Saturday, 25 July 2009

La botta del coglione (si volta pagina. Per davvero).


Per la serie: “Ho voltato pagina dopo l’ennesima notte insonne, tanto che mi tremano le mani come avessi il parkison”.
Sapete de “la botta del coglione”?
Be’, che l’ho sperimentata per la prima volta al ginnasio. Da allora ha continuato a verificarsi per tutti e cinque gli anni delle superiori, di solito alla quarta e quinta ora, quando la prof di latino e greco pretendeva dagli alunni maggiore attenzione e spirito critico.
Ma si può?, mi chiedo. Ma i nostri prof c’erano mai andati a scuola anche loro, o ignoravano il significato intrinseco del fissare un’ora di greco da mezzo giorno e mezzo alla una e mezzo?
E poi si meravigliavano se il mio animo romantico prendeva il sopravvento, durante le versioni in classe, e trasformavo i reportage sulla guerra persiana in un resoconto di gai pastori in gita sul monte Olimpo, in cerca di margherite.
Coze l’è keschì?, si chiederanno alcuni di voi (cazzo-culo-figa-tette, aggiungerei).
La definirei “la sindrome del deficiente”, ossia una combinazione letale di stanchezza mentale e fisica, ridarella inconsulta e ingiustificata, incoscienza e frivolezza.
Al liceo, appunto, si manifestava fra le altre cose, nel lancio da un banco all’altro di bigliettini appallottolati, su cui erano annotati pensieri cupi e al tempo stesso perspicaci del tipo: “Ah-ah-ah… Dai, facciamo che io sono Ambra e tu Manuela Panatta? Ah-ah-ah…”, “Ah-ah-ah… No-o-o! Ti ho detto che io sono Pamela! Ah-ah-ah…”, e così via…
Oppure bastava che la Prof nominasse i famigerati proci perché si levasse un grugnito di gruppo, nel tentativo di (mal)celare una risata cretina - silly goose sin dalla culla, no?
E poi partiva l’ennesimo bigliettino: “Ah-ah-ah… Hai sentito? Ha detto ‘proci’! Ah-ah-ah…”.
Eh sì. Verrebbe da dire: “gente allegra Dio l’aiuta”, oppure “poverini”.

Ma se c’è una cosa che ho imparato a mie spese in questi 32 anni buttati letteralmente dalle timpe (ma timpe senza fondo!) è che la botta del coglione non ti abbandona mai. Quando meno te lo aspetti torna a impossessarsi di te. Di me.
Ma soprattutto, attenzione!, ché col passare degli anni può essere davvero pericolosa, a dir poco deleteria.
Ecco un esempio di come la sindrome potrebbe corrompere una persona adulta e matura come me:
ore 17.00, venerdì, ufficio spedizioni di Milano.
Dri-i-in! Anzi: Pilipilipì! Pilipilipì! (...il mio telefono squilla così).
«È la XXX, buona sera!» urlo nella cornetta. Sul mio viso il sorriso figlio della cognizione del week-end imminente.
«Buona sera Raffaello, come sta? Sono A. la moglie di B. Se mio marito è in ufficio potrebbe passarmelo?».
«Oh, mi spiace signora, ma B. s'è allontanato un attimo. Potrebbe richiamare fra cinque minuti?».
«No, ascolta: quando torna gli chiedi di darmi… un colpo?».
«…».
Quindi scoppio a ridere.
Ecco. Con la botta del coglione mi sono giocato la reputazione.
Ammesso che ne abbia mai avuta una.

2 comments:

vic said...

"Coze l'è keschì" sembra curdo! "Cùsa l'è chéschì"..Mi pare meglio ;-)

Ahh si chiama "botta del coglione"? Bene, buono a sapersi, userò l'infirmazione a tempo debito, ossia in pratica alla prossima spiegazio ne della tavola periodica, quando stai per nominare il classico metallo alcalino terroso e pensi "vabè..tanto adesso partono a ridere". Lo nomini: "Sr sta per stronzio". E ovviamente.."ahahah ha detto stronzio"..
Ah, che pazienza che ci vuole...
Adesso però avrò da ribattere alla risata:"Cos'avete, la botta del coglione?!"Non vedo l'ora!!;-)

Popinga said...

Vic, a me succede quando devo spiegare i metodi di datazione assoluta: parlo del carbonio-14, del potassio-argo, ma oramai mi "dimentico" del rubidio-stronzio, per gli stessi motivi che indichi.

Raffaello: scrivi divinamente. Secondo me la tua "taglia" giusta è il racconto breve, non il romanzo.