamo bevuto solo mezzo litro di birra a testa, a stomaco vuoto, in attesa che una delle nostre famigerate pizze di legno s’indurisse in forno.
E adesso sono in attesa di mia Sorella Guinness - quella scura adottata in Irlanda. Fra poco rivedrò il mio caro amico Luca, coinquilino per sei anni. Tutti e tre – la mia amica e ospite Memy non può mancare – andremo al giro. Magari a rimorchiare? ...Magari!

È brava la mia Memy. Quando vengo qui mi porta a spasso, come ogni buona padroncina farebbe con il proprio cagnolino in calore.

Milano, se rivedemo fra tre giorni!

P.S.
A proposito di tempismo (anzi, mancanza di tempismo): caro ragazzo nero che somigli a Andrew Howe e che mi hai conosciuto settimana scorsa al Lelefant e di cui non ricordo il nome e a cui non ho avuto la prontezza di chiedere il numero, se mi leggi (per favore) scrivimi dove posso ritrovarti!

Friday, 19 June 2009

Booh!

Oddiomio, davvero non ce la faccio più!
Ci sono periodi come questi, in cui si concentra il lavoro di tutti e tutti corrono tutti sembrano nati ieri e tutti sono già stressati tutto è urgente tutti vogliono e bevono il caffè ché ce la dobbiamo fare entro le scadenze prefissate o ché sennò perdiamo l’imbarco oppure incorriamo in costi extra per il termine di validità dei permessi dei trasporti eccezionali che… che… A-a-a-rgh!!
No, non è sufficiente tutto ciò, non lo è affatto per rendere il clima di lavoro teso.
A cosa mi riferisco? A me. Mi riferisco al mostro che semina il terrore in ufficio. A me che, se solo non avessi dato retta a chi mi ha detto che era inutile farmi accorciare perché, se anche fosse stato possibile operarmi alle gambe, sarei rimasto sproporzionato, vale a dire con le braccia lunghe fino ai piedi.

“In che senso ‘seminare il terrore in ufficio’?” vi starete domandando.
Eh già… Io spesso non ci penso, perché davvero avrei potuto recitare come protagonista in quel film della Disney “Quattro bassotti per un danese” – e per protagonista intendo certamente il cane danese, quello che camminava tutto acquattato perché credeva di essere anche lui bassotto. Ma provate a immaginare:
lo stress e la fretta che vi fanno correre avanti e indietro da una stanza all’altra, siete presi da mille pensieri e scartoffie e quando girate l’angolo, oppure aprite una porta ecco che… BO-OH!! Vi ritrovate di fronte un ammasso di carne di quasi due metri di altezza, gli occhiali da cecato come quelli che indossava nei suoi sketch la Marchesini del trio Marchesini-Lopez-Solenghi, un occhio purulento e iniettato di sangue per la congiuntivite, sorriso torto e imbarazzato… Che fate se non gridare dallo spavento?

Capite bene che in ufficio da me è un continuo gridare. Più che un ufficio sembra una casa dell’orrore del luna park.
Non faccio altro che spaventare le mie colleghe. Almeno lo facessi apposta, ci prenderei anche gusto, me la riderei, capito? Invece no. Da bravo coglione quale sono che faccio? Quelle gridano e io grido loro dietro, spaventato a mia volta appunto dalle loro urla strazianti.

Il fatto è che tutto ciò spesso capita anche in casa, con i miei parenti. Forse l’avevo già raccontato in passato, e questo è davvero deprimente. Vuol dire che non ci si abitua a me… Uff! BO-OH! Sono io, il mostro… E adesso: correte!!

Thursday, 18 June 2009

Life.trend: "Сильвио Берлускони с пикантными фото " ("Le foto piccanti di Silvio Berlusconi")


Lo sapete che non amo politiccizare il mio piccolo spazio online, ma...

Siamo quasi arrivati alla frutta - forse - se anche i russi si degnano di prenderci per il culo per la faccenda, anzi "le faccende" del nostro Primo Ministro S. Berlusconi & Co. I siti internet di tutto il mondo (dai blog più scrausi come il mio, alle testate giornalistiche nazionali on-line di tutta Europa, ma cosa dico di tutta Europa - di tutto il mondo!) sguazzano, si divertono a sbattere le manine nell'acquerugiola che il nostro Paese perde sempre più da tutte le parti. Non incrimino il Primo Ministro e non incrimino l'ooposizione. O forse sì, l'incrimino tutti, ma è davvero ridicolo come paesi quali la Russia che non mi pare risplendano nel firmamento delle libere democrazie abbiano l'ardire di scrivere su di noi - e sapete quanto io ami la Grande Madre Russia -, di scrivere di Censura Italiana, a opera del Premier, in riferimento alle sue "fotografie pornografiche" (!!) - che poi, che c'era da censurare secondo loro, se tutto il mondo ha avuto la possibilità di vedere 'ste immagini grazie soprattutto al sito de "El Pais" che ha voluto vendicare la cosiddetta "Bambi" (il Primo Ministro spagnolo).

