Monday, 20 July 2009

“175 (viaggio in stanze chiuse di Epifanio Finamore)”© - EPISODIO PILOTA

Prologo

Da «175»
Andalusia, giorni nostri.

Che paesaggi!
La Spagna e la Russia sono una l’opposto dell’altra, proprio come il caldo e il freddo. Eppure le amo allo stesso modo.
Un’altra giornata di lavoro è andata. Un altro ritorno a casa guardandomi attorno, pensando alla mia vita fino a oggi, riconoscendola nella natura che mi circonda.
In questo momento il sole va nascondendosi dietro la collina che vedo affacciandomi dal balcone della cucina. Lì in fondo, sul cielo, sembra si sia rovesciata una brocca di succo di arance rosse appena spremute. Dalla parte opposta, con strane sfumature s’azzarda a diventare grigio, quasi nero; un angolo pieno di enormi batuffoli di nuvole cariche di pioggia, come cotone sporco eppure ancora vaporoso. Si sente l’odore della pioggia anche da qui, nonostante non venga giù e le rondini urlanti volino ancora intorno alla grondaia.
Tornando a casa ho fatto un salto dal macellaio per acquistare un bel tocco di carne da fare arrosto. È lì in casseruola con una dose di aglio, rosmarino, salvia e carote e sguazza nel vino bianco. A dire il vero il vino bianco che di solito adopero in cucina era finito. È Lev che si preoccupa di rifornire la nostra piccola cantina. In dispensa ho trovato quindi solo uno spumantino in attesa di un’occasione speciale, ma mi sono detto: quale occasione più speciale di una cenetta tra me e il mio tesoro, noi due soli? Così ho deciso che avrei fatto di più: una bella crostata a base di farina di riso con confettura di lamponi, come piace a lui. Ho sbattuto l’uovo con lo zucchero, ho buttato nella scodella la farina e stavo iniziando a impastare il tutto con il burro; avevo una mano che era pericolosa per tutto ciò che mi stava intorno, quando Lev mi ha chiamato sul cellulare per dirmi che non avrebbe cenato a casa e sarebbe rimasto a dormire da Jesus, dopo un aperitivo veloce all’ “Estrella del Mar”.
Non ho avuto molta scelta. Lo spumantino ch’era rimasto ho iniziato a versarmelo nel bicchiere che in origine era la confezione della cioccolata spalmabile che mangiamo a colazione con le brioche; ho messo su “Telaraňa” della Bebe e ogni tanto presto orecchio al tocco di carne in casseruola che da come sbuffa e frizza sembra essere anche lui già mezzo ciucco.
Come vorrei un cagnolino qui ai miei piedi in questo momento. Gli racconterei della collina oltre le piante di geranio e di edera, appesi al parapetto. Un fianco intero dell’altura è ricoperto da erba secca e gialla. Di sicuro starà godendo all’idea del temporale che si fa sempre più vicino.
Mamma che tuono! Verrà giù di brutto, credo. Già, ma durerà al massimo dieci minuti come al solito.
Mentre cucinavo ripensavo agli sforzi per arrivare fin qui in Spagna, noi due insieme. Io e Lev. Quante difficoltà! E dire che ci sembrava a dir poco impossibile. Ma ci abbiamo creduto e ci siamo riusciti. Sono felice di come siano andate le cose. Chi avrebbe scommesso un copeco – oddio, ogni tanto ragiono ancora in copechi – che un muratore come me per metà polacco e per metà italiano si sarebbe innamorato di un poliziotto russo al cento per cento e che l’avrebbe sposato in un paese come questo, dove avrebbero comprato una casa non grande, ma abbastanza dignitosa?
Lev e io abbiamo condiviso più che una vita. Ha salvato la mia a San Pietroburgo, quando il mio ex coinquilino cercò di farmi fuori, in casa dello zio Ot! Sembra la trama di un film, o di una favola. A qualcuno suonerà disgustoso, ma da quando io e Lev stiamo insieme mi sento una sorta di Cenerentolo sottratto a una sorte malvagia, ma non da un ricco principe azzurro, bensì da un morto di fame, proprio come me. Bellissimo lo è senza dubbio. Non riuscirei a stare con una persona più brutta. Più brutta di me intendo. Lo so che è stupido, ma è così. Non aveva la spada, ma una pistola quando mi ha salvato e in fine è anche lui un uomo. Chi potrebbe capirmi meglio?
Che bella la voce di Bebe. Così profonda, calda anche quando canta di pioggia e freddi calcoli. Non mi stanco di ascoltare questo cd.

