Friday, 31 July 2009

What's the next?

(Sopra: veduta di Corpus Christi).

Ci sono reazioni che non cambiano mai.

Sapete, da quando sono arrivato il vento non ha smesso di soffiare un secondo, e non è neppure diminuito d’intensità. Sì, perche si tratta di un vento davvero forte, quello che tira dall’oceano appunto. Ma se appena si sbarca e si mette piede fuori dall’aeroporto si pensa “Mizzichina che vento” (okay, magari non tutti penseranno proprio “mizzichina”, ma ci siamo capiti), ecco che già dopo due giorni ci si abitua. Non c’è nulla da fare, noi essere umani siamo animali abitudinari e stop. E così, quando stamattina mi sono svegliato e ho visto che le palme in strada non erano piegate in due, mi è sembrato quasi strano.
Perché scrivo questo? Perché credo che possa valere come esempio per spiegare come spesso ci si abitua anche a cose peggiori, del tipo: vivere attanagliati dalla paura della malavita. Con la differenza che se non possiamo fare nulla per far smettere il vento, la criminalità invece la si può combattere, e se c’è qualcosa che in generale non funziona possiamo sempre intrometterci e modificare gli eventi. Anche solo in parte. Solo dopo che avremo zittito il sussurro dello scirocco delle disfunzioni in cui siamo abituati a vivere potremo apprezzare veramente l’energia del silenzio e della pace propri di un paese che procede al meglio delle proprie capacità.
Ed ecco che, per l’ennesima volta, un assaggio di come potrebbe essere il nostro paese senza alcune brutture mi deriva dal confronto con persone d'ogni parte del mondo, confronto che, come dicevo, mi suscita una reazione che è sempre uguale nel tempo e consiste in una mistura di sentimenti contrastanti. Divento una friggitrice colma d’olio bollente in cui chi mi sta di fronte lascia cadere una quantità variegata di considerazioni e giudizi che subito iniziano a sfrigolare, diffondendo tutt’intorno l'usuale puzzo di cogitazione forsennata.
Le parole chiave del meeting di oggi sono state ancora una volta: “tecnologia”; “sviluppo”; “moderno”; “globale”; e simili.
Ma l’argomento che ha regnato sovrano è stato: “maggiore attenzione per l'ambiente”. I microfoni hanno riverberato non-stop frasi del tipo: «Developing a green supply chain»; «Enviromental and economic implications [from global goods movement]»; etc… etc…
Se da un lato credo sia curioso e faccia sorridere il sentire dire certe cose a labbra americane, nel paese che solo poco tempo fa s’è deciso a firmare le tre pagine d’accordo che introducono al nuovo protocollo di Kyoto, dall’altra devo riconoscere di nuovo la determinazione di cui questa gente è capace dopo che ha individuato un obiettivo da raggiungere. Non in ultimo è da ammirare – e disorienta alquanto – il modo affettato di manifestare il proprio impegno.
Mi sono domandato: si tratta davvero solo di aria fritta, dell’esagerazione connaturata al modo di fare statunitense che si rispecchia fedelmente in quelle bistecche simili a mattoni refrattari, servite su piatti che sembrano più vassoi da portata, e nelle fette di apple-pie da mangiare con cucchiaini che in realtà sono cucchiai da minestra (mentre la minestra che è servita in recipienti simili a secchi della Vileda di conseguenza si assapora coi badili), e che spesso noi italiani siamo pronti a criticare, se non a ridicolizzare? Oppure siamo noi, noi italiani, buoni solo a ergerci a giudici presuntuosi quando, a ben vedere, nel nostro operato non c’è poi molto che giustifichi tale presunzione?
Il fatto è che mi trovo in un paese straniero che è anche troppo vasto e dove, sì, la gente è vero che se ne va in giro con stivali di pelle di coccodrillo lavorati con dubbie fantasie floreali e quando possibile con un bel cappello bianco a falda larga stile cow-boy (li voglio anche io assolutamente!), ma anche dove la gente si sta dimostrando disponibile, di cuore, che quando sente che qualcosa non va si fa in quattro per trovare la soluzione migliore e sempre nel rispetto di tutte le regole vigenti (che non sono poche).
Non sapete quanto mi stia costando ammettere tutto ciò, ma non posso farne a meno dopo che proprio alcuni dei soggetti fra questi descritti sopra mi si è avvicinato e, dopo avermi chiesto di dove sono, ha commentato: «Uao-o-o! I-ta-li-a-nou!», aggiungendo dopo la puntuale pausa di silenzio che oramai ho imparato a temere «Pis-sa!» cioè “pizza” e naturalmente, con un risolino… «Mafia!». Sì, questa la pronunciano benissimo.
E te pareva, mi sono detto.
Ho avuto la fortuna di cominciare a viaggiare all’età di quindici anni. Oggi, a trentadue, sono ancora in grado di deprimermi di fronte a commenti di questo tipo, all’associazione mentale Italia-Mafia che non solo in America, ma in tutto il resto del mondo rimane immutata nel tempo. Questo siamo: pizza e mafia, mafia e pizza. Anche quel mongolo del mio collega (nel senso che viene davvero dalla Mongolia), si chiama Mongoljingoo, ci associa in primis al telefilm “La Piovra”.
E io? Cosa posso rispondere io? Forse: «Ma insomma, basta!, oramai è acqua passata. La mafia non esiste mica più!». Be’, che mi piacerebbe certo.
Quando ci troviamo in un contesto internazionale in cui discutiamo di nuovi progetti e “rapid growth of global shipping” – dove “shipping” sta sì per movimentazione merci finalizzata al profitto individuale, ma dove volente o nolente è implicato anche un reale interesse allo scambio culturale – dove ci piazziamo noi italiani?
Se in un paese così vasto come l’America alla fine dei conti sono riusciti a far fronte all’emergenza terrorismo (certo che sì, anche a costo di ispezionarti er bucio der culo) e adesso pare che abbiano per le mani anche validi progetti finalizzati a salvare il pianeta dall’effetto dei gas serra, noi italiani non dovremmo iniziare a porci qualche domanda in più? Non sto qui a discutere di certo le modalità d’azione. Infatti chissà, magari gli USA porranno fine al timore dei gas serra prodotti in larga misura dai paesi in via di sviluppo eliminandoli con una mega-bomba. Ciò che voglio dire è solo che qui, come altrove, quando vogliono una cosa emminchia se s’impuntano!
Senza andare troppo lontano, prendiamo l’esempio della nostra vicina di casa, la Germania. Credetemi: non ho sentito nemmeno uno a caso dei colleghi del resto del mondo esclamare di fronte al tipo tedesco: «Uao-o-o! Deutsch? Heil Hitler!» (per fortuna che rimangono i crauti per prenderli per il culo…).
Se la Germania è riuscita non senza fatica a scrollarsi di dosso la cenere nera e luttuosa generata da un fenomeno orribile come il nazismo, riuscendo invece a raccogliere svariati complimenti per la crescente forza commerciale e il climax di esportazioni, nonché per la manifattura di qualità di macchinari di ogni tipo, perché anche l’Italia non potrebbe andarsene al giro per il mondo a beccarsi commenti entusiastici che non siano rivolti ai ravioli e alle sue spiagge (anche quelle poi sempre meno blu)?
È per questo che oggi se da una parte mi congratulo con il nostro Paese per essere riuscito a sottrarre altri 60 milioni di euro alla ‘ndrangheta che pur sempre rimane padrona di un’infrastruttura statale quale l’autostrada SA-RC, dall’altra mi chiedo: non è che dovremmo dimostrare maggiore modestia e iniziare ad apprendere da chi ci sta intorno? Possibile che pur essendo l’Italia un calzino di modeste dimensioni rispetto agli enormi Stati Uniti sia tanto più difficile da governare, nel senso di “rimettere in ordine”?
Ridiamo pure dei cucchiai formato badile degli americani, ma diamo un’occhiata ai programmi di formazione che alcune aziende del nord America portano avanti con i propri managers nel sud del paese. Ridiamo e temiamo pure le file alla dogana quando veniamo a trovarli, ridicolizziamo l’eccessiva mentalità militaresca e machista. Ma stamattina, ascoltando via internet per l’ennesima volta al TG il resoconto di un’operazione anti-‘ndrangheta ho pensato davvero che mandare giù un nutrito gruppo di managers milanesi scortati dall’esercito per risollevare le sorti del nostro sud non sarebbe una cattiva idea (inoltre, lasciatemi dire che per molti managers milanesi si tratterebbe solo di tornare a casa e quindi potrebbero anche essere felici di contribuire allo sviluppo della loro terra, a patto di essere ben protetti da eventuali ritorsioni).
Magari mandiamoli con una decina di quei pullman che sono costretto a prendere io per tornare a casa, o con uno dei nuovissimi treni "freccia-minchia" che ancora arrivano a Eboli e si fermano come fece Cristo nell’immaginario della buon’anima di Carlo Levi.
E poi? E poi ho sentito ancora della Lega che predica insegnanti che sappiano parlare il dialetto o qualcosa del genere…
Ora, io sono uno pro-conservazione della cultura locale, ricorro spesso ai termini dialettali anche quando scrivo, ma ci rendiamo conto che siamo rimasti forse l’unico paese europeo in cui ancora nessuno parla l’inglese? Ma dove vogliamo andare ancora? Per usare una frase con cui il mio collega australiano oggi ha concluso il proprio intervento: «What’s the next?».

Thursday, 30 July 2009

Tailor-made - Per la serie: perché gli affari si discutono sempre a cena e perché gli stranieri sono abituati a bere superalcolici più di me?

Grazie mille Antoinette, mia Silentpoet, grazie Popi, Fabio, Vic.
Un ulteriore conferma che a tutto c’è un perché e che a volte, come si suol dire, “è scritto”: la settimana insonne appena trascorsa ha fatto sì che non stia risentendo del jet-leg. Anzi, è come se avessi sempre vissuto col fuso orario di quaggiù, ih-ih!
Fra Water Str. e Shoreline Blvd. l’albergo dà proprio sulla baia, vale a dire sul porto. Come il solito. Ed è giusto così. Se siamo spedizionieri, ci tocca, o no? È questo il nostro posto. In effetti ciò rende pressoché immutato il paesaggio fuori dalle finestre degli alberghi che ho visitato fino ad oggi. Che fossi a Dubai, a Cape Town, a Cartagena di Colombia o ad Arhus. Eppure, per quanto siano monotoni, i boschi di gru da 500 ton., i truck-trailers, hanno un loro fascino. Vedere la movimentazione di carichi talmente giganteschi, osservare braccia meccaniche che sollevano con siffatta leggiadria tubi colossali, ciminiere e simili, vedere all’opera le Flo-Flo Heavy Lift Ships concede sempre a chi osserva e a chi ha pianificato quei carichi uno strano sentimento se non di onnipotenza, almeno di forza immensa.
Corpus Christi, come il resto dell’America a quanto mi pare di capire, è fatta di strade che definirle vaste è troppo poco. Le stesse sono percorse da automobili che definiresti più delle motrici, quelle col pianale da sei metri e sessanta, e i veicoli a loro volta sono guidati da ominazzi che definiresti più come "simpatici bestioni sorridenti" con bambini di tre anni che sembrano giovanotti di quaranta. Devo ammettere che nonostante l’approccio un po’ grezzo, gli americani conosciuti oggi si sono dimostrati molto disponibili e cordiali. Dicono sia una caratteristica dei texani.
Una signora d’una certa età, in aeroporto, mi ha detto con tono premuroso:
«Se è la tua prima volta negli States fa’ attenzione. C’è molta gente buona, ma ce n’è altrettanta cattiva».
“Oh mamma!” ho pensato. “Sarà mica quella che ha scritto l’oroscopo di ieri sul ‘Daily Mail’?”. Per sicurezza – più che altro per scongiuro, il così detto antipiccio – ho dato una bella massaggiata - con discrezione, certo - agli zebedei. Tanto non credo che qui sappiano cosa significhi questo gesto, e poi mi è sembrato di vedere che lo stesso sia abbastanza diffuso fra i signori col cappello a falda larga tipo cow-boy da passare inosservato.