E sia:
http://www.elpais.com/fotogaleria/imagenes/censuradas/Berlusconi/6527-1/elpgal/ !!
Ancor più ridicolo è come anche la Chiesa cattolica spagnola - e non solo - abbia preso a lamentarsi dei nostri politici, quando oggi non si è parlato altro se non del fatto che nessuno più va a messa, che non ci sono più preti, etc... etc... Be', almeno hanno cominciato - si spera - ad interrogarsi, a sgranare un po' quegli occhietti miopi del piffero che si ritrovano. Saranno anche loro esseri umani, no?

C'è chi, come la BBC, pare meravigliarsi che "il Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi abbia reagito con rabbia alla pubblicazione sul giornale spagnolo El Pais di alcune delle foto scattate, rubate nella sua villa in Sardegna. Tette e cazzi al vento ("la foto più sconvolgente" sarebbe proprio quella del pene in erezione, secondo l'articolo russo)... Ma che poi, scusate, che sarà mai un cazzetto al vento? E poi non è più bello un cazzetto dritto di uno moscio? E dove ci sono delle tettine non è forse "cosa buona e giusta" che ci sia un pisellino baldanzoso? Dove sta, se no, la famosa par condicio?

Ci si meraviglia che il Capo del Governo reclami il diritto alla privacy... Mah!
Eh sì che un "mah!!" ancora più grosso mi viene da schioccarlo quando sento dire al Tg che "su tutto vige il più stretto riserbo" (Ah-ah-ah!! Certo, come per tutte le inchieste italiane supersegrete).

Eddai su, che lo sappiamo qui dove si vuol andare a parare... o no? Ma davvero ci reputano tanto deficienti? Credo di sì; è questo ciò che più mi lascia sbigottito. Ci credono davvero una massa di coglioni!
Io dico va bene, mettiamo a posto quel che si può. Ma magari iniziamo anche col rimettere al loro posto certi personaggi che tutto possono permettersi, tranne che ficcare il becco nelle faccende altrui, a partire dalla nostra Papessa Mrs. Ratzinger a finire a certi politici russi...
Ed ecco che ci sono riusciti:
ci, anzi mi stanno facendo parlare ancora di aria fritta, mentre me li vedo tutti lì, tanti cazzetti ritti al vento pronti a incularmi. Ma attenti anche voi!
Attenti a chini vi sta bicinu 'ntra 'stu ranni circu.

Tuesday, 16 June 2009

Premio Internazionale UTOPIE CALABRESI

Premio Internazionale UTOPIE CALABRESI s’ispira ai valori dell’Umanesimo, inteso come “tutto ciò che è degno dell’uomo e che lo rende civile, innalzandolo sopra la barbarie”. Il premio è stato istituito per premiare i blog che promuovono il libero pensiero, la cultura e l’arte, la tolleranza e l’accettazione della diversità, l’amicizia e la solidarietà fra i popoli.

Sunday, 14 June 2009

Andrò a vivere con gli Snorkies..

Che vergogna, diomio!
All'inizio pensavo capitasse solo durante i viaggi notturni e interminabili in pullman Milano-Rossano/Rossano-Milano, quando sono costretto a dormire - causa altezza OOG (out of gauge), fuori sagoma - con la testa che penzola all'indietro, oltre lo schienale del sedile e quindi l'esofago rimane schiacciato in due e non riesco a respirare bene.
Mi riferisco all'attività affatto gradita da chi mi sta intorno dello snoring, il russare animalesco, bestiale, quello che poi ti porta ai limiti con l'apnea così che... Scro-o-onf!, tiri una di quelle russate talmente forti da svegliarti da solo.
Già sul pullman è molto imbarazzante. Mi sveglio sobbalzando, nel cuore della notte, mi guardo intorno e incrocio lo sguardo furioso degli altri passeggeri. Li vedo che mi scrutano. I loro occhi dicono: "Oh finalmente! Fuori uno...". Dopo di che, di solito, si voltano a fissare un signore due-tre posti più indietro che anche lui lo si sente: Scro-o-nf! Scro-o-onf!
"Vediamo invece quando la smettte quest'altro", pensano. Glielo leggo in faccia.

