Monday, 10 August 2009

Chiedo scusa alla signorina del "security check".

A essere onesto dovrei tornare presso l’aeroporto di LHR, rifare la fila per il security check e aprire lì, davanti alle impiegate e agli impiegati aeroportuali, il mio sacchetto colmo di cenere con cui farmi cospargere il capo.
Di già me la vedo, proprio lei, la donnina che ho infamato quando ho visto star precipitando il mio orologio nella buca macina-vaschette, quelle che non avevo fatto in tempo a recuperare dal nastro trasportatore che attraversa lo scanner gigante - ne avevo quatro - e in cui avevo dovuto deporre la mia cintura, il marsupio, le scarpe, il lap-top, appunto il mio orologio, etc…
E davvero l’ho infamata e le ho lanciato un’occhiata torva: «Scusa, ma non lo vedi che sta cadendo tutto in quel buco nero, non puoi fermare il nastro…?» ho chiesto, tenendo per me soltanto l’ ultimo commento spontaneo - “Cretina che non sei altro?”.
«Ma Lei non ha mica detto “stop”. Legga il cartello!» mi ha risposto con l’aria tipica del funzionario pieno di sé e vessatorio. È vero, c’era scritto proprio così: «Se non fate in tempo a prelevare i Vostri oggetti, dite "stop" per fermare il nastro». E allora cretino io che non l’avevo letto!
A quel punto, anche se avessi risposto «Ma sì, figa!, però…», se anche avessi cercato di addurre tutte le scuse di questo mondo, oltre al fatto che non mi avrebbe mai capito, davvero sarebbe servito a poco, o meglio a nulla.
Dovessi tornare indietro, me la immagino di già pronta ad ammonirmi con tono battistino: «Convertiti e credimi!». E io lì, zitto sotto di lei, ad accogliere le ceneri sul capo consumato dalla vergogna e dal pentimento, affermando la mia fede nel governo britannico e nei suoi preposti, invece che in Cristo.
Ho sbagliato, mea culpa insomma. Ho sbagliato a criticare l’eccessiva pignoleria durante i controlli di sicurezza effettuati sui viaggiatori e sui loro bagagli. D’altronde papà me l’aveva detto: «Pure tu, però, cerca di capirli ché si stanno cacando addosso dalla paura di saltare in aria…». Perché ho sbagliato? Già, perché?
Be’, sono il solito uomo dalla memoria ridotta, come una pen drive desueta da un solo bit, e avevo dimenticato non già il terrore scatenato dalle immagini dell’11/09 negli USA, ma ciò che Massimiliano Di Pasquale ha ricordato con maestria in un magnifico contributo per la sezione “Multiculturalismo” del numero di “East, Europe and Asia STrategies” dello scorso giugno. Il titolo del pezzo è: “Benvenuti a Londongrad” – e ho detto tutto.
Questo perché se all’indomani dell’11 settembre Londra era stata soprannominata “Londonstan”, ricorda Di Pasquale, oggi la città invce è conosciuta come “Londongrad”. E con questo nomignolo si fa riferimento all’evento a tutti noto - l’omicidio di Aleksandr’ Litvinenko - descritto in modo perfetto Marco Nadia in un pezzo apparso sul “Sole 24 ore”. Scrive Nadia ch’era bastato seguire la scia radioattiva di polonio per le strade di Londra per tracciare un quadro delle zone abitate dai “super ricchi russi”.
La cronaca russa che gli anni passati ha gettato ombra sul governo Putin ha sempre avuto sullo sfondo non tanto la Russia, ma la capitale inglese [cfr.: K.Murphy, The Poison and Caviar World of Russian Oligarchs in London, “Los Angeles Times”, cit. in East].

