Thursday, 30 July 2009

Tailor-made - Per la serie: perché gli affari si discutono sempre a cena e perché gli stranieri sono abituati a bere superalcolici più di me?

Grazie mille Antoinette, mia Silentpoet, grazie Popi, Fabio, Vic.
Un ulteriore conferma che a tutto c’è un perché e che a volte, come si suol dire, “è scritto”: la settimana insonne appena trascorsa ha fatto sì che non stia risentendo del jet-leg. Anzi, è come se avessi sempre vissuto col fuso orario di quaggiù, ih-ih!
Fra Water Str. e Shoreline Blvd. l’albergo dà proprio sulla baia, vale a dire sul porto. Come il solito. Ed è giusto così. Se siamo spedizionieri, ci tocca, o no? È questo il nostro posto. In effetti ciò rende pressoché immutato il paesaggio fuori dalle finestre degli alberghi che ho visitato fino ad oggi. Che fossi a Dubai, a Cape Town, a Cartagena di Colombia o ad Arhus. Eppure, per quanto siano monotoni, i boschi di gru da 500 ton., i truck-trailers, hanno un loro fascino. Vedere la movimentazione di carichi talmente giganteschi, osservare braccia meccaniche che sollevano con siffatta leggiadria tubi colossali, ciminiere e simili, vedere all’opera le Flo-Flo Heavy Lift Ships concede sempre a chi osserva e a chi ha pianificato quei carichi uno strano sentimento se non di onnipotenza, almeno di forza immensa.
Corpus Christi, come il resto dell’America a quanto mi pare di capire, è fatta di strade che definirle vaste è troppo poco. Le stesse sono percorse da automobili che definiresti più delle motrici, quelle col pianale da sei metri e sessanta, e i veicoli a loro volta sono guidati da ominazzi che definiresti più come "simpatici bestioni sorridenti" con bambini di tre anni che sembrano giovanotti di quaranta. Devo ammettere che nonostante l’approccio un po’ grezzo, gli americani conosciuti oggi si sono dimostrati molto disponibili e cordiali. Dicono sia una caratteristica dei texani.
Una signora d’una certa età, in aeroporto, mi ha detto con tono premuroso:
«Se è la tua prima volta negli States fa’ attenzione. C’è molta gente buona, ma ce n’è altrettanta cattiva».
“Oh mamma!” ho pensato. “Sarà mica quella che ha scritto l’oroscopo di ieri sul ‘Daily Mail’?”. Per sicurezza – più che altro per scongiuro, il così detto antipiccio – ho dato una bella massaggiata - con discrezione, certo - agli zebedei. Tanto non credo che qui sappiano cosa significhi questo gesto, e poi mi è sembrato di vedere che lo stesso sia abbastanza diffuso fra i signori col cappello a falda larga tipo cow-boy da passare inosservato.

