Monday, 13 July 2009

«La Magara (i diari di Giulio Innamorato)»© - Uno


Eccoci qua. Io e te. Io e un foglio di carta poroso. Direi che sei di carta riciclata. Ne hai la tipica consistenza e il colore è quello marrone-beigiolino che mi piace tanto. Vediamo un po’, te lo avranno pure scritto su, da qualche parte. Forse sul retro… E infatti, avevo ragione. Confermo trattasi di carta riciclata.
È bellissimo, questo quaderno. La copertina è di cartoncino verde scuro e i fogli sono tenuti insieme da una spirale bianca – forse l’unica nota stonata. Dunque posso iniziare a scrivere. Ho comprato anche una penna nuova, per l’occasione. Punta sottile. L’inchiostro si ricarica con le cartucce, come con le stilografiche. Le penne di questo tipo le preferisco perché non si può star lì a calcare troppo e così la grafia ne esce più ordinata. Di natura, la mia fa schifo. Nessuno ci capisce mai nulla nelle mie lettere. I parenti riescono a rispondere ai miei biglietti d’auguri solo perché inviati per le occasioni speciali. Se è pasqua, allora mi rispondono: “Ricambiamo affettuosamente con i migliori auguri di una serena Pasqua”. E così a Natale, etc…
Ma se dovessi scrivere loro una lettera, di punto in bianco, ah!, mi viene da sorridere perché immagino la loro espressione imbarazzata nel vano tentativo di decifrarla.
In effetti è un peccato che al giorno d’oggi non si studi più la calligrafia.
A essere sincero avevo proprio pensato di provarmi a scrivere tutto, sin dall’inizio, nello stile derivato dalla “Cancelleresca Romana”. Che, si tratta poi davvero della “Cancelleresca Romana”? Non ricordo più. Comunque sono pochi gli elementi di scrittura italiana corsiva che conosco. Troppo pochi e, per l’appunto, non sono abituato a servirmene. Mi piacerebbe di più saper scrivere nella grafia “posata”. Ho infatti una predilezione per le lettere “c” maiuscola e “d” minuscola. Fra le due, la “d” in particolare. Col suo ricciolo introverso, volto a sinistra, chissà perché mi mette allegria. Forse perché ricorda vagamente la “delta” greca e i miei anni al ginnasio. Fra i più sereni della mia vita. Che cosa buffa, no? Farsi rallegrare da un segno grafico, intendo. È un’ulteriore conferma della mia stranezza. Credo che i giornalisti pagherebbero oro per questo scoop. Giusto per il piacere di infierire oltremodo su di me. Ed eccoci al punto.
Stamattina, dopo aver accompagnato Anna a Fiumicino, ché doveva partire di nuovo per Milano, sono andato in cartolibreria con l’intenzione originaria di comprare il giornale e tornarmene a casa tranquillo. Ma proprio il quotidiano, grazie a un articolo di C. Cascamino, mi ha gettato addosso la necessità impellente di acquistare precisamente questo quaderno e questa penna.
È così che si ricomincia, che finisco col ricaderci sempre. Basta che io stia vivendo un momento di fiacchezza morale e che essa venga combinata a un colpo, neanche troppo forte, ma semplicemente un colpo, ecco sì, magari uno bello secco e soprattutto inaspettato, e sono pronto a scrivere un nuovo diario, o come in questo precipuo caso un nuovo quaderno. Di getto. Le parole vengono da sé e, come le lacrime, non riesco a trattenerle. Eppure, nel dispiacere avverto finanche un sottile autocompiacimento. In alcune occasioni mi è capitato addirittura di storcere gli occhi per riuscire a distinguere questi goccioloni salati mentre si calavano lungo le pieghe nascoste del volto, fra il naso e gli zigomi. Mi è sembrato più volte di assistere alla fuga di certi prigionieri scettici di fronte alla possibilità insperata di abbandonare la cella. Si calavano pian piano, adagio. Di solito accadeva che il sospetto le spingesse a volgere lo sguardo in alto, a guardarsi le spalle, come se una qualche entità potesse davvero inseguirle per riacciuffarle e riportarle dentro. Povere lacrime! Ignare che solitamente ci sono io con la punta della lingua ad aspettarle, giusto poco più giù, che resto in attesa, buono buono, finché non sono giunte appena sopra al labbro e, slap!, me le bevo. Così mi è scappato più volte e mi scappa tutt'ora da ridere. Quando succede, penso che forse il dolore che le genera non è poi tanto forte se mi è sufficiente l’idea di averle infinocchiate così per tornare a baloccarmi come un bambino di tre anni.