Tutta questa premessa per dire che siamo davvero strani. Tutti. E tutti uguali nella nostra stranezza. Abbiamo lottato secoli per adattare il mondo a noi essere umani. Abbiamo costruito case e strade in base alle nostre esigenze, trasformando il paesaggio e rendendolo il più possibile simile a noi. Fuori fa così caldo e così umido che i vestiti ti si appiccicano addosso come una sopressata sottovuoto? Affafottere! Entra in albergo, o nella prima moll a portata di mano e altro che fresco, ti sembrerà di essere al polo nord! Muori dalla sete? Non ti accontentare di un bicchiere d’acqua, ma bevi una Maxi-Coke, o scegli un Margarita fra i “10 thirst-quenching flavors” disponibili! E chi ppiù ne ha più ne metta...
Oddio, abbiamo persino incrociato razze animali per avere in casa certi esemplari che davvero potrebbero essere scambiati per i nostri figli, tanti sono i tratti che abbiamo in comune. Siamo riusciti a fare l’impossibile e, dicono, non sfruttiamo che solo una piccola percentuale delle nostre capacità.
Allora perché a volte basta una lettera scritta a penna su un foglio a quadretti, addirittura una sola parola detta magari col tono giusto e al momento giusto (e se ci pensate la parola non è che abbia una genesi molto dissimile da quella del rutto), per demolirci? Perché il nostro tallone d’Achille dev’essere per forza individuato in una dimensione impalpabile e indefinita come quella dei sentimenti e dei pensieri, della mente in genere, e non può essere davvero e soltanto uno stupido calcagno calloso così che almeno quando ci colpiscono conosciamo già il dolore cui andiamo incontro?
Trascorriamo la vita nel tentativo di soddisfare il nostro narcisismo, anche quando è rintracciabile nel semplice fare il bene altrui, alla ricerca di conferme insomma, ma alla fine quando pare che qualcuno ci apprezzi per quello che siamo ci mettiamo sulla difensiva, ci pariamo a mo’ di schermo intergalattico davanti all’ingresso del nostro mondo interiore sperando di essere sufficientemente pronti a parare il colpo.
Alla fine credo che tutti, chi più chi meno, abbiamo bisogno di sapere che c’è qualcuno che crede in noi, o sbaglio? Ho letto un articolo toccante scritto dall’attore Joss Ackland, dedicato alla sua compagna, l’attrice Rosemary Kirkcaldy scomparsa a causa di una malattia neurologica.
Scrive J.A. in riferimento alla sua storia d’amore:
«[…] the pleasure of being together, the joy of the first touch, the login for the unobtainable – and then, when the unobtainable was obtained, more became considerably more».
Non è forse ciò che tutti sogniamo di avere per noi stessi? Non vorremmo tutti sentirci dire una frase del tipo: «Darling, when you go, I promise I will follow you», anche quando quel “go” è riferito alla morte (anche se di certo non pretenderemmo tanto dalla nostra anima gemella)?
Già. Ma da cosa nasce un sentimento così? Cosa ci porta a pensare di essere fatti davvero per quella persona che ci piace tanto? Davvero si tratta di un fenomeno inspiegabile? E il tempo trascorso insieme deve essere una variabile imprescindibile per la fioritura e durata di un simile rapporto, oppure tutto può venir fuori anche solo da poche ore trascorse insieme, la durata - appunto - di un fulmine, possiamo sapere che è il nostro uomo anche solo dopo venti minuti che l’abbiamo conosciuto?
Per quanto mi riguarda, sono propenso sempre di più a considerare i colpi di fulmine non come i così detti “amori a prima vista” (Dio solo sa – o chi per lui – quanto vorrei crederci ancora), ma solo come infatuazioni, quelle che una volta si chiamavano “cotte” (da quanto tempo dovevo usare questa parola!). Mi dispiace e ho persino paura ad ammettere che, pur riconoscendo un bisogno immenso di sapere che esiste qualcuno che crede davvero in me per ciò che sono, quello che ho imparato negli ultimi anni è stato invece cercare di essere quanto più sospettoso possibile.
In qualità di Narciso, stupido, vanesio, italiano del sud adoro sentirmi rivolgere complimenti e manifestazioni d’affetto, ma oramai quand’anche me ne arrivassero di nuovi se all’inizio faccio per caderci con tutte le scarpe (come avete potuto già notare da queste cronache che hanno iniziato ad annoiare anche me che le penso. Chi poteva immaginare i danni che può causare la mancanza di sonno!), alla fine faccio di tutto per disilludermi, cioè dò per scontato che colui che ho di fronte si stia divertendo solo a prendersi gioco di me. È una tattica difensiva che ha dato i suoi frutti in più di un’occasione. Ma in realtà quanto può essere pericolosa per chi la sceglie? Per quanto possiamo temere che il nostro tallone d’Achille sia troppo esposto, sminuire le critiche positive altrui nei nostri confronti non vuol dire anche sminuire noi stessi?
Qualche tempo fa, quando qualcuno ci esponeva un proprio progetto, oppure ci raccontava qualcosa di bello ch’era accaduto, tanto che sembrava avere dell’incredibile, andava molto di moda rispondere a mo’ di battuta: «Basta che ci credi!». Dunque, a parte gli scherzi: quand’è che possiamo crederci veramente?
Guardavo poc’anzi il mio abito di lino beige gettato sulla spalliera della poltrona, indossato alla riunione di stasera. È uno dei pochi che mi calza a pennello. Ho pensato: se è impossibile trovare sul mercato un vestito che ci stia davvero alla perfezione (nel mio caso, poi, meglio non parlarne) a meno che non lo ordiniamo su misura, e se la stessa regola vale per l’anima gemella che cerchiamo, allora quante sono le persone intorno a noi che NON si sono semplicemente accontentate della taglia e del modello che meglio si è adattato loro?

Mi spiego: a volte un abito ci piace così tanto da non accorgerci che ci sta proprio male, lo vogliamo a tutti i costi e smettiamo di essere obiettivi. Allo stesso modo capita di farsi prendere da una persona, o concedersi a lei anche se è solo un suo aspetto caratteriale, o una sua speciale facoltà a colpirci.
In questi casi non è meglio ammettere che, sì, ci piacerebbe infinitamente averlo, ma sappiamo già che se anche lo prendessimo alla fine non lo indosseremmo? Se no, dove sarebbe l’investimento? O chissà, forse non è affatto necessario avere un abito che ci caschi a pennello, ma è sufficiente avere addosso qualcosa con cui ci sentiamo a nostro agio. E se così è, allora si può andare in giro anche nudi, cioè restare da soli; basta stare bene.
O ancora, forse il paragone coi vestiti non c’entra una (solita) motominchia, e tutto è frutto dell’ennesimo astrologare notturno di un terrone in America.

Quello che credo fermamente stasera, però, è che ormai si sia allignata e sviluppata oltremisura in molti di noi, uomini contemporanei, una reale difficoltà a riconoscere ciò che è un capriccio ingannevole e sterile da ciò che invece è una necessità autentica e sacrosanta. Mi risolleva solo la consapevolezza che in fondo, davvero molto in fondo e per quanto difficile possa risultare, sappiamo riconoscere quando le cose giuste ci sono state dette al momento giusto, e allo stesso modo chi le ha dette dovrebbe saper riconoscere se sono davvero giuste anche per sè, ma magari dette al momento sbagliato – sempre per sè. Oppure se è tutto sbagliato – parole e momenti - e davvero si tratta solo di un capriccio. Nel qual caso sarebbe “quite fair” lasciar stare in pace l’altro.
Durante la cena di stasera ho visto fuori dalla finestra, in strada, passare un pick-up bordeaux pieno di scritte spray sui finestrini oscurati: «Young and in love» e poi tutti cuoricini. Allo stesso modo in aeroporto, ieri, una moglie era venuta ad accogliere il marito con un cartellone disegnato con i colori a pastello: «I love you». Punto. Sembra davvero di essere in un film qui, nel senso che tutto sembra esagerato fino alla finzione. Ma forse mi sbaglio. Forse sono solo io a non riconoscere più la sincerità di un sentimento vero e profondo come quello dei ragazzi che guidavano quel pick-up.
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Many thanks to Antoinette, thanks Popi, Fabio, Vic.
You know, last sleepless week allowed to me to experience not the after-effects of the jat-lag. On the contrary it’s like I’d have been leaving here since ever. Ih-ih!
The hotel is just on the waterfront, between Water Str. and Shoreline Blvd., that is nearby the port. As usual. It’s right so. If we’re freight forwarders it lies with us, or not? This is our own place and effectively it gets unchanged the scenery out of the windows of the hotels where I’d slept till today, either I’d been in Dubai, or Cape Town, or Cartagena or Ahrus. And yet, as far as it’s dreary, I have to say that those woods of 500 tons cranes, all those truck-trailers have their own charm. Looking at handling operations of such enormous goods, at mechanical arms lifting with such prettiness colossal pipes, chimneys and similar… looking at Flo-Flo Heavy Lift Ships, all this grants to the spectator and to whom planned the above mentioned operations a surprisingly omnipotence feeling, or of huge power at least.

Corpus Christi, like the rest of the US as far as I can understand, is made of kind of streets that saying them simply large is not enough. More over they are crossed by cars looking 6.6 meters trailers and very big men drive them, carrying 3-years babies looking young 40-years guys. I have to admit that even if the approach with US people was rude, today I met a lot of helpful and affable American people. They say this is a Texans characteristic.
Yesterday an old fairy woman told me at the airport: «If this is your first time in US, be careful. There are a lot of good people, but there are also a lot of bad people».
Writing this introduction I would like to say only that we are all strange people. Definitely all. We built roads and buildings on the basis of our own needs, changing the landscape and making it as humanlooklike as it’s possible (?). If out there is too hot and humid, don’t worry you can come into the hotel or the nearest mall to discover a new unexpected Pole. If you’re thirsty, don’t worry, ‘cause you can have a maxi-Coke or you can choose you favorite Margarita among those 10 thirst-quenching available flavors!
Oh my God! We mixed also different animal races in order to get such model, which really could be mistake for our childrens because of the several common features with us. We done impossible things and, they say, we take advantage of only a little percentage of our abilities/faculties.
If it’s right, why sometime a handwritten letter, or just a word, possibly said with the right tone and at the right moment (and please think about the fact that the genesis of the word is not so different than the belch’s one), is enough to hurt us? Why our Achilles’ Hill must be located in a such impalpable and indefinite dimensions like the feelings’ one and thoughts are? Why it can’t simply be just in a stupid callous heel-bone so that when they strike on us we already know the exact pain we’re incurring?
We spend our life trying to satisfy our narcissism, even when we can recognize it in doing something good for somebody else, that is in looking for confirmations, but at the end, when it seems that we found someone appreciating us for what we really are we can only be on the defensive, like an intergalactic shield by the entrance of our inner world, hoping to be ready enough to shield the coming shot.
I do believe that all we need to know that there is somebody trusting us, or am I wrong? I read a touching article by the actor Joss Ackland dedicated to his partner, the actress R. Kirkcaldy affected by a neurotic disease.
He wrote with reference to his love story:
«[…] the pleasure of being together, the joy of the first touch, the login for the unobtainable – and then, when the unobtainable was obtained, more became considerably more».
Is this not what all we’re dreaming of? Don’t we want hear sentences like: «Darling, when you go, I promise I will follow you», even when that “go” is referred to the death (and even if we never really expect so much from our soulmate)?

