Wednesday, 29 July 2009

Reportage da Corpus Christi: un addio è già un ritorno? (lasciamolo ansimare questo mare...).

Oddio! Sono nel pieno di una crisi di astinenza. Devo assolutamente fumare. E mi aspettano ancora molte ore senza sizze, come farò? Ma io ricordo che qui, a Londra, ce n’erano tante smoking area! Possibile che gli inglesi siano diventati peggio degli americani?
Ecco che è meglio scrivere - almeno mi distraggo.

Tsé! Forse qualcuno pensava (sperava) di essersi liberato di me. Invece, anche da Londra vi sto addosso, ne? Le ore di viaggio non sono poche e quindi il tempo per pensare lo è ancor di più, dato che il pensiero viaggia a velocità quantomeno doppia.
Segnatamente, penso al messaggio che ho ricevuto prima di lasciare l’Italia e che riportava due strofe di una canzone (se non vado errato) di C. Baglioni: «Se ogni incontro è già un addio, ogni andata è già un ritorno». Be’, che io qui ci pianterei un bel punto interrogativo. Davvero un’andata è già un ritorno, e in che senso? Molti non sarebbero d’accordo. Infatti una volta ho sentito dire che in certi casi è meglio non ritornare proprio, ad esempio quando si tratta di tornare da chi non è interessato a che stiamo andando via. E mi sembra anche giusto.

Ma parlando di viaggi, partenze e addii devo confessare che oggi sono rimasto davvero sorpreso. Per la prima volta ho realizzato quante costanti in comune ci siano fra una partenza per lavoro come la mia e la fuga da una relazione amorosa finita male; oppure da una nata male. Be’, diciamo anche un aborto di relazione.
Se ci pensate, in entrambi i casi si possono individuare innanzi tutto due fasi principali, una negativa e una positiva, le quali a loro volta sono suddivise in diversi passaggi obbligati. Cercherò di riportare con ordine le costanti di ogni fase, ma invece di indicarle con “K” come dovrei (Vic, correggimi se sbaglio) le indicherò con “iS”, che sta per “il/la solito/a”.

1. Tanto per cominciare secondo me quando iniziamo a fuggire da una storia il più delle volte procediamo molto a rilento e questo sia perché ne usciamo con le ossa rotte, sia perché in fondo, per una sorta di dubbio masochismo, speriamo che il nostro carceriere ci rincorra per sbatterci di nuovo dentro. Ecco, questo primo step lo identifico con la prima fase dei miei viaggi lavorativi, ossia con il trovare la forza di buttarmi fuori dal letto alle 4.00 del mattino, ché alle 4.30 arriva il taxi per portarmi in Cadorna; l’avere la lingua inspessita dal sonno (che in questo precipuo caso è già in arretrato di una settimana); la fame; la cacca che non riesco a fare e che quindi mi rende più ansioso di quanto già non sia e, soprattutto… i cinque piani a piedi con la valigia di 23 kg, piena di brochures e altre cagate varie!
È questo ciò che odio di più, che mi fa desiderare davvero, a volte, di non tornare - l’idea che le dovrò risalire, le scale! Mi prende la tentazione di buttare tutto di sotto; la mia ernia del disco grida vendetta (ti prego Ettore, appena ritorno dobbiamo fare un’altra seduta di agopuntura!).

2. Poi, senza che ce ne rendiamo conto, entriamo nella seconda parte del “piano fuga d’amore”. Iniziamo cioè a isolarci, a deprimerci, non vogliamo sentire nessuno, se non la voce di Ridge che litiga con Stephanie. Stacchiamo il cellulare per non avere rotture di palle, né gente intorno che cerchi di tirarci su di morale facendoci capire “quanto valiamo” - come nello spot delle creme per il viso. Bene, che questa parte io la identifico con la “iS/Malpensa Express”, ossia il trenino per raggiungere l’aeroporto di Milano. Infatti, dopo essermi sistemato a bordo, inizio a sentirmi subito stanco, sempre di più finché non capisco che è colpa dell’aria condizionata gelida, sparata a palla (“ad ammazzare i bambini” direbbe mia cugina ), tanto che mi sembra di essere un pezzo di maiale intrappolato in una cella frigorifera, e allora mi sforzo, mi faccio coraggio e cerco di non addormentarmi per paura di non risvegliarmi più, come insegnano i film sui disastri aerei quando l’equipaggio precipita sui ghiacciai. I compagni di sventura non stanno mica lì a ripetersi in continuazione: «Non ti addormentare!»?

