Friday, 28 August 2009

Cena con trappola - Trap-dinner


Sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo. Sapevo che mio padre non si sarebbe rassegnato, o che quantomeno avrebbe fatto un tentativo. Più che altro speravo di essere in errore, ma…
Alla fine di un pomeriggio trascorso a far la spola dalla battigia al lettino e viceversa, fra un’esibizione di nuoto sincronizzato con la mia amica Regina e un sonnellino sognando dell’ultima proposta di menage a trois al mio ritorno a Milano, mentre Regina ricostruiva le formazioni della Rossanese Calcio degli anni Ottanta e disquisiva col Fra di un certo Kakà e non so più chi altro, ecco che ricevo la telefonata del babbo che mi ricorda la promessa fatta ieri di cenare con lui e la sua compagna questa sera.
Sicchè, dopo aver raccolto asciugamano, sigarette e occhiali da sole mi precipito a casa sua, sicuro di trovarli oramai indaffarati ai fornelli. Meglio non far tardi, soprattutto se il giorno prima l'ho trascorso interamente con mia madre non dando cenni di vita a lui.
Ed ecco che me li ritrovo invece - mio padre e la sua compagna - a fare parole crociate sul dondolo.
«Stasera andiamo fuori a cena con la mia amica A. e suo marito» butta lì. «Sempre se ti va», aggiunge poi con tono vago.
«Okay» rispondo. «Allora faccio una doccia e mi cambio».
Montàti in auto:
«Tu non le conosci le figlie di A., vero?» mi chiede.
«No» sibilo io. Un po’ perplesso, cercando di ricordare. Ma nulla viene a galla. La superficie della mia memoria è oleosa, fin troppo pigra.
«Be’, sono davvero delle belle ragazze. Molto intelligenti» continua mio padre con lo sguardo fisso sulla SS106».
“Ne prendo atto” penso e continuo a tacere. Il che vuol dire "Sono contento per loro, ma fondamentalmente me ne fotto."
Arrivati al ristorante A. e il marito telefonano per avvisare che faranno dieci minuti di ritardo e che… porteranno una delle due figlie.
Nulla di male, no? No, infatti.
Arrivati. Ci si siede a tavola. Il destino vuole che la ragazza, giovane e carina davvero, forse anche interessante se le avessero fatto dono della parola – poverina sembrava un po’ in imbarazzo - sieda quasi dalla parte opposta alla mia. Al mio fianco sua madre, quindi, insiste:
«Dai, vieni a sederti qui, vicino a Raffaello, così io posso parlare con la signora F.».
Ma quella non ne vuole sapere.
La cena va avanti con una serie di antipasti e primi e secondi piatti, come vuole la più ferrea dieta mediterranea – polpette fritte di melanzane, frittura di pesce, frittura di fiori di zucca, crostini di funghi e peperoncino, etc… .
La cena termina dopo tre ore circa.
Si ritorna in auto e:
«Allora, che te ne pare della figlia di A.? Bella cena vero?».
Be’, che io questa la chiamerei “cena con trappola”. Che ne dite?
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I knew that it was only matter of time. I knew that my father would never live with it, or he would have made at least an experiment. I hoped I was wrong in thinking like this more than everything.
At the end of a silly afternoon spent shuttling from the water’s edge to the camp bed and vice versa, performing a synchronized-swim show with my friend Regina, dozing off and dreaming of the last proposal I received to take part to a ménage a trios after coming back into Milano, while Regina remembered with her friend Fra of the ‘80s lineup of the Rossanese football team and while she still spoke with Fra about a such Kakà - is he a football player ? - and who-knows-anybody-else, well, I’ve received a phone call by my daddy remembering of my promise to have a dinner tonight with him and his partner.
So that after picking up my sunglasses, cigarettes and my towel I rushed to his home, sure to find him and his girl friend both busy, cooking some of those usual "light" typical south-italian receipts

Wednesday, 26 August 2009

A me mi piace a...


Ih-ih! Sono le 3.00 a.m. e a me mi scappa proprio da ridere.
Non sapete in che condizioni scrivo... E non sono ubriaco!
Vabbè, che pensavo come a me mi piace a mangiare, a mangiare dolci soprattutto - anche se mo mi sto tenendo molto. Mi piace anche a bere, soprattutto la Guinness.
A me non mi piace,però, a fare le file alla posta di Rossano. Infatti oggi sono entrato nelle poste alle 9.50 e ne sono uscito - in punto di svenire - alle 13.00. A me non mi piace che quando arrivo alla posta a Rossano non capisco perché non funziona tutto come negli uffici postali del resto d'Italia, oppure perché se arrivi alle 12.00 negli uffici pubblici che dovrebbero chiudere alle 12.30 trovi già chiuso e quando bussi ti aprono e con aria di sufficienza t'informano: "Banciòrno. Mo simu chiusi" ("Buongiorno. Ora siamo chiusi"). E tu dici: "Ma come, non chiudete alle 12.30?". E quelli ti rispondono: "Sì, però mera ca oj amu fattu già ruvicent' numerini!" ("Sì, però guardi che oggi abbiamo già fatto duecento numerini!").
A me non mi piace a scrivere questo e a fare la parte di quello che, dopo che ha scritto che Milano è una città stupenda ma ideale per coltivare l'ulcera, adesso è al mare e al sole della Calabria e vorrebbe riproporre la stessa considerazione.
A me mi piace che oggi ero steso sulla battigia e quasi mi ci piagliava il sonno, quando ho iniziato a pensarti, a immaginarti al mio fianco, che mi abbracciavi con le tue braccia scure e mi baciavi con le tue labbra rosse, mentre ascoltavamo le onde.
D'altronde a me non mi piace per un cazzo che il giorno dopo che un folle omofobo ha accoltellato un ragazzo solo perché stava pomiciàndo col suo tipo, sul "Corriere" esce una pagina dedicata a "La lotta ai maltrattamenti", in cui si parla di... un "nuovo codice dei diritti degli animali" e la nuova legge quadro che tutela gli esseri senzienti, e si scrive: "L'Italia sta diventando uno dei paesi più avanzati d'Europa per le norme che difendono gli amici dell'uomo", mentre chiddu poveru cristu c'avìa lassatu a pedda! Mah...
Be', a me mi piace quando mio nonno dice che è proprio vero che "i genti ull'ha accuntentate manco Gesucristo, tant'è ca l'han' mis' a ra crucia!" ("La gente non l'ha accontentata nemmeno Gesù Cristo, tant'è vero che l'hanno messo in croce").
A me non mi piace a pensare ch'è vero, che sì - sim' fricati! Siamo fottuti!

Saturday, 22 August 2009

Piccoli uomini crescono - Little men, or Mauro, Luca & Raffaello.

Alcuni vedono un amico in una pietra preziosa – chiamali fessi!
Altri lo ritrovano in un animale domestico.
Secondo Ovidio - ma anche Aristotele - le amicizie si devono stringere solo fra eguali, o quantomeno ciò è raccomandabile perché pare siano più durevoli e affidabili.
Sono appena ritornato in Calabria dopo aver trascorso tre giorni ricchi di emozioni nella Repubblica del Salento, in provincia di Lecce, un soggiorno da cui non ho guadagnato solo l’avanzamento di uno stadio nel processo di recupero del mio colore primigenio, cioè di quand’ero ancora un piccolo terruncello.
Mi sono rilassato, ho scritto, ho letto, mi sono tuffato da scogli puntuti dopo aver mangiato un po’ di ricci e ostriche appena pescati. Ma soprattutto ho ritrovato i miei, di amici. Non si tratta di diamanti, neppure di cani o gatti, ma semplici ragazzi, uomini come me, ma non miei eguali.
L’occasione è stato il matrimonio di uno di noi tre, quello che ci ha ospitato. Un salentino, un lucano e un calabrese.
Ci siamo conosciuti dodici anni fa e per sei abbiamo vissuto nella stessa casa, anzi nelle stesse case. Abbiamo condiviso anche i traslochi, naturalmente. Sei anni di convivenza, con gli inevitabili periodi sì e no, fra screzi sciocchi per chi doveva pulire la cucina e chi il bagno, e che oggi raccontiamo divertiti, e fra consigli su come affrontare un esame, o la rottura di una relazione amorosa. Uno teneva in camera, appesa al muro, una bandiera nera dello M.S.I. e le foto di Cuccia, l’altro un poster rosso e nero col ritratto di Che Guevara e la foto di una foglia di marijuana, il terzo una specie di scultura fatta coi pacchetti vuoti di Marlboro e Diana Blu e una bandiera dell’arcobaleno – o poco ci mancava, forse c’era ancora troppo pudore.
A carnevale si andava alle feste travestiti uno da Brandon Lee nei panni de Il Corvo, un altro da metallaro e il terzo da Raffaella Carrà. Diversi l’uno dall’altro quasi in tutto, eppure l’uno all’altro vicini, disponibili a elargire consigli, o quantomeno ad ascoltare.
Piccoli uomini crescono.
Seguono ognuno il proprio percorso. È a questo che pensavo quando mi avete colto in fragrante, con le lacrime che mi rigavano il viso, ossia dal momento in cui è entrata la sposa fino a quando la nuova famiglia non ha messo piede fuori della chiesa di Castro, illuminata da un impietoso sole agostano e profumata della salsedine che si attacca a quella parte di terra e scogli che delimitano il confine fra lo Ionio e l’Adriatico.
Dodici anni e, pur cambiando, sempre uguali. Forse è questo che mi piace dei miei amici – il rimanere fedeli a sé stessi, il non tradirsi, l’essere un punto di riferimento costante; che sia nella propria immaturità – il mio caso – o nella propria affidabilità e precisione.
Dodici anni sono pochi se spalmati sull’arco di una vita intera. Ma io sono felice di aver condiviso questa minima parte della mia con loro. E per questo sarò loro sempre grato.
Un abbraccio e ancora auguri di tutto cuore, Mauro.