Well. But from what get born this feeling? What make us believe we’re the right one for that person we like so much? Does it really deal with an inexplicable phenomenon? Must the time spent together be an essential variable for the blossoming and the acceptable duration of such relationship, or all can come to life even from few hours spent together, that is just the duration of a flash? Can we know that he’s our prince even after only 20 minutes we met him?
I prefer to consider loves at first sight just like infatuations, once simply named “crushes”. I am sorry and I do fear to write this, but even if I know I desperately need to know that there is somebody believing in me, out there, appreciating me for what I really am, what I learnt during these last years is only trying to be as suspicious as I can.
In my capacity as Narcissus, and stupid, concepite italian guy from south I really love to hear somebody standing on ceremony and to show his affection, but by now even if I receive love and congratulations I do believe in them at the beginning, but at last I do my best to disenchant me, assuming that that person is only jerking me around, pulling my leg. This is a defensive tactics, of course, which gave a return in the past already. But can this tactic be dangerous? Even if we’re sure that our Achilles’ hill is too exposed, can decrying positive critics towards us mean decrying ourselves as well?
When can we believe in relaxed way in positive critics, or in flattering appraisals?
Two minutes ago I was looking at my beige suit on the armchair, the one I worn tonight and maybe the only one fitting like a glove. I’d thought: “If it’s so difficult to find a perfect suit (in my case overall) except if we ask for a tailor-made suit, and if we can say the same about the soul mate we’re looking for, so how many people around us have not been content with the better fitting size and the model?”. Sometime we like a suit so much that we can’t be impartial. In the same way we get hung up, or allow ourselves to somebody even though we are impressed just by only one character aspect, or special ability.
In such cases is it not much more better to admit that as far as we like that suit we already know that even if we buy it we’ll never wear it? Otherwise what would be our convenience? Or maybe it’s not important at all that the suit would fit like a glove, but having just something to wear is enough, on condition that we’re at ease wearing it. If it’s so, well, we can go around naked, indeed, that is to be alone (the most important thing is feeling good).
But maybe this comparison with suit and dresses has got nothing to do with it and all this is the result of the umpteenth nightly quibbling of a guy from south Italy in US.
What I am thinking now is that all we contemporary men have a huge problem in recognizing what’s only a deceptive freak from what’s a real need. My relief is that to be honest, but very honest - with ourselves first – we can recognize the right word said at the right moment. And at the same time, who says something knows if that is the right word at the wrong moment – for him. Or if all is completely wrong, so that it’s better forget it and live the other in peace, otherwise it would be quite unfair.
During my dinner I saw a bordeaux pick-up covered with writings and drawings spray made. «Young and in love» and a lot of little hearts.
It seems to me I really am in a film, I mean all seems to be so exaggerated up to fiction stage. But maybe I’m wrong. Maybe this is me, I can’t distinguish anymore a sincere feeling like the one shown by the young guys driving that funny pick-up.

Wednesday, 29 July 2009

Reportage da Corpus Christi: un addio è già un ritorno? (lasciamolo ansimare questo mare...).

Oddio! Sono nel pieno di una crisi di astinenza. Devo assolutamente fumare. E mi aspettano ancora molte ore senza sizze, come farò? Ma io ricordo che qui, a Londra, ce n’erano tante smoking area! Possibile che gli inglesi siano diventati peggio degli americani?
Ecco che è meglio scrivere - almeno mi distraggo.

Tsé! Forse qualcuno pensava (sperava) di essersi liberato di me. Invece, anche da Londra vi sto addosso, ne? Le ore di viaggio non sono poche e quindi il tempo per pensare lo è ancor di più, dato che il pensiero viaggia a velocità quantomeno doppia.
Segnatamente, penso al messaggio che ho ricevuto prima di lasciare l’Italia e che riportava due strofe di una canzone (se non vado errato) di C. Baglioni: «Se ogni incontro è già un addio, ogni andata è già un ritorno». Be’, che io qui ci pianterei un bel punto interrogativo. Davvero un’andata è già un ritorno, e in che senso? Molti non sarebbero d’accordo. Infatti una volta ho sentito dire che in certi casi è meglio non ritornare proprio, ad esempio quando si tratta di tornare da chi non è interessato a che stiamo andando via. E mi sembra anche giusto.

Ma parlando di viaggi, partenze e addii devo confessare che oggi sono rimasto davvero sorpreso. Per la prima volta ho realizzato quante costanti in comune ci siano fra una partenza per lavoro come la mia e la fuga da una relazione amorosa finita male; oppure da una nata male. Be’, diciamo anche un aborto di relazione.
Se ci pensate, in entrambi i casi si possono individuare innanzi tutto due fasi principali, una negativa e una positiva, le quali a loro volta sono suddivise in diversi passaggi obbligati. Cercherò di riportare con ordine le costanti di ogni fase, ma invece di indicarle con “K” come dovrei (Vic, correggimi se sbaglio) le indicherò con “iS”, che sta per “il/la solito/a”.

1. Tanto per cominciare secondo me quando iniziamo a fuggire da una storia il più delle volte procediamo molto a rilento e questo sia perché ne usciamo con le ossa rotte, sia perché in fondo, per una sorta di dubbio masochismo, speriamo che il nostro carceriere ci rincorra per sbatterci di nuovo dentro. Ecco, questo primo step lo identifico con la prima fase dei miei viaggi lavorativi, ossia con il trovare la forza di buttarmi fuori dal letto alle 4.00 del mattino, ché alle 4.30 arriva il taxi per portarmi in Cadorna; l’avere la lingua inspessita dal sonno (che in questo precipuo caso è già in arretrato di una settimana); la fame; la cacca che non riesco a fare e che quindi mi rende più ansioso di quanto già non sia e, soprattutto… i cinque piani a piedi con la valigia di 23 kg, piena di brochures e altre cagate varie!
È questo ciò che odio di più, che mi fa desiderare davvero, a volte, di non tornare - l’idea che le dovrò risalire, le scale! Mi prende la tentazione di buttare tutto di sotto; la mia ernia del disco grida vendetta (ti prego Ettore, appena ritorno dobbiamo fare un’altra seduta di agopuntura!).

2. Poi, senza che ce ne rendiamo conto, entriamo nella seconda parte del “piano fuga d’amore”. Iniziamo cioè a isolarci, a deprimerci, non vogliamo sentire nessuno, se non la voce di Ridge che litiga con Stephanie. Stacchiamo il cellulare per non avere rotture di palle, né gente intorno che cerchi di tirarci su di morale facendoci capire “quanto valiamo” - come nello spot delle creme per il viso. Bene, che questa parte io la identifico con la “iS/Malpensa Express”, ossia il trenino per raggiungere l’aeroporto di Milano. Infatti, dopo essermi sistemato a bordo, inizio a sentirmi subito stanco, sempre di più finché non capisco che è colpa dell’aria condizionata gelida, sparata a palla (“ad ammazzare i bambini” direbbe mia cugina ), tanto che mi sembra di essere un pezzo di maiale intrappolato in una cella frigorifera, e allora mi sforzo, mi faccio coraggio e cerco di non addormentarmi per paura di non risvegliarmi più, come insegnano i film sui disastri aerei quando l’equipaggio precipita sui ghiacciai. I compagni di sventura non stanno mica lì a ripetersi in continuazione: «Non ti addormentare!»?

3. Dopo la depressione, la terza prova che dobbiamo superare per potere dichiararci out dalla nostra relazione catastrofica è quella che definisco “del fastidio”. Tutto ci dà noia, limite di sopportazione zero, scattiamo su per un nonnulla, allo stesso modo per una bazzecola scoppiamo a piangere dalla commozione e/o dalla rabbia. Odiamo il confronto e abbiamo sempre ragione. Giusto? Ecco, questa è proprio la fase che nel viaggio di lavoro corrisponde con un sacco di costanti “iS”. Inizierei con: “i-S/furbi al check-in”: quelli che vogliono a tutti i costi passarmi davanti; “iS/terminale sfigato”: per cui non riesco mai a stampare la carta d’imbarco”; “iS/signore-pezzo-di-merda”: colui che ha fretta anche alle 5.00 di mattina, anche se dobbiamo prendere lo stesso aereo e l’imbraco non è ancora iniziato, e che deve smadonnare a tutti i costi giusto per mettermi di buon umore (forse non dò abbastanza l’idea di avere già i cazzi miei per la testa e quindi pensa che io di un po’ dei suoi!; dulcis in fundo - la costante “iS” che più temo: “iS/neonato”: il figlio della coppia giovanissima davanti a me che non si sa perché deve partire a tutti costi col pupo in braccio che già da in mezzo alla fila per il check-in inizia a piangere (“è perché ha fame”, miagola la madre), e so già che non avrà smesso se non dopo l’atterraggio a destino (“è per il mal d’orecchio” miagolerà ancora senza fallo).
Capite che anche un ateo come me – per quanto comprensivo con un infante che abbia ancora il pianto indistinto come unico mezzo di comunicazione - sia che abbia fame, sia che debba cagare, o stia mettendo un lurido dente da latte - a questo punto si mette a pregare un qualsiasi Dio a caso, o meglio quello che si dimostrerà più disposto a esaudire la mia preghiera durante il primo volo verso il primo aeroporto di scalo, e che recita: «Ti prego-Ti prego-Ti prego, fa che l’allegra famiglia scenda a Londra… e ci resti! Non fino a Corpus Christi! Non fino a Corpus Christi!!».

4. Ma dopo la fase fastidio, ecco che inizia la parte positiva del percorso. Parlo di quando riusciamo finalmente a confrontarci di nuovo con gli altri, a conoscere nuovi ragazzi, a tentare nuovi approcci. Ci sentiamo più leggeri. Fiduciosi. Nel viaggio, questa fase coincide con l’imbarco e il decollo, quella che chiamo anche de “L’incontro con l’equipaggio”. Abbiamo forse dimenticato che la popolazione degli stuardi è quella a più alta concentrazione di uomini fighi e froci? È a questo punto, di solito, che tiro un sospiro di sollievo.
«Good morning, Sir!» e sorrido! Se non che oggi appunto uno dell’equipaggio ha preso a fissarmi da che ancora ero in fondo alla fila e quando è arrivato il mio turno di salire a bordo mi ha fatto:
«Le spiace spostarsi da questa parte?» e mi ha indicato un piccolo banco sulla destra.
Scuoto il capo e mi sposto. Al che mi ha chiesto gentilmente di aprire il bagaglio a mano, ma senza perdere il sorriso, tanto che quando ha trovato nella borsa la custodia enorme dei miei nuovi occhiali da sole a specchio e quasi è sembrato domandarsi che cosa fosse, io ho azzardato:
«lo so, me lo dicono tutti che sono troppo grandi per il mio viso, vero?».
«Be’, me lo fa vedere dopo come le stanno?» mi ha risposto sotto voce.
Quindi sono andato a sedermi. È iniziato il momento in cui cambia di solito la prospettiva. La velocità con cui mi muovo aumenta sempre di più, così come dalla relazione malandata riusciamo a fuggire più veloci. Presto sentirò il carrello dell’aereo chiudersi sotto di me. Sarò sempre più in alto. E mentre tutti rimarranno sulla terra, all’ombra delle nuvole nere, io sarò nella settima sfera dei cieli vicino al sole, a rivalutare tutto da capo, ancora una volta. Vedere quelle casettine minuscole, i laghi, le montagne…

È davvero tutto così fugace? L’intrico di strade maestre e sentieri non sono forse metafora dei miliardi di possibilità di percorsi che abbiamo a disposizione nell’amore? Ogni strada porta a un campo diverso, e non importa che sia arido o rigoglioso perché possiamo sempre uscirne e continuare a camminare, a cercare qualcosa d’altro. Se mi meraviglia scorgere dall’oblò dell’aereo l’accozzaglia di palazzi delle grandi città, lo stesso mi succede per quelle stamberghe che s’intravedono lungo i fianchi delle Dolomiti, arroccate nei posti più impensati. Sono simbolo di speranza. Significano che le scelte fatte al mondo sono miliardi, come ogni testa che la elabora, che possiamo andare dove ci pare e con chi ci pare. Continuo quindi a fissare il monitor incastrato nel sedile di fronte che segna la velocità di 800 km/h e il tempo mancante per arrivare a destino.
Ci siamo quasi. L’aereo sta per atterrare. Le nubi offuscheranno di nuovo la vista all’esterno. Non devo cascarci di nuovo quindi.