3. Dopo la depressione, la terza prova che dobbiamo superare per potere dichiararci out dalla nostra relazione catastrofica è quella che definisco “del fastidio”. Tutto ci dà noia, limite di sopportazione zero, scattiamo su per un nonnulla, allo stesso modo per una bazzecola scoppiamo a piangere dalla commozione e/o dalla rabbia. Odiamo il confronto e abbiamo sempre ragione. Giusto? Ecco, questa è proprio la fase che nel viaggio di lavoro corrisponde con un sacco di costanti “iS”. Inizierei con: “i-S/furbi al check-in”: quelli che vogliono a tutti i costi passarmi davanti; “iS/terminale sfigato”: per cui non riesco mai a stampare la carta d’imbarco”; “iS/signore-pezzo-di-merda”: colui che ha fretta anche alle 5.00 di mattina, anche se dobbiamo prendere lo stesso aereo e l’imbraco non è ancora iniziato, e che deve smadonnare a tutti i costi giusto per mettermi di buon umore (forse non dò abbastanza l’idea di avere già i cazzi miei per la testa e quindi pensa che io di un po’ dei suoi!; dulcis in fundo - la costante “iS” che più temo: “iS/neonato”: il figlio della coppia giovanissima davanti a me che non si sa perché deve partire a tutti costi col pupo in braccio che già da in mezzo alla fila per il check-in inizia a piangere (“è perché ha fame”, miagola la madre), e so già che non avrà smesso se non dopo l’atterraggio a destino (“è per il mal d’orecchio” miagolerà ancora senza fallo).
Capite che anche un ateo come me – per quanto comprensivo con un infante che abbia ancora il pianto indistinto come unico mezzo di comunicazione - sia che abbia fame, sia che debba cagare, o stia mettendo un lurido dente da latte - a questo punto si mette a pregare un qualsiasi Dio a caso, o meglio quello che si dimostrerà più disposto a esaudire la mia preghiera durante il primo volo verso il primo aeroporto di scalo, e che recita: «Ti prego-Ti prego-Ti prego, fa che l’allegra famiglia scenda a Londra… e ci resti! Non fino a Corpus Christi! Non fino a Corpus Christi!!».

4. Ma dopo la fase fastidio, ecco che inizia la parte positiva del percorso. Parlo di quando riusciamo finalmente a confrontarci di nuovo con gli altri, a conoscere nuovi ragazzi, a tentare nuovi approcci. Ci sentiamo più leggeri. Fiduciosi. Nel viaggio, questa fase coincide con l’imbarco e il decollo, quella che chiamo anche de “L’incontro con l’equipaggio”. Abbiamo forse dimenticato che la popolazione degli stuardi è quella a più alta concentrazione di uomini fighi e froci? È a questo punto, di solito, che tiro un sospiro di sollievo.
«Good morning, Sir!» e sorrido! Se non che oggi appunto uno dell’equipaggio ha preso a fissarmi da che ancora ero in fondo alla fila e quando è arrivato il mio turno di salire a bordo mi ha fatto:
«Le spiace spostarsi da questa parte?» e mi ha indicato un piccolo banco sulla destra.
Scuoto il capo e mi sposto. Al che mi ha chiesto gentilmente di aprire il bagaglio a mano, ma senza perdere il sorriso, tanto che quando ha trovato nella borsa la custodia enorme dei miei nuovi occhiali da sole a specchio e quasi è sembrato domandarsi che cosa fosse, io ho azzardato:
«lo so, me lo dicono tutti che sono troppo grandi per il mio viso, vero?».
«Be’, me lo fa vedere dopo come le stanno?» mi ha risposto sotto voce.
Quindi sono andato a sedermi. È iniziato il momento in cui cambia di solito la prospettiva. La velocità con cui mi muovo aumenta sempre di più, così come dalla relazione malandata riusciamo a fuggire più veloci. Presto sentirò il carrello dell’aereo chiudersi sotto di me. Sarò sempre più in alto. E mentre tutti rimarranno sulla terra, all’ombra delle nuvole nere, io sarò nella settima sfera dei cieli vicino al sole, a rivalutare tutto da capo, ancora una volta. Vedere quelle casettine minuscole, i laghi, le montagne…

