Tuesday, 11 August 2009

“Te quiero, puta!”: confessioni di una sera di mezz’estate (sono un bimbo cattivo senza sassi nelle scarpe).


C’è stato un tempo in cui ero una persona buona. O meglio, gli altri mi ritenevano una persona buona, pur avendo io coscienza del fatto di non esserlo punto. Coloro che mi stavano attorno consideravano la “differenziazione” come una sorta di marchio di fabbrica.
Ricordo che principalmente l’empatia ha sempre fruttificato e fatto cadere ai miei piedi, e anche con sistematicità diabolica, la qualifica succulenta di partner optimum. E quale giudizio migliore avrei potuto desiderare? Eppure – tanto per cambiare - non n’ero felice. Affatto. Ma solo perché sapevo, appunto, che si trattava di un’opinione inesatta, più che altro immeritata.


Un ironico controsenso secondo me, tanto che mi sentivo davvero in colpa nei confronti di chi aveva preso a conoscermi come la persona che in realtà non ero. Presentivo l’amarezza che avrebbero assaporato scoprendo la mia vera essenza che, presto o tardi, sarebbe emanata dal profondo. Ne avevo la certezza. E' come s'io abbia sempre recato in me la garanzia di ciò che sarebbe accaduto. Cioè che sarei divenuto un bimbo molto cattivo.


Mi ha sempre lasciato perplesso l’uso del termine “differenziazione” – o, se non vado errato, di “decentramento”. E' lo stesso? - per indicare il modo presupposto più corretto d'amare il proprio partner, riconoscendolo – come scrisse H. Kohut, fondatore della psicologia del Sé – come soggetto separato e autonomo, dando prova della propria capacità di mettersi nei suoi panni – “indipendentemente dal sesso cui appartiene”. Questo perché invece io, a lungo, sono rimasto incentrato sulle mie metà affettive, consideravo le mie partner (scusate il gioco di parole) parte di me. Ed ecco che, senza averne la seppur minima cognizione, mi dimostravo un maestro nel comprendere gli stati mentali di chi mi accompagnava, contestualizzando le sue azioni, rivelando una sensibilità – secondo molti - fuori del comune.


Ma il dono dell’empatia mi sarebbe stato tolto con certezza. L'avevo intuìto ch’era di matrice errata, cioè che derivava solo dal mio impegno eccezionale nel concentrarmi appunto sulle emozioni altrui, pur di non fronteggiare le mie. Quindi veniva totalmente meno la componente “mastery”, vale a dire l’attitudine a scovare le soluzioni che più si addicono ai nostri obiettivi, a raggiungere ciò che desideriamo di più per noi stessi. Ero del tutto consapevole che il giorno in cui mi sarei deciso a risalire a galla non avrei potuto portare con me il miraggio fatato della compenetrazione; a contatto con la luce della mia personale veracità quella facoltà sarebbe svaporata del tutto. Magari avrei conservato un residuo esperienziale, la memoria derivante da un lungo periodo vissuto sotto incantesimo, ossia operando degnamente. Ma agire sulla base di un’impressione è del tutto differente dall’agire sulla base del’istinto, di un modo d’essere.
“Come cambierà la mia vita quando non sarò più io, o meglio quando sarò finalmente me stesso?” continuavo a chiedermi.


Be’, oggi posso raccontarlo. A distanza di sei anni dal principio delle operazioni di configurazione della mia anima “malefica” posso affermare che, in effetti, tutto quanto ci circonda si trasforma insieme a noi. D’altronde è proprio questo il fine, o sbaglio? Cambiamo per cambiare.


E posso confermare che così come si vive male quando si è cattivi di natura e non si ha il coraggio di rivelarsi e quindi ci si sforza di vivere sotto le spoglie del buono, allo stesso modo si campa malamente quando invece si segue l’istinto e i resti dell’umanità e dell’altruismo li si abbandona lungo la strada per andare avanti con lo sguardo che lascia trasparire la fiamma ardente dell’individualismo.
È così. Alla fine, se si è "cattivi" come me non si arriva mai alla completa soddisfazione. Né in un caso né nell’altro. Nel primo perché non ci si riconosce, nel secondo perché… perché si rimane soli. Per meglio dire: si decide che è meglio rimanere da soli. Ma i veri cattivi tutto ciò, intendo quello a cui si va incontro, se lo prefigurano sin dall’inizio. Chi è destinato a rimanere da solo perché preferisce accompagnarsi a nessun altro se non a se stesso, n’è consapevole dalla nascita.


