Wednesday, 30 September 2009

Sperma - la nuova formula!


Uao! E ti pareva che non fosse ancora una volta colpa del maschio!
Oggi i giornalisti del Daily Mail riportano la notizia secondo la quale gli scienziati dell’Università di Leeds hanno dimostrato le cause naturali per cui, dopo un rapporto sessuale, le donne si trasformano spesso in casalinghe indemoniate e gli uomini se la dormono pacificamente.
Forse non lo sapevate - anche io lo apprendo oggi -, ma gli amici scienziati "Mignolo" e il suo collega "Prof", sono soliti studiare le fasi del sonno della razza umana con l’ausilio dei moscerini della frutta. Pare proprio che, in fatto di sonno, esseri umani e moscerini abbiamo le stesse abitudini. Per esempio, i generi maschili di entrambe le razze (umana e muscida) sono più attivi all’alba e al tramonto e fanno la siesta al pomeriggio. Entrambi, dopo aver inseminato le proprie femmine, se la dormono beatamente. Al contrario i generi femminili, appena tirati su gli slippini, si dedicano alle attività domestiche, siano esse le operazioni di nidificazione siano le manovre di spolveratura e stiratura…
La causa? Una sostanza contenuta nello sperma (umano e muscida), un peptide che gli inglesi chiamano “Sex Peptide” che induce nelle femmine questa strana – e divertente – smania. Non tutti i maschi ne sono dispensatori, per cui è stato provato che le femmine che hanno avuto la sfiga di accoppiarsi con maschi che lo producono, appena finito di trombare si attivano per registrare il proprio nido, insomma fare i servizi (domestici); quelle che hanno avuto il culo di trovarsi un uomo dallo sperma senza “Sex Peptide” riescono a dormirsela beatamente anche loro.
Cari uomini (etero), ecco che se vivete soli, se la vostra casa ha raggiunto livelli immondi di sudiciume come immagino, se prevedete entro breve un appuntamento galante con una donna, spremetevi le meningi ed escogitate una scusa per portarla nella vostra tana. Oltre a una notte di passione, il giorno dopo potrete guadagnarci una casa brillante e una donna – magari una manager - riconoscente per avere risvegliato in lei l’indole primaria di casalinga.
Allo stesso modo, ecco quindi spiegato perché noi gay siamo molto più attenti alla pulizia della casa che non gli etero zozzoni.
Attendo commenti furiosi.

Tuesday, 29 September 2009

Dammi una lametta…- I'll be missing you

(il dipinto sopra è del pittore realista contemporaneo Geoffrey Laurence - Painting by G. Laurence)