Be', che stamattina non mi sono auto-svegliato nello stesso identico modo? Nessun problema se fossi in casa da solo, ma il fatto è che stiamo ospitando la ragazza di mio fratello e, non chiedetemi perché, mi sono vergognato come un ladro. Tanto da prendere e uscire di casa, subito, magari alla ricerca di un supermercato aperto, dato che siamo rimasti senz'acqua e, per quanto dicano che quella del rubinetto di Milano sia la più pulita, io, scusate, ma non fido.
"Capita," direbbe qualcuno "Non c'è da vergognarsi".
Lo so, ma non potete immaginare come stessi russando forte! Una banda musicale sarebbe stato nulla in confronto. Le cascate del Niagara? Meno che meno.
E guai a chi si azzarda a commentare inserendo fra le proprie la parola "sigaretta"! So anche questo.
Dunque: "Cazzi tuoi", cioé miei. Ribadisco: lo so.

Non mi rimane che traslocare, a questo punto. Ecco un altro requisito che il mio principe azzurro dovrà avere. Dovrà essere un principe "ronfante", o quanto meno abituato all'uso dei tappi per le orecchie.
E se non la troverò questa anima pia?
Allora, be', vorrà dire che andrò a vivere in fondo al mare. Magari i buoni e cari, vecchi Snorkies avranno voglia di adottarmi...

Saturday, 13 June 2009

Fuck me. Fuck me very much.


It's been since that cursed day that I think it's like she's taken half my self away with her.
Actually, I should be more honest with myself admitting I left half my self with her, after rushing away.
This is why, as far as I write novels like the one entitled "Come back" (coming soon), I can't demand at all that she comes and give it to me back.
That cursed morning I'd woken up wrapping my arms around my legs. Well, you already know how tall I am, so that you can well imagine how ridiculous I could look in case somebody among my flatmates entered my room and found me wound like this. Anyway, I swung on my bed thinking of her, who was real, in the flesh, but thinking also of him - as imaginary as desired, attractive man.

At last I've found him, I've had him with me (even five years long). In other times Mr. "He" was just a good lay - only once.
The fact is that... after seven years I'm still crazy, insomuch as I still believe she's taken my self away.

After all this, people get surprised when I won't answer to my mobile, I have any will to talk to nobody. Is this so strange? Please, tell me if it's so strange I think of her like this after seven years. Please, leave a comment if you think that it's so strange that she called me, after six months from the last call, after seven years we've broken up asking me for my final decision.

Is it strange or not?
Am I confused, or not?
Am I still in love?
Or am I just desiring something similar to that old feeling? Am I simply missing something similar to it?
Can I come back, can I retrace my own steps? Who'll be believing in this, in my hypothetically renewed love?
Can you understand why I hate myself, why I can't risk to hurt her?
No, not anymore.

Thursday, 11 June 2009

Dateci passione. Ancora, ancora... e ancora.


Oggi si conclude a Milano il festival MIX, Festival del Cinema GLBT che, come ogni anno, ha registrato il pienone. Sono felice. Forse meglio del Pride, chissà. Al Pride non sono ancora stato.
Quest’anno non ho visto tutti i film – appena tre e, mi dispiace dirlo, l’organizzazione ha lasciato un po’ a desiderare rispetto agli anni precedenti.
La qualità dei film s’è mantenuta costante però, e questa è già una buona cosa.
Chissà che davvero, come ipotizzavano ieri i responsabili del Festival durante la premiazione, qualcuna fra Sky TV, Mediaset e… RAI (?) non deciderà di comprare i diritti di quei film proiettati e originariamente, appositamente pensati per la TV, così che tutta l’Italia possa goderne un domani non molto lontano.
Ché sennò uno che deve fare? Li deve scaricare da internet, dato che in videoteca non si trovano? E così poi ti arrestano. E magari uno che come me non è capace – o fortunato? – si ritrova il PC pieno di pornazzi che poi, dopo che ha aspettato giorni e giorni che finisse di scaricare, vuoi che non li veda nemmeno prima di cancellarli e di ricominciare la ricerca? Tse-e-e-e! Io me sto a fa’ una cultura sul leather/fetish/etc… che che te lo racconto a fare!