E insomma che così sono caduto preda di me stesso, del cosiddetto “pessimismo edonistico”. Mi sono reso conto di colpo di non avere più le forze necessarie per insistere a fare finta di essere buono; all’improvviso ho guadagnato “la consapevolezza della precarietà dell’esistenza, della fragilità delle cose” e ho scelto “il funebre, ma voluttuoso abbandonarsi all’estasi, segnato dal costante piacere malinconico”. E uso l’espressione “cadere preda” perché di certo all’epoca, al momento della decisione cruciale, m’ero prefigurato tutt’altro che questo. Mi ha ingannato la facciata festante e di pace, la sensazione d’essermi liberato di un peso enorme che mi stava schiacciando, che mi toglieva l’aria.


E poi comunque la scrittura mi stava rovinando. Anzi, quasi che tutto è stato colpa della scrittura.
Scrivere storie è diverso dallo scrivere poesie. Forse Popinga lo può confermare. Con la poesia si esprime uno stato d’animo – almeno per me era così – ci si sfoga, come spiegarlo in altro modo? Invece con la scrittura ci si crea un’esistenza alternativa. Si cerca di rispecchiare la realtà che ci circonda, ma si finisce sempre con l’adattarla a una nostra esigenza. Si vive la vita degli altri. Altri che vivono sincronicamente in noi. Ecco cos'è successo con “La mangiatrice di unghie” prima, e poi con “175”, e ancora con “Che tempo fa lassù?”.


Tutta la trilogia ha l’aspetto di una saga familiare. “La mangiatrice”, per esempio, ha l’aspetto prima della storia di una donna, Stefania Nolle, che per sopravvivere si nutre delle unghie di altri individui, assorbendo la loro personalità – oltre che poteri paranormali - e generando in loro una malattia mortale, poi assume l’aspetto della storia di un santo calabrese del medioevo, san Nilo, e allo stesso tempo di un giovane mezzo polacco e mezzo italiano, Vaclav Finamore. Ma tutto questo - intendo la trama – è nata da sé, usciva dalla mia biro mentre riflettevo su tutt’altro, vale a dire sulla voglia di rinascere, sul desiderio di rigenerarsi in genere per vivere in armonia con se stessi e con il resto del mondo. Le storie di Vaclav e della propria infatuazione per un poliziotto russo, di Stefania e del bisogno di nutrirsi delle unghie degli altri per salvarsi, di Diego e del bisogno non solo delle unghie, ma di Stefania stessa per sentirsi vivo, come il bisogno di Nicola Malena di lasciare la famiglia per inseguire la strada della santità per sentirsi soddisfatto, simboleggiano tutte, al loro principio, la condizione psichica di chi non riesce a trovare la propria collocazione nel mondo, di chi non si riconosce e sente di non sapere più chi è veramente, qual è il suo ruolo nella società. Ma anche di chi sente, come diceva Hegel parafrasato da Magris, che oggi tutti dipendiamo da tutti, che siamo un mezzo “adoperato dal meccanismo collettivo per scopi che ci sono estranei”; di tutti quelli che “aspirano all’autonomia e alla pienezza della propria persona” e che cercano, aggiungo io, un luogo che possa definirsi in senso virgiliano, agreste o bucolico, un luogo in cui ci si riconcilia con la natura, il locus amoenus che ci rappacifica col mondo.
Tutti loro, i miei personaggi, sono spesso – ancora oggi, se avete letto qualcosa e potete farci caso, e sebbene per motivi diversi – personalità incrinate che si sforzano di apparire utili, quando in realtà non si sentono tali e vivono nascondendo il proprio vuoto interiore nell’angoscia di non riuscire a trovare la felicità per sé.


So che non si tratta di un messaggio nuovo. Basti pensare d’altronde alla letteratura di Svevo, a Goethe che “nella rinuncia aveva visto l’unica soluzione possibile”. Ma a me non importava scrivere qualcosa di innovativo. Scrivevo, come ho già detto sopra, per vivere una storia diversa dalla mia. E a tratti mi capita di farlo ancora.


Ma perché la scrittura mi avrebbe rovinato, dunque?
Già, perché tutti e tre questi romanzi, stesi di getto prima della Grande Scelta, avevano iniziato a farmi pregustare il sapore dolciastro del cambiamento cui anelavo segretamente. Infatti, se osservate bene, le storie dei miei personaggi si sviluppano fino al punto in cui tutti intuiscono la propria peculiarità e allora decidono semplicemente di afferrarla, proprio come accadeva a me mentre scrivevo, per non sentirsi più “persone frantumate”, “combinazione di elementi eterogenei”.