Colpa del cambio di stagione – maledette mezze stagioni! chi cazzo ha detto che non esistono più?
A ogni modo: fra novembre e dicembre scorsi, quindi un anno fa circa, i giornali si sono occupati di un argomento che pare abbia suscitato l’interesse generale (Cf.: Roger Dobson reports, “How crying can make you healthier”, in “The Independent”, Nov.2008; Francesco Tortora, “senza lacrime saremmo più esposti al rischio di infarto o di danni al cervello”, in “Corriere della Sera”, 11/09/2008).
Come si legge dai titoli citati sopra, mi riferisco alla relazione fra la nostra salute (per quanto mi riguarda – salute mentale) e la necessità di piangere. Naturalmente, sempre causa mio tempismo ai confini col divino, eccomi a ragionarci su ancora un anno dopo.
Già prima d’allora, in verità, avevo letto che le lacrime sono parte del nostro armamentario atto a difenderci dalla follia, un propugnacolo dietro il quale trovare riparo per sopravvivere. Ecco che, ad esempio, i cani non piangono come gli esseri umani e in media campano 1/6…
Il dibattito di un anno fa era scaturito dall’uscita del libro di W. Frey dell’University of South Florida, intitolato “Crying: The Mistery of Tears”.
La giornalista Valeria Cudini era stata una di quelle che aveva spiegato su “Panorama” (Cf.: “Il segreto per corpo e psiche in forma? Farsi un bel pianto”, in “Panorama”, martedì 9 Dicembre 2008) come Frey avesse «formulato la cosiddetta “teoria della guarigione” (recovery theory) che spiegherebbe ciò che accade ogniqualvolta si piange. Innanzitutto bisogna distinguere tra “lacrime emozionali” e quelle indotte da stimoli non emotivi. Le prime sono dovute a un’emozione forte o a un dolore e sono chimicamente diverse da quelle versate, per esempio, quando sbucciamo una cipolla. Le lacrime emozionali sarebbero prodotte dall’organismo per ridare al nostro corpo l’equilibrio e il senso di benessere che si sono persi per colpa di un evento stressante».[1]
Il pianto quindi restituirebbe “equilibrio a corpo e mente”. Forse davvero Madre Natura ha creato le lacrime per non farci impazzire.
A quante delle persone che conosco avrò già raccontato del mio primo e ultimo pianto a Milano, a parco Sempione, sei anni fa circa? Forse quello stesso giorno avrei dovuto cogliere dei sintomi (quali?) che avrebbero potuto darmi a intendere che sarebbe stato, quello, davvero il mio sfogo postremo. Finale. Conclusivo prima di iniziare la discesa.
Ripenso ai miei pianti passati quasi con nostalgia. Voi piangete?
Per me, oggi, la prima reazione di fronte a qualsiasi sofferenza/stress emotivo è quella di serrare i denti fino a sentirli scricchiolare e la mandibola dolere.
Domenica sera, tanto per dire, ero lì sulla pista da ballo a dimenare il culo e le braccia da bravo truzzo disadattato, al polso un nuovo bracciale composto dall’incrocio di tre catene, che chiunque avrebbe potuto accusarmi di furto ai danni di un quindicenne. Cercavo di non pensare a qualcosa, ma invece quel qualcosa mi ha raggiunto. Meglio – non mi aveva mai abbandonato. Ancora oggi me lo sento sul groppone. Be’, insomma che mi sono sentito morire. Mi accorgevo di alternare sempre più rapidamente la “Cuccaforia” (leggi: “euforia da canzone di Lorella Cuccarini”, nello specifico quando canta: «Cosa vuoi da questa città, che ti prende amore e niente ti dà?») alla disperazione più nera.
Come se qualcuno mi avesse lanciato un sasso contro il petto, proprio sullo sterno, da toglierti il respiro.
Allora perché non piangere? Cosa impedisce a una persona di lasciarsi andare?
Spesso ho sentito lamentare ad altre persone di essersi trovate, come me domenica scorsa, a invocare un pianto, ma quello non arriva. È lì, al limitare fra glottide ed esofago, ma puntualmente accade qualcosa che lo ricaccia indietro – qualcosa che non sempre è identificabile col fumo di sigaretta o un sorso di negroni.
Qual è questa verità talmente terrificante - cui molti associano il pianto e il sollievo che esso potrebbe regalare loro - da ricacciare indietro la salute mentale?
Quando abbiamo nostalgia di una persona che amiamo e che abbiamo perso all’improvviso, o cui abbiamo dovuto, nonostante tutto (nonostante fino a due giorni prima prograssimo con lui cene e passaggiate romantiche), fare a meno perché abbiamo realizzato non appartenerci, forse non vogliamo piangere perché ciò potrebbe permetterci davvero un distacco definitivo cui non siamo ancora rassegnati.
Forse, quando perdiamo una persona cara rifiutiamo qualsivoglia liberazione dalla tristezza per via di una sorta di senso di colpa.
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[1] Lo stesso aveva riportato, appunto, Roger Dobson reports, “How crying can make you healthier”, in “The Indipendent”, Nov.2008: « But what of crying? Emotional tears come from the same tear glands that produce the fluid that forms a protective film over the eyeballs to keep them free of irritants, and which also releases extra fluid when the eye becomes irritated, or is invaded by a foreign body».

Il primo reality letterario - The 1st literary reality show.


È tempo di reality! …E vi spiego brevemente come funziona il primo reality letterario, il mio, su questo blog.
Non so voi, ma spesso a me capita di ricollegare un dato momento della mia vita a una canzone particolare. Come fossero colonne sonore della mia vita (per esempio, in questo periodo "Io & te" di Raf mi stordisce oltre i limiti della sopportazione).
Altre canzoni, invece, le amo così tanto da averci già costruito su una storia tutta mia, un vero e proprio film, indipendentemente dal messaggio che il suo autore originario avrebbe voluto trasmettere.
Se vi va, se non temete che la possa rovinare, potete inviare al mio indirizzo e-mail qui di fianco il testo della vostra canzone preferita (solo canzoni italiane, spagnole, inglesi, tedesche o russe). In diretta estrarrò 4 titoli e istituirò un sondaggio. Sarete voi a scegliere quella che potrò trasformare nel mio e nel vostro nuovo racconto breve, totalmente inedito.