Detto questo, ieri, di rientro dallo Strehler pensavo a quanto segue. È una riflessione generata e sospinta dalla visione dei film in lingua originale.
Pensavo: a me ‘sta cosa dello “I love you” non mi va proprio giù, anche se penso che forse non è del tutto sbagliata.
Mi dà ai nervi perché, mi dico, come può essere che uno riesca sempre a distinguere quando gli si vuol dire soltanto “ti voglio bene” piuttosto che “Ti amo”? Siamo noi che leggiamo un’abissale differenza di significato fra i due modi di dire, oppure sono davvero equivalenti? O forse sono i popoli che come gli inglesi usano quest’unica formula a essere avanti? Anche i russi, ad esempio, dicono “Ja tebja ljublju” per significare entrambe le cose. Anzi, la mia collega Julja dice che “ti voglio bene” non esiste proprio. «E a un bambino cosa dite per fargli capire che gli volete bene?». «Non ci è, ho detto!» m’ha risposto con il suo savoir-faire (cazzo!, aggiungo io).
Uno potrebbe replicere: “Lo capisci dal contesto”. Secondo me invece no. Non sempre. E si possono verificare imbarazzanti fraintendimenti nella vita di tutti i giorni.
Come dicevo sopra però, a pensarci bene potrebbe anche darsi che gli altri popoli siano avanti, nel senso che esprimendosi in questo modo mettono le mani avanti, nel senso che sono più sinceri… o semplicemente disincantati?
“I love you, dear”, come a dire: “Guarda che ti voglio bene in via definitiva. Ossia un bene tale che oggi ti chiedo di sposarmi, di trascorrere il resto della vita insieme, MA… ma sapendo già che in futuro questo bene non sarà più uguale nell’intensità. MA… ma comunque non potrò non volerti più bene, come alla mia migliore amica, come a mia sorella, come a qualsiasi altra persona io non potrò mai cancellare dalla mia vita. Per questo ti dico 'ti voglio bene', e non 'ti amo'”.
O forse “I love you” vuol dire sempre e solo “ti amo” davvero?

E poi, ecco che fra un “ti amo” e l’altro s’è alzato il vento, un po’ di nebbia. Una vecchina mi s’è accostata. Non l'avevo mica riconosciuta! Be', che mi ha caricato sulla scopa volante portandomi in alto, fra le nubi fresche della notte. Abbiamo sfiorato la luna e poi mi ha lasciato davanti al portone di casa, mentre quei ragazzi peruviani e messicani che di solito si prendono simpaticamente a colpi di bottiglia e a sputi ci guardavano di traverso. Forse era la scopa a confonderli, ho pensato.
Insomma che, dopo aver guardato in faccia ‘sti tipi, dopo essermi guardato riflesso nel portone mi sono detto:
o tutto, o niente. O si cammina fra la folla, in un bagno di gente, ma nascosti e isolati, con le cuffie dell’I-Pod alle orecchie. Oppure si balla sul cubo e si scrive sui blog per staccarsi. Soli, eppure al centro del mondo in entrambi i casi. Egoisti con la pretesa di avere qualcosa da donare. In realtà – solo voglia di avere. Di ricevere. Prendere. Pretendere.
Quante migliaia di I-Pod vendute? Quanti blog da leggere ogni giorno? Si desidera il contatto, si ha paura del contatto. Quando il contatto è stabilito, lo stesso è deriso. Con un libro in grembo, in métro o sul bus. O con carta e penna. O una nuotata in piscina.
Nonna Maria ripeteva sempre che “ogni testa è un mondo”. Ma credo lo ripetesse più per abitudine che altro. Non per necessità. Non più. È solo che prima – muti! Muti si doveva stare, e quindi veniva di più la voglia di parlare, e se si riusciva a parlare, a dire la propria, allora sì che si era ascoltati. La differenza era cercata, voluta davvero dall’altro, e anche da noi.
Oggi si blatera e, giustamente, nessuno vuol ascoltare più se non i propri concioni, o quelli di chi non si allontana da lui, di chi supporta e si conforma. Certo non quelli delle mosche bianche-pecore nere che userebbero volentieri la forza necessaria a condurre la folla. Condurla un po’ ovunque. Isolati. Isolani - tanti "Io" indifferenti alla spuma delle onde di gente intorno.
Passione.
Ciò che vogliamo – un abbraccio.
P.s.
Дорогая «Козюля», я только играю! Не оскорбляйся, окей?

Saturday, 6 June 2009

Sabato al GS: storia & ed. civica.