Tutta questa premessa per dire che siamo davvero strani. Tutti. E tutti uguali nella nostra stranezza. Abbiamo lottato secoli per adattare il mondo a noi essere umani. Abbiamo costruito case e strade in base alle nostre esigenze, trasformando il paesaggio e rendendolo il più possibile simile a noi. Fuori fa così caldo e così umido che i vestiti ti si appiccicano addosso come una sopressata sottovuoto? Affafottere! Entra in albergo, o nella prima moll a portata di mano e altro che fresco, ti sembrerà di essere al polo nord! Muori dalla sete? Non ti accontentare di un bicchiere d’acqua, ma bevi una Maxi-Coke, o scegli un Margarita fra i “10 thirst-quenching flavors” disponibili! E chi ppiù ne ha più ne metta...
Oddio, abbiamo persino incrociato razze animali per avere in casa certi esemplari che davvero potrebbero essere scambiati per i nostri figli, tanti sono i tratti che abbiamo in comune. Siamo riusciti a fare l’impossibile e, dicono, non sfruttiamo che solo una piccola percentuale delle nostre capacità.
Allora perché a volte basta una lettera scritta a penna su un foglio a quadretti, addirittura una sola parola detta magari col tono giusto e al momento giusto (e se ci pensate la parola non è che abbia una genesi molto dissimile da quella del rutto), per demolirci? Perché il nostro tallone d’Achille dev’essere per forza individuato in una dimensione impalpabile e indefinita come quella dei sentimenti e dei pensieri, della mente in genere, e non può essere davvero e soltanto uno stupido calcagno calloso così che almeno quando ci colpiscono conosciamo già il dolore cui andiamo incontro?
Trascorriamo la vita nel tentativo di soddisfare il nostro narcisismo, anche quando è rintracciabile nel semplice fare il bene altrui, alla ricerca di conferme insomma, ma alla fine quando pare che qualcuno ci apprezzi per quello che siamo ci mettiamo sulla difensiva, ci pariamo a mo’ di schermo intergalattico davanti all’ingresso del nostro mondo interiore sperando di essere sufficientemente pronti a parare il colpo.
Alla fine credo che tutti, chi più chi meno, abbiamo bisogno di sapere che c’è qualcuno che crede in noi, o sbaglio? Ho letto un articolo toccante scritto dall’attore Joss Ackland, dedicato alla sua compagna, l’attrice Rosemary Kirkcaldy scomparsa a causa di una malattia neurologica.
Scrive J.A. in riferimento alla sua storia d’amore:
«[…] the pleasure of being together, the joy of the first touch, the login for the unobtainable – and then, when the unobtainable was obtained, more became considerably more».
Non è forse ciò che tutti sogniamo di avere per noi stessi? Non vorremmo tutti sentirci dire una frase del tipo: «Darling, when you go, I promise I will follow you», anche quando quel “go” è riferito alla morte (anche se di certo non pretenderemmo tanto dalla nostra anima gemella)?
Già. Ma da cosa nasce un sentimento così? Cosa ci porta a pensare di essere fatti davvero per quella persona che ci piace tanto? Davvero si tratta di un fenomeno inspiegabile? E il tempo trascorso insieme deve essere una variabile imprescindibile per la fioritura e durata di un simile rapporto, oppure tutto può venir fuori anche solo da poche ore trascorse insieme, la durata - appunto - di un fulmine, possiamo sapere che è il nostro uomo anche solo dopo venti minuti che l’abbiamo conosciuto?
Per quanto mi riguarda, sono propenso sempre di più a considerare i colpi di fulmine non come i così detti “amori a prima vista” (Dio solo sa – o chi per lui – quanto vorrei crederci ancora), ma solo come infatuazioni, quelle che una volta si chiamavano “cotte” (da quanto tempo dovevo usare questa parola!). Mi dispiace e ho persino paura ad ammettere che, pur riconoscendo un bisogno immenso di sapere che esiste qualcuno che crede davvero in me per ciò che sono, quello che ho imparato negli ultimi anni è stato invece cercare di essere quanto più sospettoso possibile.
In qualità di Narciso, stupido, vanesio, italiano del sud adoro sentirmi rivolgere complimenti e manifestazioni d’affetto, ma oramai quand’anche me ne arrivassero di nuovi se all’inizio faccio per caderci con tutte le scarpe (come avete potuto già notare da queste cronache che hanno iniziato ad annoiare anche me che le penso. Chi poteva immaginare i danni che può causare la mancanza di sonno!), alla fine faccio di tutto per disilludermi, cioè dò per scontato che colui che ho di fronte si stia divertendo solo a prendersi gioco di me. È una tattica difensiva che ha dato i suoi frutti in più di un’occasione. Ma in realtà quanto può essere pericolosa per chi la sceglie? Per quanto possiamo temere che il nostro tallone d’Achille sia troppo esposto, sminuire le critiche positive altrui nei nostri confronti non vuol dire anche sminuire noi stessi?
Qualche tempo fa, quando qualcuno ci esponeva un proprio progetto, oppure ci raccontava qualcosa di bello ch’era accaduto, tanto che sembrava avere dell’incredibile, andava molto di moda rispondere a mo’ di battuta: «Basta che ci credi!». Dunque, a parte gli scherzi: quand’è che possiamo crederci veramente?
Guardavo poc’anzi il mio abito di lino beige gettato sulla spalliera della poltrona, indossato alla riunione di stasera. È uno dei pochi che mi calza a pennello. Ho pensato: se è impossibile trovare sul mercato un vestito che ci stia davvero alla perfezione (nel mio caso, poi, meglio non parlarne) a meno che non lo ordiniamo su misura, e se la stessa regola vale per l’anima gemella che cerchiamo, allora quante sono le persone intorno a noi che NON si sono semplicemente accontentate della taglia e del modello che meglio si è adattato loro?