“Se è vero che posso andare ovunque, allora come faccio a sapere se il luogo in cui sto andando sia davvero il luogo giusto?”, mi chiedo. Non è che la frase “ogni andata è un ritorno” sta a significare che tanto, alla fine, sceglierò sempre il posto sbagliato?
Intanto leggerò il “Daily Mail”. Mi ha già colpito l’oroscopo:
«Your day should be far from ordinary and, unless you’re very quick to dismiss or ignore an emerging possibilità, your week will be similarly full of innovation. […] What you can be sure of is that the cosmos is going out of its way to ensure you end up with more of what you really, truly want».
L’occhio mi è cascato anche su quello del cancro:
«Do it again! And again! The more you do it, the more you’ll make a difference […]».
Boh?! Torno alla domanda di partenza e poi chiudo, che si atterra per davvero: “Ogni andata è già un ritorno”?

PARTE II


Altro che “giornata fuori dell’ordinario”, come diceva l’oroscopo!
Adesso sono nella terra madre delle taglie XXL - L'America. Ho dormito per otto ore come un pupo, non accorgendomi del decollo e svegliandomi solo all’atterraggio. Ma adesso pare che la notte me la vogliano fare passare in aeroporto. Infatti a causa dei controlli che poco ci mancava divenissero ispezioni corporali (nemmeno fossero dei gran fighi!) ho perso l'ultimo volo di connessione per CRP, e il primo disponibile è domani, a meno che non cominci a pregare che qualcuno dei passeggeri prenotati sul volo che c'è fra un'ora muoia stecchito.
Ma lasciamo stare le disavventure di Dallas (adesso capisco perché ci hanno fatto una soap). Il succo è che ho di nuovo un fottìo di tempo per pensare e per scrivere. Non per fumare, naturalmente. Ma devo fare anche in fretta ché la batteria del pc mi sta abbandonando anche lei. Sì, devo distrarmi.

Per dirne una: poco fa pensavo che è incredibile quanta gente ci sia in giro per il mondo. Mi son fermato un attimo in mezzo al terminal. Sentivo il calpestio di migliaia di passi, il tamburellare insistente dei trolley che mi scorrevano accanto e che mi venivano incontro. Fin quasi all’ubriachezza.

Ho ripensato a qualche notte fa, a Milano. A una breve conversazione con lui (tanto per cambiare, dite, eh? Ma no, faccio tanto per dire, per ingannare il tempo…).
Erano le tre e io ero in mutande, in cucina. Abbiamo sfiorato l’argomento “scrittori ebrei”. Be’, che mi sarebbe piaciuto dire di più in proposito, ma lui ancora una volta aveva fretta. Solo, a differenza dell’ultima volta, adesso cercava di dissimularla.
Ho scoperto comunque che ancora in comune abbiamo l’avvilimento che deriva dal non ricordare i libri che leggiamo, o abbiamo letto. Entrambi pare che divoriamo informazioni, ma che le perdiamo con eguale celerità. Per quanto mi riguarda è una sensazione orrenda, perché penso che oramai dovrei essere giunto a un qualche livello di erudizione, ma non è così. Anche se i miei, di libri, li ripasso. Vale a dire che quelli che amo li ricordo a memoria, li trascrivo.
Ci ho ripensato, quindi, e credo di aver scovato cosa lega questo fenomeno che ci caratterizza entrambi con la letteratura ebrea di cui sopra e che, guarda caso, entrambi sembreremmo amare. Il legame l’ho trovato in un insegnamento di C. Magris e si tratta della capacità di individuare negli ebrei (nello specifico capacità di Singer, se non vado errato) “di ritrarre la compresenza del bene e del male, dell’insensatezza e dei significati, della bestialità e della pietà” di cui è formata la vita. Ma ho capito che forse questa compostezza e ciò di cui è fatta anche la persona che mi stava di fronte quella notte.
Ciò spiegherebbe perché non riuscivo a capirlo fino in fondo fondo in certi frangenti. Mi confondeva le idee! E forse neppure lui riusciva a capire me. “Può essere che entrambi siamo un miscuglio di bestialità e pietà?” mi chiedo adesso.
***
Oddio! Scusate, ho appena temuto per un attimo di sentire di nuovo quel botto improvviso nel mio cranio.

“Non adesso, non qui!” e “È impossibile che lo stia facendo ancora!”, sto pensando. Non riesco a crederci. A credere di meravigliarmi ancora. Sì perché, come ho già scritto, mi meraviglio di nuovo di vedere tutta questa gente intorno a me, di ogni genere e ogni credo. E poi quelle riflessioni su di lui... Ho capito questo. Ho capito di aver imboccato di nuovo il sentiero all’incontrario. Il sentiero di cui scrivevo prima. Non so a che punto del percorso sia potuto accadere, eppure… Forse perché ho preso come metro di misura le mie unghie? Certo, di solito ricrescono quando sono sereno, ma stavolta mi sono lasciato ingannare.
Infatti, sebbene le unghie siano ricresciute, davvero adesso intuisco non solo di essere tornato indietro, ma di ritrovarmi al punto di partenza. Avevo creduto che il viaggio mi avrebbe aiutato.
Saranno solo cinque giorni lontano da tutto, lo so, ma era stata ancora una volta l’idea dei molti chilometri di distanza a illudermi. Perché non è la prima volta che confido nella distanza. “Come se andare, andare anche solo un giorno, purché sia su un altro pianeta, possa ridarmi me stesso” ho ragionato.
Eppure è risaputo, no? Hanno scritto milioni di pagine a riguardo. Possibile ch’io sia così ottuso da non volerlo capire?
“Ma che poi, cosa cazzo potrebbe essere questo ‘me stesso’ che rivoglio indietro?” mi chiedo. “Che, forse non sono sempre stato così? Forse non sono sempre io, l’uomo a metà, quello che ha imparato a spezzare le frasi ancor prima d’imparare a parlare?”.
È che, a volte, alcuni di noi credono davvero di non essere come sono e pretendono di tirar fuori da sé… cosa? Un coniglio bianco? Una palummedda russa? È davvero stupido tutto ciò. Lo trovo davvero, davvero asinesco.

Per risparmiare la batteria del pc, poco fa ho ripreso il mio quadernetto. Un taccuino che mi segue ovunque e sempre. Mi sono sforzato di ricordare alcune parole cui per lungo tempo mi sono affidato fiducioso, in cui mi sono imposto di credere. Le ho riscritte per renderle più efficaci, quando mi sono accorto che invece più andavo avanti e più ne avevo perso coscienza. È stato terribile. Mi sembrava di scrivere in una lingua ignota.
«Io non sono i rapporti che ho, non sono neppure i miei pensieri né le mie esperienze, non quell’io a cui teniamo così tanto…». Ho riposto la penna nello zaino e l’ho riletta.
“Oddio, giuro che una volta la capivo fino in fondo!” mi sono detto. È allora che ho realizzato il limite. Ho realizzato di aver perso una buona fetta di memoria. Tutto lavoro andato in fumo. “Ho perso di nuovo la capacità di concentrarmi su qualcosa che non sia me?”. Quindi ho ripreso la penna e ho fatto la seconda prova. Ho scritto:
«Il problema sono io e io sono la soluzione», punto. Ho sorriso. Ecco perché m’ero innamorato di Terzani e della sua, di penna. Tutte queste sono parole sue. Le conosco a memoria: «Capire questo è la vera liberazione: liberazione dall’illusione di essere un’esistenza individuale». A questo punto ho alzato il capo e mi sono guardato intorno - di nuovo. Di più. Altra gente. Altri stralci di conversazione di cui non facevo parte. Altri sorrisi e musi lunghi, grassi e magri, simmetricamente deliziosi e paurosi e malfatti. Altri - che però non davano segno di riconoscermi.
Ho calcato di nuovo la biro: «Individualità significa soltanto limitazione». Ho riletto anche questa frase e ho scosso la testa. No. No, no. Com’è che non ci credo più?
Non ho la presunzione di dire che sia tutto una bufala. Solo, il dubbio è risorto.
Mi domando: perché non valutare la possibilità che il rimanere impaniati in se stessi sia un modo d’essere, cioè da non correggere? Perché non credere che sia giusto anche così e punto, e dover credere invece che si può star meglio, anzi che si debba star meglio? Meglio rispetto a chi, e a cosa? Perché chi predica l’unità degli spiriti, la comunione dei sentimenti non accetta che ci siano individui che una volta approdati sulla riva opposta alla dimora dei sunnyasa non la lasciano più in quanto, davvero, essi hanno riconosciuto lì la propria, di dimora? Perché oramai si è sparsa in giro la convinzione che il moksha – o comunque lo si voglia definire – sia la soluzione migliore per tutti, una sorta di destra divina, e non si riesce ad accettare che il samsara possa essere “cosa buona e giusta” anch’esso?
Sono d’accordo che c’è qualcosa di tormentoso in un mondo fatto di mutamenti continui, di persone che si sforzano d’inventare nuove versioni di se stesse, ma non bisogna negare il lato ludico di questo rimescolarsi, della costante rivoluzione interiore. Perché è così. Esiste, sì, una sorta di piacere del fastidio, direi addirittura una sensualità (onanistica) del supplizio.
E toccare la carne, intendo anche toccare la propria carne, nasconde un che di estatico. A me piace toccarmi, darmi morsi e assaporarmi.
Un proverbio cinese che mi ha insegnato una collega di Hong Kong dice: “Colpisci prima te stesso per capire il dolore che daresti”. Un po’ come il nostro: “Non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te”. Perfetto. Sono d’accordo anche su questo. Ma perché mettersi al primo posto, al centro del mondo solo in certi casi dolorosi?
Credo che bisognerebbe diffondere un verbo integrativo. Che ne dite di: “Datti piacere per capire il piacere che sei in grado di dare?”. Ho sempre immaginato la nostra coscienza, la consapevolezza di noi stessi e i nostri sentimenti come il fondo del mare - ricco di vite mosse dalle correnti, sparpagliato di ombre e ansimi d’ogni genere. Lasciamolo ansimare il nostro mare, altrimenti non saremmo ciò che siamo.
***
Ops, un donnone nero con la divisa della American Eagle mi viene incontro.
Se tutto ciò che ho scritto finora vi è suonato come un delirio, don’t worry, è solo che sono un po’ stanco.

A presto…

Monday, 27 July 2009

Quando ce l’hai dentro (When you’ve got it inside you).


È proprio vero che ci sono persone che ti restano dentro e non se ne vanno più.

Immagino come le battute si sprecheranno al di là del video. Chi da solo, chi in compagnia, comunque ve la state ridendo, siate sinceri. Eppure l’argomento è serio.
Ci sono persone, in cui ci imbattiamo nel corso della vita che a distanza di tempo ci portano a chiederci: “Come sarebbe stato se non l’avessi conosciuto?”.

Ci rifletto ora guardando la mia maglietta rosa frocia e sudata da far schifo. C’è scritto su «Un baiser légal ne vaut jamais un baiser vole». Una frase che capisco solo stanotte, dopo aver ballato come un matto, in parte per dimenticare. Son riuscito a ballare anche la sigla de "L'incantevole Creamy", e figurarsi che non ero neppure ubriaco come al mio solito.

Ci penso dopo essere rincasato. A una telefonata ricevuta poco tempo fa, così piacevole come da tanto non me ne capitavano (ci penso ora dato che non ho un cazzo da fare e che, sì gente, il sonno continua a evitarmi, come se fossi l’incarnazione di un’amina simpaticomimetica... e domani è pure lavorativo!).