Sarà stato che ieri ho realizzato di aver scaricato il film sbagliato - cercavo Twilight e invece mi sono ritrovato a guardare un pornazzo simil-fetish; sarà stato che sono “a digiuno da un po’”; sarà quel che sarà; comunque oggi ho conciliato la necessità della caccia al partner con la necessità di fare la spesa. Non si dice forse che al supermarket si rimorchia benissimo? Pare che funzioni di più se ci si accompagna a un bimbo piccolo e tenero, ma ci ho provato lo stesso.
Ho varcato le soglie automatiche del GS parafrasando fra me e me le parole di quel simpatico signore che nel ’97, durante un’intervista ad un pilota di F1, senza rendersene conto si fece riprendere di fronte a milioni di telespettatori commentando: «Un po’ di figa qua?».
Allo stesso modo, dicevo, oggi ho fatto capolino nel supermercato. All’inizio con un po’ di timidezza, come se la gente potesse leggermi in fronte che il mio fine ultimo non era affatto, o non solo riempire il carrello.

Neppure a farlo apposta, in quel momento mi son visto passare di fronte uno splendido esemplare di donna alta, mora – quindi non milanese – bel culo e belle tettine, ma soprattutto bel sorriso e begli occhi. Lei andava verso sinistra. Seguendola con lo sguardo, dalla stessa direzione ho visto arrivare un bell’esemplare di palestrato, di quelli non esagerati, tonico e definito, alto anche lui e occhi scuri mescolati a sorriso durbans. Lui andava verso destra. “Emmò? Chi seguo?” ho pensato già in preda all’ansia, accostandomi alle cassette colme di melanzane, quando ho sentito una mano tremante stringermi il braccio, quasi sotto l’ascella.
«A-alto-o lei!».
Mi sono girato e ho incrociato lo sguardo benevolo di un simpatico vecchietto. Ancor dritto e dallo sguardo sveglio, ho notato che indossava un paio di sandali alla tedesca e le unghie dei piedi erano nere, come se le dita fossero in necrosi.
Ecco cosa ho dimenticato di scrivere all’inizio: essere tanto alto non mi aiuta a rimorchiare al supermarket se non gruppi di vecchietti e basse signore che mi chiedono di prendere “quella scatola lì… là sopra, per piacere!!”, oppure quella confezione “così in fondo allo scaffale”…
Be’, vi racconto che il vecchietto aveva, anzi ha – a meno che non abbia cessato di essere appena messo piede fuori dall’enorme cella frigorifera che è il GS – 93 anni! La stessa età del mio nonnino. Tanto buono e tanto pelato.
«Ne ho 93» mi ha detto «Ho fatto due guerre stupide, ammesso che possa esistere una guerra intelligente». Basito, ho annuito. «E adesso? Adesso siamo amici dei tedeschi, per fortuna. Adesso inglesi e francesi camminano a braccetto, finalmente». Ho sorriso e ho annuito ancora. Poi mi ha parlato di Giovanna d’Arco e della Guerra dei Cent’anni finché non ci siamo salutati e ha staccato la mano dal mio braccio – ho paura per lui che fosse anche un po’ contaminata dal mio sudore acido. Ho fatto per spostarmi. Ho riempito un sacchetto con dei pomodori da insalata e una signora di mezza età mi ha detto con tono di rimprovero:
«Guardi che ce l’ha con lei il signore» accennando col mento a qualcuno alle mie spalle.
Un secondo simpatico vecchietto, piccoletto e canuto. Mi sono reso conto che stava sparando a raffica delle considerazioni sulla mia altezza che però non ho capito. Credo fosse milanese stretto.
«Dice che anche lui da giovane mangiava tanto. Adesso non più. Eppure non è cresciuto come lei» ha tradotto per me la gentile donna ossigenata. «Sa quanti anni ha questo signore?». Ho fatto segno di no con la testa e nel frattempo ho scorto il giovane palestrato che entrava nella corsia dei biscotti. “Uffi!”.
«91!» continuava quella imperterrita.
“Sticazzi” ho pensato, “Tutti io li becco oggi. Chissà se ci arriverò mai alla loro età”. «Complimenti!» mi’è uscito spontaneamente, rivolto al nuovo nonagenario che sorrideva compiaciuto.
«Ghemigagofà du’ guerre!» o qualcosa del genere, ha preso a raccontarmi. Si è detto molto felice perché da poco ha appreso una buona nuova. Per anni aveva vissuto nel ricordo triste di una donna in stato interessante e rimasta vedova perché il marito era morto in guerra. Il marito era un ufficiale, un suo caro amico e commilitone. La felicità derivava oggi dall’aver scoperto che il fratello dell’ufficiale morto aveva sposato la giovane vedova permettendo così al bambino – che oggi suppongo abbia sessanta anni – di portare il cognome del padre.
“Ma tu guarda…” mi son detto dopo avergli indicato il ripiano del brillantante ed esserci salutati. “E io che ero venuto qui con la superficiale pretesa di rimorchiare… Be’ non male”.
In effetti sono felice. Tutto ciò mi ha fatto riflettere su un articolo di Angelo de’ Micheli che ho letto poco tempo fa sul Corriere della Sera e intitolato «Come si può “dimenticare ricordando”».
Infatti, le parole dei due vecchietti conosciuti oggi suonavano non tanto come un semplice ricordo, bensì avevano un retrogusto di dolore sorridente, di quel dolore di quando vorresti, ma non riesci a dimenticare un brutto episodio, non riesci a fartene una ragione eppure sai “ch’è così e bon”.