Wednesday, 19 August 2009

Perché noi valiamo.


In un articolo datato 1997 dal titolo “La borsa dei valori”, il Professor Magris scrive:
«La dimensione più autentica dei valori è quella che li vede non declamati o sbandierati, bensì calati nell’esistenza quotidiana, vissuti a fondo e tradotti nel modo di essere e di operare».
È una frase dal valore – appunto – universale. Sempre valida, senza una data di scadenza. Ma quali sono questi valori di cui tanto sentiamo parlare ancor oggi? Esiste una soggettività dei valori?
Nel suo articolo, Claudio Magris proseguiva:
«Ovviamente i valori – e la loro esigenza – vanno rivendicati in una cultura che, sempre più, considera la vita solo in termini di bisogni, efficienza, utilità; anche in questo caso, i valori non vanno contrapposti ai bisogni, ma devono ispirare il modo in cui li si considera, li si soddisfa, oppure li si sacrifica a qualcosa di superiore».
In questi ultimi giorni ho riflettuto molto su questa frase. Una serie recente d’eventi di pubblico dominio, straordinari nella loro logica regolarità (per esempio: a ogni stimolo risponde una reazione; ossia: se si relaziona pubblicamente su ciò che non va a causa delle cosche ci si deve aspettare una seppur minima ritorsione), e il suo concatenarsi a una serie di episodi più datati, di stampo privato mi fanno intuire che la necessità d’una gerarchia di valori oggi non è più avvertita. Forse sarebbe meglio dire che oramai la maggior parte di noi ha rinunciato a possederne una perché è sempre più diffuso un atteggiamento menefreghista e strafottente che anche con il singolo valore e tutto ciò che questo vocabolo reca seco ci si pulisce il culo.
Da cosa deriva veramente questa rinuncia?
Si tratta di fretta, di pigrizia, di egoismo crescente? Si tratta della percezione inconsapevole della fine sempre più vicina e, quindi, d’una seppur intuibile ma inspiegabile noncuranza rispetto a un impiego di energie che risulterà presto essere vano?
Di qualsiasi cosa si tratti, sono sicuro che se andremo avanti così il poco tempo che rimane sarà tutto e solo per i più prepotenti.
Amore: Qual è la gerarchia di valori universalmente validi in amore? Spesso ci leghiamo a una persona nella convinzione che sia quella giusta per noi, ma naturalmente può sempre accadere che un giorno c’imbattiamo in una a caso fra i 6,82 miliardi di persone che abitano questa terra e la nostra certezza venga meno.
Non vogliamo parlare della solita scopata di una notte, della cosiddetta “botta e via”. Parliamo di una persona che inaspettatamente riesce a coinvolgerci, una persona che pur non conoscendo a fondo sentiamo potrebbe andare meglio di quella che già occupa il posto al nostro fianco, su cui iniziamo a fantasticare senza poter controllarci, travolti da una discrasia turbinante che finisce col provocarci la nausea. Quali valori ci impediscono di liberare quel posto per dare il via al change de femme?
Società: Allo stesso modo osa ci impedisce di cambiare la società intorno a noi se inizia a fare oggettivamente schifo? Cosa ci impedisce di prendere le difese del Professor Minervino se viene minacciato per qualcosa che ha scritto nell’interesse di noi tutti?
Quali valori far valere per essere felici su tutti i fronti?
Effettivamente questo apparirà come un post un po’ troppo confuso, specchio fedele del caos che mi porto dentro causa stupore di eventi simultaneamente inspiegabili.
Il bene, la stima e l’amore che nutriamo alla fine pagherà in qualche modo?
Per il momento mi rallegro del fatto che la lettera che avete potuto leggere nel post del 17 agosto è apparsa oggi sul quotidiano, congiuntamente al comunicato stampa dell’ europarlamentare, l’On. G. Vattimo in difesa del Professore Minervino.
Ribadisco quindi la mia vicinanza al Professore.
Non molliamo.

Monday, 17 August 2009

Non è che...? (Lettera a "Calabria Ora". Rimaniamo uniti).

Gentile Direttore buona sera,
spero con tutto il cuore che questa mia lettera non arrivi sulle scrivanie della redazione troppo in ritardo per poter essere presa in considerazione. Purtroppo - mi vien da scrivere a questo punto - sono rientrato in Calabria solo ieri. Vivo e lavoro a Milano, ma non appena mi si presenta la possibilità di riabbracciare la mia famiglia, ma anche solo la nostra terra - e sottolineo “nostra” - lo faccio volentieri.
Ecco che, appunto ieri, ho rinvenuto in una vecchia cesta del salone di casa la copia stropicciata di “Calabria Ora” del tredici agosto. L’ho afferrata con l’intenzione iniziale di una scorsa veloce, svogliata, di quelle che si danno quando in realtà si è alla ricerca di un semplice momento di relax, stesi sul divano a godersi la frescura domestica, al riparo dalla canicola pomeridiana; ma di colpo lo sguardo e la mandibola mi sono letteralmente cascati sulla pagina numero 9, sulla replica del signor Pasquino Crupi a un articolo della signora Caterina Provenzano ch’era - mi par di capire - dedicato al recente contributo del Professor M.F. Minervino intitolato “La Calabria brucia”.
Non ho fatto in tempo a leggere l’articolo della signora Provenzano, ma di certo ho fatto un po’ di fatica a riagganciare la mandibola all’articolazione e a ricacciarmi gli occhi nelle orbite, sgomberando la mente dallo stupore generato dalle parole del signor Crupi.
Da lettore Le racconto che ho acquistato il libro del Professor Minervino circa tre mesi fa, quasi per caso, nell’attesa di un volo che mi riportasse da Lamezia a Milano. All’aeroporto Sant’Eufemia c’è, infatti, un’edicola che oramai è diventata per me un punto di riferimento, in quanto di solito è ben fornita di opere interessanti, scritte da nostri conterranei che così poca voce hanno nel panorama letterario nazionale.
Mi sono innamorato della scrittura del Professore quasi da subito e, se possibile, ancor prima mi sono riconosciuto nei contenuti dell’opera in questione.
È probabile che sbagli, ma credo che nella sua replica – del cui titolo dalla musicalità vagamente sinistra ("Condoglianze da San Luca"), in tutta sincerità, non colgo lo spirito - il signor Crupi abbia frainteso il senso risolutivo del volume di Minervino. Forse perché, come da sua stessa ammissione, non ha avuto l’opportunità di leggere il libro per intero, ma sono sicuro che, appena l’avrà fatto, non potrà ch’essere d’accordo sul fatto che la “La Calabria brucia” con il successo vieppiù conquistato potrà arrecare alla nostra regione – e sottolineo “nostra” – solo del bene. Sappiamo tutti che non è giusto generalizzare e sono convinto che nessuno fra noi calabresi creda che tutti gli abitanti di San Luca siano di una “certa pasta”, così come non lo sono quelli di Cosenza, di Corigliano o di Rossano, di cui spesso si sente parlare ai telegiornali nazionalei, ma anche internazionali.
Viaggio spesso all’estero per lavoro e sono stufo dei commenti dei colleghi tedeschi e francesi in primis durante quest’ultimo periodo, ma anche belgi, americani e persino malesiani e mongoli a proposito del nostro sud.
Giustappunto lo scorso ventitré luglio ho scritto un intervento a proposito dei “Tornado Like” - i nuovi aerogeneratori senza pale – e manco a farlo apposta avevo concluso così:
«Caro Prof [rif. a M.F. Minervino], per quanto bene possa aver iniziato a volerLe e per quanto possa già stimarLa, sogno che Lei potrà continuare a scrivere racconti e romanzi di fantasia, piuttosto che meravigliosi libri di denuncia sulla nostra Calabria in fiamme, nonostante al contempo essi siano sperticate dichiarazioni d’amore in cui mi riconosco pienamente e che adoro rileggere – nemmeno fossimo due pretendenti invaghiti senza speranza di salvezza alcuna al cospetto della stessa sgualdrinella intrigante e sfacciata.
Non voglio aggiungere altro. M.F. Minervino merita solo d’essere letto. Punto».
Ed è vero. È quello che penso. Dobbiamo saper cogliere da “La Calabria brucia” l’amore. Amore per la nostra terra che sembra andare sempre più alla deriva, faticare a raggiungere l’approdo di una società civile al pari delle altre società italiane e non solo.
Al professore Minervino va tutta la mia ammirazione. Nelle poche lettere che ci siamo scambiati ho sempre cercato di trasmettergli questo mio sentimento, forse dettato da un leggero senso di colpa per aver deciso di vivere lontano da qui, senza risolvere il perenne dissidio interiore – il tema del ritorno che il Professore ha affrontato a dovere in più suoi lavori -, per aver fatto la scelta più semplice e vantaggiosa per me. Lo ammiro così come ammiro i miei amici e tutti coloro che la Calabria non hanno voluto lasciarla da sola. Non sarà giunto davvero il momento di unire le nostre forze? Non sarà ch’è sopravvenuta l’urgenza di star meglio tutti?
È vero che qui molti paesi presentano l’architettura tipica di tutti i paesi degli emigrati, con case “necessariamente arrampicate in collina e dirupi come le capre”, ma non sarà che la gente ha iniziato a credere che si possa intervenire, non solo per smettere di violentare il nostro paesaggio che potrebbe renderci ricchi tanto così, ma anche per lasciare da parte una vita da capre abbarbicate per sistemarsi in alloggi ordinati secondo banali piani regolatori? Non è che abbiamo iniziato a credere che non sarebbe poi così difficile e che potrebbe essere addirittura piacevole? E allora: perché averne paura se è per il nostro bene?