A questo punto non mi rimane che dichiarare ufficialmente aperto il reality.

A presto,
Rf
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It’s time of reality shows! …And I’ll explain you shortly how my literary reality works on this blog.
I don’t know if it’s the same to you, but I’m often used to link a special moment of my life to a specific song. They are like soundtracks of my life’s movie. Especially in this period.
On the other hand I love insomuch some songs as I already invented a story on the basis of its music and its words, even though the message of its primal author was totally different.
If you want, if you’re not afraid that I can gum it up, so you can send me your favorite song’s text to the sideways e-mail address (they must be only in Italian, Spanish, English, Deutsch or Russian language). I’ll draw live 4 titles and I’ll set a new poll. This will be you choosing the one I’ll can convert into my and your new inedited short story.


And now I can just declare my literary reality officially open.

Goodbye my friends,
Rf

Sunday, 27 September 2009

Il giudice e la sentenza inspiegata.

(Foto del cazzutissimo Cartier-Bresson).

Poc'anzi stavo piazzandomi di contrapposto a questo PC di merda per lavorare al primo capitolo di “A casa del diavolo” che potrete leggere domani, quando mi è saltato alla mente il romanzo di Michael Cunningham “Una casa alla fine del mondo”. I titoli non sono poi così discrepanti, no?, sebbene, di certo, parlino di argomenti ancor più differenti.
Fatto sta che in “Una casa alla fine del mondo”, Cunningham ha scritto: «Fra i venti e i trenta anni avevo sospettato che se qualcuno mi avesse tolto la bellezza, le abitudini e una mezza dozzina di idee ben radicate, avrebbe trovato un vuoto al posto della mia personalità. Mi era sembrato il mio peggior segreto. Avevo offerto ai miei amanti disponibilità e sensibilità – sembrava che non avessi dato altro. […] Tuttavia a quest’età avrei voluto sentirmi fiero di me, in generale, e se qualcuno me l’avesse chiesto, saper spiegare esattamente cosa ci facevo in questo mondo».
Avrei voluto saper spiegare esattamente… cosa? Cosa può essere spiegato e cosa no? Tutto ha una spiegazione? È due mesi oramai che, fra le due caselline, quella del “sì” e del “no”, ho biffato la seconda. Ci sono cose che non possono essere spiegate. E non mi riferisco ai celebri “misteri della fede”.
Quando non ci si riconosce se non nella figura dello ierodulo per cogliere il proprio vuoto interiore, la propria insignificanza; quando si recita la propria poesia, cioè quella prediletta di ogni giorno, che si ripete al mattino quasi per buon augurio e, all'improvviso, annusando l’aria, il nostro fiato fetido di sonno e di ulcera gastrica ci rivela che quegli stessi versi ormai recano seco una profezia ominosa, be’ che, è a questo punto che dobbiamo riconoscere l’impossibilità di denegare l’esistenza dell’imperscrutabile.
Onestamente non ho mai creduto di essere un panfilo da crociera, un transatlantico di ultima generazione, ma mi era sufficiente pensarmi uno sciabecco; l’importante per me era esser finalmente giunto in rada. M’ero illuso di poter “andare in cappa”, come si suol dire, e non mi ero accorto della mano ultrice, appunto, che apparteneva a questo inconoscibile e imprevedibile che mi aveva inseguito. Un indice accusatore. Sapete?, di quelli che vi puntano dritti sul naso, che se potessero profferire parola avrebbero di certo il tono gnomico necessario a coartare la decisione finale su cui da tanto state ragionando… eh, quell’indice appunto mi ha picchierellato sulla spalla di recente.
«Non lasciarti infruscare!» mi ha sussurrato, facendomi trimpellare sulle gambe troppo lunghe e... e... odiose.
«Io?» ho chiesto. «Nessuno vuol infruscarmi» ho puntualizzato.

