Saturday, 22 August 2009

Piccoli uomini crescono - Little men, or Mauro, Luca & Raffaello.

Alcuni vedono un amico in una pietra preziosa – chiamali fessi!
Altri lo ritrovano in un animale domestico.
Secondo Ovidio - ma anche Aristotele - le amicizie si devono stringere solo fra eguali, o quantomeno ciò è raccomandabile perché pare siano più durevoli e affidabili.
Sono appena ritornato in Calabria dopo aver trascorso tre giorni ricchi di emozioni nella Repubblica del Salento, in provincia di Lecce, un soggiorno da cui non ho guadagnato solo l’avanzamento di uno stadio nel processo di recupero del mio colore primigenio, cioè di quand’ero ancora un piccolo terruncello.
Mi sono rilassato, ho scritto, ho letto, mi sono tuffato da scogli puntuti dopo aver mangiato un po’ di ricci e ostriche appena pescati. Ma soprattutto ho ritrovato i miei, di amici. Non si tratta di diamanti, neppure di cani o gatti, ma semplici ragazzi, uomini come me, ma non miei eguali.
L’occasione è stato il matrimonio di uno di noi tre, quello che ci ha ospitato. Un salentino, un lucano e un calabrese.
Ci siamo conosciuti dodici anni fa e per sei abbiamo vissuto nella stessa casa, anzi nelle stesse case. Abbiamo condiviso anche i traslochi, naturalmente. Sei anni di convivenza, con gli inevitabili periodi sì e no, fra screzi sciocchi per chi doveva pulire la cucina e chi il bagno, e che oggi raccontiamo divertiti, e fra consigli su come affrontare un esame, o la rottura di una relazione amorosa. Uno teneva in camera, appesa al muro, una bandiera nera dello M.S.I. e le foto di Cuccia, l’altro un poster rosso e nero col ritratto di Che Guevara e la foto di una foglia di marijuana, il terzo una specie di scultura fatta coi pacchetti vuoti di Marlboro e Diana Blu e una bandiera dell’arcobaleno – o poco ci mancava, forse c’era ancora troppo pudore.
A carnevale si andava alle feste travestiti uno da Brandon Lee nei panni de Il Corvo, un altro da metallaro e il terzo da Raffaella Carrà. Diversi l’uno dall’altro quasi in tutto, eppure l’uno all’altro vicini, disponibili a elargire consigli, o quantomeno ad ascoltare.
Piccoli uomini crescono.
Seguono ognuno il proprio percorso. È a questo che pensavo quando mi avete colto in fragrante, con le lacrime che mi rigavano il viso, ossia dal momento in cui è entrata la sposa fino a quando la nuova famiglia non ha messo piede fuori della chiesa di Castro, illuminata da un impietoso sole agostano e profumata della salsedine che si attacca a quella parte di terra e scogli che delimitano il confine fra lo Ionio e l’Adriatico.
Dodici anni e, pur cambiando, sempre uguali. Forse è questo che mi piace dei miei amici – il rimanere fedeli a sé stessi, il non tradirsi, l’essere un punto di riferimento costante; che sia nella propria immaturità – il mio caso – o nella propria affidabilità e precisione.
Dodici anni sono pochi se spalmati sull’arco di una vita intera. Ma io sono felice di aver condiviso questa minima parte della mia con loro. E per questo sarò loro sempre grato.
Un abbraccio e ancora auguri di tutto cuore, Mauro.

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