Mi spiego: a volte un abito ci piace così tanto da non accorgerci che ci sta proprio male, lo vogliamo a tutti i costi e smettiamo di essere obiettivi. Allo stesso modo capita di farsi prendere da una persona, o concedersi a lei anche se è solo un suo aspetto caratteriale, o una sua speciale facoltà a colpirci.
In questi casi non è meglio ammettere che, sì, ci piacerebbe infinitamente averlo, ma sappiamo già che se anche lo prendessimo alla fine non lo indosseremmo? Se no, dove sarebbe l’investimento? O chissà, forse non è affatto necessario avere un abito che ci caschi a pennello, ma è sufficiente avere addosso qualcosa con cui ci sentiamo a nostro agio. E se così è, allora si può andare in giro anche nudi, cioè restare da soli; basta stare bene.
O ancora, forse il paragone coi vestiti non c’entra una (solita) motominchia, e tutto è frutto dell’ennesimo astrologare notturno di un terrone in America.

Quello che credo fermamente stasera, però, è che ormai si sia allignata e sviluppata oltremisura in molti di noi, uomini contemporanei, una reale difficoltà a riconoscere ciò che è un capriccio ingannevole e sterile da ciò che invece è una necessità autentica e sacrosanta. Mi risolleva solo la consapevolezza che in fondo, davvero molto in fondo e per quanto difficile possa risultare, sappiamo riconoscere quando le cose giuste ci sono state dette al momento giusto, e allo stesso modo chi le ha dette dovrebbe saper riconoscere se sono davvero giuste anche per sè, ma magari dette al momento sbagliato – sempre per sè. Oppure se è tutto sbagliato – parole e momenti - e davvero si tratta solo di un capriccio. Nel qual caso sarebbe “quite fair” lasciar stare in pace l’altro.
Durante la cena di stasera ho visto fuori dalla finestra, in strada, passare un pick-up bordeaux pieno di scritte spray sui finestrini oscurati: «Young and in love» e poi tutti cuoricini. Allo stesso modo in aeroporto, ieri, una moglie era venuta ad accogliere il marito con un cartellone disegnato con i colori a pastello: «I love you». Punto. Sembra davvero di essere in un film qui, nel senso che tutto sembra esagerato fino alla finzione. Ma forse mi sbaglio. Forse sono solo io a non riconoscere più la sincerità di un sentimento vero e profondo come quello dei ragazzi che guidavano quel pick-up.
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Many thanks to Antoinette, thanks Popi, Fabio, Vic.
You know, last sleepless week allowed to me to experience not the after-effects of the jat-lag. On the contrary it’s like I’d have been leaving here since ever. Ih-ih!
The hotel is just on the waterfront, between Water Str. and Shoreline Blvd., that is nearby the port. As usual. It’s right so. If we’re freight forwarders it lies with us, or not? This is our own place and effectively it gets unchanged the scenery out of the windows of the hotels where I’d slept till today, either I’d been in Dubai, or Cape Town, or Cartagena or Ahrus. And yet, as far as it’s dreary, I have to say that those woods of 500 tons cranes, all those truck-trailers have their own charm. Looking at handling operations of such enormous goods, at mechanical arms lifting with such prettiness colossal pipes, chimneys and similar… looking at Flo-Flo Heavy Lift Ships, all this grants to the spectator and to whom planned the above mentioned operations a surprisingly omnipotence feeling, or of huge power at least.

Corpus Christi, like the rest of the US as far as I can understand, is made of kind of streets that saying them simply large is not enough. More over they are crossed by cars looking 6.6 meters trailers and very big men drive them, carrying 3-years babies looking young 40-years guys. I have to admit that even if the approach with US people was rude, today I met a lot of helpful and affable American people. They say this is a Texans characteristic.
Yesterday an old fairy woman told me at the airport: «If this is your first time in US, be careful. There are a lot of good people, but there are also a lot of bad people».
Writing this introduction I would like to say only that we are all strange people. Definitely all. We built roads and buildings on the basis of our own needs, changing the landscape and making it as humanlooklike as it’s possible (?). If out there is too hot and humid, don’t worry you can come into the hotel or the nearest mall to discover a new unexpected Pole. If you’re thirsty, don’t worry, ‘cause you can have a maxi-Coke or you can choose you favorite Margarita among those 10 thirst-quenching available flavors!
Oh my God! We mixed also different animal races in order to get such model, which really could be mistake for our childrens because of the several common features with us. We done impossible things and, they say, we take advantage of only a little percentage of our abilities/faculties.
If it’s right, why sometime a handwritten letter, or just a word, possibly said with the right tone and at the right moment (and please think about the fact that the genesis of the word is not so different than the belch’s one), is enough to hurt us? Why our Achilles’ Hill must be located in a such impalpable and indefinite dimensions like the feelings’ one and thoughts are? Why it can’t simply be just in a stupid callous heel-bone so that when they strike on us we already know the exact pain we’re incurring?
We spend our life trying to satisfy our narcissism, even when we can recognize it in doing something good for somebody else, that is in looking for confirmations, but at the end, when it seems that we found someone appreciating us for what we really are we can only be on the defensive, like an intergalactic shield by the entrance of our inner world, hoping to be ready enough to shield the coming shot.
I do believe that all we need to know that there is somebody trusting us, or am I wrong? I read a touching article by the actor Joss Ackland dedicated to his partner, the actress R. Kirkcaldy affected by a neurotic disease.
He wrote with reference to his love story:
«[…] the pleasure of being together, the joy of the first touch, the login for the unobtainable – and then, when the unobtainable was obtained, more became considerably more».
Is this not what all we’re dreaming of? Don’t we want hear sentences like: «Darling, when you go, I promise I will follow you», even when that “go” is referred to the death (and even if we never really expect so much from our soulmate)?