A ogni modo, non è oggi l'evenienza.
Tanto che non sono riuscito a tornare a casa. L’idea di rimanere da solo fra quelle quattro mura mi deprimeva ancora di più. Per questo me ne sono venuto in questo baretto, a piazza Istria. È uno di quei bar in stile anni settanta. Le sedie sono scomode, con i braccioli ricoperti da un filo di gomma colorato e attorcigliato tutt’intorno. Ogni sedia è di un colore diverso. I tavolini sono rotondi e di ferro leggero. La superficie è graffiata e sporca. Il barista è un uomo sulla sessantina. Tipico panzone della Roma gaudente di una volta, ma che si aggira dietro il bancone con movimenti lenti e indolenti di contaminazione “campano-calabra”, come mi è capitato di scrivere altre volte. No, prima Roma non era influenzata fino a questo punto dalle abitudini e il modo di pensare tipici delle popolazioni più a sud della penisola che si sono trasferite in massa nella capitale.
Che titolo ho io per scrivere ciò?
Ebbene, ecco lo spunto per mettere in piedi la mia lamentela originale, per esprimere il malessere che mi ha indotto a redigere un nuovo diario.
Oggi il giornalista Cascamino ha scritto un pezzo sul mio ultimo romanzo, “Lune di fronte” - davvero cattivo. Una recensione che di più crudeli non ne leggevo da non ricordo quanto tempo:
«Insignificante, misogino, disconnesso» per iniziare. Che poi, mi domando, che diamine significa “disconnesso”?
«Trama inesistente e psicologia dei personaggi nulla fanno della discarica di parole dello scrittore milanese, romano di adozione, Giulio Innamorato, un vero esempio di non-romanzo».
Ma come si può? Come si può compilare una simile critica?
Ma il mio sdegno, caro diario – e mi pare di essere regredito almeno di vent’anni scrivendo “caro diario” – è generato soprattutto da un errore madornale del Cascamino, l’unico che non potrò mai perdonargli, chiaro frutto della sua sicumera, villana presunzione.
Dare a me del “milanese”! “Romano di adozione” leggo ancora… Ma chi? Ma quando è successo che i miei natali abbiano da affondare le radici nella terra di Lombardia? E sia ben chiaro che nulla mi pone in contrasto con essa, o i suoi abitanti. Ma come i lombardi, anche il sottoscritto, Giulio Innamorato, coltiva un florido orgoglio per le proprie origini.
Certamente le mie azioni passate non mi pongono in una situazione di privilegio, neppure rispetto al signor Cascamino, ma ciò non dev'essere inerente alla mia penna, né tantomeno alla mia casa. Alla mia patria. Alle mie origini.
Ognuno di noi è diretto responsabile delle proprie azioni e non c’è nulla di esatto nell’attribuire una colpa individuale a un intero popolo, sia esso meridionale o settentrionale. L’unica giustificazione che posso addurre alle mie colpe, l’unico modo in cui posso sgravare in certo qual modo la mia coscienza è, forse, raccontando giustappunto la mia storia e quella della mia famiglia. Dal principio.
Il mio unico cruccio è, a questo punto, di non poter renderle pubbliche, le nostre vicende terribili. Ma finché non avrò finito di sorseggiare il mio succo, finché le nuvole non si saranno raccolte e addensate al punto scacciarmi da questo tavolino sudicio e le rondini continueranno a volteggiare disegnando bizzarre figure nel cielo, o finché il burbero barista panzone non ne avrà avuto abbastanza di vedermi qui, piegato su di te a scribacchiare, di nuovo posseduto dal mio demonio ereditario, ebbene ricorderò per me stesso soltanto.
E il tuo destino, caro diario, sarà quello di sopportare e, alla fine, di seguirmi nella tomba che, spero ardentemente, sarà segnalata da una semplice lapide grigia piantata di fronte alle stesse onde che in questo momento sta rimirando mia nonna dall’inferno.
La Magara, la chiamavano.
E sono certo che mentre io sono qui che principio a registrare i ricordi che ho di lei, lei stia ridendo di me e della mia sfortuna.

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