Grazie alla magia della scrittura non potete sapere che mi sono appena rimesso a sedere dopo avere acceso la luce - ormai il sole è tramontato, le rondini cantano ancora, ma non piove - ho rivoltato l’arrosto che si gongola in casseruola con la salvia appiccicata addosso. A dire il vero ho dato un altro sorso di spumantino e ho fumato una Marlboro.
Tirando le boccate malsane di sigaretta ho ripensato alla mia infanzia. Ho riflettuto sul fatto che ricordo ben poco soprattutto di mia madre. Ricordo che lavorava come infermiera e ch’era bellissima. Che fine avrà fatto? E mio padre? Va bene, la sua è tutt’altra storia.
Ho pensato anche ai miei cugini in Italia, a quando ci siamo incontrati l’anno scorso. Che viaggio da incubo! Credo che poche zone del mondo siano così difficilmente, stancamente raggiungibili come certe città del sud dell’Italia. Anche se, a essere sincero, n’è valsa la pena arrivare sin lì. Non solo perché ho conosciuto parte della mia famiglia.
Lo ricordo come fosse ieri.

È davvero già tardi e dovrei andare a dormire dato che domani è lavorativo. Però penso che non importa perché tanto Lev e Jesus si staranno dando alla pazza gioia, quand’anche loro domani dovranno venire a sgobbare al locale. Il venerdì è il giorno in cui siamo più oberati. Tutto ciò mi dà un po’ fastidio. Parlo di Jesus. È vero che senza di lui io e Lev non ci saremmo mai ambientati così bene in Spagna, anzi non avremmo affatto potuto stabilirci qui, almeno non così in fretta. Per non parlare poi del lavoro. Il locale prima era solo suo. Certo è che anche lui, se non ci fossimo stati io e Lev, avrebbe dovuto chiuderlo il locale, quindi dichiarare fallimento.
Ottenere la cittadinanza spagnola non è stato semplice, ma ancora più ostico è stato scappare da San Pietroburgo.
Prima di intraprendere la nostra avventura avevamo a malapena un passaporto. Ci sarebbe toccato ancora trovare i soldi per il biglietto aereo e poi una volta arrivati avremmo avuto bisogno del permesso di soggiorno. Avere il permesso di soggiorno in un paese della comunità europea non è mica tanto facile. Per un russo poi… Ancora, dopo il permesso di soggiorno che nel nostro caso doveva essere concesso per motivi di lavoro – non certo di studio; magari un permesso per motivi di studio! - ci voleva la tessera di residenza per stranieri. La tessera di residenza va richiesta entro un mese dall’arrivo in Spagna, bisogna fornire il certificato di lavoro… insomma, di sicuro è molto più facile scriverlo che farlo.
Il succo del discorso è, comunque, che fare tutte queste cose con Lev, anzi con León, come vuole che lo si chiami adesso (è una fantasia di Jesus questa di farci chiamare con dei nomi spagnoli), dicevo che fare tutto ciò con lui non mi spaventava.
La notte andavamo a letto e ci tenevamo la mano. Spesso io mi sdraiavo sul fianco, dandogli le spalle, perché sapevo che lui si sarebbe fatto vicino e con un braccio mi avrebbe cinto la vita, respirandomi sul collo. Adoro sentirlo sbuffarmi sul collo. Quello sbuffo caldo e pesante che precede il sonno. Mi fa impazzire.
All’inizio con quel braccio mi stringe, sembra che voglia farmi divenire parte di lui – magari è solo una mia impressione, è quello che mi piace credere; poi pian piano la stanchezza prende il sopravvento e alla fine sento le sue dita che si rilassano e si aprono come una rosa al culmine della fioritura, mentre il braccio si fa sempre più pesante. Un braccio di Lev è davvero notevole. È piacevolmente muscoloso e piazzato. Tanto che alla fine, mio malgrado, ero costretto a levarmelo di dosso per riuscire a dormire a mia volta. Ma lo facevo sempre con grande rimpianto.