Ma come s'è permesso? Ha sbagliato, il signor indice, e mi ha fatto impermalire. Lo so io questo, e nessun altro. Lo so io se è doloroso e se, quand’anche ridessi per dare il via a una sorta di ennesimo ridimensionamento emotivo, se anche facessi spallucce per minimizzare l’eventuale tragicità della mia scelta – io lo so. Solo io – quanto tutto sia dannatamente e dolorosamente irrisolvibile. Almeno per un po'...

Friday, 25 September 2009

Il mondo tradito - Betrayed World

(L'immagine sopra è di Harold Pinter - Picture here above by Harold Pinter).

On last Sep. 13th journalist A. Muglia'd written a very interesting article, “Life in one word”, about a new "Corriere"’s own initiative.
“Corriere della Sera” noticed the success of the cultural initiative by Mr. Giuseppe Antonelli, Italian language historian, on the occasion of the Mantova’s Literary Festival. Mr. Antonelli asked some Italian and foreign writers attending the festival to “tell the world in one word, the one telling in the best way our contemporary time”. Direction of such initiative is setting down the new “European Dictionary”.
“Corriere della Sera” extended this invitation to six foreign writers more, asking them for providing with “genuine headwords”. It’s been very interesting to read suggestions by Indian Amitav Ghosh (his term was “Tamasha” = “Celebration”), or Alicia Giménez Barlett’s choise (“Perro” = “Dog”), or the one choosen by Silva Peréz Vitoria (“campesinos” = “Peasants”), etc… etc…
But the most interesting suggestion in my opinion has come from Russian writer Vicktor Erofeev (Виктор Владимирович Ерофеев, one among my favorite contemporary writers), whose hand’d produced, f.i., the beautiful “The Good Stalin”, or “Russian Beauty” and “The Last Judgement”.
For those people, who don’t know V. Erofeev: in the past he contributed to several Regime’s literary magazines, then to several Samizdats; he studied works of Vasilij Pavlovič Aksënov and of several contemporary authors, but as he’d co-operated with Russian dissidents, he’d been pushed from Soviet Writers Union out and his pieces of writing, novels and short sories had been proscribed till 1988, when Gorbacev become the President.
I totally agree with Eraveev’s choise of the word “predatelstvo”. He said: “All we are betrayers. Consciously or not, all we are used to betray, even though we like to call our betrayals with other definitions. Growing up we betray our childwood and our youthful believes. We betray our lovers, friends and we say we’re simply changed. […] Faster gears of intellectual and technological progress roll, more increase betrayals”.
It couldn’t be there a definition matching with my own actual status better than this.
I’ve been plaguing myself already since 4 years maybe, believing I was changed, because I can’t recognize myself anymore from when I’d lost my empathy power, my faculty to understand and help other people, friends or not; on the other hand I notice today I’d gained a cold frightening uncaring attitude and the vocation to be egomaniac. I was used to tell me I was changed, you know?, and now… now, at last, it’s clear that there’d been no changes in me. This is always me. I’m betrayer like anybody, just like the last one man I was ready to judge due to his fallacious behavior toward me. I’ve always been a betrayer and such revelation today reassures me about asserted causes of my helplessly change.
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Lo scorso 13 settembre la giornalista A. Muraglia ha scritto un articolo molto interessante in merito a un’iniziativa del Corriere della Sera - "Il mondo in una parola".
Dopo aver notato il successo riscosso dal progetto dello storico della lingua, il Prof. Giuseppe Antonelli, in occasione del festival letterario di Mantova, per cui è stato chiesto agli scrittori partecipanti di definire il mondo con un’unica parola, quella che avessero ritenuto più adatta a dare un’idea dei nostri tempi e che sarebbe poi servita alla stesura del nuovo “Dizionario Europeo”, il Corriere della Sera ha pensato bene di estendere lo stesso invito ad altri sei scrittori fra i più noti del panorama letterario mondiale.
È stato davvero interessante leggere le proposte di autori del calibro dell’indiano Amitav Ghosh (la sua scelta è stata “Tamasha” = “Celebrazione”), o della scrittrice Alicia Giménez Barlett(“Perro” = “Cane”), come anche quella di Silva Peréz Vitoria (“Campesinos” = “Contadini”), etc… etc…
Eppure secondo me la scelta più interessante è stata quella dello scrittore russo Vicktor Erofeev (Виктор Владимирович Ерофеев, uno dei miei favoriti fra gli scrittori contemporanei), la cui mano ha dato vita al bellissimo “Il buon Stalin”.
Per chi non lo conoscesse, V. Erofeev in passato ha collaborato con molte riviste russe e, successivamente, con altrettanti samizdat; studioso dei lavori di scrittori contemporanei come
V. P. Aksënov, fu espulso dall’Unione degli scrittori Sovietici in seguito all’interazione coi dissidenti e i suoi romanzi e i suoi racconti furono banditi dal panorama letterario fino all’88, quando Gorbacev divenne presidente della Federazione Russa.
Sono completamente d’accordo con la scelta di Eraveev - “predatelstvo”.
Ha detto Eraveev: «In ultima analisi siamo tutti traditori. Coscientemente o no, commettiamo tutti una serie di tradimenti anche se preferiamo definirli in un altro modo. Diventando adulti tradiamo la nostra infanzia e le nostre convinzioni giovanili. Tradiamo gli amori, gli amici e diciamo che siamo cambiati. Attraversiamo la nostra vita immersi nello strano aroma del tradimento. Più veloci girano le ruote del progresso intellettuale e tecnologico, più aumentano i tradimenti». [Cf. articolo linkato sopra].
Davvero non poteva proporre termine migliore, vale a dire che combaciasse meglio col mio attuale stato d’animo. Non so il vostro...
Ho passato gli ultimi quattro anni a tormentarmi perchè – ne ho discusso giustappunto ieri col Prof, e ancora due giorni fa con Clema – credevo di essere cambiato, perché non mi riconosco più da quando ho perso qualsiasi facoltà empatica, qualsiasi capacità di ascoltare e aiutare gli altri, amici e non, e, in compenso, ho guadagnato un’attitudine fredda, spaventevole alla noncuranza e la vocazione all’egomania. Capite?, pensavo di essere cambiato! Ma ora… ora è chiaro finalmente che non c’è stato nessun cambiamento in me. Sono sempre io. Sono un traditore come tutti, proprio come l’ultimo uomo che fino a ieri ero pronto a giudicare per il suo comportamento capzioso nei miei confronti. Sono sempre stato un traditore e questa rivelazione oggi mi rassicura circa le cause inspiegabili del mio preteso cambiamento di fronte al quale mi sentivo impotente.