È davvero tutto così fugace? L’intrico di strade maestre e sentieri non sono forse metafora dei miliardi di possibilità di percorsi che abbiamo a disposizione nell’amore? Ogni strada porta a un campo diverso, e non importa che sia arido o rigoglioso perché possiamo sempre uscirne e continuare a camminare, a cercare qualcosa d’altro. Se mi meraviglia scorgere dall’oblò dell’aereo l’accozzaglia di palazzi delle grandi città, lo stesso mi succede per quelle stamberghe che s’intravedono lungo i fianchi delle Dolomiti, arroccate nei posti più impensati. Sono simbolo di speranza. Significano che le scelte fatte al mondo sono miliardi, come ogni testa che la elabora, che possiamo andare dove ci pare e con chi ci pare. Continuo quindi a fissare il monitor incastrato nel sedile di fronte che segna la velocità di 800 km/h e il tempo mancante per arrivare a destino.
Ci siamo quasi. L’aereo sta per atterrare. Le nubi offuscheranno di nuovo la vista all’esterno. Non devo cascarci di nuovo quindi.

“Se è vero che posso andare ovunque, allora come faccio a sapere se il luogo in cui sto andando sia davvero il luogo giusto?”, mi chiedo. Non è che la frase “ogni andata è un ritorno” sta a significare che tanto, alla fine, sceglierò sempre il posto sbagliato?
Intanto leggerò il “Daily Mail”. Mi ha già colpito l’oroscopo:
«Your day should be far from ordinary and, unless you’re very quick to dismiss or ignore an emerging possibilità, your week will be similarly full of innovation. […] What you can be sure of is that the cosmos is going out of its way to ensure you end up with more of what you really, truly want».
L’occhio mi è cascato anche su quello del cancro:
«Do it again! And again! The more you do it, the more you’ll make a difference […]».
Boh?! Torno alla domanda di partenza e poi chiudo, che si atterra per davvero: “Ogni andata è già un ritorno”?

PARTE II


Altro che “giornata fuori dell’ordinario”, come diceva l’oroscopo!
Adesso sono nella terra madre delle taglie XXL - L'America. Ho dormito per otto ore come un pupo, non accorgendomi del decollo e svegliandomi solo all’atterraggio. Ma adesso pare che la notte me la vogliano fare passare in aeroporto. Infatti a causa dei controlli che poco ci mancava divenissero ispezioni corporali (nemmeno fossero dei gran fighi!) ho perso l'ultimo volo di connessione per CRP, e il primo disponibile è domani, a meno che non cominci a pregare che qualcuno dei passeggeri prenotati sul volo che c'è fra un'ora muoia stecchito.
Ma lasciamo stare le disavventure di Dallas (adesso capisco perché ci hanno fatto una soap). Il succo è che ho di nuovo un fottìo di tempo per pensare e per scrivere. Non per fumare, naturalmente. Ma devo fare anche in fretta ché la batteria del pc mi sta abbandonando anche lei. Sì, devo distrarmi.

Per dirne una: poco fa pensavo che è incredibile quanta gente ci sia in giro per il mondo. Mi son fermato un attimo in mezzo al terminal. Sentivo il calpestio di migliaia di passi, il tamburellare insistente dei trolley che mi scorrevano accanto e che mi venivano incontro. Fin quasi all’ubriachezza.

Ho ripensato a qualche notte fa, a Milano. A una breve conversazione con lui (tanto per cambiare, dite, eh? Ma no, faccio tanto per dire, per ingannare il tempo…).
Erano le tre e io ero in mutande, in cucina. Abbiamo sfiorato l’argomento “scrittori ebrei”. Be’, che mi sarebbe piaciuto dire di più in proposito, ma lui ancora una volta aveva fretta. Solo, a differenza dell’ultima volta, adesso cercava di dissimularla.
Ho scoperto comunque che ancora in comune abbiamo l’avvilimento che deriva dal non ricordare i libri che leggiamo, o abbiamo letto. Entrambi pare che divoriamo informazioni, ma che le perdiamo con eguale celerità. Per quanto mi riguarda è una sensazione orrenda, perché penso che oramai dovrei essere giunto a un qualche livello di erudizione, ma non è così. Anche se i miei, di libri, li ripasso. Vale a dire che quelli che amo li ricordo a memoria, li trascrivo.
Ci ho ripensato, quindi, e credo di aver scovato cosa lega questo fenomeno che ci caratterizza entrambi con la letteratura ebrea di cui sopra e che, guarda caso, entrambi sembreremmo amare. Il legame l’ho trovato in un insegnamento di C. Magris e si tratta della capacità di individuare negli ebrei (nello specifico capacità di Singer, se non vado errato) “di ritrarre la compresenza del bene e del male, dell’insensatezza e dei significati, della bestialità e della pietà” di cui è formata la vita. Ma ho capito che forse questa compostezza e ciò di cui è fatta anche la persona che mi stava di fronte quella notte.
Ciò spiegherebbe perché non riuscivo a capirlo fino in fondo fondo in certi frangenti. Mi confondeva le idee! E forse neppure lui riusciva a capire me. “Può essere che entrambi siamo un miscuglio di bestialità e pietà?” mi chiedo adesso.
***
Oddio! Scusate, ho appena temuto per un attimo di sentire di nuovo quel botto improvviso nel mio cranio.