Finalmente piove. Alla fine ce la fa a liberarsi, il cielo.
Intanto io mi sono liberato anche io dei pantaloni e mi sono trasferito sul divano in mutande e maglietta, con carta e penna.
Non mi manca nulla se non, forse, quello di cui rammento in questo istante, avvertendo l’odore della terra bagnata e la brezza leggera che si arrampica sul balcone. Amore. Cosa vogliamo tutti per noi stessi se non amore? Non avremmo davvero bisogno di nulla se avessimo tutti la nostra dose di amore e di appagata eccentricità. Amore. Dolce amore. Solo di questo abbiamo, ho bisogno. Pensandoci, ne sono sempre più convinto. Le guerre, la sete di potere, tutto deriva dall’irrefrenabile desiderio di sentirsi al centro di qualcosa, il centro di qualcosa, il centro per qualcuno.
Questo profumo di vento, il suono del refolo fresco e piccante della pioggia mi ricorda quando ho realizzato di essere davvero innamorato di León.
Se anche lo incontravo per caso, anche solo per pochi istanti, poi l’intera giornata, tutte le restanti ventiquattro ore divise tra lavoro e sonno scomodo, risultavano avere assunto il loro proprio significato. Mi bastavano pochi istanti per ricordarlo per i minuti, le ore e i giorni a venire fino a quando non lo avrei incontrato nuovamente per innamorarmi ancora di lui.
La prima cosa che osservavo trovandomelo davanti erano le labbra e i denti. Diciamo che sono un feticista della dentatura. I denti mi fanno impazzire e León ha una dentatura perfetta.
Dopo averlo visto la prima volta in assoluto credetti di essere di fronte allo spettacolo della Neva e del suo romantico disgelo, di essere plagiato dal canto dei salubri e ancora troppo timidi raggi solari, ma poi, mi accorsi che no, ch’era Lui, era solo lui la causa del mio sentirmi galvanizzato. Erano i suoi denti dritti, il suo sorriso angelico… sincero. Pieno. Ecco: direi un sorriso pieno e vero.
E allora pregavo addirittura per lui, perché non gli succedesse nulla nel mentre che non l’avrei visto fino al giorno dopo. Chissà perché quando incontro una persona di cui m’innamoro penso sempre al peggio per lei. Sarà una questione d’egoismo, per paura di rimanere solo e di perdere il mio tesoro, ma resta il fatto che prego per la persona che amo ogni volta che è lontana da me.
Senza di lui – so che è brutto e ingiusto per me ciò che sto per scrivere – a volte non so cosa fare del mio tempo. Riesco solo a sognare i momenti in cui saremo di nuovo insieme. Il suo amore è per me come una ricarica, mi serve per continuare a fare ciò che stavo facendo.
Come questa sera. Avevo in programma di cucinare una bella cenetta, ma solo perché sapevo che l’avrei consumata con lui. Poi dopo la sua telefonata ho sì continuato a cucinare, non potevo mica lasciare l’arrosto così!, ma pian piano è come se le forze siano venute meno e alla fine eccomi: l’arrosto è pronto, ma io sono finito sul divano, mezzo nudo e mezzo ciucco di spumante e quasi a digiuno.
Perché? Pensate che sia stupido? No. È solo che io e lui… quanti cambiamenti abbiamo condiviso. Siamo cresciuti, ci siamo trasformati insieme. León è il mio migliore amico. È come se fosse parte di me. Comunichiamo senza parlare. Lui sa cosa penso anche quando io stesso lo ignoro. Credo sia merito dell’amore. Ma il miracolo più grande è che quando io sono giù di morale lui è al top, pronto a soccorrermi. Quando è lui a essere un po’ depresso, io sono nel pieno della mia positività, lì in tempo per aiutarlo a rialzarsi. È come se qualcuno dall’alto – o dal basso, chissà – ci avesse programmati per sostenerci l’un l’altro. Se uno dei due rischia di affondare può star sicuro che l’altro verrà a salvarlo. In questo mi sento un po’ Loris Lane. Si chiama Loris, vero, l’amorosa di Superman?
So che potrò tornare a star bene come prima se lui sarà vicino a me.
Alcuni giorni, quando sono più innamorato del solito, ho davvero solo León nella mente e non mi stancherei mai di guardarlo. Anche al lavoro i miei occhi sono solo per il suo sorriso che tende verso il cielo, o alla sfera multicolore della sala da ballo. Sembra bellissimo, anzi lo è. Siamo due mondi, due lune che stanno una di fronte all’altra. Ognuna percepisce ogni singola vibrazione dell’altra, i battiti del cuore. Mai è il contrario. In quei momenti io so che tutto questo non potrà mai cambiare. Perché il mio è amore, e il suo… beh, il suo è solo essere Lev. Essere la bellissima persona che è già.

