Saturday, 6 June 2009

Sabato al GS: storia & ed. civica.


Sarà stato che ieri ho realizzato di aver scaricato il film sbagliato - cercavo Twilight e invece mi sono ritrovato a guardare un pornazzo simil-fetish; sarà stato che sono “a digiuno da un po’”; sarà quel che sarà; comunque oggi ho conciliato la necessità della caccia al partner con la necessità di fare la spesa. Non si dice forse che al supermarket si rimorchia benissimo? Pare che funzioni di più se ci si accompagna a un bimbo piccolo e tenero, ma ci ho provato lo stesso.
Ho varcato le soglie automatiche del GS parafrasando fra me e me le parole di quel simpatico signore che nel ’97, durante un’intervista ad un pilota di F1, senza rendersene conto si fece riprendere di fronte a milioni di telespettatori commentando: «Un po’ di figa qua?».
Allo stesso modo, dicevo, oggi ho fatto capolino nel supermercato. All’inizio con un po’ di timidezza, come se la gente potesse leggermi in fronte che il mio fine ultimo non era affatto, o non solo riempire il carrello.

Neppure a farlo apposta, in quel momento mi son visto passare di fronte uno splendido esemplare di donna alta, mora – quindi non milanese – bel culo e belle tettine, ma soprattutto bel sorriso e begli occhi. Lei andava verso sinistra. Seguendola con lo sguardo, dalla stessa direzione ho visto arrivare un bell’esemplare di palestrato, di quelli non esagerati, tonico e definito, alto anche lui e occhi scuri mescolati a sorriso durbans. Lui andava verso destra. “Emmò? Chi seguo?” ho pensato già in preda all’ansia, accostandomi alle cassette colme di melanzane, quando ho sentito una mano tremante stringermi il braccio, quasi sotto l’ascella.
«A-alto-o lei!».
Mi sono girato e ho incrociato lo sguardo benevolo di un simpatico vecchietto. Ancor dritto e dallo sguardo sveglio, ho notato che indossava un paio di sandali alla tedesca e le unghie dei piedi erano nere, come se le dita fossero in necrosi.
Ecco cosa ho dimenticato di scrivere all’inizio: essere tanto alto non mi aiuta a rimorchiare al supermarket se non gruppi di vecchietti e basse signore che mi chiedono di prendere “quella scatola lì… là sopra, per piacere!!”, oppure quella confezione “così in fondo allo scaffale”…
Be’, vi racconto che il vecchietto aveva, anzi ha – a meno che non abbia cessato di essere appena messo piede fuori dall’enorme cella frigorifera che è il GS – 93 anni! La stessa età del mio nonnino. Tanto buono e tanto pelato.
«Ne ho 93» mi ha detto «Ho fatto due guerre stupide, ammesso che possa esistere una guerra intelligente». Basito, ho annuito. «E adesso? Adesso siamo amici dei tedeschi, per fortuna. Adesso inglesi e francesi camminano a braccetto, finalmente». Ho sorriso e ho annuito ancora. Poi mi ha parlato di Giovanna d’Arco e della Guerra dei Cent’anni finché non ci siamo salutati e ha staccato la mano dal mio braccio – ho paura per lui che fosse anche un po’ contaminata dal mio sudore acido. Ho fatto per spostarmi. Ho riempito un sacchetto con dei pomodori da insalata e una signora di mezza età mi ha detto con tono di rimprovero:
«Guardi che ce l’ha con lei il signore» accennando col mento a qualcuno alle mie spalle.
Un secondo simpatico vecchietto, piccoletto e canuto. Mi sono reso conto che stava sparando a raffica delle considerazioni sulla mia altezza che però non ho capito. Credo fosse milanese stretto.
«Dice che anche lui da giovane mangiava tanto. Adesso non più. Eppure non è cresciuto come lei» ha tradotto per me la gentile donna ossigenata. «Sa quanti anni ha questo signore?». Ho fatto segno di no con la testa e nel frattempo ho scorto il giovane palestrato che entrava nella corsia dei biscotti. “Uffi!”.
«91!» continuava quella imperterrita.
“Sticazzi” ho pensato, “Tutti io li becco oggi. Chissà se ci arriverò mai alla loro età”. «Complimenti!» mi’è uscito spontaneamente, rivolto al nuovo nonagenario che sorrideva compiaciuto.
«Ghemigagofà du’ guerre!» o qualcosa del genere, ha preso a raccontarmi. Si è detto molto felice perché da poco ha appreso una buona nuova. Per anni aveva vissuto nel ricordo triste di una donna in stato interessante e rimasta vedova perché il marito era morto in guerra. Il marito era un ufficiale, un suo caro amico e commilitone. La felicità derivava oggi dall’aver scoperto che il fratello dell’ufficiale morto aveva sposato la giovane vedova permettendo così al bambino – che oggi suppongo abbia sessanta anni – di portare il cognome del padre.
“Ma tu guarda…” mi son detto dopo avergli indicato il ripiano del brillantante ed esserci salutati. “E io che ero venuto qui con la superficiale pretesa di rimorchiare… Be’ non male”.
In effetti sono felice. Tutto ciò mi ha fatto riflettere su un articolo di Angelo de’ Micheli che ho letto poco tempo fa sul Corriere della Sera e intitolato «Come si può “dimenticare ricordando”».
Infatti, le parole dei due vecchietti conosciuti oggi suonavano non tanto come un semplice ricordo, bensì avevano un retrogusto di dolore sorridente, di quel dolore di quando vorresti, ma non riesci a dimenticare un brutto episodio, non riesci a fartene una ragione eppure sai “ch’è così e bon”.