“Non adesso, non qui!” e “È impossibile che lo stia facendo ancora!”, sto pensando. Non riesco a crederci. A credere di meravigliarmi ancora. Sì perché, come ho già scritto, mi meraviglio di nuovo di vedere tutta questa gente intorno a me, di ogni genere e ogni credo. E poi quelle riflessioni su di lui... Ho capito questo. Ho capito di aver imboccato di nuovo il sentiero all’incontrario. Il sentiero di cui scrivevo prima. Non so a che punto del percorso sia potuto accadere, eppure… Forse perché ho preso come metro di misura le mie unghie? Certo, di solito ricrescono quando sono sereno, ma stavolta mi sono lasciato ingannare.
Infatti, sebbene le unghie siano ricresciute, davvero adesso intuisco non solo di essere tornato indietro, ma di ritrovarmi al punto di partenza. Avevo creduto che il viaggio mi avrebbe aiutato.
Saranno solo cinque giorni lontano da tutto, lo so, ma era stata ancora una volta l’idea dei molti chilometri di distanza a illudermi. Perché non è la prima volta che confido nella distanza. “Come se andare, andare anche solo un giorno, purché sia su un altro pianeta, possa ridarmi me stesso” ho ragionato.
Eppure è risaputo, no? Hanno scritto milioni di pagine a riguardo. Possibile ch’io sia così ottuso da non volerlo capire?
“Ma che poi, cosa cazzo potrebbe essere questo ‘me stesso’ che rivoglio indietro?” mi chiedo. “Che, forse non sono sempre stato così? Forse non sono sempre io, l’uomo a metà, quello che ha imparato a spezzare le frasi ancor prima d’imparare a parlare?”.
È che, a volte, alcuni di noi credono davvero di non essere come sono e pretendono di tirar fuori da sé… cosa? Un coniglio bianco? Una palummedda russa? È davvero stupido tutto ciò. Lo trovo davvero, davvero asinesco.