Wednesday, 23 September 2009

Care le mie donne… (davvero basta scegliere?)


Sui giornali inglesi continuano i commenti sull’uscita del nuovo libro degli psicologi Cyndy Meston e David Buss “Why Woman Have Sex” che svela quali sono le caratteristiche necessarie a un uomo per piacere alle donne.
In anteprima è stata stilata una sorta di check list. Quello che si può leggere è quanto segue:
1. Questione di misure. La caratteristica principale che rende un uomo desiderabile agli occhi di una donna è l’altezza. Gli alti sono attraenti. Altezza ideale cm 182 circa. L’altezza pare sia un criterio molto considerato anche dalle donne che devono scegliere un donatore di sperma. Pare inoltre che gli uomini dal metro e ottanta in su guadagnino 100.000 sterle in più in trent’anni di carriera rispetto a quelli alti un metro e sessanta!
2. Ricerche scientifiche dimostrano che una donna decide l’uomo giusto per lei in base al profumo naturale che emana. L’olfatto femminile raggiunge l’apice nel periodo di ovulazione. Grazie al profumo la donna individuerebbe in modo naturale l’eventuale combaciamento genetico causa di probabili problemi nel nascituro.
3. Oltre all’altezza, pare che le donne preferiscano come compagni per la vita uomini forti muscolosi e atletici. Spalle larghe e vita stretta (una scopa in culo per ramazzare in casa mentre loro vanno a fare shopping no?).
4. Il volto deve presentare lineamenti squadrati che sono più mascolini. La mascella alla Ridge trasmetterebbe l’idea di una salute non cagionevole.
5. L’uomo ideale deve possedere corde vocali molto lunghe, più del 60% di quelle della donna in quanto queste producono una voce molto più profonda e rassicurante, che ricordi possibilmente il verso di una rana.
6. Deve saper ballare. Pare che le donne siano attratte da uomini che si muovono e ballano producendo movimenti ampi e impetuosi, decisi. Il modo in cui un uomo balla lascerebbe intendere anche come potrebbe toc cacciare la sua compagna.
7. Naturalmente l’uomo ideale deve essere simpatico e brillante. Il senso dello humor induce un atteggiamento positivo – segno di intelligenza e sicurezza di sé.
Dicevo:
care donne, non vi pare di essere un po’ pretenziose? Siamo certi che le vostre siano solo richieste inconsce, del tutto imposte da Madre Natura e finalizzate ad assicurare la continuazione migliore della specie?
A parte il fatto che il libro in questione non mi pare stia svelando nulla di nuovo, mi suona strano come non vi rendiate conto che con certe esigenze non è poi tanto anomala la reazione di quei poveri cristi che non si sentono tanto alla vostra altezza.
Ma soprattutto mi sorgono spontanee una paio di domande:
secondo voi davvero basta individuare il tipo giusto e poi scegliere?
Ancora di più: ma davvero non vi rendete conto che quello sopra è il ritratto dell’uomo gay per antonomasia? Perché non rassegnarsi per sempre all’idea che oramai, per voi, non c’è più tanta ciccia da mettere sul fuoco, a meno che non abbassiate un po’ il mirino?
Bene, adesso sono curioso di leggere cosa hanno scoperto gli scienziati, con le loro ricerche, in merito le caratteristiche necessarie a una donna per piacere agli uomini.
Un’idea di check list, a dire il vero, l’avrei già.