Cari saluti,

Sunday, 16 August 2009

Adesso tocca a me

Il profumo pungente dei peperoni arrostiti alle 7.30 del mattino era una cosa di cui non m’ero accorto di sentire la mancanza, finché non ho messo piede nella cucina di mia madre.
Sembra strano no? Da quanto manco qui, cinque mesi? Forse meno. Boh, mi sembra tanto. Forse è comunque troppo. In effetti avevo bisogno di staccare. Stavolta nemmeno le dodici ore di pullman mi hanno scoraggiato. Neppure le relative scorregge che ho dovuto respirare nottetempo, o la fragranza di calze, sudore e All-Star dei passeggeri che hanno viaggiato con me, o, in ultimo, il vomito della bambina che alle due ci ha obbligato a una breve sosta in una piazzola dove la madre l’ha amorevolmente spogliata dei pantaloni ridotti a uno strano colore giallastro.
Peccato che la piccola posseduta abbia continuato a recere sulle scarpe e sulla maglietta, rimanendo praticamente in mutande.
Ma chi se ne fotte! Vi saluto e, asciugamano in spalla e slippino bianco con paillettes, me ne vado al mare, ragazzi. Adesso tocca a me: cercare di non pensare più a... - lasciamo perdere. Inizio a non pensarci da ora, forse è meglio -, ma ancora, sfuggendo alle ambasciate commissionate dai genitori, prevedo di continuare a lavorare in pace al nuovo libro, leggere, bere con gli amici.
Be', tocca a me. Punto.

Friday, 14 August 2009

New Generations Play Away


Well, it happened not long ago that I was chatting on a gay website. Actually I’m not used to do it so often, but when it comes upon I have a lot of fun.
I’ve been always told a lot of anecdotes about encounters with very strange people surfing on the net, but I have to be honest now confessing I’ve never known crazy guys, I mean crazy in a definitely way – that is odder than me.
Anyway, although – as you know – generally I’m attracted by older men, last time I run into a 20 years old cat. As usual he told me he does not see nothing wrong in such generation gap between us, but I obviously made him clear it was me perceiving it. So we restricted ourselves in telling something more about each other. We spoke - wrote – about school, my job, and he’s proving being a very smart guy till… till I read something very odd on my pink-pulsing chat-window.
Yes, this time it happened something odd to me as well. Or better still - it’s what I consider odd on the basis of my short experience.
«I’m going to Dubai» he wrote.
«Wow!» I replied «You know what? I’ve been there last year, on the occasion of a job trip. I did not like that city very much. It’s… I think it’s just an opulent desert. Nothing more. Malls and malls and malls…».
«Oh, I am so excited, indeed» he typed.
«Okay. It’s a great experience anyway. It’s a different country, a different culture. Or rather: it’s like a crossroads of so many cultures and languages! I’m sure you’ll have fun» I was bringing our conversation to an end also because I was quite tired. It was 11.30 p.m. Actually, it’s the R.E.M. stage time to me. But he surprised me with his last comment:
«I don’t know. I hope you’re right. I just hope and pray I’ll find a Pakistan manservant being disposed to get me to do a blowjob».
«…».
At first it was silence by my side.
“Who’s this?” was the first thing I suddenly asked myself for. And then:
«So, do you really think you need to fly to Dubai to run at a man with a blowjob? And why did you say “Pakistan manservant”?» I said and then I kept thinking: “It would be enough for you to come down here, on the road. Maybe you might get this main street free at last!”.
«I believe they are the only ones, who’d want it».
Why a - supposed - smart young boy would need something like this? He told me that his parents – actually his mum – are aware of his homosexuality, and his friends as well (and this is already noticeable for an Italian gay), so I don’t believe it was due to the fact he’s not free to have oral gay sex in Italy… Maybe even at his own home!?
Is there maybe a new class of Italian maniacs supporting Pakistan waiters? Or should we say oppressing Pakistan waiters (as if they’d be not oppressed enough by super-rich Arabic businessmen)? Is this me being too inexperienced, or this is really a whish showing something else? Why was he so sure that Pakistans are waiting for him?
Well, it seems to me not quite safe to manage a gay life in UEA today, but maybe this cat will find the true love in Dubai just sucking a compliant waiter, even if he’ll be any one among all nationalities living there? Maybe it’ll be so.
But I thought of another boy – max 25 years old - telling me last night about wonderful gay journeys in Malaysia. It’s easy to find love there, he told me, underlining his passion for Asiatic beauty.
I'm lso attracted by turkish characteristics for example, but why is there such a belief to find love abroad? Maybe new generations are not looking for true love anymore. Or maybe youth never looked for something like this, but they want to have fun only and this is me, who’s too much focused on his own singledom and would see love all over himself.
Must we learn from new gay generations and try to forget not how to enjoy ourselves? And what to do in case we don’t like new funs and rules? Maybe do we risk to get knockout? Must we be afraid of new generations in the middle of the Love-War and start travelling all around the world to advertise ourselves as well? I hope this is not the new frontier. It’d be too much expansive, binding and competitive to me, even though here there’s not even the idea of a trustworthy same-age partner yet, and I’m more and more discouraged now thinking of my next two weeks in the south, where I am happy because I spend my days with my family, but there is no chance to find a partner, as gays and gay life are still forcedly straight in order to avoid nasty looks at least, and sometimes this is me becoming odd. Again.

Thursday, 13 August 2009

Milano è una bella città, ma...