Sto parlando di quelle persone con cui avete vissuto un lungo periodo della vostra vita, che bastava guardarvi nelle palle degli occhi per capire cosa pensavate, volevate, rimpiangevate, detestavate finché poi, puff!, è arrivata una folata di vento di dubbia natura che vi ha separato e fatto scivolare via lievemente, lontano l’uno dall’altra, inesorabilmente, come due bioccoli di polvere su un pavimento di marmo di pregiata fattura carrarese e che, pur non sentendovi più se non una volta ogni tre anni, è come se non vi foste mai staccati, come se gli eventi intercorsi non fossero mai stati e quando capita di ritrovarvi tutto è come prima.
Sono queste le persone che possiamo dire di avere “dentro di noi”, come un tratto del nostro carattere inciso con un curculione rovente, di quelli duri a sparire e che infatti hanno prodotto nel mondo la necessità di un modo di dire come: “Se nasci rotondo non puoi morire quadrato”.

Mi sono chiesto: “Quante persone possiamo portarci dentro? Quante ce ne stanno veramente?”. Per quanto mi riguarda - una soltanto. Al massimo due. Per quanto mi dispiaccia affermare una cosa del genere.
È incredibile, poi, quando colui o colei che ci sta dentro è la persona con cui abbiamo vissuto La Storia d’Amore, quella perfetta, ma che perfetta non era se poi s’è conclusa con pianti, scene d’isterismo, sensi di colpa, macumbe e primi esperimenti reciproci di affascinatura. Chi avrebbe mai potuto credere che, a distanza di anni, le maledizioni sarebbero state sciolte per lasciar posto a un bellissimo incantesimo qual è la comunanza, anzi coincidenza completa di stati d’animo? Be’, non di certo io che avevo già comprato l’ultimissimo modello di cilicio, quello che davano in regalo anche un bellissimo flagello di cuoio marocchino per farsi ancora più male, perché mi ero accorto in retrospettiva che se ai tempi non c’era stata perfezione era stato a causa mia.
Può suonare banale lo so, ma di sicuro vale la pena ricordare che il compiersi di certe magie fa parte di quegli argomenti da tirare in ballo nei momenti in cui ci guardiamo intorno per scovare qualcosa di davvero meraviglioso, quando ci prende la tentazione ‘e ni jettari ‘ntra na jumara per trasformarci in romantiche rusalke e giocare a spaventare, o fare innamorare gli umani che pur di averci sono pronti a morire anche loro.

Ora, io ho scritto come se avere una persona dentro sia cosa del tutto comune, ma può darsi che ci siano uomini che non hanno nessuno dentro di sé?
Chissà. Posso solo dire che quando ce la si ha ci se ne accorge; e come! È allora che capiamo come tutto possa essere splendido. Quando ce l'abbiamo dentro lo sentiamo, anche se non si tratta del nostro fidanzato, di nostro marito, o chessò io… Semplicemente una persona che ci vuole bene, per cui siamo davvero importanti.
Ed è per questo motivo che fra poche ore partirò più sereno.

Già. Anche se per qualcuno rimarremo sempre dei "provincialotti borghesi del cazzo, buoni solo a criticare la città in cui viviamo", in realtà possiamo andare ovunque vogliamo purché prestiamo attenzione a portare con noi questi sentimenti, le telefonate come quella che ho ricevuto io e le persone che ce le fanno (per la cronaca: non vivo nel mio paesino "di merda" ormai da tredici anni, ed è vero che a volte penso: “purtroppo”, e in più critico la città in cui ora vivo. Ma si sa: “chi disprezza compra”. È solo che la mia merda a volte mi manca troppo).
Quindi, ancora una volta buona notte e sogni d'oro.
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I believe it’s true that some people stick around you without moving anymore. They leave inside you.
I’m serious. There are people we meet with in the course of life, who some years later make you wonder: “How it’d been if I’d never met him?”.
I’m thinking about it right now, tonight, after having a pleasant phone call, as from many time it’d happen to me (Morpheus seems to have not the slightest intention to care for me and I can fuck around all night, so that I’ve got a lot of time to think and write. It’s like I were a sympathetic-mimetic amine to him).
I refer to those people with whom you spent a long time of your life, when it was enough looking at each other eyes in order to understand what you’re thinking of, what you’re asking for, or regretting, even detesting, until a puff of a dubious nature wind arrived to separate you, making you lightly slip away, in an inexorably way, like two powder tufts on a valuable Carrarian marble pavement. But even though you hear from each other every three years only, when it happens it’s always like the first time, as if elapsed events have not been at all, so that when you find the other again all is like before to both of you.
That’s the people we can say they’re “inside us”, stuck around us. They’re like one among our own personality aspects, which are engraved on our soul with a scorching hot awl. The same which generated in our society the need of the Italian proverb: “Who’s born round can’t die square”, that is we can’t totally change, but we always get something distinguishing, which never changes.
I’m wondering now: “How many people can we carry ourselves in? How many really fit in?”. To me it’s only one, even if I’m sorry writing this.
Then it’s unbelievable when the one sticking around you is the one you went through your Love Story with, I mean that story you believed being perfect, even if it was not because it swamped with tears, and made you stage your hysteria, even generating guilt-feelings, and got you to try your first evil-spell experiment. Who could believe that evil-spells would have disappeared changing into wonderful magics like community, or total sameness of feelings is? Well, I couldn’t, indeed. In fact at that time I’d already bought the last model of cilice, the one you had for free with a wonderful Moroccan leather scourge. This was why I retrospectively realized that it was my fault if there’s never been nothing perfect in our relationship.
It can sounds trite, but it’s worth remembering that when this magic happens, it’s one among those argument we have to come up with, when we look around us looking for something really wonderful, I mean when we get hung up by temptation to jump into the river to turn ourselves into romantic rusalks and play scaring, or making humans fall in love, those who are ready to jump as well just to possess us.
Now, I’d written as if having somebody inside ourselves would be a common thing to all of us, but maybe there are people having nobody inside themselves? I can’t answer to this question, I can only say that when you have someone stuck around you, you can well know this feeling, indeed. And when it happens to you, you can understand how all around you can be splendid. Even though he’s not your Lover, your husband. Just a person loving you, to whom you’re really important.
This is why within few hours I’m leaving to US much more calm.
Even if to someone we’ll always be a hick bourgeoises, good only to jump on the city we’re leaving in, actually we can go anywhere. We have just to pay attention to bring with us this feeling, maybe generated by a phone call like the one I received tonight - and people making them (and just F.Y.I.: I’ve been not leaving in my little bloody country since about 13 years, and it’s true that sometime I’m sorry about it. I simply miss my bloody country).

Saturday, 25 July 2009

La botta del coglione (si volta pagina. Per davvero).


Per la serie: “Ho voltato pagina dopo l’ennesima notte insonne, tanto che mi tremano le mani come avessi il parkison”.
Sapete de “la botta del coglione”?
Be’, che l’ho sperimentata per la prima volta al ginnasio. Da allora ha continuato a verificarsi per tutti e cinque gli anni delle superiori, di solito alla quarta e quinta ora, quando la prof di latino e greco pretendeva dagli alunni maggiore attenzione e spirito critico.
Ma si può?, mi chiedo. Ma i nostri prof c’erano mai andati a scuola anche loro, o ignoravano il significato intrinseco del fissare un’ora di greco da mezzo giorno e mezzo alla una e mezzo?
E poi si meravigliavano se il mio animo romantico prendeva il sopravvento, durante le versioni in classe, e trasformavo i reportage sulla guerra persiana in un resoconto di gai pastori in gita sul monte Olimpo, in cerca di margherite.
Coze l’è keschì?, si chiederanno alcuni di voi (cazzo-culo-figa-tette, aggiungerei).
La definirei “la sindrome del deficiente”, ossia una combinazione letale di stanchezza mentale e fisica, ridarella inconsulta e ingiustificata, incoscienza e frivolezza.
Al liceo, appunto, si manifestava fra le altre cose, nel lancio da un banco all’altro di bigliettini appallottolati, su cui erano annotati pensieri cupi e al tempo stesso perspicaci del tipo: “Ah-ah-ah… Dai, facciamo che io sono Ambra e tu Manuela Panatta? Ah-ah-ah…”, “Ah-ah-ah… No-o-o! Ti ho detto che io sono Pamela! Ah-ah-ah…”, e così via…
Oppure bastava che la Prof nominasse i famigerati proci perché si levasse un grugnito di gruppo, nel tentativo di (mal)celare una risata cretina - silly goose sin dalla culla, no?
E poi partiva l’ennesimo bigliettino: “Ah-ah-ah… Hai sentito? Ha detto ‘proci’! Ah-ah-ah…”.
Eh sì. Verrebbe da dire: “gente allegra Dio l’aiuta”, oppure “poverini”.

Ma se c’è una cosa che ho imparato a mie spese in questi 32 anni buttati letteralmente dalle timpe (ma timpe senza fondo!) è che la botta del coglione non ti abbandona mai. Quando meno te lo aspetti torna a impossessarsi di te. Di me.
Ma soprattutto, attenzione!, ché col passare degli anni può essere davvero pericolosa, a dir poco deleteria.
Ecco un esempio di come la sindrome potrebbe corrompere una persona adulta e matura come me:
ore 17.00, venerdì, ufficio spedizioni di Milano.
Dri-i-in! Anzi: Pilipilipì! Pilipilipì! (...il mio telefono squilla così).
«È la XXX, buona sera!» urlo nella cornetta. Sul mio viso il sorriso figlio della cognizione del week-end imminente.
«Buona sera Raffaello, come sta? Sono A. la moglie di B. Se mio marito è in ufficio potrebbe passarmelo?».
«Oh, mi spiace signora, ma B. s'è allontanato un attimo. Potrebbe richiamare fra cinque minuti?».
«No, ascolta: quando torna gli chiedi di darmi… un colpo?».
«…».
Quindi scoppio a ridere.
Ecco. Con la botta del coglione mi sono giocato la reputazione.
Ammesso che ne abbia mai avuta una.

Friday, 24 July 2009

Via da Milano.