Per risparmiare la batteria del pc, poco fa ho ripreso il mio quadernetto. Un taccuino che mi segue ovunque e sempre. Mi sono sforzato di ricordare alcune parole cui per lungo tempo mi sono affidato fiducioso, in cui mi sono imposto di credere. Le ho riscritte per renderle più efficaci, quando mi sono accorto che invece più andavo avanti e più ne avevo perso coscienza. È stato terribile. Mi sembrava di scrivere in una lingua ignota.
«Io non sono i rapporti che ho, non sono neppure i miei pensieri né le mie esperienze, non quell’io a cui teniamo così tanto…». Ho riposto la penna nello zaino e l’ho riletta.
“Oddio, giuro che una volta la capivo fino in fondo!” mi sono detto. È allora che ho realizzato il limite. Ho realizzato di aver perso una buona fetta di memoria. Tutto lavoro andato in fumo. “Ho perso di nuovo la capacità di concentrarmi su qualcosa che non sia me?”. Quindi ho ripreso la penna e ho fatto la seconda prova. Ho scritto:
«Il problema sono io e io sono la soluzione», punto. Ho sorriso. Ecco perché m’ero innamorato di Terzani e della sua, di penna. Tutte queste sono parole sue. Le conosco a memoria: «Capire questo è la vera liberazione: liberazione dall’illusione di essere un’esistenza individuale». A questo punto ho alzato il capo e mi sono guardato intorno - di nuovo. Di più. Altra gente. Altri stralci di conversazione di cui non facevo parte. Altri sorrisi e musi lunghi, grassi e magri, simmetricamente deliziosi e paurosi e malfatti. Altri - che però non davano segno di riconoscermi.
Ho calcato di nuovo la biro: «Individualità significa soltanto limitazione». Ho riletto anche questa frase e ho scosso la testa. No. No, no. Com’è che non ci credo più?
Non ho la presunzione di dire che sia tutto una bufala. Solo, il dubbio è risorto.
Mi domando: perché non valutare la possibilità che il rimanere impaniati in se stessi sia un modo d’essere, cioè da non correggere? Perché non credere che sia giusto anche così e punto, e dover credere invece che si può star meglio, anzi che si debba star meglio? Meglio rispetto a chi, e a cosa? Perché chi predica l’unità degli spiriti, la comunione dei sentimenti non accetta che ci siano individui che una volta approdati sulla riva opposta alla dimora dei sunnyasa non la lasciano più in quanto, davvero, essi hanno riconosciuto lì la propria, di dimora? Perché oramai si è sparsa in giro la convinzione che il moksha – o comunque lo si voglia definire – sia la soluzione migliore per tutti, una sorta di destra divina, e non si riesce ad accettare che il samsara possa essere “cosa buona e giusta” anch’esso?
Sono d’accordo che c’è qualcosa di tormentoso in un mondo fatto di mutamenti continui, di persone che si sforzano d’inventare nuove versioni di se stesse, ma non bisogna negare il lato ludico di questo rimescolarsi, della costante rivoluzione interiore. Perché è così. Esiste, sì, una sorta di piacere del fastidio, direi addirittura una sensualità (onanistica) del supplizio.
E toccare la carne, intendo anche toccare la propria carne, nasconde un che di estatico. A me piace toccarmi, darmi morsi e assaporarmi.
Un proverbio cinese che mi ha insegnato una collega di Hong Kong dice: “Colpisci prima te stesso per capire il dolore che daresti”. Un po’ come il nostro: “Non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te”. Perfetto. Sono d’accordo anche su questo. Ma perché mettersi al primo posto, al centro del mondo solo in certi casi dolorosi?
Credo che bisognerebbe diffondere un verbo integrativo. Che ne dite di: “Datti piacere per capire il piacere che sei in grado di dare?”. Ho sempre immaginato la nostra coscienza, la consapevolezza di noi stessi e i nostri sentimenti come il fondo del mare - ricco di vite mosse dalle correnti, sparpagliato di ombre e ansimi d’ogni genere. Lasciamolo ansimare il nostro mare, altrimenti non saremmo ciò che siamo.
***
Ops, un donnone nero con la divisa della American Eagle mi viene incontro.
Se tutto ciò che ho scritto finora vi è suonato come un delirio, don’t worry, è solo che sono un po’ stanco.

A presto…

3 comments:

Anonymous said...

...poetico,calzante e istruttivo, bravo! :O)
Buon proseguimento di soggiorno nel Lone Star State!
F.G.

Popinga said...

La discussione sugli scrittori ebrei e il tuo viaggio mi ricordano la storiella yiddish che è servita a Claudio Magris come titolo di un libro. Colpito dalla sventura, un ebreo aveva deciso di fuggire. Si era disfatto dei suoi pochi averi, aveva preso commiato da parenti e amici e si era recato dal rabbino per riceverne l'ultima benedizione e una parola di conforto. “Così la vostra scelta è fatta?”, chiese il buon rabbino. E dopo un poco: “E ditemi: andate lontano?” “Lontano da dove?”

Ciao, fai buon viaggio e scrivi spesso. Non farci stare in pensiero!

Anonymous said...

Ciao Raffaello,
con coppa di vino in mano (Malbec) ti scrivo, gia non so che fare per dormire (adesso dormo un può di più e non, quasi 5 ore.
Attenzione, con i buotti che senti nella testa. Vai al dottore quando ritorni di questo viagio.
Mi fa piacere che ascolti Claudio Baglioni, io lo ascolto da quando avevo 14 anni.
Perche, non vieni al emisferio dimenticato? Ho bisogno d´aiuto. Per una settimana, mio collega non sarà. Sto organizando insieme a mio collega e miei boss, una spedizione di 28x40HC FCL, ti piace? anche sto per ricevere, 3x40fcl, l´altra settimana 2x40FCL, sto preparando anche spedizioni aeri. altri 5 spedizioni per camion da Buenos Aires. Abbiamo anche la gente del "ISO". Anche organizare spedizioni da Montevideo. La ditta anche ha un "branch" li. Sto pensando dormire la, ed anche mi portero a Negrita.
Ieri ti ho scritto, ma sono dimenticata a mettere mio nome.
Domani si opera mia mamma
Cosa è "maiale intrappolato"? Come è "Heathrow"?
Riposa, fai un bel viagio, bacio
Sirviuzza