C’era una filastrocca ch’eravamo soliti cantare, mia sorella e io, quand’eravamo piccoli. La si cantava facendo la conta per il gioco del “nascondino”, per decidere chi dei due dovesse cercare e chi dovesse nascondersi.
Iniziava così: «Milano è una bella città, si mangia, si beve, l’amore si fa…».
Chissà come l’immaginavo questa Milano. Di certo una città dove abbondava il divertimento, il sesso – era l’inizio dell’età segaiola, fase acuta -, piena di locali e grassa di risate a crepapelle.
E infatti eccola, la “mia Milano” la chiamo oggi. Quasi mi ci sto affezionando davvero perché non ha deluso neppure una delle mie aspettative.
Però, come sapete, sono sbarcato qui dopo sei anni d’intensa vita universitaria a Roma e, quindi, ai miei occhi la città meneghina ha sempre dovuto reggere un confronto più che faticoso. Ma se c’è una cosa che non ho mai detto del nuovo comune adottivo è che è anche l’ideale per incazzarsi.
Quante volte a Roma, sull’autobus o in metropolitana, al supermercato, m’è capitato di assistere a liti furibonde fra controllori e passeggeri, fra passanti e negozianti, insomma: davvero ne ho viste di tutti i colori. Eppure, se all’inizio il tono di voce profondo e aggressivo del romano vi sbigottisce, è anche vero che al tempo stesso c’è in esso qualcosa che vi attrae in maniera subdola, vi stuzzica, v’incuriosisce, per cui alla fine invece di sgattaiolare via vi fermate ad assistere. “Cosa sta per succedere?” vi domandate. E se poi avete il coraggio di fissare gli occhi su uno dei disputanti – possibilmente quello più in carne – vi accorgete di come sotto a alla pelle tesa e superba delle sue gote, per quanto possa arrossarsi di rabbia, si nasconda la traccia esile di un sorriso.
Già, e vi sfido a trattenere una risata nel momento in cui sentite una bestia di duecento kili pronunciare minacce del tipo:
«Te do 'n cazzotto che pe' datte er secondo te devo veni' a cerca'!».
Oppure: «Te do 'n carcio che te chiudo come 'na sdraio!».
No. Non si può rimanere seri, a meno che le minacce non siano rivolte a voi personalmente, nel qual caso è meglio che ve la diate a gambe perché, qualora il cazzotto vi dovesse raggiungere, state pur certi che una sdraio in un modo o nell’altro lo diventate.
Invece a Milano no. A Milano se… anzi, quando s’incazzano vi fanno sentire una merda dalla testa ai piedi, ma non solo. Con quello sguardo sprezzante e gelido vi fanno inkazzare pure a voi, vi sentite subito una iena, avvertite intorno a voi un’aura sulfurea e col cellulare vi preparate già a chiamare il vostro “avucàt”.
Stamani mi son ritrovato sulla banchina – vuota - della metro con uno che a un certo punto s’è incazzato perché riteneva inconcepibile che al tredici di agosto i treni passassero con la stessa frequenza con cui passano di il sabato notte; tipo ogni… 10 minuti invece che 2?
Mizzichina, come l’ha fatto vergognare quel manifesto pubblicitario! Sì, perché si sfogava berciando sul muro. Non ho ben capito se contro la pubblicità appunto, o contro la piantina della metro, oppure contro uno dei porfidi freschi e grigi. Fatto sta che alla fine, quando il treno è arrivato, mi sono sorpreso a sbuffare anch’io: «Eccheccazzo, finalmente!».
“Oddio”, ho pensato poi “Ma io che fretta ho?”. Senza accorgermene avevo accelerato anche il passo e tamburellavo le dita sulla ventiquattrore.
Certo io sono uno facilmente suggestionabile – altrimenti neppure m’innamorerei “ogni due per tre” –, ma anche a ferragosto senza dubbio Milano vince il premio di città ideale per coltivare l’ulcera.

Tuesday, 11 August 2009

“Te quiero, puta!”: confessioni di una sera di mezz’estate (sono un bimbo cattivo senza sassi nelle scarpe).


C’è stato un tempo in cui ero una persona buona. O meglio, gli altri mi ritenevano una persona buona, pur avendo io coscienza del fatto di non esserlo punto. Coloro che mi stavano attorno consideravano la “differenziazione” come una sorta di marchio di fabbrica.
Ricordo che principalmente l’empatia ha sempre fruttificato e fatto cadere ai miei piedi, e anche con sistematicità diabolica, la qualifica succulenta di partner optimum. E quale giudizio migliore avrei potuto desiderare? Eppure – tanto per cambiare - non n’ero felice. Affatto. Ma solo perché sapevo, appunto, che si trattava di un’opinione inesatta, più che altro immeritata.


Un ironico controsenso secondo me, tanto che mi sentivo davvero in colpa nei confronti di chi aveva preso a conoscermi come la persona che in realtà non ero. Presentivo l’amarezza che avrebbero assaporato scoprendo la mia vera essenza che, presto o tardi, sarebbe emanata dal profondo. Ne avevo la certezza. E' come s'io abbia sempre recato in me la garanzia di ciò che sarebbe accaduto. Cioè che sarei divenuto un bimbo molto cattivo.


Mi ha sempre lasciato perplesso l’uso del termine “differenziazione” – o, se non vado errato, di “decentramento”. E' lo stesso? - per indicare il modo presupposto più corretto d'amare il proprio partner, riconoscendolo – come scrisse H. Kohut, fondatore della psicologia del Sé – come soggetto separato e autonomo, dando prova della propria capacità di mettersi nei suoi panni – “indipendentemente dal sesso cui appartiene”. Questo perché invece io, a lungo, sono rimasto incentrato sulle mie metà affettive, consideravo le mie partner (scusate il gioco di parole) parte di me. Ed ecco che, senza averne la seppur minima cognizione, mi dimostravo un maestro nel comprendere gli stati mentali di chi mi accompagnava, contestualizzando le sue azioni, rivelando una sensibilità – secondo molti - fuori del comune.


Ma il dono dell’empatia mi sarebbe stato tolto con certezza. L'avevo intuìto ch’era di matrice errata, cioè che derivava solo dal mio impegno eccezionale nel concentrarmi appunto sulle emozioni altrui, pur di non fronteggiare le mie. Quindi veniva totalmente meno la componente “mastery”, vale a dire l’attitudine a scovare le soluzioni che più si addicono ai nostri obiettivi, a raggiungere ciò che desideriamo di più per noi stessi. Ero del tutto consapevole che il giorno in cui mi sarei deciso a risalire a galla non avrei potuto portare con me il miraggio fatato della compenetrazione; a contatto con la luce della mia personale veracità quella facoltà sarebbe svaporata del tutto. Magari avrei conservato un residuo esperienziale, la memoria derivante da un lungo periodo vissuto sotto incantesimo, ossia operando degnamente. Ma agire sulla base di un’impressione è del tutto differente dall’agire sulla base del’istinto, di un modo d’essere.
“Come cambierà la mia vita quando non sarò più io, o meglio quando sarò finalmente me stesso?” continuavo a chiedermi.


Be’, oggi posso raccontarlo. A distanza di sei anni dal principio delle operazioni di configurazione della mia anima “malefica” posso affermare che, in effetti, tutto quanto ci circonda si trasforma insieme a noi. D’altronde è proprio questo il fine, o sbaglio? Cambiamo per cambiare.


E posso confermare che così come si vive male quando si è cattivi di natura e non si ha il coraggio di rivelarsi e quindi ci si sforza di vivere sotto le spoglie del buono, allo stesso modo si campa malamente quando invece si segue l’istinto e i resti dell’umanità e dell’altruismo li si abbandona lungo la strada per andare avanti con lo sguardo che lascia trasparire la fiamma ardente dell’individualismo.
È così. Alla fine, se si è "cattivi" come me non si arriva mai alla completa soddisfazione. Né in un caso né nell’altro. Nel primo perché non ci si riconosce, nel secondo perché… perché si rimane soli. Per meglio dire: si decide che è meglio rimanere da soli. Ma i veri cattivi tutto ciò, intendo quello a cui si va incontro, se lo prefigurano sin dall’inizio. Chi è destinato a rimanere da solo perché preferisce accompagnarsi a nessun altro se non a se stesso, n’è consapevole dalla nascita.


E insomma che così sono caduto preda di me stesso, del cosiddetto “pessimismo edonistico”. Mi sono reso conto di colpo di non avere più le forze necessarie per insistere a fare finta di essere buono; all’improvviso ho guadagnato “la consapevolezza della precarietà dell’esistenza, della fragilità delle cose” e ho scelto “il funebre, ma voluttuoso abbandonarsi all’estasi, segnato dal costante piacere malinconico”. E uso l’espressione “cadere preda” perché di certo all’epoca, al momento della decisione cruciale, m’ero prefigurato tutt’altro che questo. Mi ha ingannato la facciata festante e di pace, la sensazione d’essermi liberato di un peso enorme che mi stava schiacciando, che mi toglieva l’aria.


E poi comunque la scrittura mi stava rovinando. Anzi, quasi che tutto è stato colpa della scrittura.
Scrivere storie è diverso dallo scrivere poesie. Forse Popinga lo può confermare. Con la poesia si esprime uno stato d’animo – almeno per me era così – ci si sfoga, come spiegarlo in altro modo? Invece con la scrittura ci si crea un’esistenza alternativa. Si cerca di rispecchiare la realtà che ci circonda, ma si finisce sempre con l’adattarla a una nostra esigenza. Si vive la vita degli altri. Altri che vivono sincronicamente in noi. Ecco cos'è successo con “La mangiatrice di unghie” prima, e poi con “175”, e ancora con “Che tempo fa lassù?”.