Caro Professore,
non ho la presunzione di pensare che sia tornato qui, a leggere di me. D’altronde, se l’ha fatto me ne dolgo perché sono certo che sarà rimasto ineluttabilmente deluso. Altro che “lago di Narciso”! Ma è più forte di me. Ci fosse Lei, qui, parlerei. Parlerei davvero. Perché si capisce che Lei è uno tosto. Uno giusto.
In mancanza di ciò, dunque, mentre il telefonino di cui Lei ha sublimemente scritto trilla, taccio e mi aggrappo al Sony Vaio.
Me ne vergogno un po’, ma non sono comunque disposto a concederLe la ragione. Sono pronto, anzi, a tirare in ballo qualsiasi attenuante. «Negare anche di fronte all’evidenza» come si suol dire.
Per esempio – tanto anche stanotte Morfeo sembra deciso a non cagarmi di striscio –, inizierei con E. White che ha scritto:
«[…] My questioon is: to what extant can you consider writing like a medicine to overcome life’s adversities? I mean: can you consider writing like a medicine or it’s an attempt to shun difficulties?».
Già. Per me a volte, anzi il più delle volte, lo è la lettura. Me ne accorgo ora. Ma perché accade ciò? Credo che sia proprio questo ciò che si chiama “fase di negazione”, o sbaglio?
Ecco che, se fino a ieri scrivevo e raccontavo in giro della mia paura di partire per gli USA, della sensazione di ripugnanza all’idea di affrontare questo viaggio, stanotte al contrario non vedo l’ora di andare via di qui, da Milano. La negazione, appunto. Negazione di ciò che sta intorno. Negazione della negazione. Meglio: negazione del rifiuto, perché Il rifiuto fa male (e in questo rifiuto di cui narro qualcuno riconoscerà se stesso come riflettendosi in uno specchio, appagando il proprio narcisismo. Qualcuno cattivo per davvero, forse).
Capita però – a me molto spesso - di sentirsi a proprio agio stando lì, a imbozzimarsi nel fango del diniego. Ma questa è un’altra storia. S’intitola, forse, vittimismo. Forse bisogno di attenzione.
Comunque sia non voglio divagare, e il punto adesso sta nel fatto che per davvero il diniego si deve saperlo governare. Meglio dire allora: bisogna sapersi governare.
Prendiamo l’amore – tanto per cambiare, dice? Ma in fondo cosa siamo senza amore?
Bene, che mi sovviene una frase di Ecatone citata in una lettera di Seneca a Lucilio (quanto amo le lettere di Seneca!) riferita, in verità, all’amicizia e al bisogno presupposto di un amico, ma che io adatterò al contesto menzionato sopra.
Pare che Ecatone abbia detto: «Ti rivelerò un filtro d’amore senza droghe, senza erbe, senza alcuna formula di fattucchiera: “Se vuoi essere amato, ama”».
Eh? No, dico: EH?? E poi mi domando: davvero è così semplice? Davvero «la differenza fra un agricoltore che miete e un altro che semina è quella che sussiste fra chi già ha trovato un [amante] e chi se lo procura»? Nell’amicizia, come nell’amore, non mi sembra proprio che seminare sia sufficiente. Che, non ci vuole forse anche (molto) culo? E non usciamocene con le stronzate del tipo che «i metalli leggeri sono fruibili a fior di terra, mentre i più ricchi, la cui vena si cela in profondità, appagheranno più sostanzialmente la tenacia di chi li scava». Sarebbe del tutto un controsenso.
Se amiamo qualcuno che non ci ama, quindi se seminiamo una terra sterile, allora come si può individuare il limite fra il cercare di fare un buon lavoro di semina e avere l’intelligenza di capire che sarebbe meglio seminare altrove? Non è difficile, tropo difficile farlo? Non aveva sofferto Neruda scrivendo: «[se] ti decidia lasciarmi sulla riva del cuore in cui ho le radici, pensa che in quel giorno, in quell’ora, leverò in alto le braccia e le mie radici usciranno a cercare altra terra»? Ci sarà poi riuscito, Neruda, a trovare quell’altra terra? Non sarà stato più facile tramutare l’amore in odio?
Come si fa a rassegnarsi all’idea del rifiuto, quando siamo noi a essere rifiutati e non una manciata di stupida semenza? Se davvero crediamo di essere il chicco giusto per il fondo in cui ci siamo casualmente imbattuti, se lo riteniamo davvero un bene per noi, come si fa a osservare lo sbarramento che ci pone la natura? Senza dubbio «osservare un limite è difficile nel caso di ciò che tu ritieni un bene».
Giaggià. Molto difficile. Soprattutto per chi ha la sventura d’essere venuto al mondo non come un solido tronco di ottima fattura che cade a cavallo delle onde furiose del fiume della vita, collegandone le rive parallele e facendosi sovrappasso sicuro per il viandante, ma, ahimè, come una foglia misera e stinta che si è staccata da un arbusto esile e nell’acqua furente, invece, ci è planata.
Per dirla “papele-papele” (caro, vecchio Pasqualino Zagaria, in arte Lino Banfi, mio secondo padre): quand’è che smettiamo di essere corteggiatori per trasformarci in uomini zerbino?
Se in amore e in guerra tutto è permesso, allora è permesso anche fingere di non avere una dignità rischiando la massima sofferenza (combattere fino alla morte), oppure è maggior indice di intelligenza alzare bandiera bianca e arrendersi? In che misura c’entra la dignità, l’intelligenza in tutto ciò? So che non sono l’unico a chiederselo, ma per quanto mi riguarda ancora una volta non so davvero rispondere.
Ecco che il viaggio imminente si trasforma in manna dal cielo.

Thursday, 23 July 2009

Pistoloni senza pale andranno in culo agli italiani (?)


Oggi potremmo discutere del fatto che solitamente noi italiani siamo indietro rispetto agli altri paesi europei in fatto di tecnologie e di ricerca e, di sicuro, non perché qui manchino le menti all’altezza. A dire il vero non mi è ancora del tutto chiaro perché.
Comunque ieri m’è sorto un dubbio leggendo l’articolo di Marco Gasperetti su Corriere.it dedicato a quelli che ho ribattezzato i nuovi “pistoloni senza pale”, ossia il primo esempio di eolico tendente a neutralizzare gli enormi mulini a vento che, oggi, anche da noi sono sempre più numerosi. Stiamo forse per ingaggiare una specie di battaglia spaziale alla Mazinger contro Jig-Robot d’acciao?
La prima volta che ho visto una foresta folta di wind-mills è stato durante uno dei miei viaggi di lavoro. Mi trovavo ad Aarhus, in Danimarca, e, come dicevo, già dall’aeroporto potevo scorgere la nutrita ghenga di braccia che volteggiavano off-shore, catturando gli sbuffi del vento e generando il tipico, sonnolento “Clap! Clap!” che infonde sempre una sorta di timoroso rispetto per la loro mastodonticità.
Mi sono chiesto: “Ma qui le navi da dove passano?”. Infatti in mezzo al mare sembrava che avessero creato una gincana, tanti ce n’erano.
Poi, appena concluso l’appuntamento vis a vis con il commerciale di una nota ditta tedesca che le pale eoliche tutt’oggi le costruisce e le vende in gran quantità (e che quindi ha bisogno di chi le spedisca), ho creduto di avere un’illuminazione: “Italiani! Siamo i soliti retrogradi… Prova a immaginare nella mia bella Calabria - tanto per dire – quanti soldini potremmo risparmiare e investire diversamente se ne impiantassimo altrettanti! E quanto lavoro ci porterebbero questi progetti”. …Naive come il mio solito, ma non più di tanto se alla fine sono arrivati anche da noi.
Ero sbarcato in Danimarca proprio per aggiudicarmi un po’ di spedizioni di questo tipo, e stavo imparando a conoscere sempre meglio il settore.
Non avete idea delle cifre che implica un trasporto via mare con servizio break-bulk, così come un trasporto eccezionale su gomma con relativi permessi e scorte. Insomma, a volte è una vera cuccagna.
Eppure… eppure quella sera, in albergo, di fronte alla mia fettina di formaggio arancione e di cetriolo crudo non ho potuto fare a meno di chiedermi: “Ma è possibile che non ci sia nessuna possibilità di costruire e impiantare nulla di meno brutto e invadente? Qua va a finire come con le biciclette e i cellulari: si parte in quarta con i primi esemplari fatti su misura per i Ciclopi e, nello specifico, sono sicuro che si finirà con l’invenzione di un cip da impiantare nel deretano per lo sfruttamento dell’energia eolica/termica prodotta da gas intestinali”.
Insomma, ecco che il cambiamento sta avendo inizio per davvero: aerogeneratori senza pale. Semplici piloni, piccoli coni di tre metri, scrivono. Bisognerà disinstallare tutti i “vecchi” mulini già impiantati? Che ne sarà delle pale che svettano ai piedi del Pollino e oltre e che si possono scorgere dalla SA-RC?
«Secondo gli esperti, “Tornado”, primo esempio di “eolico senza pale”, entro pochi mesi potrà essere installato, funzionare perfettamente anche in zone dove il vento è debole (anche 2 metri al secondo) e diventare un'alternativa ai contestati aerogeneratori, le grandi pale cattura energia dal vento che stanno provocando reazioni contrapposte tra ambientalisti, paesaggisti e imprenditori”».
Almeno questa volta, udite udite, possiamo vantare un gruppo d’ingegneri di una società di San Benedetto del Tronto dietro la progettazione del “Tornado Like”. Inoltre i primi test saranno a cura di aziende Hi-Tech toscane e marchigiane.
Stupendo.
Ma giusto per vestire i panni di mio zio (quello che quando ti scappa da dire “Ma che bella giornata oggi!”, lui ti risponde “Già, ma tanto domani piove…”), e visto che la Calabria continua comunque – purtroppo – a far parlare di sé con la storia del Cafè de Paris e del giro d’affari della ‘ndrangheta per 200 milioni di euro, mi domando: “Non è che co' ‘sti nuovi pistoloni generiamo altro materiale utile all’illustrissimo Professore M.F. Minervino?”.

Caro Prof, per quanto bene possa aver iniziato a volerLe e per quanto possa già stimarLa, sogno che Lei potrà continuare a scrivere racconti e romanzi di fantasia, piuttosto che meravigliosi libri di denuncia sulla nostra Calabria in fiamme, nonostante al contempo essi siano sperticate dichiarazioni d’amore in cui mi riconosco pienamente e che adoro leggere e rileggere – nemmeno fossimo due pretendenti invaghiti senza speranza di salvezza alcuna al cospetto della stessa sgualdrinella intrigante e sfacciata.
Non voglio aggiungere altro.
M.F. Minervino merita solo d’essere letto. Punto ["La Calabria brucia", Ediesse, 2008]. Non può essere interpretato. Non va interpretato.
V’invito farlo, a leggere quest’opera stupenda di colui che è in primis un uomo perspicace quanto coraggioso, che riesce a guardarla in faccia la nostra Calabria ferita, che non ha paura di far trasparire la propria umanità, un uomo concreto eppure ancora un po’ utopista, che la SUA Calabria non ha voluto mica lasciarla. No, non l’abbandona. Piuttosto brucia con lei.
Insomma, speriamo che se decideranno d’impiantarli, questi nuovi pistoloni - chiedendo finanziamenti vari e via dicendo -, dicevo speriamo che li faranno anche funzionare per davvero, che non saranno solo brutte statuine di cui vergognarsi, indizi di un probabile malaffare. Speriamo che “i soliti ignoti” non riusciranno a sodomizzarci anche con questi nuovi piloni, no? E quando scrivo “-ci” non mi riferisco solo ai calabresi, ma a tutti NOI italiani.

Monday, 20 July 2009

“175 (viaggio in stanze chiuse di Epifanio Finamore)”© - EPISODIO PILOTA

Prologo

Da «175»
Andalusia, giorni nostri.

Che paesaggi!
La Spagna e la Russia sono una l’opposto dell’altra, proprio come il caldo e il freddo. Eppure le amo allo stesso modo.
Un’altra giornata di lavoro è andata. Un altro ritorno a casa guardandomi attorno, pensando alla mia vita fino a oggi, riconoscendola nella natura che mi circonda.
In questo momento il sole va nascondendosi dietro la collina che vedo affacciandomi dal balcone della cucina. Lì in fondo, sul cielo, sembra si sia rovesciata una brocca di succo di arance rosse appena spremute. Dalla parte opposta, con strane sfumature s’azzarda a diventare grigio, quasi nero; un angolo pieno di enormi batuffoli di nuvole cariche di pioggia, come cotone sporco eppure ancora vaporoso. Si sente l’odore della pioggia anche da qui, nonostante non venga giù e le rondini urlanti volino ancora intorno alla grondaia.
Tornando a casa ho fatto un salto dal macellaio per acquistare un bel tocco di carne da fare arrosto. È lì in casseruola con una dose di aglio, rosmarino, salvia e carote e sguazza nel vino bianco. A dire il vero il vino bianco che di solito adopero in cucina era finito. È Lev che si preoccupa di rifornire la nostra piccola cantina. In dispensa ho trovato quindi solo uno spumantino in attesa di un’occasione speciale, ma mi sono detto: quale occasione più speciale di una cenetta tra me e il mio tesoro, noi due soli? Così ho deciso che avrei fatto di più: una bella crostata a base di farina di riso con confettura di lamponi, come piace a lui. Ho sbattuto l’uovo con lo zucchero, ho buttato nella scodella la farina e stavo iniziando a impastare il tutto con il burro; avevo una mano che era pericolosa per tutto ciò che mi stava intorno, quando Lev mi ha chiamato sul cellulare per dirmi che non avrebbe cenato a casa e sarebbe rimasto a dormire da Jesus, dopo un aperitivo veloce all’ “Estrella del Mar”.
Non ho avuto molta scelta. Lo spumantino ch’era rimasto ho iniziato a versarmelo nel bicchiere che in origine era la confezione della cioccolata spalmabile che mangiamo a colazione con le brioche; ho messo su “Telaraňa” della Bebe e ogni tanto presto orecchio al tocco di carne in casseruola che da come sbuffa e frizza sembra essere anche lui già mezzo ciucco.
Come vorrei un cagnolino qui ai miei piedi in questo momento. Gli racconterei della collina oltre le piante di geranio e di edera, appesi al parapetto. Un fianco intero dell’altura è ricoperto da erba secca e gialla. Di sicuro starà godendo all’idea del temporale che si fa sempre più vicino.
Mamma che tuono! Verrà giù di brutto, credo. Già, ma durerà al massimo dieci minuti come al solito.
Mentre cucinavo ripensavo agli sforzi per arrivare fin qui in Spagna, noi due insieme. Io e Lev. Quante difficoltà! E dire che ci sembrava a dir poco impossibile. Ma ci abbiamo creduto e ci siamo riusciti. Sono felice di come siano andate le cose. Chi avrebbe scommesso un copeco – oddio, ogni tanto ragiono ancora in copechi – che un muratore come me per metà polacco e per metà italiano si sarebbe innamorato di un poliziotto russo al cento per cento e che l’avrebbe sposato in un paese come questo, dove avrebbero comprato una casa non grande, ma abbastanza dignitosa?
Lev e io abbiamo condiviso più che una vita. Ha salvato la mia a San Pietroburgo, quando il mio ex coinquilino cercò di farmi fuori, in casa dello zio Ot! Sembra la trama di un film, o di una favola. A qualcuno suonerà disgustoso, ma da quando io e Lev stiamo insieme mi sento una sorta di Cenerentolo sottratto a una sorte malvagia, ma non da un ricco principe azzurro, bensì da un morto di fame, proprio come me. Bellissimo lo è senza dubbio. Non riuscirei a stare con una persona più brutta. Più brutta di me intendo. Lo so che è stupido, ma è così. Non aveva la spada, ma una pistola quando mi ha salvato e in fine è anche lui un uomo. Chi potrebbe capirmi meglio?
Che bella la voce di Bebe. Così profonda, calda anche quando canta di pioggia e freddi calcoli. Non mi stanco di ascoltare questo cd.