Tolstoj ha ricordato per bocca di Anna Karenina e nell’omonimo romanzo – il mio preferito -, che “la ragione è data all’uomo per liberarsi da ciò che lo inquieta”. È una grande verità, senz’ombra di dubbio - non a caso in “175” lascio sperimentare a Epifanio Finamore un incontro vis a vis con l’eroina. E per questo alla fine tutti loro – io – s’arrischiano a ottenere per sé la libertà dagli schemi che non appartengono loro.
Come per Buddha prima che per Tolstoj, e come per Kafka, come anche per Terzani la lezione è sempre che solo noi possiamo “avviare il processo di auto-accettazione”. “La risposta è dentro di noi”. Ecco spiegate le unghie, il mangiarle! Nella realtà le unghie non hanno alcun potere, lo sappiamo tutti. Non a caso gli hindù le considerano, come i capelli, l’unica parte del corpo priva di coscienza. Tanto che possiamo tagliarle senza sentire dolore. Le unghie sono le maschere pirandelliane che indossiamo, sono simbolo dell’incompiutezza (nel mio caso soprattutto artistica). La malattia di Stefania, quindi, in realtà non esiste e cessa di essere proprio allorquando capisce cosa fare per essere realmente se stessa. Lo stesso accade a Diego. Così, mentre la soluzione è lasciarsi andare per lei, è lasciarla andare per lui - la sua metà. Così rinasce Diego Finamore nel capitolo finale. Non è un caso la scena della tosatura cui Diego assiste, ed è comprensibile fino in fondo se si adopera la chiave di lettura, cioé l’epigrafe del romanzo - la citazione delle “Bucoliche” (elegia VII, 1-2, che insieme all’ VIII fu quella ripresa, fra gli altri, da J. Sannazzaro nella stesura dell’ “Arcadia”). Tramite di essa volevo suggerire l'interpretazione dell’immagine rappresentata.


Come la pecora si libera del manto lanoso affatto bianco - come potrebbe essere nell’immaginario di un bambino – ma sporco di sterco e gravoso, allo stesso modo Diego rinasce per riappacificarsi col mondo e con se stesso. Il tutto alla presenza dell’upupa che è forse l’animale per eccellenza tant’è carico di significati: dall’immortalità dell’anima, all’amore “benedetto” (messaggera di Salomone presso la regina di Saba).


Bubbole! Fandonie, bugie e nient’altro che grosse panzane! Più semplicemente pippe mentali. E io ci sono cascato.
Anzi, non ho potuto farne a meno, perché non ho dato ascolto a ciò che già sapevo di me e m’ero invischiato nella convinzione errata quanto collosa che, pur essendo io miserabile per natura, se mi fossi lasciato andare avrei ottenuto il giusto equilibrio come loro, come le vite che mi portavo dentro e che avevo abbellito in siffatta maniera. M'ero illuso che, venendo a galla, sarei riuscito ad equilibrare la parte buona di me, quel tanto da sentirmi finalmente in pace. La mia parte estetica, nel senso kierkegardiano del termine – per ciò che posso ancora ricordare delle lezioni di filosofia della Panera al liceo –, ossia la mia Stefania Nolle, avrebbe potuto finalmente sostenersi , o eliminarsi vicendevolmente con la mia parte etica, il mio Vaclav pauroso, il mio indispensabile Diego raccolto in solitudine.


Alla fine è successo. Mi sono abbandonato a me stesso, alla vita vera.


E cosa succede, quindi, quando si è “cattivi” e si decide di fare una cosa del genere? Succede che se ne rimane troppo presi. Il male prende il sopravvento. Ci si sente così bene e ci si piace così tanto che si smette di preoccuparsi degli altri rimuginando in realtà su se stessi, e si cmincia invece a preoccuparsi solo di sé - pur continuando a rimuginare sempre e solo su di sé - perdendo ogni attitudine a comprendere gli altri. Sì, ciò che avevo finito con l’odiare e mi aveva spinto a fuggire qui dove mi trovo ora è la cosa che in fondo mi manca di più.
Certo, appena si è liberi si è più che felici. Ci si sente come l’uomo più felice del mondo. Perché non dobbiamo dare più conto a nessuno, è logico. Ma poi ci si accorge che, anche così, il proprio ruolo nella società non ce lo si ha lo stesso e si finisce col pensare che forse ce lo si aveva prima, quando almeno si possedeva la facoltà di capire, quando ci si sentiva comunque soli e repressi, ma almeno s'aveva una presenza accanto, ossia quando non ci si poteva ancora accorgere che il “mi basto io” è cosa cattiva e quindi che sì, i bambini cattivi esistono per davvero e che si è uno di loro.


Questo non è un ripensamento in pieno, attenzione! Eppure, chissà perché, mi torna in mente la storia di Euphemia Chalmers Gray, moglie di John Ruskin che durante il viaggio di ritorno a Perth, dopo aver aspettato inutilmente sei mesi dal giorno delle nozze che il marito si decidesse a giacere con lei almeno una volta, si chiedeva se la scelta di sposare il celebre poeta per assicurare la stabilità finanziaria alla famiglia paterna non avesse coinciso con la rinuncia alla propria futura felicità.