Tutta la trilogia ha l’aspetto di una saga familiare. “La mangiatrice”, per esempio, ha l’aspetto prima della storia di una donna, Stefania Nolle, che per sopravvivere si nutre delle unghie di altri individui, assorbendo la loro personalità – oltre che poteri paranormali - e generando in loro una malattia mortale, poi assume l’aspetto della storia di un santo calabrese del medioevo, san Nilo, e allo stesso tempo di un giovane mezzo polacco e mezzo italiano, Vaclav Finamore. Ma tutto questo - intendo la trama – è nata da sé, usciva dalla mia biro mentre riflettevo su tutt’altro, vale a dire sulla voglia di rinascere, sul desiderio di rigenerarsi in genere per vivere in armonia con se stessi e con il resto del mondo. Le storie di Vaclav e della propria infatuazione per un poliziotto russo, di Stefania e del bisogno di nutrirsi delle unghie degli altri per salvarsi, di Diego e del bisogno non solo delle unghie, ma di Stefania stessa per sentirsi vivo, come il bisogno di Nicola Malena di lasciare la famiglia per inseguire la strada della santità per sentirsi soddisfatto, simboleggiano tutte, al loro principio, la condizione psichica di chi non riesce a trovare la propria collocazione nel mondo, di chi non si riconosce e sente di non sapere più chi è veramente, qual è il suo ruolo nella società. Ma anche di chi sente, come diceva Hegel parafrasato da Magris, che oggi tutti dipendiamo da tutti, che siamo un mezzo “adoperato dal meccanismo collettivo per scopi che ci sono estranei”; di tutti quelli che “aspirano all’autonomia e alla pienezza della propria persona” e che cercano, aggiungo io, un luogo che possa definirsi in senso virgiliano, agreste o bucolico, un luogo in cui ci si riconcilia con la natura, il locus amoenus che ci rappacifica col mondo.
Tutti loro, i miei personaggi, sono spesso – ancora oggi, se avete letto qualcosa e potete farci caso, e sebbene per motivi diversi – personalità incrinate che si sforzano di apparire utili, quando in realtà non si sentono tali e vivono nascondendo il proprio vuoto interiore nell’angoscia di non riuscire a trovare la felicità per sé.


So che non si tratta di un messaggio nuovo. Basti pensare d’altronde alla letteratura di Svevo, a Goethe che “nella rinuncia aveva visto l’unica soluzione possibile”. Ma a me non importava scrivere qualcosa di innovativo. Scrivevo, come ho già detto sopra, per vivere una storia diversa dalla mia. E a tratti mi capita di farlo ancora.


Ma perché la scrittura mi avrebbe rovinato, dunque?
Già, perché tutti e tre questi romanzi, stesi di getto prima della Grande Scelta, avevano iniziato a farmi pregustare il sapore dolciastro del cambiamento cui anelavo segretamente. Infatti, se osservate bene, le storie dei miei personaggi si sviluppano fino al punto in cui tutti intuiscono la propria peculiarità e allora decidono semplicemente di afferrarla, proprio come accadeva a me mentre scrivevo, per non sentirsi più “persone frantumate”, “combinazione di elementi eterogenei”.


Tolstoj ha ricordato per bocca di Anna Karenina e nell’omonimo romanzo – il mio preferito -, che “la ragione è data all’uomo per liberarsi da ciò che lo inquieta”. È una grande verità, senz’ombra di dubbio - non a caso in “175” lascio sperimentare a Epifanio Finamore un incontro vis a vis con l’eroina. E per questo alla fine tutti loro – io – s’arrischiano a ottenere per sé la libertà dagli schemi che non appartengono loro.
Come per Buddha prima che per Tolstoj, e come per Kafka, come anche per Terzani la lezione è sempre che solo noi possiamo “avviare il processo di auto-accettazione”. “La risposta è dentro di noi”. Ecco spiegate le unghie, il mangiarle! Nella realtà le unghie non hanno alcun potere, lo sappiamo tutti. Non a caso gli hindù le considerano, come i capelli, l’unica parte del corpo priva di coscienza. Tanto che possiamo tagliarle senza sentire dolore. Le unghie sono le maschere pirandelliane che indossiamo, sono simbolo dell’incompiutezza (nel mio caso soprattutto artistica). La malattia di Stefania, quindi, in realtà non esiste e cessa di essere proprio allorquando capisce cosa fare per essere realmente se stessa. Lo stesso accade a Diego. Così, mentre la soluzione è lasciarsi andare per lei, è lasciarla andare per lui - la sua metà. Così rinasce Diego Finamore nel capitolo finale. Non è un caso la scena della tosatura cui Diego assiste, ed è comprensibile fino in fondo se si adopera la chiave di lettura, cioé l’epigrafe del romanzo - la citazione delle “Bucoliche” (elegia VII, 1-2, che insieme all’ VIII fu quella ripresa, fra gli altri, da J. Sannazzaro nella stesura dell’ “Arcadia”). Tramite di essa volevo suggerire l'interpretazione dell’immagine rappresentata.


Come la pecora si libera del manto lanoso affatto bianco - come potrebbe essere nell’immaginario di un bambino – ma sporco di sterco e gravoso, allo stesso modo Diego rinasce per riappacificarsi col mondo e con se stesso. Il tutto alla presenza dell’upupa che è forse l’animale per eccellenza tant’è carico di significati: dall’immortalità dell’anima, all’amore “benedetto” (messaggera di Salomone presso la regina di Saba).


Bubbole! Fandonie, bugie e nient’altro che grosse panzane! Più semplicemente pippe mentali. E io ci sono cascato.
Anzi, non ho potuto farne a meno, perché non ho dato ascolto a ciò che già sapevo di me e m’ero invischiato nella convinzione errata quanto collosa che, pur essendo io miserabile per natura, se mi fossi lasciato andare avrei ottenuto il giusto equilibrio come loro, come le vite che mi portavo dentro e che avevo abbellito in siffatta maniera. M'ero illuso che, venendo a galla, sarei riuscito ad equilibrare la parte buona di me, quel tanto da sentirmi finalmente in pace. La mia parte estetica, nel senso kierkegardiano del termine – per ciò che posso ancora ricordare delle lezioni di filosofia della Panera al liceo –, ossia la mia Stefania Nolle, avrebbe potuto finalmente sostenersi , o eliminarsi vicendevolmente con la mia parte etica, il mio Vaclav pauroso, il mio indispensabile Diego raccolto in solitudine.


Alla fine è successo. Mi sono abbandonato a me stesso, alla vita vera.


E cosa succede, quindi, quando si è “cattivi” e si decide di fare una cosa del genere? Succede che se ne rimane troppo presi. Il male prende il sopravvento. Ci si sente così bene e ci si piace così tanto che si smette di preoccuparsi degli altri rimuginando in realtà su se stessi, e si cmincia invece a preoccuparsi solo di sé - pur continuando a rimuginare sempre e solo su di sé - perdendo ogni attitudine a comprendere gli altri. Sì, ciò che avevo finito con l’odiare e mi aveva spinto a fuggire qui dove mi trovo ora è la cosa che in fondo mi manca di più.
Certo, appena si è liberi si è più che felici. Ci si sente come l’uomo più felice del mondo. Perché non dobbiamo dare più conto a nessuno, è logico. Ma poi ci si accorge che, anche così, il proprio ruolo nella società non ce lo si ha lo stesso e si finisce col pensare che forse ce lo si aveva prima, quando almeno si possedeva la facoltà di capire, quando ci si sentiva comunque soli e repressi, ma almeno s'aveva una presenza accanto, ossia quando non ci si poteva ancora accorgere che il “mi basto io” è cosa cattiva e quindi che sì, i bambini cattivi esistono per davvero e che si è uno di loro.


Questo non è un ripensamento in pieno, attenzione! Eppure, chissà perché, mi torna in mente la storia di Euphemia Chalmers Gray, moglie di John Ruskin che durante il viaggio di ritorno a Perth, dopo aver aspettato inutilmente sei mesi dal giorno delle nozze che il marito si decidesse a giacere con lei almeno una volta, si chiedeva se la scelta di sposare il celebre poeta per assicurare la stabilità finanziaria alla famiglia paterna non avesse coinciso con la rinuncia alla propria futura felicità.


Certo Effie poteva scegliere di tornare sui suoi passi, chiedendo il divorzio dal marito. Ma se in epoca vittoriana per un uomo era facile ottenere il divorzio - bastava denunciare l'infedeltà della coniuge - una donna al contrario non solo doveva addurre le prove dell'eventuale adulterio del marito, ma almeno anche quelle d'incesto, di sodomia o della bestialità di lui. E se anche una donna finiva con l'ottenere il divorzio finiva per essere considerata dalla società come una lebbrosa, quindi veniva isolata.
Forse, se avesse fatto in tempo a leggerne il romanzo, Effie Gray durante quel viaggio avrebbe riflettuto anche lei sulle parole di Anna Karenina quando sul treno - presagio di morte - dice: «E perché non spegnere la candela quando tutto quello che vedi intorno ti fa schifo?».