Tuesday, 22 September 2009

Gatta morta frica forte!!

Oggi parliamo di un argomento che non si tratta mai a sufficienza a casa, né in ufficio, né al bar con gli amici: il sesso. Anzi, la mancanza di sesso.
Oggi ho letto sul Times la testimonianza di un signore inglese che racconta come all’età di trentatré anni avesse smesso di trombare con la moglie trentenne. La causa era la nascita del primo figlio. Il nuovo arrivato portava via troppo tempo e voglia a entrambi e così, alla fine, senza sesso il matrimonio stava andando a rotoli – lui si vergognava di dire che voleva scopare di più, lei ora non ricordo bene che scusa avesse (non credo il mal di testa, dato che da un recente sondaggio pare che le donne sfruttino gli uomini e il loro pene proprio per curarlo, o per perdere peso).
A ogni modo, siccome i due poveretti si amavano ancora molto, ecco che la sera di capodanno del 2006 la donna, che a questo punto sono sicuro sia quella che tutti avrebbero voluto sposare – etero e gay –, chiese al marito: «Da oggi faremo sesso ogni giorno!».
Il cristiano scrivente, colui il quale avrebbe dovuto partecipare a questa nuova iniziativa, asserisce di aver avuto un colpo, di essersi sentito terrorizzato come ogni gennaio di ogni anno all’idea di ritornare a fare ginnastica in palestra, quando si è ormai abbottati di panettoni e completamente fuori forma. “Non ce la farò mai” si disse e così la moglie, ritrovandoselo di fronte con lo sguardo da pesce lesso insistette: «Dai, non ti preoccupare. Abbiamo solo bisogno di pratica».
E infatti… gennaio, febbraio e marzo – ogni giorno “tricche e tracche”. E oggi, nonstante l’arrivo del secondo bebè (solo il secondo?), tutto procede a gonfie vele.
Insomma, alla fine pare che sia inconfutabile la tesi della ormai famosa terapista del sesso Bettina Arndt del “just doing it”, sia che siamo dell’umore adatto, sia che non ci passi manco per l’anticamera del cervello. “Il desiderio basta decidere di farselo venire” dice.
È vero? Fare sesso aiuta ad accrescere la nostra libido?
La risposta è assolutamente sì.
Ricordo che quando stavo con Mr. T-Fish mi sembrava d’impazzire. Ci vedevamo solo il fine settimana e io ero sempre al limite dell’esplosione. Tanto che mi ero ripromesso che, se malauguratamente ci fossimo lasciati – come poi manco a dirlo è avvenuto -, allora avrei trovato un uomo cui avrei permesso di rimanermi lontano al massimo 24 ore, ché per il resto doveva essere a mia disposizione, per soddisfare le mie voglie bollenti.
Certo, che c’entra, potevo mica sapere che mi sarei ridotto così! Trentaduenne triste e solo, disilluso, sfiduciato nella possibilità di piacere a chiunque e nelle proprie capacità amatoriali, e con un piperuolo che poco ci manca che mi si secca. Una mattina o l’altra si staccherà per cadere nel cesso per la legge dell’uso e del non uso di Darwin e non me ne farò neppure meraviglia. Quasi me ne fotto. Credo che presto rimarrà solo un lieve senso di nostalgia per il mio pene a riempirmi l’anima.
Non avrei mai pensato di poter testimoniare in favore della Arndt per esperienza oppostamente diretta. Quando si dice che non c’è nulla divertente, no?