E pensare che quando mi presentai al primo appuntamento con lui feci una tale figura di merda! Avrei voluto nascondermi nella pattumiera.
Mi diede appuntamento ai “Giardini d’Estate”. Ero nervoso come al primo giorno di lavoro. Anzi come il primo giorno che arrivai a San Pietroburgo, dopo la fuga di mia madre e dopo che mio padre mi spedì lì dalla Polonia come un pacco, sul pullman. A San Pietroburgo viveva il suo migliore amico, l’ex-professore universitario quindi ex-detenuto Otžima Aleksandrovič, il quale si sarebbe preso cura di me – e di certo l’avrebbe fatto meglio di come aveva fatto papà fino a quel momento.
Sapevo cosa desideravo che accadesse a quel primo appuntamento, ma temevo che i miei sogni venissero infranti sul nascere, ancora una volta.
Quando emersi dalla fermata della metropolitana sulla prospettiva Nevskij ricordo che mi soffiai il naso - quando vivevo in Russia mi colava sempre il naso. Volevo che fosse tutto perfetto, volevo essere impeccabile e lindo. Beh, che insomma soffiai con tutta la forza di cui fui capace. Quando lo vidi camminare verso di me mi apprestai a nascondere immediatamente il fazzoletto nella tasca del pantalone. Giusto in tempo! Mamma com’era bello nel suo giubbotto di pelle e con il suo pizzetto sottile e squadrato! Camminava affondando le mani nei jeans chiari e con le spalle appena sollevate in un atteggiamento falsamente bullesco. León è sempre apparso molto sicuro di sé. Poi ricordo come se fosse ora che stanò la destra per salutarmi e, a metà del gesto, si soffermò a scrutare qualcosa sul mio viso. Quand’ebbe realizzato che la macchiolina verde scuro che avevo in volto era una caccoletta sfuggita poco prima al fazzoletto, soffiandomi il naso, mi fece cenno di pulirmi. Eppure, dopo che l’ebbi fatto, non esitò a salutarmi baciandomi sulle guance. Non credo che avrei fatto lo stesso al suo posto.
Ma si può?, mi chiesi. Si può essere così imbranati, sfigati e scemi? Cosa avreste desiderato in quel momento al mio posto, capendo dallo sguardo dell’uomo cui avete sempre mirato che c’è qualcosa in voi che non va, sentendo che v’invita a pulirvi il viso e realizzando, dopo esservi passati il fazzoletto sull’angolo del mento, che Lui vi ha appena chiesto di nettarvi da una caccola?

