Friday, 31 July 2009

What's the next?

(Sopra: veduta di Corpus Christi).

Ci sono reazioni che non cambiano mai.

Sapete, da quando sono arrivato il vento non ha smesso di soffiare un secondo, e non è neppure diminuito d’intensità. Sì, perche si tratta di un vento davvero forte, quello che tira dall’oceano appunto. Ma se appena si sbarca e si mette piede fuori dall’aeroporto si pensa “Mizzichina che vento” (okay, magari non tutti penseranno proprio “mizzichina”, ma ci siamo capiti), ecco che già dopo due giorni ci si abitua. Non c’è nulla da fare, noi essere umani siamo animali abitudinari e stop. E così, quando stamattina mi sono svegliato e ho visto che le palme in strada non erano piegate in due, mi è sembrato quasi strano.
Perché scrivo questo? Perché credo che possa valere come esempio per spiegare come spesso ci si abitua anche a cose peggiori, del tipo: vivere attanagliati dalla paura della malavita. Con la differenza che se non possiamo fare nulla per far smettere il vento, la criminalità invece la si può combattere, e se c’è qualcosa che in generale non funziona possiamo sempre intrometterci e modificare gli eventi. Anche solo in parte. Solo dopo che avremo zittito il sussurro dello scirocco delle disfunzioni in cui siamo abituati a vivere potremo apprezzare veramente l’energia del silenzio e della pace propri di un paese che procede al meglio delle proprie capacità.
Ed ecco che, per l’ennesima volta, un assaggio di come potrebbe essere il nostro paese senza alcune brutture mi deriva dal confronto con persone d'ogni parte del mondo, confronto che, come dicevo, mi suscita una reazione che è sempre uguale nel tempo e consiste in una mistura di sentimenti contrastanti. Divento una friggitrice colma d’olio bollente in cui chi mi sta di fronte lascia cadere una quantità variegata di considerazioni e giudizi che subito iniziano a sfrigolare, diffondendo tutt’intorno l'usuale puzzo di cogitazione forsennata.
Le parole chiave del meeting di oggi sono state ancora una volta: “tecnologia”; “sviluppo”; “moderno”; “globale”; e simili.
Ma l’argomento che ha regnato sovrano è stato: “maggiore attenzione per l'ambiente”. I microfoni hanno riverberato non-stop frasi del tipo: «Developing a green supply chain»; «Enviromental and economic implications [from global goods movement]»; etc… etc…
Se da un lato credo sia curioso e faccia sorridere il sentire dire certe cose a labbra americane, nel paese che solo poco tempo fa s’è deciso a firmare le tre pagine d’accordo che introducono al nuovo protocollo di Kyoto, dall’altra devo riconoscere di nuovo la determinazione di cui questa gente è capace dopo che ha individuato un obiettivo da raggiungere. Non in ultimo è da ammirare – e disorienta alquanto – il modo affettato di manifestare il proprio impegno.
Mi sono domandato: si tratta davvero solo di aria fritta, dell’esagerazione connaturata al modo di fare statunitense che si rispecchia fedelmente in quelle bistecche simili a mattoni refrattari, servite su piatti che sembrano più vassoi da portata, e nelle fette di apple-pie da mangiare con cucchiaini che in realtà sono cucchiai da minestra (mentre la minestra che è servita in recipienti simili a secchi della Vileda di conseguenza si assapora coi badili), e che spesso noi italiani siamo pronti a criticare, se non a ridicolizzare? Oppure siamo noi, noi italiani, buoni solo a ergerci a giudici presuntuosi quando, a ben vedere, nel nostro operato non c’è poi molto che giustifichi tale presunzione?
Il fatto è che mi trovo in un paese straniero che è anche troppo vasto e dove, sì, la gente è vero che se ne va in giro con stivali di pelle di coccodrillo lavorati con dubbie fantasie floreali e quando possibile con un bel cappello bianco a falda larga stile cow-boy (li voglio anche io assolutamente!), ma anche dove la gente si sta dimostrando disponibile, di cuore, che quando sente che qualcosa non va si fa in quattro per trovare la soluzione migliore e sempre nel rispetto di tutte le regole vigenti (che non sono poche).
Non sapete quanto mi stia costando ammettere tutto ciò, ma non posso farne a meno dopo che proprio alcuni dei soggetti fra questi descritti sopra mi si è avvicinato e, dopo avermi chiesto di dove sono, ha commentato: «Uao-o-o! I-ta-li-a-nou!», aggiungendo dopo la puntuale pausa di silenzio che oramai ho imparato a temere «Pis-sa!» cioè “pizza” e naturalmente, con un risolino… «Mafia!». Sì, questa la pronunciano benissimo.
E te pareva, mi sono detto.
Ho avuto la fortuna di cominciare a viaggiare all’età di quindici anni. Oggi, a trentadue, sono ancora in grado di deprimermi di fronte a commenti di questo tipo, all’associazione mentale Italia-Mafia che non solo in America, ma in tutto il resto del mondo rimane immutata nel tempo. Questo siamo: pizza e mafia, mafia e pizza. Anche quel mongolo del mio collega (nel senso che viene davvero dalla Mongolia), si chiama Mongoljingoo, ci associa in primis al telefilm “La Piovra”.