Well. But from what get born this feeling? What make us believe we’re the right one for that person we like so much? Does it really deal with an inexplicable phenomenon? Must the time spent together be an essential variable for the blossoming and the acceptable duration of such relationship, or all can come to life even from few hours spent together, that is just the duration of a flash? Can we know that he’s our prince even after only 20 minutes we met him?
I prefer to consider loves at first sight just like infatuations, once simply named “crushes”. I am sorry and I do fear to write this, but even if I know I desperately need to know that there is somebody believing in me, out there, appreciating me for what I really am, what I learnt during these last years is only trying to be as suspicious as I can.
In my capacity as Narcissus, and stupid, concepite italian guy from south I really love to hear somebody standing on ceremony and to show his affection, but by now even if I receive love and congratulations I do believe in them at the beginning, but at last I do my best to disenchant me, assuming that that person is only jerking me around, pulling my leg. This is a defensive tactics, of course, which gave a return in the past already. But can this tactic be dangerous? Even if we’re sure that our Achilles’ hill is too exposed, can decrying positive critics towards us mean decrying ourselves as well?
When can we believe in relaxed way in positive critics, or in flattering appraisals?
Two minutes ago I was looking at my beige suit on the armchair, the one I worn tonight and maybe the only one fitting like a glove. I’d thought: “If it’s so difficult to find a perfect suit (in my case overall) except if we ask for a tailor-made suit, and if we can say the same about the soul mate we’re looking for, so how many people around us have not been content with the better fitting size and the model?”. Sometime we like a suit so much that we can’t be impartial. In the same way we get hung up, or allow ourselves to somebody even though we are impressed just by only one character aspect, or special ability.
In such cases is it not much more better to admit that as far as we like that suit we already know that even if we buy it we’ll never wear it? Otherwise what would be our convenience? Or maybe it’s not important at all that the suit would fit like a glove, but having just something to wear is enough, on condition that we’re at ease wearing it. If it’s so, well, we can go around naked, indeed, that is to be alone (the most important thing is feeling good).
But maybe this comparison with suit and dresses has got nothing to do with it and all this is the result of the umpteenth nightly quibbling of a guy from south Italy in US.
What I am thinking now is that all we contemporary men have a huge problem in recognizing what’s only a deceptive freak from what’s a real need. My relief is that to be honest, but very honest - with ourselves first – we can recognize the right word said at the right moment. And at the same time, who says something knows if that is the right word at the wrong moment – for him. Or if all is completely wrong, so that it’s better forget it and live the other in peace, otherwise it would be quite unfair.
During my dinner I saw a bordeaux pick-up covered with writings and drawings spray made. «Young and in love» and a lot of little hearts.
It seems to me I really am in a film, I mean all seems to be so exaggerated up to fiction stage. But maybe I’m wrong. Maybe this is me, I can’t distinguish anymore a sincere feeling like the one shown by the young guys driving that funny pick-up.

1 comment:

vic said...

Sembroun rabdomante o anche un vampiro. In cerca di una connessione wirless da succhiare. Ora un vicino di casa mi ha dato la password della sua, che però dalla piazzetta in cui sono seduto ora si prende e non si prende. Da casa neppure questo. Mi faccio quasi pena- Comunque, quanto al tuo scritto. Pensavo oggi mentre facevo la pennica: il pavone fa la ruota e si fa figo per arruffianarsi a femmina, ma poi la ruota non la fa più. Tutti all'inizio tendiamo ad adulare un po' per sedurre chi ci piace. Non è tutto finto ma a volte forse un po' si calca la mano. Tu cerca di raggiungere un compromesso tra il cinismo che traspare dalle tue parole e il lasciarsi abbindolare come la femmina del pavone. Baci baci