Be', a volte vedo la mia condizione precedente come la felicità perduta di Effie e la scelta di essere "cattivo" come il matrimonio di lei finalizzato a una vita migliore, apparentemente piena di felicità e stabilità, ma che finisce col rivelarsi a tratti - ripeto a tratti - tutt'altro.


Dopo poco più di sei anni, posso confermare quindi che una bruttura tipica dell'essere cattivi è che non si possiedono più scrupoli. E se l'etimologia della parola "scrupolo" è effettivamente "scrupus", roccia, riferita all' "aspra pietruzza che molesta come il sassolino nella scarpa del viandante. [...] Eccessiva delicatezza di coscenza che inciampa ne' sassolini e s'imbarazza per poco", allora a volte è meglio andare al giro un po' impediti, sofffrire un po' di più per essere costretti a fermarsi e a riflettere meglio sulla strada che si è deciso di percorrere. A volte sì, è meglio.


Ma comunque, sapete che vi dico? Quando la scelta di manifestare la propria cattiveria è compiuta è comunque troppo tardi per tornare indietro, per chiedere scusa. E poi, chiedere scusa a chi?

Monday, 10 August 2009

Chiedo scusa alla signorina del "security check".

A essere onesto dovrei tornare presso l’aeroporto di LHR, rifare la fila per il security check e aprire lì, davanti alle impiegate e agli impiegati aeroportuali, il mio sacchetto colmo di cenere con cui farmi cospargere il capo.
Di già me la vedo, proprio lei, la donnina che ho infamato quando ho visto star precipitando il mio orologio nella buca macina-vaschette, quelle che non avevo fatto in tempo a recuperare dal nastro trasportatore che attraversa lo scanner gigante - ne avevo quatro - e in cui avevo dovuto deporre la mia cintura, il marsupio, le scarpe, il lap-top, appunto il mio orologio, etc…
E davvero l’ho infamata e le ho lanciato un’occhiata torva: «Scusa, ma non lo vedi che sta cadendo tutto in quel buco nero, non puoi fermare il nastro…?» ho chiesto, tenendo per me soltanto l’ ultimo commento spontaneo - “Cretina che non sei altro?”.
«Ma Lei non ha mica detto “stop”. Legga il cartello!» mi ha risposto con l’aria tipica del funzionario pieno di sé e vessatorio. È vero, c’era scritto proprio così: «Se non fate in tempo a prelevare i Vostri oggetti, dite "stop" per fermare il nastro». E allora cretino io che non l’avevo letto!
A quel punto, anche se avessi risposto «Ma sì, figa!, però…», se anche avessi cercato di addurre tutte le scuse di questo mondo, oltre al fatto che non mi avrebbe mai capito, davvero sarebbe servito a poco, o meglio a nulla.
Dovessi tornare indietro, me la immagino di già pronta ad ammonirmi con tono battistino: «Convertiti e credimi!». E io lì, zitto sotto di lei, ad accogliere le ceneri sul capo consumato dalla vergogna e dal pentimento, affermando la mia fede nel governo britannico e nei suoi preposti, invece che in Cristo.
Ho sbagliato, mea culpa insomma. Ho sbagliato a criticare l’eccessiva pignoleria durante i controlli di sicurezza effettuati sui viaggiatori e sui loro bagagli. D’altronde papà me l’aveva detto: «Pure tu, però, cerca di capirli ché si stanno cacando addosso dalla paura di saltare in aria…». Perché ho sbagliato? Già, perché?
Be’, sono il solito uomo dalla memoria ridotta, come una pen drive desueta da un solo bit, e avevo dimenticato non già il terrore scatenato dalle immagini dell’11/09 negli USA, ma ciò che Massimiliano Di Pasquale ha ricordato con maestria in un magnifico contributo per la sezione “Multiculturalismo” del numero di “East, Europe and Asia STrategies” dello scorso giugno. Il titolo del pezzo è: “Benvenuti a Londongrad” – e ho detto tutto.
Questo perché se all’indomani dell’11 settembre Londra era stata soprannominata “Londonstan”, ricorda Di Pasquale, oggi la città invce è conosciuta come “Londongrad”. E con questo nomignolo si fa riferimento all’evento a tutti noto - l’omicidio di Aleksandr’ Litvinenko - descritto in modo perfetto Marco Nadia in un pezzo apparso sul “Sole 24 ore”. Scrive Nadia ch’era bastato seguire la scia radioattiva di polonio per le strade di Londra per tracciare un quadro delle zone abitate dai “super ricchi russi”.
La cronaca russa che gli anni passati ha gettato ombra sul governo Putin ha sempre avuto sullo sfondo non tanto la Russia, ma la capitale inglese [cfr.: K.Murphy, The Poison and Caviar World of Russian Oligarchs in London, “Los Angeles Times”, cit. in East].

A questo punto ho rfilettuto sul fatto che, in effetti, da che ricordi la popolazione russa non ha fatto altro che emigrare – Inghilterra, Francia, Italia, Stati Uniti... In principio molti russi - molti russi ricchi, certo – abbandonavano la Grande Madre per inseguire la moda del Gran Tour, per piacere insomma, e molti di loro avevano come mete preferite Capri, o la Sicilia, per non parlare di Roma. Ma da un certo momento della storia in avanti sono cambiate le carte in tavola. Hanno iniziato a prediligere mete differenti, che potessero piuttosto garantire possibilità più alte di sopravvivere alla caccia a opera del KGB per esempio, spinti dalla volontà di far sentire la propria voce, la voce della dissidenza – potrebbe suonare come un sottotitolo di un’edizione di “Striscia la notizia” – spesso ricorrendo alla parola scritta, ma anche alla danza e alla pittura.
Quindi i russi non è che fossero proprio soliti lasciare la terra natia per motivi di lavoro, o per espandere il dominio dell'Organizatsja (come per esempio noi italiani abbiamo fatto in Germania e via dicendo). Non solo per questo, almeno. Spesso chi è fuggito dalla Russia ha voluto salvarsi da una sorta di persecuzione. Invece a noi, per fortuna, non ci ha perseguitato nessuno. Al contrario, non sono stati pochi gli artisti italiani che hanno corteggiato gli zar alla ricerca di fortuna.
Come Marina Cvetaeva, o I.A. Bunin, numerosi poeti dell’emigrazione russa non erano nemmeno caratterizzati dal sentimento prosaico espresso con la solita maestria da Magris nel suo “Itaca e Oltre” a proposito di Slataper, ossia dalla nostalgia di una patria che «non esiste veramente in alcun luogo, perché nessun luogo [offriva loro] un’identificazione completa». Non erano contraddistinti e accomunati al tempo stesso dall’incertezza della propria identità e quindi sempre in viaggio alla ricerca della stessa per non dubitare della propria esistenza. No, i russi andavano via per rendere noto l’amore per il proprio paese, per lottare dall’esterno con lo scopo di giustizia all'interno, per poter un giorno tornarvi, perché tutti sapessero ciò che proprio non andava. E spesso pagando con la vita. Ma mi pare che i russi – e non solo quelli dell’emigrazione – siano sempre stati caratterizzati da questa sorta d’attaccamento alla terra, al proprio ambiente sociale, alla cosiddetta počva di cui tanto andava di moda discutere a fine Ottocento. Lo vedo tutt’oggi con la mia collega, con ciò che mi racconta del suo fidanzato e del resto della famiglia che non ha voluto smuoversi di là, nonostante tutto e in cui per certi versi mi riconosco tanto.

Ma quello che mi sono chiesto è che ci deve pur essere una ragione per cui l’Inghilterra «è diventata non solo il più grande centro del capitale russo al di fuori di Mosca, ma un luogo turbolento dell’opposizione russa» e non, per esempio, l’Italia, o la Francia che prima erano tanto quotate. Mi sono domandato: perché è più facile per chi vive situazioni tanto drammatiche ritrovare a Londra la gioia di vivere e non a Milano, o a Roma? Cosa li tiene lontani dal nostro paese oggi? Sarà per via della situazione politica? Credono forse che all’eroporto di Fiumicino un impiegato dei servizi segreti russi con la sua valigia di polonio possa passare con più facilità che non all’aeroporto di London Heathrow e quindi raggiungerli? Quale, davvero, il deterrente - se ce n’è uno? Abbiamo forse qualcosa che non va?
La situazione mi appare sempre più confusa. Infatti continuo a scorgerne un fottìo di russi, di quelli “super ricchi”, sia lungo via Montenapoleone che lungo via dei Condotti, dove i negozi sono tappezzati di cartelli che segnalano la presenza di commessi e commesse “russian speaking”, eppure… No, no. Dov’è finita la Russia amante dell’Italia e pronta alla battaglia? Forse la situazione odierna è totalmente capovolta rispetto agli anni Venti e l’Intellighenzia russa preferisce combattere senza abbandonare il campo, come ha fatto la Politkovskaja, come ha fatto la Estemirova - ch’è davvero il caso di dire che c’hanno lasciato le penne - e come continuano a fare ogni giorno molti altri nomi illustri.
Come reagirebbe il nostro Paese di fronte agli avvenimenti che hanno straziato ultimamente i nostr vicini - l'Inghilterra come la Spana?