De’ Micheli ha chiesto durante l’intervista a M. Sfroza e J. Tizon, in occasione dell’uscita del loro nuovo libro “Giorni di dolore”:
D.: «[…]Con lutto non elaborato che cosa si intende?[…]».
R.: «Un antico proverbio spagnolo dice che “un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce”. Poter esprimere le emozioni […]rappresenta un aiuto perché permette di attenuare il dolore, e, […] di rendersi conto di ciò che si prova e della realtà di quanto è accaduto. […] Soffocare le emozioni non è salutare perché ostacola la consapevolezza» continuano gli autori. «Senza dimenticare che le emozioni taciute spesso “ritornano” sotto altre forme e a volte in modo patologico […]».
D.: «Alcune persone reagiscono al lutto mettendo la persona scomparsa al centro dei loro pensieri […]».
R.: «Per alcuni il dolore dell’assenza si trasforma in una ricerca ossessiva di contatto, a volte così intensa ed esasperata da impedire la ripresa della vita».
Eppure i miei cari nonuagenari la loro vita l'hanno ripresa benissimo. Hanno solo capito che il contatto è necessario, al contrario, per ricordare e non dimenticare. Neppure un sabato mattina qualunque. Non dimenticare per non sbagliare. Mai.

Friday, 5 June 2009

Magia dello sport


“Ragazzi, qui forza! Tutti in cerchio… uniti, ché la pallavolo è una caetena!”.
Diceva proprio così uno dei miei mister ai tempi dell’under 18. “La pallavolo è una caetena”, che non si legge alla latina “cetena”, ma proprio così com’è scritto “Kaetena”, causa pronuncia del quartiere “Prainetti” (alias Piragineti) di Rossano.
E poi ne sono venuti altri, mister, e altre partite, eccitazioni sempre nuove.

Come dicevo ieri alla mia sorellina durante il secondo set della semifinale di pallavolo Bocconi Vs Bicocca, la pallavolo secondo me è più un insieme di fragili equilibri, e neppure tanto imprevedibili, aggiungerei ora.
Mentre Chicca e io ci attrezzavamo per un tifo degno di una squadra vincente (leggi: voce quanto più profonda possibile, fiato per farla sentire fino all’altra parte del campo e battito di mani a coppetta, oppure battito di mani contro le porte in simil-plastica delle uscite di emergenza del Palacus), la squadra Bocconi entrava in campo forse un po’ scoraggiata.
Commenti esterni la davano già per spacciata. Vincente la Bicocca e senza ombra di dubbio, dicevano.

Risultato? A eccezione di due-tre giocatori, il primo set della Bocconi Volley è finito malamente per via di gambe piombate (nel senso di fuse con il piombo) al fondo gommoso del campo, sguardi persi nei fasci luminosi e trapezoidali versati sulla rete dai fanali montati al soffitto, braccia che si dimenavano come le alette di uccellini alla prima lezione di volo piuttosto che congiungersi e battere con precisione la palla che scrosciava loro addosso - neppure con troppo vigore - con l’intenzione di rispedirla al mittente, possibilmente segnando un punto.

Però i Fontanella brothers da bordo campo non si son dati per vinti:
“Boc-co-ni! Boc-co-ni! Boc-co-ni!” prima.
“Alè, alè, alè Bocconi alè!” poi.
“Fo-orza Bo-occoni-i!” e “Quarttordici – detto alla rossanese perché era lui, Dario – sei bono!”, o ancora “Manona sei mitico! Grande, Mano!”, oppure “Bo-bo-bo-bo-Bocconi-i!” e così via. Due voci da sole hanno spento il coro avversario di almeno sei anime.