Grazie alla magia della scrittura non potete sapere che mi sono appena rimesso a sedere dopo avere acceso la luce - ormai il sole è tramontato, le rondini cantano ancora, ma non piove - ho rivoltato l’arrosto che si gongola in casseruola con la salvia appiccicata addosso. A dire il vero ho dato un altro sorso di spumantino e ho fumato una Marlboro.
Tirando le boccate malsane di sigaretta ho ripensato alla mia infanzia. Ho riflettuto sul fatto che ricordo ben poco soprattutto di mia madre. Ricordo che lavorava come infermiera e ch’era bellissima. Che fine avrà fatto? E mio padre? Va bene, la sua è tutt’altra storia.
Ho pensato anche ai miei cugini in Italia, a quando ci siamo incontrati l’anno scorso. Che viaggio da incubo! Credo che poche zone del mondo siano così difficilmente, stancamente raggiungibili come certe città del sud dell’Italia. Anche se, a essere sincero, n’è valsa la pena arrivare sin lì. Non solo perché ho conosciuto parte della mia famiglia.
Lo ricordo come fosse ieri.

È davvero già tardi e dovrei andare a dormire dato che domani è lavorativo. Però penso che non importa perché tanto Lev e Jesus si staranno dando alla pazza gioia, quand’anche loro domani dovranno venire a sgobbare al locale. Il venerdì è il giorno in cui siamo più oberati. Tutto ciò mi dà un po’ fastidio. Parlo di Jesus. È vero che senza di lui io e Lev non ci saremmo mai ambientati così bene in Spagna, anzi non avremmo affatto potuto stabilirci qui, almeno non così in fretta. Per non parlare poi del lavoro. Il locale prima era solo suo. Certo è che anche lui, se non ci fossimo stati io e Lev, avrebbe dovuto chiuderlo il locale, quindi dichiarare fallimento.
Ottenere la cittadinanza spagnola non è stato semplice, ma ancora più ostico è stato scappare da San Pietroburgo.
Prima di intraprendere la nostra avventura avevamo a malapena un passaporto. Ci sarebbe toccato ancora trovare i soldi per il biglietto aereo e poi una volta arrivati avremmo avuto bisogno del permesso di soggiorno. Avere il permesso di soggiorno in un paese della comunità europea non è mica tanto facile. Per un russo poi… Ancora, dopo il permesso di soggiorno che nel nostro caso doveva essere concesso per motivi di lavoro – non certo di studio; magari un permesso per motivi di studio! - ci voleva la tessera di residenza per stranieri. La tessera di residenza va richiesta entro un mese dall’arrivo in Spagna, bisogna fornire il certificato di lavoro… insomma, di sicuro è molto più facile scriverlo che farlo.
Il succo del discorso è, comunque, che fare tutte queste cose con Lev, anzi con León, come vuole che lo si chiami adesso (è una fantasia di Jesus questa di farci chiamare con dei nomi spagnoli), dicevo che fare tutto ciò con lui non mi spaventava.
La notte andavamo a letto e ci tenevamo la mano. Spesso io mi sdraiavo sul fianco, dandogli le spalle, perché sapevo che lui si sarebbe fatto vicino e con un braccio mi avrebbe cinto la vita, respirandomi sul collo. Adoro sentirlo sbuffarmi sul collo. Quello sbuffo caldo e pesante che precede il sonno. Mi fa impazzire.
All’inizio con quel braccio mi stringe, sembra che voglia farmi divenire parte di lui – magari è solo una mia impressione, è quello che mi piace credere; poi pian piano la stanchezza prende il sopravvento e alla fine sento le sue dita che si rilassano e si aprono come una rosa al culmine della fioritura, mentre il braccio si fa sempre più pesante. Un braccio di Lev è davvero notevole. È piacevolmente muscoloso e piazzato. Tanto che alla fine, mio malgrado, ero costretto a levarmelo di dosso per riuscire a dormire a mia volta. Ma lo facevo sempre con grande rimpianto.

Finalmente piove. Alla fine ce la fa a liberarsi, il cielo.
Intanto io mi sono liberato anche io dei pantaloni e mi sono trasferito sul divano in mutande e maglietta, con carta e penna.
Non mi manca nulla se non, forse, quello di cui rammento in questo istante, avvertendo l’odore della terra bagnata e la brezza leggera che si arrampica sul balcone. Amore. Cosa vogliamo tutti per noi stessi se non amore? Non avremmo davvero bisogno di nulla se avessimo tutti la nostra dose di amore e di appagata eccentricità. Amore. Dolce amore. Solo di questo abbiamo, ho bisogno. Pensandoci, ne sono sempre più convinto. Le guerre, la sete di potere, tutto deriva dall’irrefrenabile desiderio di sentirsi al centro di qualcosa, il centro di qualcosa, il centro per qualcuno.
Questo profumo di vento, il suono del refolo fresco e piccante della pioggia mi ricorda quando ho realizzato di essere davvero innamorato di León.
Se anche lo incontravo per caso, anche solo per pochi istanti, poi l’intera giornata, tutte le restanti ventiquattro ore divise tra lavoro e sonno scomodo, risultavano avere assunto il loro proprio significato. Mi bastavano pochi istanti per ricordarlo per i minuti, le ore e i giorni a venire fino a quando non lo avrei incontrato nuovamente per innamorarmi ancora di lui.
La prima cosa che osservavo trovandomelo davanti erano le labbra e i denti. Diciamo che sono un feticista della dentatura. I denti mi fanno impazzire e León ha una dentatura perfetta.
Dopo averlo visto la prima volta in assoluto credetti di essere di fronte allo spettacolo della Neva e del suo romantico disgelo, di essere plagiato dal canto dei salubri e ancora troppo timidi raggi solari, ma poi, mi accorsi che no, ch’era Lui, era solo lui la causa del mio sentirmi galvanizzato. Erano i suoi denti dritti, il suo sorriso angelico… sincero. Pieno. Ecco: direi un sorriso pieno e vero.
E allora pregavo addirittura per lui, perché non gli succedesse nulla nel mentre che non l’avrei visto fino al giorno dopo. Chissà perché quando incontro una persona di cui m’innamoro penso sempre al peggio per lei. Sarà una questione d’egoismo, per paura di rimanere solo e di perdere il mio tesoro, ma resta il fatto che prego per la persona che amo ogni volta che è lontana da me.
Senza di lui – so che è brutto e ingiusto per me ciò che sto per scrivere – a volte non so cosa fare del mio tempo. Riesco solo a sognare i momenti in cui saremo di nuovo insieme. Il suo amore è per me come una ricarica, mi serve per continuare a fare ciò che stavo facendo.
Come questa sera. Avevo in programma di cucinare una bella cenetta, ma solo perché sapevo che l’avrei consumata con lui. Poi dopo la sua telefonata ho sì continuato a cucinare, non potevo mica lasciare l’arrosto così!, ma pian piano è come se le forze siano venute meno e alla fine eccomi: l’arrosto è pronto, ma io sono finito sul divano, mezzo nudo e mezzo ciucco di spumante e quasi a digiuno.
Perché? Pensate che sia stupido? No. È solo che io e lui… quanti cambiamenti abbiamo condiviso. Siamo cresciuti, ci siamo trasformati insieme. León è il mio migliore amico. È come se fosse parte di me. Comunichiamo senza parlare. Lui sa cosa penso anche quando io stesso lo ignoro. Credo sia merito dell’amore. Ma il miracolo più grande è che quando io sono giù di morale lui è al top, pronto a soccorrermi. Quando è lui a essere un po’ depresso, io sono nel pieno della mia positività, lì in tempo per aiutarlo a rialzarsi. È come se qualcuno dall’alto – o dal basso, chissà – ci avesse programmati per sostenerci l’un l’altro. Se uno dei due rischia di affondare può star sicuro che l’altro verrà a salvarlo. In questo mi sento un po’ Loris Lane. Si chiama Loris, vero, l’amorosa di Superman?
So che potrò tornare a star bene come prima se lui sarà vicino a me.
Alcuni giorni, quando sono più innamorato del solito, ho davvero solo León nella mente e non mi stancherei mai di guardarlo. Anche al lavoro i miei occhi sono solo per il suo sorriso che tende verso il cielo, o alla sfera multicolore della sala da ballo. Sembra bellissimo, anzi lo è. Siamo due mondi, due lune che stanno una di fronte all’altra. Ognuna percepisce ogni singola vibrazione dell’altra, i battiti del cuore. Mai è il contrario. In quei momenti io so che tutto questo non potrà mai cambiare. Perché il mio è amore, e il suo… beh, il suo è solo essere Lev. Essere la bellissima persona che è già.

E pensare che quando mi presentai al primo appuntamento con lui feci una tale figura di merda! Avrei voluto nascondermi nella pattumiera.
Mi diede appuntamento ai “Giardini d’Estate”. Ero nervoso come al primo giorno di lavoro. Anzi come il primo giorno che arrivai a San Pietroburgo, dopo la fuga di mia madre e dopo che mio padre mi spedì lì dalla Polonia come un pacco, sul pullman. A San Pietroburgo viveva il suo migliore amico, l’ex-professore universitario quindi ex-detenuto Otžima Aleksandrovič, il quale si sarebbe preso cura di me – e di certo l’avrebbe fatto meglio di come aveva fatto papà fino a quel momento.
Sapevo cosa desideravo che accadesse a quel primo appuntamento, ma temevo che i miei sogni venissero infranti sul nascere, ancora una volta.
Quando emersi dalla fermata della metropolitana sulla prospettiva Nevskij ricordo che mi soffiai il naso - quando vivevo in Russia mi colava sempre il naso. Volevo che fosse tutto perfetto, volevo essere impeccabile e lindo. Beh, che insomma soffiai con tutta la forza di cui fui capace. Quando lo vidi camminare verso di me mi apprestai a nascondere immediatamente il fazzoletto nella tasca del pantalone. Giusto in tempo! Mamma com’era bello nel suo giubbotto di pelle e con il suo pizzetto sottile e squadrato! Camminava affondando le mani nei jeans chiari e con le spalle appena sollevate in un atteggiamento falsamente bullesco. León è sempre apparso molto sicuro di sé. Poi ricordo come se fosse ora che stanò la destra per salutarmi e, a metà del gesto, si soffermò a scrutare qualcosa sul mio viso. Quand’ebbe realizzato che la macchiolina verde scuro che avevo in volto era una caccoletta sfuggita poco prima al fazzoletto, soffiandomi il naso, mi fece cenno di pulirmi. Eppure, dopo che l’ebbi fatto, non esitò a salutarmi baciandomi sulle guance. Non credo che avrei fatto lo stesso al suo posto.
Ma si può?, mi chiesi. Si può essere così imbranati, sfigati e scemi? Cosa avreste desiderato in quel momento al mio posto, capendo dallo sguardo dell’uomo cui avete sempre mirato che c’è qualcosa in voi che non va, sentendo che v’invita a pulirvi il viso e realizzando, dopo esservi passati il fazzoletto sull’angolo del mento, che Lui vi ha appena chiesto di nettarvi da una caccola?