Friday, 7 August 2009

Cri du coeur: "Tutto a posto a ferragosto" (h.4.00 a.m.).


No, scusa, senti questa.
«Arrivò» mi dice.
E giù a ridere, sempre con quella tenebra latente spalmata sui denti, tanti piccoli confetti bianchi, a illuminargli il volto. Il solito sorriso distorto, da pazzo. Fra i capelli radi, invece, solo latenza tenebrosa.
Cri du coeur:
«Nascosto!». E giù a ridere, di nuovo. Giù, ma proprio sulle ginocchia intendo, e fin’a reggersi la pancia. Una pancia di lana legata stretta-stretta, lana e tela. Quella tela… ma sì, quella lì, da cocolla! Co-co? Come ca… Iuta? E. E e punto. Basta.
Allora io. Io. Punto. insomma lo guardo, no?, e gli chiedo:
«Arrivò!».
«Ma?».
«Arrivò!» ripeto. Alzo il tono della voce. E subito tenebre. Ma non capisce, l’ibrido. E giù, allora. Al fondo.
«Ma che domanda è questa che mi fai?». È così cocciuto, assillante, ed è tanto caparbio e molesto quanto discreto e vaffanculo.
«Arrivò!» mica è una domanda, in effetti. Che, non si vede “l’esclamativo?” (che strana combinazione di significati e significanti: “l’interrogativo!”). Io – ingrugnato che non ti dico. Ma proprio… sai come? Duro. Come un grumo d’acqua. Eccheccazzo. E allora lui si scioglie, finalmente, morbido. Un quark d’acqua, lui, che mi fissa negli occhi in cima alla spalla. E mi abbraccia. E mi bacia, però solo in mezzo alle sopracciglia sull’altra, di spalla. Un bacio d’acqua secca come pioggia, o lacrime.
Recesso sperduto. Quasi appartato come in mezzo a una piazza. La piazza di Babele, sai?, quelle che... vedi tutte quelle braccia che si alzano e si abbassano, e che poi arrivi in fondo e trovi i silos? Quelle che quando arrivi devi dire nome e cognome ché, se no, niente? Insomma che tu, come ho già fatto io, arrivi lì per appartarti e… scopri cosa? Ti stanno usando.
Sai cosa siamo? Siamo noi. Io - lo Yad. Tramite me si indaga e si indica allo stesso tempo. Sono lungo e sottile. Ero. E con questo dito. Piccolino. Sarà che sono figlio di Shofar – giusto per rimanere in tema – ma figlio solo per materia, perché altrimenti quasi quasi mi considero più devoto io, che non il suonante. No, il capo chino mai, lui. Solo io lo chino, il capo.
E tu… Anzi no, no scusa, prima senti questa:
«Arrivò».
Tu e lui, anzi soprattutto lui se piombasse nella piazza di Babele si ritroverebbe – ne sono sicuro – ricoperto di fiocchi e nodi e numeri. Come Talleth. Tutto pie-e-no!, pieno di drappi neri, a lutto ché il tempio è sparito, come la torre che prim’era in piazza e adesso è a pezzi.
Già. Per quanto mi riguarda la Barmitzvah l’ho superata da un pezzo. Ma non m’importa. M’importa solo che sia tu, e solo tu a non credermi. Cioè volevo dire lui, scusa, ma mi capisci lo stesso vero? Lui non mi crede, come se fossi anche io un Talleth, soltanto, magari, con qualche nodo in meno; da buttare insomma.
Emmadonnaddio. Ma insomma, dico.
E allora eccolo di nuovo. Acqua lui, acqua io. Acqua calda, però, ma tanto calda che s’accende appena si strofina.
E giù a ridere a ridere a ridere e suoi occhi brillano, come quei confetti che ha al posto dei denti , e come la seta che si ritrova al posto dei capelli. E io a quel punto… A quel punto mi accorgo di quanto lo amo. Un fiore. Sono tutt’un fiore pieno di petali gialli e rossi e neri e viola. E riesco a sentire il profumo del suo sangue. Mi piace. Al punto che gli dò un morso sul petto. Lo assaggio. Lo tocco. Mi annodo a lui. Siamo due fili di iuta intrecciati sulla pelle di Dio. E non mi stanco mai di guardarlo mentre parlo, e siamo dorati. Tutto un luccicore livido. Parlo solo perché è lui a lasciare che io parli e perché è lui a chiedere, a fare domande a raffica e io ben felice di rispondere e parlo, parlo, come mai in vita mia.
Quando si rivolge a me, la sua voce odora d’aquila. È un’aquila che perde le piume, ma l’apertura alare è spaventevole. Siamo due serpenti avvolti intorno a una bacchetta di caduceo. Zolfo e mercurio. E poi siamo ancora due draghi accucciati, in terra. Sotto di noi - due cuscini tondi. Rimaniamo racchiusi fra quattro mura a osservarci e a vomitare le nostre uova del mondo, che sono le parole. Io ne vomito in quantità maggiore perché, in fondo, quel mondo è il mio. Fra queste, anzi fra quelle quattro mura vedo che le uova del mondo che lui sputa sono invece di un grigio troppo chiaro. È a quel punto che mi pensa, cioè mi comunica, pensando nella mia mente – abusando della mia mente - che in realtà le sue sono perle e non uova del mondo. Vorrebbe sublimare tutto, capisci? Tutto, senza lasciar più nulla. Diadema di Lucifero, lurido smeraldo fetido.
E mi chiede:
«Ti presento Panofsky».
«Okay» faccio.
«Grazie».


Era solo un semplice banale cri du coeur a otturarmi il cervello. Mi aveva reso piccolo. Immondizia. Per questo alla fine mi sono accovacciato lì sotto.

Thursday, 6 August 2009

La cosa più difficile, la cosa più semplice.

(L’immagine sopra è un mio adattamento del disegno per l’articolo intitolato “Life & Style – Why Women go off Sex” apparso su Daily Mail a opera di Allan Sanders – The picture here above is my adaptation of the drawing by Allan Sandres edited on Daily Mail for the article entitled “Life & Style – Why Women go off Sex”).

Flik Everett scrive da dodici anni una rubrica dedicata alle donne e al loro rapporto con il sesso (e con l’altro sesso). Sull’argomento ha scritto anche cinque libri, approfondendo il tutto anche con un programma radiofonico. Non in ultimo, ha scritto pochi giorni fa un articolo molto interessante – per quanto affatto rivoluzionario secondo me – dal titolo: “Perché le donne smettono di fare sesso”.
Il bisogno di pronunciarsi ancora una volta sulla vita sessuale delle donne è nato nella Everett dopo la lettura di un volume composto da più diari personali scritti da alcune pazienti di una terapista australiana di nome Bettina Arndt. Questi “diari del sesso” pare aprano le porte su un mondo fatto di emozioni profonde di ogni genere e sorta, “veritiere, dolorose e a volte molto ispiranti”.
La “sexpert„ – come ama definirsi la Everett - è giunta alla conclusione che forse non sempre i consigli in fatto di sesso elargiti in passato alle sue lettrici sono stati validi e/o esatti. Dalla lettura dei diari è giunta alla conclusione di come non esista una normalità nelle relazioni amorose, non solo fra coppie di vecchia data, ma anche fra quelle di giovani fidanzati. Se, per esempio, alcune diariste ventenni pare si siano rivelate pienamente soddisfatte dalla loro vita sessuale, altre invece sembra che siano già celatamente stufe delle aspettative sessuali dei loro compagni e che conducano ogni giorno segrete lotte interne per vedere soddisfatti i propri bisogni, senza avere la benché minima idea di come chiederlo direttamente al proprio partner.
Alcune si preoccupano di ottimizzare le prestazioni sessuali dei propri uomini al fine di ricavarne il massimo dell’esperienza orgasmica, ma a un livello più profondo tutte desiderano comunque e chiaramente arrivare a capire solo una cosa, secondo loro la più importante: come sono gli uomini.
Tralasciando le molte altre considerazioni della giornalista, arrivo al punto in cui viene riferito come i “diari sessuali” in questione abbiano rivelato però verità molto più intime, stavolta riguardanti direttamente gli uomini e le loro, di relazioni. Gli uomini di notte non navigano più su siti porno (mizzichina, vero?), né fantasticano su giovani soubrette (???!), ma confessano d’amare e desiderare ancora molto le proprie donne.
Un uomo di cinquant’anni pare abbia confessato il proprio tormento non all’idea d’invecchiare al fianco della moglie, ma all'idea di farlo rimanendo intrappolato in un rapporto orbato del legame d’affetto e della sintonia iniziale. L’acuto cinquantenne avrebbe voglia di sfogarsi, parlare, “ma un uomo, e per giunta della mia età – avrebbe detto - non si mette a discutere di certi problemi”. In effetti, in un mondo tappezzato di riviste patinate che ci sbattono in faccia i piselli soddisfatti dei vari Mr. Corona e le tette baldanzose di liscissime Mrs. Belem, a chi verrebbe in mente – fra noli comuni uomini e donne - di lamentare una condizione di vulnerabilità, il fatto di non sentirsi più amati a letto, non desiderati?, chiede la Everett.
È stato a questo punto che mi sono fermato a riflettere.
Mi sono chiesto se esiste ancora quella precisa differenza fra psicologia maschile e femminile di cui a lungo si è discusso nel corso dei decenni trascorsi. Ma anche se l’odierna, sbandierata ipersensibilità maschile su cui ragionano i sociologi non sia tutta una bufala. Oppure, mi sono detto ancora, forse non c’è mai stata nessuna distinzione uomo-donna in campo sentimentale e l’intera teoria della Everett è valida per qualsiasi tipo di relazione sessuale fra esseri umani, implicante un seppur minimo coinvolgimento emotivo. Se è così, come si applica questa teoria alle relazioni omosessuali?