Come volevasi dimostrare: dal secondo set in poi i bocconiani si sono ripresi, dando mostra di un bel gioco davvero. Gioco d’astuzia, quanto di potenza. A partire dal numero 3, all’11, al 15, al 17 e il 14 in campo ce l’hanno messa tutta.
La gomma delle suole Asics (Ashish, come le chiamano alcuni) - oggi in concorrenza con le Mizuno - hanno fischiato contro il suolo del campo e generato brividi sottopelle tali che ti veniva voglia di correre in campo anche tu. Fare quei famosi tre passi prima di piegarti sulle ginocchia e… saltare, volare… la palla – poesia.
“Batti, ricevi, alza schiaccia copri e mura” cantava Lucky (per i più giovani: l’ex della Nazionale Italiana di Volley, nonché centrale della Mediolanum, Andrea Lucchetta).

Ho detto, a quel punto, a Chicca: “Mera mò, il secondo set lo vince di sicuro la Bocconi. Il terzo sarà il più combattuto e, se la Bocconi lo perde, allora si vedrà al quarto set chi è davvero il più forte, anche psicologicamente”. Così è stato.
E… meritata vittoria alla Bocconi.

È vero sì, che la pallavolo è una catena.
Un po’ come tutti i giochi di squadra ti obbliga a misurarti non solo con gli avversari, ma con i tuoi stessi compagni e soprattutto in brevi istanti, anzi brevissimi; di solito istanti che più sono brevi e più, statene certi, consistono di puro stress. Spesso è facile perdere di vista l’obiettivo vero: vincere divertendosi; ed è allora che le altre cinque menti in campo devono essere brave a riportarti giù, fra di loro, con loro, per unire le forze. Per essere una testa sola, ma con dieci occhi.
Nulla di nuovo: in una squadra si vince solo se si è tutti dalla stessa parte, mai se si è da una parte sola – la propria e basta.
Una Caetena, sì. Nel senso d’intreccio di anelli-emozioni, le più disparate: carità, fuoco (sì, perché da oggi il fuoco è anche un’emozione), concentrazione, self-control, grinta… e quando il giocatore che osservate è bravo davvero, allora è come se fosse vostra la mano ben aperta e fluttuante che avvolge il pallone, che vedete al ralenti, e che schiaccia giù, nei tre metri - che si tratti di un primo tempo, o meno. È come se fossero vostri gli avambracci uniti a mo’ di chiatta con cui il colpo avversario viene assorbito, trattenuto, lavorato e trasformato in punto in vostro favore. Vostro il palleggio che spinge la palla tanto in alto dove solo i più coraggiosi osano.

La pallavolo è emozione. La pallavolo è ricordo, per me – memoria.
L’odore delle mutande e dei calzini sudati a fine allenamento; lo stridìo della scarpa per asciugare la macchia di sudore sul campo di gomma o parquet, per non scivolare. L’eco dei “Mia-a-a!” contro il soffitto del palazzetto, dei “Vaffanculo!”, “Cazzo-cazzo-cazzo!”, dei “Fo-o-o-orza!” rabbiosi ai limiti dell’aneurisma o dell’embolia…

In sostanza, se vi piace il volley – e i giocatori di volley. NON quelli troppo giovani, mi raccomando! Intellegenti pauca… - vi aspettiamo sabato prossimo al Palacus, all’Idroscalo di Milano, per sostenere la giovanissima e frizzante - per nulla sborona, aggiungerei in tono milanese - Bocconi Volley nella partita di finale contro la squadra dell’Università Statale.
Portate le tocte, i turri-turri, i coperchi e i campanacci!

Tuesday, 2 June 2009

Sorridenti.

L'aggettivo che che è rimasto incollato agli sposi durante questi tre giorni calabresi è inequivocabilmente questo.
E il sorriso si sa, non viene espresso solo con una increspatura delle labbra. Il sorriso sincero degli sposi esplodeva da dentro, dal profondo, irraggiandosi dagli occhi vispi e palpitanti per diffondendersi tutt'intorno, allontanando anche la frescura ombrosa del cielo che dalla fine della funzione in poi ha fatto le bizze, lasciando lo spazio al cielo stellato a fine serata.
L'atmosfera di gioia ha dominato incontrastata.