Lev è sempre stato protettivo nei miei confronti. Certo anche io ho sempre fatto molto per lui. Come ho già detto: ci compensiamo. Quando siamo arrivati in Andalusia con i soldi che zio Ot aveva custodito per me abbiamo deciso subito, di comune accordo, di acquistare questa casa stupenda in collina.
La nostra casa ha le pareti bianche, sia all’esterno che all’interno. In alcuni punti ci sono delle grosse pietre di fiume a vista. È una casa fresca e poi, il fatto che si trovi in collina, la rende ventilata, a volte più del necessario. Per esempio, in questo momento che piove – pensavo si trattasse di un temporale passeggero, ma sbagliavo – avverto quasi freddo.
Ci siamo innamorati della casa appena l’agente immobiliare ce l’ha mostrata. È una landa desolata questa; è strano che il numero civico sia il 175. Io ho subito pensato a un segno del destino. Infatti sono nato il diciassette maggio.
“È mia!”, ho pensato subito. A Lev, invece, è piaciuta perché non dà molto nell’occhio, è abbastanza isolata. Il fatto è che lui vive con il timore che la polizia russa possa venire a prenderci fino in Spagna per riportarci a casa.
È strano: sebbene sia io il “bastardello”, quello di origini mezzo polacche e mezzo italiane, sebbene sia io quello che è arrivato da solo, in tenera età, a San Pietroburgo dalla lontana città di Olsztyn, a nord della Polonia e quindi sebbene sia io l’apolide, o quantomeno la metà “internazionale” della coppia, a essere sincero la Russia mi manca un po’ e, al contrario di Lev, non vivo nel terrore di ritornarvi un giorno. Lev invece, che ha vissuto sempre e solo a San Pietroburgo, ha uno spirito diverso, pronto a partire. Ha sempre desiderato fuggire dalla sua città natale. Era lui che appena poteva si collegava a internet per chattare con i suoi amici americani, inglesi, cinesi e spagnoli. È così che ha conosciuto Jesus, il quale poi ci ha tanto aiutato nel nostro inserimento in Spagna.
È capitato alcune notti che Lev si svegliasse - e mi svegliasse - gridando in preda a un incubo ricorrente: i suoi ex-colleghi poliziotti che bussano alla porta della nostra casa nuova e ci ordinano di seguirli per tornare a San Pietroburgo.
Poi un giorno è accaduto che stavamo ripulendo la cantina e Lev s’è imbattuto in un punto della parete a est, dove ci sono le pietre a vista, su cui ha notato una pietra stranamente più regolare delle altre. Un piccolo triangolo, ma con la punta rivolta verso il basso. Il cemento tra le fughe intorno ai lati erano misteriosamente più profonde rispetto a quello intorno alle altre pietre e poi, in corrispondenza di questo triangolo, sul pavimento, ha notato una mattonella su cui è inciso il numero civico di casa. A prima vista non si nota, ma se si presta attenzione, tra le venature naturali del minerale si legge chiaramente “175”.
Siamo rimasti un po’ fermi lì, a ragionare sulla singolarità della cosa. Lev spolverava il triangolo di pietra con l’indice. Come un cieco alle prese con un testo brail ne tastò la fuga tutt’intorno finché non gli venne naturale pigiarlo e, meraviglia, il triangolo rientrò nella parete, anche se non di molto.
Lì per lì scoppiai in una risata di sorpresa, fantasticando già su una specie di cassaforte piena di vini pregiati. Lev, al contrario, divenne più serio. Affinò gli occhi come una lama di coltello e gettò in avanti il mento già leggermente prognato in un’espressione interrogativa. Si avvicinò col volto alla parete perché non c’era molta luce e pigiò di nuovo la pietra, ma stavolta con più forza. Il triangolo rientrò nella parete di almeno cinque centimetri e udimmo un clangore fortissimo, tanto che balzammo indietro di due passi.
Lev allungò un braccio su di me, come per tenermi lontano e proteggermi in caso di pericolo, come fa di solito quando siamo in giro in auto e guida lui e gli capita di frenare all’improvviso. Fa così: leva la mano dal cambio e con uno scatto allunga il braccio sul mio petto, come una specie di seconda cintura di sicurezza.
Quanto si trasformò da quel giorno! Divenne più sicuro. D’allora si sentì più protetto. Ripeteva sempre che, in caso ce ne fosse stato bisogno, avremmo saputo dove nasconderci. Quella stanza divenne indispensabile, come lo è un rifugio antiatomico per una famiglia americana. Ci siamo sempre chiesti se l’agente immobiliare, o qualcun altro, avesse mai saputo di questa porta segreta in cantina. Ma più che altro io ho sempre continuato a domandarmi: «Perché dovremmo avere bisogno di un rifugio segreto?».
Non ho mai compreso appieno la fobia che ha colto Lev da quando siamo giunti in questo paradiso.

Il sonno sta prendendo il sopravvento. Mi si chiudono gli occhi eppure vorrei resistere per continuare a scrivere e ricordare, per esempio, il giorno in cui Lev e io ci siamo sposati. Non abbiamo fotografie di quel giorno e quindi vorrei fissare i miei ricordi almeno sulla carta, finché la memoria è fresca e mi permette di farlo, conservando ogni minimo dettaglio.

Sunday, 19 July 2009

L’importanza di chiamarlo per cognome (The Importance of saying his Family Name).

Devo riconoscere (e non ci vuole un genio) che una domenica mattina a Milano, chiuso in casa a stirare asciugamani e indumenti rimasti accatastati nell’armadio da oltre tre settimane non assomiglia neanche lontanamente a una domenica mattina a Rossano, in spiaggia sotto il sole, ad ascoltare le confidenze che borbotta il mare.
È un mio limite e non ho ancora ben capito da cosa abbia origine, ma ogni volta che lavo le stoviglie, rinvaso o innaffio le piante, oppure, come oggi, mi dedico alla stiratura mi accorgo che in realtà sto facendo molto di più. Si tratta di un’attività molto più pericolosa e di cui in molti, forse, credono io non sia capace: riflettere.
Mi accorgo che solitamente principio da un ricordo per poi finire, immancabilmente, col meditare; nel senso che lego il ricordo a quel frangente di realtà quotidiana, o di poco più recente.
Vorrei che questo fosse solo un piccolo excursus, evitando – come mi ha rimproverato una persona che stimo molto – di rendere questo spazio una “pozzanghera di Narciso” troppo profonda, o qualcosa del genere. Quindi sarò breve, ma… Uffa, al diavolo!


Sotto le mani, anzi sotto il ferro da stiro oggi sono passate in sequenza: la t-shirt di Granada comprata con lui durante la vacanza sulla Costa della Luz e oltre – oddio, avevo appena 27 anni! …e non l’ho ancora buttata -, la sua felpa nera che mi aveva regalato perché, diceva, a me stava meglio, così come la camicia azzurra a righe.
Forse nelle relazioni gay la possibilità di potersi scambiare gli abiti, e quando si sta troppo tempo insieme anche la possibilità che si confondano fino al punto da non distinguere più il mio dal suo, tutto ciò dicevo che, forse, è un punto a sfavore quando si rompe e si ha voglia di voltare pagina, non credete?
Be’ che io, comunque, me lo ricordo bene ciò ch’era suo ed è semplicemente rimasto in mezzo alla mia roba.
Ma non è su questo che mi sono fermato a riflettere. Ormai sono nove mesi che le prendo, le ripiego e le metto da parte nel cassetto, senza più scompormi. Pensavo piuttosto la fatto che quando mi viene in mente lui penso al suo cognome.
Del tipo: «Ecco la maglietta di “Mr. Tiger-fish”» mi sono detto (dove “Tiger-fish” è lui).
Ma lo stesso accade quando ripenso alle persone a cui, prima di lui e dopo di lui, ho voluto molto bene, magari che ho amato, o a cui voglio bene tutt’oggi. Isomma mi sono accorto che quando penso a una persona importante per me viene prima il suo cognome e poi il nome.
Se ci faccio caso, anche nella rubrica del telefonino tutte le stelle brillanti del mio cielo sono registrate sotto il nome di famiglia. A partire dalle amiche con cui sono cresciuto a Rossano, fino agli amici e amiche con cui ho condiviso gli anni romani e di cui serbo ricordi così dolci e divertenti. Fondamentali.
Sul telefonino non ho cognomi di persone conosciute a Milano. A parte Mr. T-Fish, certo.
Eppure ne ho conosciute che per me oggi contano (e dico meno male visto che ci vivo oramai da sei anni).
Però… però non ho ancora un cognome da registrare nonostante la voglia pazza di farlo. Non so perché. Anzi, ultimamente stanno aumentando i nick-name e non so se questo è un segno positivo. Mi dico che non è importante, ma che lo è solo la persona.
La questione si complica –guarda caso - quando abbandono l’ambito amicizie e mi addentro nella chiostra degli affetti, delle tenerezze, di quelle che potrebbero, si spera, sbocciare in amore. O anche spegnersi come banali luci improvvise, quelle tipiche da abbaglio come credo di averne viste ultimamente. Da una parte mi ripeto che è già di per sé un segno positivo (ri)avere la voglia di un cognome da segnare, anzi da pronunciare. Il problema è che quest'ultimo in questione non lo conosco, anzi non lo ricordo!
…A dire il vero non sono neppure sicuro del nome, malgrado abbia vividi molti particolari del suo corpo. Avrei potuto domandarlo di nuovo, richiamare per chiederlo. Ma il problema è: come faccio a chiamarlo se non so come chiamarlo, cioè come rivolgermi a lui?
Quindi, mentre rimango qui ancora un po’ a tormentarmi sul classico dubbio amletico “richiamarlo, o non richiamarlo?”, prendo coscienza di tale importanza del cognome che, per me, sta appunto nel potere pronunciarlo.


Infatti oltre a fornirmi innumerevoli informazioni sulla persona con cui vado a letto o che incontro per la via, è innegabile come il cognome abbia un valore intrinseco.
Se per molti chiamare per cognome indica distacco, quasi estraneità com’è giusto che sia, purtroppo per me, invece, è il massimo dell’amorevolezza e dell’espansività.
Intendo che ogni persona al mio fianco a letto, in cucina o nel cesso, fra quelle che ho amato o, spero, amerò ha capito che sono stato bene con lei, che mi sono dato davvero a lei solo dal momento in cui ho preso a chiamarla per cognome (o da quando prenderò a farlo).
E, di solito, se e quando lo faccio accadde dopo due secondi. Vale a dire che lo capisco subito quando sono fregato e ho bisogno di chiamare il mio amore per cognome.
La mia fortuna è che sono gli altri a non saperlo e a non capirlo, così non si spaventano sentendosi soffocare da me dopo pochi istanti da che ci siamo conosciuti.