Monday, 21 September 2009

Quando si vola con la fantasia (c'avete rotto il cazzo!) - English version included.


Tempo fa approfittai del racconto lungo “Torna da me” scritto per la XXVI edizione del Concorso Letterario Cava De' Tirreni per trattare, anche se solo marginalmente, un argomento che ancora due anni fa aveva il potere di farmi attorcigliare le budella per la rabbia, cosa di alcun aiuto per la mia ulcera nervosa. Mi riferisco al progetto e allo stanziamento di fondi destinati alla costruzione dell’aeroporto di Sibari. In “Torna da me” il mio Gianni, il protagonista che si cimenta nella redazione di una lettera all’editore di un giornale locale calabrese, asserisce:

«[…]Ancora in merito all’aeroporto: da anni si discute della possibilità di costruire un nuovo scalo nei pressi di Sibari, utile per noi cittadini del cosentino, ma mi pare davvero di assistere alla replica della triste storia della “A3”, nota come “Salerno-Reggio Calabria”. Ne avete già sentito parlare, nevvero?

«[…] Sette anni fa si parlava dell’Aeroporto di Sibari come di un sogno che stava divenendo realtà e tutti noi quasi non svenivamo di gioia. Anche perché finalmente - si pensava - i tedeschi, gl’inglesi, i francesi e chiunque altro avesse voluto avrebbe potuto raggiungere il nostro paese e noi avremmo potuto condividere con loro le nostre ricchezze, diventare più facoltosi nel panorama europeo per qualcosa di buono per giunta, forse anche più di loro – i turisti –, o almeno al pari loro.

«[…] Sette anni fa pareva concretarsi un’idea che in verità era nata ben ventiquattro anni fa! Era tornata alla ribalta, in apparenza, vigorosa. Poi ancora, cinque anni fa, il nostro assessore ai trasporti fece un comunicato stampa per farci sapere che finalmente s’era cominciato a discutere dell'aeroporto della sibaritide ch’era da ritenersi sempre più indispensabile per lo sviluppo del territorio. Facendo un rapido calcolo ho capito che ci sono voluti 2 anni, quindi, solo perché si decidessero a iniziare a discuterne. Come se sette anni prima non si fosse toccato per nulla l’argomento! Eppure il comunicato continuò ad accendere in me la solita gioia per la realizzazione che sentivo “imminente”, del progetto. Gioia che andò scemando sempre più, fino a scomparire del tutto quando la questione sembrò di nuovo dimenticata per sempre.

«Capii che forse avevo sbagliato a crederci. Forse più nessuno era interessato ad avere un altro scalo aereo in Calabria e, a dire il vero, avanzò in me anche il dubbio che davvero non fosse necessario, come già molti sostenevano, anche se ciò sarebbe andato a discapito delle mie ginocchia intrappolate fra i sedili dei pullman che mi aspettavano.

«Poi due anni fa ecco che è stato stanziato un ottavo della cifra necessaria alla realizzazione dell’aeroporto (siamo ancora in attesa che la differenza sia riempita da fondi comunitari). «Quindi, il programma che conta di raggiungere 2.980 voli nel 2016 e un movimento passeggeri pari a 158.777 unità ha preso piede e io mi sono esaltato per l’ennesima volta. Inutilmente. Tre mesi fa un nuovo assessore regionale di non so bene cosa se n’è uscito dicendo che in realtà un aeroporto così non servirebbe a nulla… «

Ora: la mia intenzione primaria scrivendo questa lettera non è quella di giudicare nessuno. Vorrei però contribuire a rendere nota una situazione che il sud dell’Italia sta vivendo non senza timori e che abbraccia il settore dei trasporti, cui ho accennato sopra, con l’ennesima storia all’apparenza infinita di un nuovo progetto infrastrutturale. […] Le informazioni relative allo svolgersi di qualsivoglia vicenda, oggi come oggi, sono reperibili ovunque – tramite il web, come le trasmissioni televisive – eppure nulla sembra aggiustarsi, si ha l’impressione che il malcontento cresca a dismisura, atteggiamenti fatui o quantomeno inservibili come il mio, di kafkiana “passività contemplativa” – per dirla con le parole dello scrittore P. Citati – prendono piede, a parte rare eccezioni […]».