Be', non ho pianto, se è questo che volete sapere. Certo, vedendola incedere dal fondo della chiesa a braccetto di papà, sguardo fisso sullo sposo festoso - quasi esultante - all'altare, circondata da nuvole di nebbiolina e phalaenopsis, e un'altra nuvoletta uguale, solo più piccola, adagiata morbidamente sull'avambraccio destro a renderla angelica, l'avemaria gorgheggiata da un coro di voci straordinarie... come poteva non annodarmisi la gola sotto l'annodatura già stretta della mia - stupenda - cravatta?

Una cerimonia spiritosa, un rito misto che ha spiazzato il fotografo che attendeva il momento in cui - secondo lui - la sposa avrebbe bevuto dal calice per scattare una classica fotografia, rimanendo così a bocca asciutta, forse un po' deluso come Will il coyote quando morde a vuoto un boccone d'aria perché Beep-beep è scappato via dalle sue fauci troppo in fretta; deluso anche quando credeva che la sposa avrebbe proferito formule religiose non condivise perché, come anche il prete ha sottolineato "c'è chi nel rito dell'amore umano rionosce il passaggio segreto di Dio. E c'è chi nella vita va scoprendo orme e tracce e ne interroga il senso del cuore".
Vi dico che bastava osservare i loro sguardi per fugare ogni ombra di dubbio e affermare semplicemente: "Quei due si amano e sono felici".

Alle mie spalle gli sbuffi del babbo che annotava spiritosamente come sul libretto mancasse solo la voce "Personaggi e interpreti", i pianti senza fine delle due testimoni al mio fianco con relative soffiate di naso, l'esclamazione involontaria "Cazzo!" di una delle due quando qualcuno ha sussurrato "Ehi, fuori diluvia!", il mio "Mah" più perplesso che persuaso con successivo commento del tutto divertito "Chissà! Punti di vista... Magari invece..." quando il prete ha detto che se Adamo si fosse svegliato per trovare al suo fianco un altro uomo allora sarebbe tornato a dormire, tutto ciò - dicevo - ha reso per me l'atmosfera più gioconda e leggermente informale.

Ragazzi, che dirvi del ricevimento? Non ci sono parole. Posso solo elencare l'impeccabilità del servizio incorniciato in un paesaggio da sogno; la bontà delle portate a partire dal buffet iniziale che prevedeva anche il banco con il casaro che creava e "mozzava" con le sue proprie mani mozzarelle calde squisite, per finire col buffet di dolci di tutti i tipi - fontana di cioccolato e frutta fresca, confetti alla ricotta e pera, al cioccolato fondente, al limoncello, al cappuccino, torte variegate, babbà, delizie al limone, crostate e... e davvero non lo so più - un vero trionfo di zucchero e grassi e chi più ne ha più ne metta.

E il bello è che nulla è andato perso. E' davvero il caso di dire che "S'a futtìrono a spisa!", Ca li vo' fari salute.
Gli invitati - tutti simpatici e impeccabili perché erano tutte persone amate e volute lì dagli sposi stessi. Evvabe' dai, qualcuno più simpatico degli altri. Qualcuno più... "intrigante" degli altri.

Il mio nonnino l'aveva sempre ripetuto che avrebbe "raccolto i confetti", e sono infinitamente felice che ci sia riuscito, che abbia mantenuto fede alla parola data.

La sposa è tornata al lavoro, sta per essere risucchiata dalla routine meneghina con la differenza della vera dorata al dito - e forse qualcosa d'altro in più inside, come si suol dire.

La sposa. Mia sorella. Era, anzi no, è bellissima. E' una donna - vera, meravigliosa, incantevole.

Uffi! E' andata quindi. In fin dei conti è durato tutto un attimo, appena il tempo di ballare iin maniera disconnessa, come solo io sono capace, YMCA dei Village People.

Milano, aspettami che sto per tornare da te.
Le mie saranno le solite, tredici lunghe ore confezionato in un sedile di pullman per raggiungere il beneamato lavoro.

Grazie a tutti coloro che hanno dimostrato il loro affetto. Non in ultimo i vicini di casa che ci hanno svegliato suonando i coperchi delle pentole e urlando "La Zita!!", i condomini dei palazzi vicini che all'uscita di casa della sposa l'hanno accolta con petali di rose e confetti e caramelle.

Ragazzi, ciao e a presto, e grazie anche a voi per il sostegno continuo dimostrato pur essendo lontani. E' impagabile - soprattutto da un egotista come me.

Un abbraccio,
Raffaello