Lev è sempre stato protettivo nei miei confronti. Certo anche io ho sempre fatto molto per lui. Come ho già detto: ci compensiamo. Quando siamo arrivati in Andalusia con i soldi che zio Ot aveva custodito per me abbiamo deciso subito, di comune accordo, di acquistare questa casa stupenda in collina.
La nostra casa ha le pareti bianche, sia all’esterno che all’interno. In alcuni punti ci sono delle grosse pietre di fiume a vista. È una casa fresca e poi, il fatto che si trovi in collina, la rende ventilata, a volte più del necessario. Per esempio, in questo momento che piove – pensavo si trattasse di un temporale passeggero, ma sbagliavo – avverto quasi freddo.
Ci siamo innamorati della casa appena l’agente immobiliare ce l’ha mostrata. È una landa desolata questa; è strano che il numero civico sia il 175. Io ho subito pensato a un segno del destino. Infatti sono nato il diciassette maggio.
“È mia!”, ho pensato subito. A Lev, invece, è piaciuta perché non dà molto nell’occhio, è abbastanza isolata. Il fatto è che lui vive con il timore che la polizia russa possa venire a prenderci fino in Spagna per riportarci a casa.
È strano: sebbene sia io il “bastardello”, quello di origini mezzo polacche e mezzo italiane, sebbene sia io quello che è arrivato da solo, in tenera età, a San Pietroburgo dalla lontana città di Olsztyn, a nord della Polonia e quindi sebbene sia io l’apolide, o quantomeno la metà “internazionale” della coppia, a essere sincero la Russia mi manca un po’ e, al contrario di Lev, non vivo nel terrore di ritornarvi un giorno. Lev invece, che ha vissuto sempre e solo a San Pietroburgo, ha uno spirito diverso, pronto a partire. Ha sempre desiderato fuggire dalla sua città natale. Era lui che appena poteva si collegava a internet per chattare con i suoi amici americani, inglesi, cinesi e spagnoli. È così che ha conosciuto Jesus, il quale poi ci ha tanto aiutato nel nostro inserimento in Spagna.
È capitato alcune notti che Lev si svegliasse - e mi svegliasse - gridando in preda a un incubo ricorrente: i suoi ex-colleghi poliziotti che bussano alla porta della nostra casa nuova e ci ordinano di seguirli per tornare a San Pietroburgo.
Poi un giorno è accaduto che stavamo ripulendo la cantina e Lev s’è imbattuto in un punto della parete a est, dove ci sono le pietre a vista, su cui ha notato una pietra stranamente più regolare delle altre. Un piccolo triangolo, ma con la punta rivolta verso il basso. Il cemento tra le fughe intorno ai lati erano misteriosamente più profonde rispetto a quello intorno alle altre pietre e poi, in corrispondenza di questo triangolo, sul pavimento, ha notato una mattonella su cui è inciso il numero civico di casa. A prima vista non si nota, ma se si presta attenzione, tra le venature naturali del minerale si legge chiaramente “175”.
Siamo rimasti un po’ fermi lì, a ragionare sulla singolarità della cosa. Lev spolverava il triangolo di pietra con l’indice. Come un cieco alle prese con un testo brail ne tastò la fuga tutt’intorno finché non gli venne naturale pigiarlo e, meraviglia, il triangolo rientrò nella parete, anche se non di molto.
Lì per lì scoppiai in una risata di sorpresa, fantasticando già su una specie di cassaforte piena di vini pregiati. Lev, al contrario, divenne più serio. Affinò gli occhi come una lama di coltello e gettò in avanti il mento già leggermente prognato in un’espressione interrogativa. Si avvicinò col volto alla parete perché non c’era molta luce e pigiò di nuovo la pietra, ma stavolta con più forza. Il triangolo rientrò nella parete di almeno cinque centimetri e udimmo un clangore fortissimo, tanto che balzammo indietro di due passi.
Lev allungò un braccio su di me, come per tenermi lontano e proteggermi in caso di pericolo, come fa di solito quando siamo in giro in auto e guida lui e gli capita di frenare all’improvviso. Fa così: leva la mano dal cambio e con uno scatto allunga il braccio sul mio petto, come una specie di seconda cintura di sicurezza.
Quanto si trasformò da quel giorno! Divenne più sicuro. D’allora si sentì più protetto. Ripeteva sempre che, in caso ce ne fosse stato bisogno, avremmo saputo dove nasconderci. Quella stanza divenne indispensabile, come lo è un rifugio antiatomico per una famiglia americana. Ci siamo sempre chiesti se l’agente immobiliare, o qualcun altro, avesse mai saputo di questa porta segreta in cantina. Ma più che altro io ho sempre continuato a domandarmi: «Perché dovremmo avere bisogno di un rifugio segreto?».
Non ho mai compreso appieno la fobia che ha colto Lev da quando siamo giunti in questo paradiso.

Il sonno sta prendendo il sopravvento. Mi si chiudono gli occhi eppure vorrei resistere per continuare a scrivere e ricordare, per esempio, il giorno in cui Lev e io ci siamo sposati. Non abbiamo fotografie di quel giorno e quindi vorrei fissare i miei ricordi almeno sulla carta, finché la memoria è fresca e mi permette di farlo, conservando ogni minimo dettaglio.

2 comments:

Anonymous said...

Un prologo davvero invitante... molto carino e REALISTICO per ora ( a parte il "rifugio antiatomico" che già mi fa venire l'ansia!).
Che bello poter sognare un Amore così?! :O)
"Estella del mar" : anche ad Alicante, dove ho vissuto per un pò, c'e un piccolo ristorante che si chiama proprio così! Sarà come nella terra dei camuni dove "Da Mario" va per la maggiore!
Sarà banale sottolinearlo ma m'è sembrato ci sia molto del signor Fontanella qui, o sbaglio?!

Un salutino! :Op

Anonymous said...

Ops..magari i verbi li coniugo meglio un'altra volta neh!? e così approfitto anche per identificarmi! Mao, fabio