Friday, 24 July 2009

Via da Milano.


Caro Professore,
non ho la presunzione di pensare che sia tornato qui, a leggere di me. D’altronde, se l’ha fatto me ne dolgo perché sono certo che sarà rimasto ineluttabilmente deluso. Altro che “lago di Narciso”! Ma è più forte di me. Ci fosse Lei, qui, parlerei. Parlerei davvero. Perché si capisce che Lei è uno tosto. Uno giusto.
In mancanza di ciò, dunque, mentre il telefonino di cui Lei ha sublimemente scritto trilla, taccio e mi aggrappo al Sony Vaio.
Me ne vergogno un po’, ma non sono comunque disposto a concederLe la ragione. Sono pronto, anzi, a tirare in ballo qualsiasi attenuante. «Negare anche di fronte all’evidenza» come si suol dire.
Per esempio – tanto anche stanotte Morfeo sembra deciso a non cagarmi di striscio –, inizierei con E. White che ha scritto:
«[…] My questioon is: to what extant can you consider writing like a medicine to overcome life’s adversities? I mean: can you consider writing like a medicine or it’s an attempt to shun difficulties?».
Già. Per me a volte, anzi il più delle volte, lo è la lettura. Me ne accorgo ora. Ma perché accade ciò? Credo che sia proprio questo ciò che si chiama “fase di negazione”, o sbaglio?
Ecco che, se fino a ieri scrivevo e raccontavo in giro della mia paura di partire per gli USA, della sensazione di ripugnanza all’idea di affrontare questo viaggio, stanotte al contrario non vedo l’ora di andare via di qui, da Milano. La negazione, appunto. Negazione di ciò che sta intorno. Negazione della negazione. Meglio: negazione del rifiuto, perché Il rifiuto fa male (e in questo rifiuto di cui narro qualcuno riconoscerà se stesso come riflettendosi in uno specchio, appagando il proprio narcisismo. Qualcuno cattivo per davvero, forse).
Capita però – a me molto spesso - di sentirsi a proprio agio stando lì, a imbozzimarsi nel fango del diniego. Ma questa è un’altra storia. S’intitola, forse, vittimismo. Forse bisogno di attenzione.
Comunque sia non voglio divagare, e il punto adesso sta nel fatto che per davvero il diniego si deve saperlo governare. Meglio dire allora: bisogna sapersi governare.
Prendiamo l’amore – tanto per cambiare, dice? Ma in fondo cosa siamo senza amore?
Bene, che mi sovviene una frase di Ecatone citata in una lettera di Seneca a Lucilio (quanto amo le lettere di Seneca!) riferita, in verità, all’amicizia e al bisogno presupposto di un amico, ma che io adatterò al contesto menzionato sopra.
Pare che Ecatone abbia detto: «Ti rivelerò un filtro d’amore senza droghe, senza erbe, senza alcuna formula di fattucchiera: “Se vuoi essere amato, ama”».
Eh? No, dico: EH?? E poi mi domando: davvero è così semplice? Davvero «la differenza fra un agricoltore che miete e un altro che semina è quella che sussiste fra chi già ha trovato un [amante] e chi se lo procura»? Nell’amicizia, come nell’amore, non mi sembra proprio che seminare sia sufficiente. Che, non ci vuole forse anche (molto) culo? E non usciamocene con le stronzate del tipo che «i metalli leggeri sono fruibili a fior di terra, mentre i più ricchi, la cui vena si cela in profondità, appagheranno più sostanzialmente la tenacia di chi li scava». Sarebbe del tutto un controsenso.
Se amiamo qualcuno che non ci ama, quindi se seminiamo una terra sterile, allora come si può individuare il limite fra il cercare di fare un buon lavoro di semina e avere l’intelligenza di capire che sarebbe meglio seminare altrove? Non è difficile, tropo difficile farlo? Non aveva sofferto Neruda scrivendo: «[se] ti decidia lasciarmi sulla riva del cuore in cui ho le radici, pensa che in quel giorno, in quell’ora, leverò in alto le braccia e le mie radici usciranno a cercare altra terra»? Ci sarà poi riuscito, Neruda, a trovare quell’altra terra? Non sarà stato più facile tramutare l’amore in odio?
Come si fa a rassegnarsi all’idea del rifiuto, quando siamo noi a essere rifiutati e non una manciata di stupida semenza? Se davvero crediamo di essere il chicco giusto per il fondo in cui ci siamo casualmente imbattuti, se lo riteniamo davvero un bene per noi, come si fa a osservare lo sbarramento che ci pone la natura? Senza dubbio «osservare un limite è difficile nel caso di ciò che tu ritieni un bene».
Giaggià. Molto difficile. Soprattutto per chi ha la sventura d’essere venuto al mondo non come un solido tronco di ottima fattura che cade a cavallo delle onde furiose del fiume della vita, collegandone le rive parallele e facendosi sovrappasso sicuro per il viandante, ma, ahimè, come una foglia misera e stinta che si è staccata da un arbusto esile e nell’acqua furente, invece, ci è planata.
Per dirla “papele-papele” (caro, vecchio Pasqualino Zagaria, in arte Lino Banfi, mio secondo padre): quand’è che smettiamo di essere corteggiatori per trasformarci in uomini zerbino?
Se in amore e in guerra tutto è permesso, allora è permesso anche fingere di non avere una dignità rischiando la massima sofferenza (combattere fino alla morte), oppure è maggior indice di intelligenza alzare bandiera bianca e arrendersi? In che misura c’entra la dignità, l’intelligenza in tutto ciò? So che non sono l’unico a chiederselo, ma per quanto mi riguarda ancora una volta non so davvero rispondere.
Ecco che il viaggio imminente si trasforma in manna dal cielo.