Ma perché recluderci sempre nelle carceri di modelli e luoghi comuni quando le latebre dei nostri sentimenti sono così inaccessibili, anche a noi stessi?
La donna oggi è vista come una guerriera, pronta a negarsi sessualmente per castigare il proprio uomo, quasi come se lei non ne avesse affatto bisogno, ma alla fine si scopre che è pur sempre la cara vecchia femmina, ancora umana, tutta sensibilità e attenzioni. L’uomo dal canto suo viene dipinto come timoroso, in soggezione nei confronti di lei, ma alla fine si scopre che è pur sempre il caro vecchio maschio pronto a interpretare come invito sessuale un abbraccio sotto le coperte che in realtà ha la banale pretesa d’essere una richiesta di coccole e stop.
Io non sono molto propenso a credere che i maschi non vadano più su internet alla ricerca di tettine invitanti, né che le donne rigettino la visione di scatti rubati dei piselli di giovani fustacchioni. E lo stesso dicasi per gay e lesbiche. Sono però d’accordo su quell’unico principio che, gira e volta, è il fulcro di ogni nostra storia: il difficile è l’intimità.
Non parlo dell’intimità che ci consente di fare cacca e pipì con la porta del bagno aperta, o di tagliarci le unghie dei piedi a letto, o di andare a nanna coi cetrioli sugli occhi, ma di quella sorta d’intimità che ci permette di manifestare il nostro eventuale sentimento di solitudine, di rifiuto, oppure, ancora più difficile, di riuscire a capire quand’è che l’altro si sente solo e non desiderato in modo da poter decidere di farlo ricredere, manifestandogli il nostro amore anche se ci ritroviamo nella contingenza - mai realmente preventivata - di ritenerlo addirittura molesto.
Certo mi sono domandato se quest'ultima manifestazione sia da definirsi, senza mezzi termini, “mentire”, oppure s’è vero che è questione d’intimità mista a sensibilità – semplicemente questo. L’initimità è sempre la cosa più difficile alla fine, sebbene dovrebbe essere quella più semplice.
Certo, un’ intimità che preveda un atteggiamento quale quello appena descritto non la contemplo nei casi di un amore già morto e sepolto.

Ripenso a me e Mr. T-Fish.
Non aver parlato abbastanza, ummi far’escere l’aria e ‘ntri fianchi - come si suol dire - è sempre stata una mia grande colpa. Ancor più lo è stata in quella relazione. Avrei potuto rendere meglio nota una mia condizione che invece credevo fosse più che palese. D’altra parte, forse, se lui fosse stato realmente interessato sarebbe giunto alla conclusione ch’era sufficiente un piccolo sforzo in più anche da parte sua per dare a intendermi che mi desiderava ancora, che mi apprezzava ancora.

Dunque: è solo una reazione femminile quella di smettere di fare sesso? Gli uomini sono sempre davvero così pronti, ricorrendo a stratagemmi diversi per rivendicare maggiore intimità e bisogno di sentirsi desiderati dalla propria compagna? E qual è il comportamento più diffuso, invece, fra le lenzuola di gay e lesbiche? O forse è tutto bubbola e non c’è differenza a letto?

Wednesday, 5 August 2009

Giochi di ruolo.


Qualche giorno fa ascoltavo le notizie di SkyTG24, quand’è partito un servizio che s’è rivelato tanto stimolante, se non altro perché incentrato su un tema attuale molto discusso, quanto divertente: l’iniziativa promossa dalle istituzioni pubbliche dedita a contrastare gli abusi di alcol nell’ambito della lotta al disagio giovanile e sociale.
“Tolleranza zero” è la formula magica, dicono.
Cosa ci può essere di divertente in un servizio dedicato a un problema tanto serio quale il disagio sociale?
Be’, è solo che, a un certo punto, il giornalista in questione che non ricordo chi fosse – non ricordo neppure se fosse una donna o un uomo – andando al giro per locali ha avuto l’ardire di domandare a un pubblico esercente, a un barista insomma: «Ma è vero che è difficile chiedere la carta d’identità ai clienti?», riferendosi al fatto che presto sarà vietata la vendita di alcolici ai minori (in realtà gli articoli 689 e 691 proibiscono “la somministrazione di bevande alcoliche a minori o ad infermi di mente [e] a persone in stato di manifesta ubriachezza”, ma comunque sono quasi certo che l’infermità mentale e lo stato d’ebbrezza non siano desumibili dal documento d’identità).
A ogni modo, che l’iniziativa in questione sia giusta o meno – credo non si possa affatto discuterne l’eticità – mi sono calato spontaneamente nei panni dell’intervistato e, spontaneamente, alla Lubrano per così dire, mi è sorta una domanda: «In che senso?».
Già. Di fronte alla formula “tolleranza zero”, quanto può essere difficile per un banconiere chiedere il documento d’identità al proprio avventore?
A questo punto ho proseguito con questa sorta di role-play.
Ho pensato: immaginiamo ch’io ritorni sedicenne e che non riesca a escogitare un modo migliore per procurarmi dell’alcol, se non entrando in un bar, o in pub e chiedendo che me ne sia gentilmente venduta una bottiglia. Dunque entro… e mi ritrovo vis a vis con un cartello tipo quello che ho fotografato in America qualche giorno fa (vedi sopra), dove il divieto è applicato ai minori di 21 anni e che non solo recita: «È proibito acquistare bevande alcoliche ai minori di ventun’anni», dove con "acquistare" che pare si voglia responsabilizzare anche l’eventuale incauto pischelletto, ma continua con «[È proibito anche solo] tentare di acquistare bevande alcoliche se hai meno di ventun’anni; presentare un documento d’identità falso così che tu possa comprare bevande alcoliche; acquistare bevande alcoliche per conto di un minore di ventun’anni che non sia tuo figlio o un tuo consorte... Preparati a mostrare la tua carta d'identità!» (e se per il nonno?).
Bene. A questo punto, non essendo un amante del rischio e soprattutto avendo ormai intuito la forma mentis americana, personalmente girerei i tacchi e tornerei in strada nella speranza di imbattermi in un gruppo di violenti ubriaconi, malati di mente, se non dopo essermi cagato nelle mutande, piuttosto che azzardarmi a chiedere una bottiglia di vodka, o di scotch per poi vedermi assaltare da un poliziotto di centocinquanta kili fra hamburger e bollicine di Diet-Coke e quindi di vedermi sbattuto in gattabuia senza che si valuti due volte la possibilità di avere pietà di me.
Vedete, alla fin fine credo che sia sempre una questione di ruoli. Ognuno dovrebbe interpretare il proprio al meglio, come se stesse calcando le scene del teatro di Broadway, o del Bolšoj, o del Nazionale che più vi piaccia. Ognuno col suo copione in mano: il legislatore, il barista, il sedicenne… e il giornalista. Certo anche io potrei evitare di scrivere certe troiate, ma questa è un’altra storia.