Certo Effie poteva scegliere di tornare sui suoi passi, chiedendo il divorzio dal marito. Ma se in epoca vittoriana per un uomo era facile ottenere il divorzio - bastava denunciare l'infedeltà della coniuge - una donna al contrario non solo doveva addurre le prove dell'eventuale adulterio del marito, ma almeno anche quelle d'incesto, di sodomia o della bestialità di lui. E se anche una donna finiva con l'ottenere il divorzio finiva per essere considerata dalla società come una lebbrosa, quindi veniva isolata.
Forse, se avesse fatto in tempo a leggerne il romanzo, Effie Gray durante quel viaggio avrebbe riflettuto anche lei sulle parole di Anna Karenina quando sul treno - presagio di morte - dice: «E perché non spegnere la candela quando tutto quello che vedi intorno ti fa schifo?».


Be', a volte vedo la mia condizione precedente come la felicità perduta di Effie e la scelta di essere "cattivo" come il matrimonio di lei finalizzato a una vita migliore, apparentemente piena di felicità e stabilità, ma che finisce col rivelarsi a tratti - ripeto a tratti - tutt'altro.


Dopo poco più di sei anni, posso confermare quindi che una bruttura tipica dell'essere cattivi è che non si possiedono più scrupoli. E se l'etimologia della parola "scrupolo" è effettivamente "scrupus", roccia, riferita all' "aspra pietruzza che molesta come il sassolino nella scarpa del viandante. [...] Eccessiva delicatezza di coscenza che inciampa ne' sassolini e s'imbarazza per poco", allora a volte è meglio andare al giro un po' impediti, sofffrire un po' di più per essere costretti a fermarsi e a riflettere meglio sulla strada che si è deciso di percorrere. A volte sì, è meglio.


Ma comunque, sapete che vi dico? Quando la scelta di manifestare la propria cattiveria è compiuta è comunque troppo tardi per tornare indietro, per chiedere scusa. E poi, chiedere scusa a chi?

3 comments:

vic said...

Benvenuto nel club!
Chiedere scusa di cosa? Di aver deciso finalmente di essere te stesso? Non ce n'è bisogno. Quello che tu scrivi, lo pseudo-egoismo di cui parli, credo faccia parte di tutti coloro che arrivano a mettersi a fuoco. Quando sei centrato in te stesso arrivi lì. Centrato,non concentrato. Nel senso che hai capito chi sei e cosa vuoi, cosa ti piace e cosa no. A quel punto gli altri diventano una presenza piacevole, gratificante, gioiosa, che rende la vita più bella..ma comunque non indispensabili. Non hai più bisogno di nessuno per stare bene perchè prima di tutto hai te stesso. E allora scegli chi avere accanto, e chi non avere accanto. Non è cattiveria questa, è maturazione. Non è chiudersi al prossimo, ma anzi aprirsi agli altri senza cadere in alcuna forma di dipendenza (affettiva,sessuale, amorosa). Da pari a pari.
Da quello che scrivi forse sei arrivato lì..ed è un gran bene se è così. Probabilmente poi con il passare del tempo vedrai che ti smollerai un po', e allora il tuo definirti cattivo in modo così categorico diventerà relativo.
Il luogo che riconciglia con la natura: io ci sono dentro adesso, e probabilmente lo hai anche tu un luogo così. Dove la consapevolezza di sè è accentuata e vedi le cose dentro e fuori di te con maggior obiettività. Non è neppure fondamentale viverci, l'importante è sapere che esiste, tornarci di tanto in tanto per fare una specie di revisione all'anima, un bilancio, un po' di silenzio per poi ripartire.
Poi forse ho frainteso del tutto quello che hai scritto (lo sai che a differenza tua io psico-filosofeggio zero). In questo caso taglia pure questo commento. ciao :)

Madavieč'77 said...

Ciao tresor,
vedi, tu sei ciò cui appunto aspiravo. No, io invece mi sono accorto di essere andato ben oltre.

Stammi bene e fai un bagno anche per me.
Rf

p.s.
Spero almeno di esser riuscito a darti delle risposte circa “La mangiatrice”! Sei contento?

vic said...

Si si...in effetti qualche chiarimento sulla Mangiatrice serviva,ho molto apprezzato ;-)
Secondo me la sensazione di essere andato ben oltre è perchè sei arrivato al punto giusto. Ma è una sensazione che col tempo si riassorbirà e cederà il posto al giusto equilibrio.

Ps.Il mio papà è riuscito nell'impresa e domani mattina alle 11 ci apriranno la chiesetta della Madonna delle Grazie in campagna, appena ristrutturata. Sono esattamente 18 anni che non ci metto piede, dal terremoto del 91 che l'aveva resa pericolante!! Non sto nella pelle..