Friday, 7 August 2009

Cri du coeur: "Tutto a posto a ferragosto" (h.4.00 a.m.).


No, scusa, senti questa.
«Arrivò» mi dice.
E giù a ridere, sempre con quella tenebra latente spalmata sui denti, tanti piccoli confetti bianchi, a illuminargli il volto. Il solito sorriso distorto, da pazzo. Fra i capelli radi, invece, solo latenza tenebrosa.
Cri du coeur:
«Nascosto!». E giù a ridere, di nuovo. Giù, ma proprio sulle ginocchia intendo, e fin’a reggersi la pancia. Una pancia di lana legata stretta-stretta, lana e tela. Quella tela… ma sì, quella lì, da cocolla! Co-co? Come ca… Iuta? E. E e punto. Basta.
Allora io. Io. Punto. insomma lo guardo, no?, e gli chiedo:
«Arrivò!».
«Ma?».
«Arrivò!» ripeto. Alzo il tono della voce. E subito tenebre. Ma non capisce, l’ibrido. E giù, allora. Al fondo.
«Ma che domanda è questa che mi fai?». È così cocciuto, assillante, ed è tanto caparbio e molesto quanto discreto e vaffanculo.
«Arrivò!» mica è una domanda, in effetti. Che, non si vede “l’esclamativo?” (che strana combinazione di significati e significanti: “l’interrogativo!”). Io – ingrugnato che non ti dico. Ma proprio… sai come? Duro. Come un grumo d’acqua. Eccheccazzo. E allora lui si scioglie, finalmente, morbido. Un quark d’acqua, lui, che mi fissa negli occhi in cima alla spalla. E mi abbraccia. E mi bacia, però solo in mezzo alle sopracciglia sull’altra, di spalla. Un bacio d’acqua secca come pioggia, o lacrime.
Recesso sperduto. Quasi appartato come in mezzo a una piazza. La piazza di Babele, sai?, quelle che... vedi tutte quelle braccia che si alzano e si abbassano, e che poi arrivi in fondo e trovi i silos? Quelle che quando arrivi devi dire nome e cognome ché, se no, niente? Insomma che tu, come ho già fatto io, arrivi lì per appartarti e… scopri cosa? Ti stanno usando.
Sai cosa siamo? Siamo noi. Io - lo Yad. Tramite me si indaga e si indica allo stesso tempo. Sono lungo e sottile. Ero. E con questo dito. Piccolino. Sarà che sono figlio di Shofar – giusto per rimanere in tema – ma figlio solo per materia, perché altrimenti quasi quasi mi considero più devoto io, che non il suonante. No, il capo chino mai, lui. Solo io lo chino, il capo.
E tu… Anzi no, no scusa, prima senti questa:
«Arrivò».
Tu e lui, anzi soprattutto lui se piombasse nella piazza di Babele si ritroverebbe – ne sono sicuro – ricoperto di fiocchi e nodi e numeri. Come Talleth. Tutto pie-e-no!, pieno di drappi neri, a lutto ché il tempio è sparito, come la torre che prim’era in piazza e adesso è a pezzi.
Già. Per quanto mi riguarda la Barmitzvah l’ho superata da un pezzo. Ma non m’importa. M’importa solo che sia tu, e solo tu a non credermi. Cioè volevo dire lui, scusa, ma mi capisci lo stesso vero? Lui non mi crede, come se fossi anche io un Talleth, soltanto, magari, con qualche nodo in meno; da buttare insomma.
Emmadonnaddio. Ma insomma, dico.
E allora eccolo di nuovo. Acqua lui, acqua io. Acqua calda, però, ma tanto calda che s’accende appena si strofina.
E giù a ridere a ridere a ridere e suoi occhi brillano, come quei confetti che ha al posto dei denti , e come la seta che si ritrova al posto dei capelli. E io a quel punto… A quel punto mi accorgo di quanto lo amo. Un fiore. Sono tutt’un fiore pieno di petali gialli e rossi e neri e viola. E riesco a sentire il profumo del suo sangue. Mi piace. Al punto che gli dò un morso sul petto. Lo assaggio. Lo tocco. Mi annodo a lui. Siamo due fili di iuta intrecciati sulla pelle di Dio. E non mi stanco mai di guardarlo mentre parlo, e siamo dorati. Tutto un luccicore livido. Parlo solo perché è lui a lasciare che io parli e perché è lui a chiedere, a fare domande a raffica e io ben felice di rispondere e parlo, parlo, come mai in vita mia.
Quando si rivolge a me, la sua voce odora d’aquila. È un’aquila che perde le piume, ma l’apertura alare è spaventevole. Siamo due serpenti avvolti intorno a una bacchetta di caduceo. Zolfo e mercurio. E poi siamo ancora due draghi accucciati, in terra. Sotto di noi - due cuscini tondi. Rimaniamo racchiusi fra quattro mura a osservarci e a vomitare le nostre uova del mondo, che sono le parole. Io ne vomito in quantità maggiore perché, in fondo, quel mondo è il mio. Fra queste, anzi fra quelle quattro mura vedo che le uova del mondo che lui sputa sono invece di un grigio troppo chiaro. È a quel punto che mi pensa, cioè mi comunica, pensando nella mia mente – abusando della mia mente - che in realtà le sue sono perle e non uova del mondo. Vorrebbe sublimare tutto, capisci? Tutto, senza lasciar più nulla. Diadema di Lucifero, lurido smeraldo fetido.
E mi chiede:
«Ti presento Panofsky».
«Okay» faccio.
«Grazie».


Era solo un semplice banale cri du coeur a otturarmi il cervello. Mi aveva reso piccolo. Immondizia. Per questo alla fine mi sono accovacciato lì sotto.

2 comments:

vic said...

Già che c'eri potevi farlo ancora un po' più incomprensibile no? ;-)

Anonymous said...

Anch'io non ho capito molto...ma forse è solo il momento sbagliato...
Ciao stella!