5 comments:

vic said...

La dignità c'entra tantissimo. Non trasformarsi in "uomini zerbino" è indispensabile per se stessi,per il valore che ti dai e che hai. Combattere non serve: non ci credo. Le cose devono scorrere con spontaneità, senza fatica. Altrimenti si vede che non è destino. E probabilmente è meglio così (ma lo si capisce dopo). Abbatti con una scure l'autocommiserazione,parti se c'hai da partire (aiuta eccome!) e prendi consapevolezza del fatto che il mare è pieno di pesci. La distanza porta lucidità di vedute, quella che probabilmente adesso essendoci dentro con tutte le scarpe non hai e che quindi non ti consente di guardare la realtà con occhi obiettivi.Non accanirti, che accanendosi c'è solo da farsi male. Dirlo da fuori è più facile è vero..ma ci siamo passati tutti da quelle strade lì, e la memoria ancora funziona bene.
"..l'argento sai si beve,ma l'oro si aspetta". Aspettalo,accendi i sensi e aspettalo,prima o poi l'oro lo troverai .

Anonymous said...

che dire.....sempre bravissimo

Madavieč'77 said...

Ciao Vic!
Sì sono d’accordo.
Certo il discorso sopra è stato reso molto generico.
Ho scritto d’“amore”, ma conosciamo benissimo la differenza fra tale sentimento e il classico, sciocco “impantanamento” adolescenziale.
Ma in sostanza è meglio staccare per un po’ comunque…
Credo – scusa se ti tiro in ballo – che cominciamo a essere troppo vecchi per queste cose, che ne dici?
Ci si fa certi film… Spielberg ci fa una pippa.
Say stop to “pisci vrachetta” and asshole mouse-hunts, am I right?

=)
Rf

vic said...

Ah io si che sono vecchio per queste cose,e già da tempo!!Le montagne russe emotive ho iniziato a non reggerle più da tempo ormai,come quelle vere del LunaPark del resto. Ormai aspiro a un tranquillo tran-tran quotidiano ;-)
Aspetto la traduzione dell'ultima misteriosa frase.........

Madavieč'77 said...

Però, Vic, sapessi com'è... cioé, è proprio quello che credevo di star cercando. Bedduzzo, e pare pure spiertu!
Vabbò... Never mind!
Rf