A questo punto ho rfilettuto sul fatto che, in effetti, da che ricordi la popolazione russa non ha fatto altro che emigrare – Inghilterra, Francia, Italia, Stati Uniti... In principio molti russi - molti russi ricchi, certo – abbandonavano la Grande Madre per inseguire la moda del Gran Tour, per piacere insomma, e molti di loro avevano come mete preferite Capri, o la Sicilia, per non parlare di Roma. Ma da un certo momento della storia in avanti sono cambiate le carte in tavola. Hanno iniziato a prediligere mete differenti, che potessero piuttosto garantire possibilità più alte di sopravvivere alla caccia a opera del KGB per esempio, spinti dalla volontà di far sentire la propria voce, la voce della dissidenza – potrebbe suonare come un sottotitolo di un’edizione di “Striscia la notizia” – spesso ricorrendo alla parola scritta, ma anche alla danza e alla pittura.
Quindi i russi non è che fossero proprio soliti lasciare la terra natia per motivi di lavoro, o per espandere il dominio dell'Organizatsja (come per esempio noi italiani abbiamo fatto in Germania e via dicendo). Non solo per questo, almeno. Spesso chi è fuggito dalla Russia ha voluto salvarsi da una sorta di persecuzione. Invece a noi, per fortuna, non ci ha perseguitato nessuno. Al contrario, non sono stati pochi gli artisti italiani che hanno corteggiato gli zar alla ricerca di fortuna.
Come Marina Cvetaeva, o I.A. Bunin, numerosi poeti dell’emigrazione russa non erano nemmeno caratterizzati dal sentimento prosaico espresso con la solita maestria da Magris nel suo “Itaca e Oltre” a proposito di Slataper, ossia dalla nostalgia di una patria che «non esiste veramente in alcun luogo, perché nessun luogo [offriva loro] un’identificazione completa». Non erano contraddistinti e accomunati al tempo stesso dall’incertezza della propria identità e quindi sempre in viaggio alla ricerca della stessa per non dubitare della propria esistenza. No, i russi andavano via per rendere noto l’amore per il proprio paese, per lottare dall’esterno con lo scopo di giustizia all'interno, per poter un giorno tornarvi, perché tutti sapessero ciò che proprio non andava. E spesso pagando con la vita. Ma mi pare che i russi – e non solo quelli dell’emigrazione – siano sempre stati caratterizzati da questa sorta d’attaccamento alla terra, al proprio ambiente sociale, alla cosiddetta počva di cui tanto andava di moda discutere a fine Ottocento. Lo vedo tutt’oggi con la mia collega, con ciò che mi racconta del suo fidanzato e del resto della famiglia che non ha voluto smuoversi di là, nonostante tutto e in cui per certi versi mi riconosco tanto.

Ma quello che mi sono chiesto è che ci deve pur essere una ragione per cui l’Inghilterra «è diventata non solo il più grande centro del capitale russo al di fuori di Mosca, ma un luogo turbolento dell’opposizione russa» e non, per esempio, l’Italia, o la Francia che prima erano tanto quotate. Mi sono domandato: perché è più facile per chi vive situazioni tanto drammatiche ritrovare a Londra la gioia di vivere e non a Milano, o a Roma? Cosa li tiene lontani dal nostro paese oggi? Sarà per via della situazione politica? Credono forse che all’eroporto di Fiumicino un impiegato dei servizi segreti russi con la sua valigia di polonio possa passare con più facilità che non all’aeroporto di London Heathrow e quindi raggiungerli? Quale, davvero, il deterrente - se ce n’è uno? Abbiamo forse qualcosa che non va?
La situazione mi appare sempre più confusa. Infatti continuo a scorgerne un fottìo di russi, di quelli “super ricchi”, sia lungo via Montenapoleone che lungo via dei Condotti, dove i negozi sono tappezzati di cartelli che segnalano la presenza di commessi e commesse “russian speaking”, eppure… No, no. Dov’è finita la Russia amante dell’Italia e pronta alla battaglia? Forse la situazione odierna è totalmente capovolta rispetto agli anni Venti e l’Intellighenzia russa preferisce combattere senza abbandonare il campo, come ha fatto la Politkovskaja, come ha fatto la Estemirova - ch’è davvero il caso di dire che c’hanno lasciato le penne - e come continuano a fare ogni giorno molti altri nomi illustri.
Come reagirebbe il nostro Paese di fronte agli avvenimenti che hanno straziato ultimamente i nostr vicini - l'Inghilterra come la Spana?

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