E io? Cosa posso rispondere io? Forse: «Ma insomma, basta!, oramai è acqua passata. La mafia non esiste mica più!». Be’, che mi piacerebbe certo.
Quando ci troviamo in un contesto internazionale in cui discutiamo di nuovi progetti e “rapid growth of global shipping” – dove “shipping” sta sì per movimentazione merci finalizzata al profitto individuale, ma dove volente o nolente è implicato anche un reale interesse allo scambio culturale – dove ci piazziamo noi italiani?
Se in un paese così vasto come l’America alla fine dei conti sono riusciti a far fronte all’emergenza terrorismo (certo che sì, anche a costo di ispezionarti er bucio der culo) e adesso pare che abbiano per le mani anche validi progetti finalizzati a salvare il pianeta dall’effetto dei gas serra, noi italiani non dovremmo iniziare a porci qualche domanda in più? Non sto qui a discutere di certo le modalità d’azione. Infatti chissà, magari gli USA porranno fine al timore dei gas serra prodotti in larga misura dai paesi in via di sviluppo eliminandoli con una mega-bomba. Ciò che voglio dire è solo che qui, come altrove, quando vogliono una cosa emminchia se s’impuntano!
Senza andare troppo lontano, prendiamo l’esempio della nostra vicina di casa, la Germania. Credetemi: non ho sentito nemmeno uno a caso dei colleghi del resto del mondo esclamare di fronte al tipo tedesco: «Uao-o-o! Deutsch? Heil Hitler!» (per fortuna che rimangono i crauti per prenderli per il culo…).
Se la Germania è riuscita non senza fatica a scrollarsi di dosso la cenere nera e luttuosa generata da un fenomeno orribile come il nazismo, riuscendo invece a raccogliere svariati complimenti per la crescente forza commerciale e il climax di esportazioni, nonché per la manifattura di qualità di macchinari di ogni tipo, perché anche l’Italia non potrebbe andarsene al giro per il mondo a beccarsi commenti entusiastici che non siano rivolti ai ravioli e alle sue spiagge (anche quelle poi sempre meno blu)?
È per questo che oggi se da una parte mi congratulo con il nostro Paese per essere riuscito a sottrarre altri 60 milioni di euro alla ‘ndrangheta che pur sempre rimane padrona di un’infrastruttura statale quale l’autostrada SA-RC, dall’altra mi chiedo: non è che dovremmo dimostrare maggiore modestia e iniziare ad apprendere da chi ci sta intorno? Possibile che pur essendo l’Italia un calzino di modeste dimensioni rispetto agli enormi Stati Uniti sia tanto più difficile da governare, nel senso di “rimettere in ordine”?
Ridiamo pure dei cucchiai formato badile degli americani, ma diamo un’occhiata ai programmi di formazione che alcune aziende del nord America portano avanti con i propri managers nel sud del paese. Ridiamo e temiamo pure le file alla dogana quando veniamo a trovarli, ridicolizziamo l’eccessiva mentalità militaresca e machista. Ma stamattina, ascoltando via internet per l’ennesima volta al TG il resoconto di un’operazione anti-‘ndrangheta ho pensato davvero che mandare giù un nutrito gruppo di managers milanesi scortati dall’esercito per risollevare le sorti del nostro sud non sarebbe una cattiva idea (inoltre, lasciatemi dire che per molti managers milanesi si tratterebbe solo di tornare a casa e quindi potrebbero anche essere felici di contribuire allo sviluppo della loro terra, a patto di essere ben protetti da eventuali ritorsioni).
Magari mandiamoli con una decina di quei pullman che sono costretto a prendere io per tornare a casa, o con uno dei nuovissimi treni "freccia-minchia" che ancora arrivano a Eboli e si fermano come fece Cristo nell’immaginario della buon’anima di Carlo Levi.
E poi? E poi ho sentito ancora della Lega che predica insegnanti che sappiano parlare il dialetto o qualcosa del genere…
Ora, io sono uno pro-conservazione della cultura locale, ricorro spesso ai termini dialettali anche quando scrivo, ma ci rendiamo conto che siamo rimasti forse l’unico paese europeo in cui ancora nessuno parla l’inglese? Ma dove vogliamo andare ancora? Per usare una frase con cui il mio collega australiano oggi ha concluso il proprio intervento: «What’s the next?».

2 comments:

vic said...

Se fanno il test di dialetto milanese a me mi bocciano sicuro!

Popinga said...

Sono (ero) biondo, con fattezze del tutto franco-tedesche. Dovunque in Europa, dove posso sfoggiare il mio fluente francese o il mio inglese scolastico, non credono che io sia italiano. Un giorno a Friburgo sentono che parlo italiano con la mia ragazza di allora. Chiedo un'informazione stradale a due giovani, che rispondono esordendo "Ah, italiano mafiossi!"