De’ Micheli ha chiesto durante l’intervista a M. Sfroza e J. Tizon, in occasione dell’uscita del loro nuovo libro “Giorni di dolore”:
D.: «[…]Con lutto non elaborato che cosa si intende?[…]».
R.: «Un antico proverbio spagnolo dice che “un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce”. Poter esprimere le emozioni […]rappresenta un aiuto perché permette di attenuare il dolore, e, […] di rendersi conto di ciò che si prova e della realtà di quanto è accaduto. […] Soffocare le emozioni non è salutare perché ostacola la consapevolezza» continuano gli autori. «Senza dimenticare che le emozioni taciute spesso “ritornano” sotto altre forme e a volte in modo patologico […]».
D.: «Alcune persone reagiscono al lutto mettendo la persona scomparsa al centro dei loro pensieri […]».
R.: «Per alcuni il dolore dell’assenza si trasforma in una ricerca ossessiva di contatto, a volte così intensa ed esasperata da impedire la ripresa della vita».
Eppure i miei cari nonuagenari la loro vita l'hanno ripresa benissimo. Hanno solo capito che il contatto è necessario, al contrario, per ricordare e non dimenticare. Neppure un sabato mattina qualunque. Non dimenticare per non sbagliare. Mai.

1 comment:

Anonymous said...

Ciao Raff
La guerra la stessa mer.. di sempre che "destruye" (non so in italiano). Ho tante storie di guerra, che ha passato mia famiglia.
Ma ricordo al mio nonno. Nel 82, c´era la guerra fra Inghilterra e Argentina, per le "Islas Malvina". Hanno morti ragazzi da 18 anni.
Ricordo che mio nonno diceva: "Ho paura. Inghilterra è forte / terribile". Lui li ho risposto, nonno si tu ti ricordi nella 2daguerra mondiale, sucesso tanto tempo fa". Lui mi diceva Silvia, tu non lo conosci a inglesi. Quanta raggione aveva mio nonno. l¨Argentina aveva perso in quella guerra ed anche abbiamo perso tanti ragazzi che hanno morti
Baci
Silvia
PO: martedi c´e la puntanta 8, no?