Ed è proprio così. Il materiale reperito per la stesura di questo breve capitolo l’avevo reperito sul web, sui quotidiani. Intendo dire che si tratta di informazioni alla portata di tutti e che, quindi, tutti siamo informati sulla sconfortante situazione del nostro sud. È per questo che oggi, leggendo questo comunicato stampa edito da sibarinet.it sono scoppiato una grassa risata, ma come da tanto non me ne facevo!, per poi accorgermi della mia totale empatia con quel lettore che nel commento no. 3 dal titolo “Il sogno” ha scritto:

«Le elezioni regionali si avvicinano e l'aeroporto di Sibari viene discusso come argomento per attirare l'attenzione... ormai non ci crede più nessuno a questo progetto, tranne i clan della zona». Davvero non esiste più il senso della misura, né quello della vergogna. Davvero credono che siamo tutti una manica di deficienti e non si accorgono, piuttosto, che siamo oramai tutti disillusi e che abbiamo perso la qualsiasi voglia di opporci, di controbattere, perché tanto…

Ma quando scoppierà finelamente questa benedetta guerra civile che voglio prenderci parte?

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Sometimes ago I played on my long story “Back to me”, written on the occasion of the XXIV edition of the Cava De’ Tirreni’s Literary Prize, in order to examine – even though still marginally – a special subject, which still two years ago was able to make me angry and let my gut twist. And this was not good for my gastric ulcer at all.I refer to the project of the new airport in Sibari's area and the appropriation of public money designated to set it up (Sibari is a southern Italian area facing the Jonio sea). In “Back to me” my dear Gianni, the protagonist trying to write a letter to the editor of a local newspaper, states:

«[…] They have been still debating on the chance to set up a new airport near Sibari City since many years. This could be very useful to all the people living in Cosenza’s province, but it seems to me we are attending to the reproduction of the sad story of the "A3 Highway", already well known as “Salerno-Reggio calabria”. Maybe you already heard about this, didn’t you?

«This is how it works in Italy: SEVEN YEARS AGO they said that Sibari’s airport was a dream coming true and all we almost fainted due to the big happiness. At last – we thought – Germans, English and French people and anybody else can visit our country. We can share our riches with them, come wealthy and well known not only for mafia or ‘ndrangheta, but also for something good.

«SEVEN YEARS AGO it seemed it was coming true this dream, which was already discussed 24 YEARS AGO, actually. And more: FIVE YEARS AGO our councilor for transportation released a press release in order to let us know that they started to speak about the project of the Sibari’s airport, which was to be considered again essential for the development of our territory. So I noticed that it took TWO YEARS just to decide to start discussing this project. As if SEVEN YEARS AGO nobody spoke about it! And yet, the press release kept burning my usual happiness for the forthcoming fulfillment. This same happiness disappeared when all our politicians forgot the airport’s project again.«I realized I was wrong in believing in it. Maybe anybody else was interested in having one more airport in Calabria, and I become strongly confident that it was really unnecessary, even if this’d have been to the detriment of my long legs entrapped between the seats of the bus all the people from south take to go back home. This certainty made its way in my soul.«And then, TWO YEARS AGO it’s been allocated 1/8 fo the total amount needed to get real the airport in Sibari’s area (we’re still waiting for shortage to be balanced by communitarian funds - that is your money as well).

«So, the project planning to gain 2.980 flights within 2016 and a passengers traffic counting 158.777 unities seemed to come true one more time and one more time I, all we elated. Without any reason, actually. In fact, THREE MONTHS AGO a new councilor said that actually this new airport were totally unuseless…

«Now, writing such letter I won’t judge anybody, but I would like to let you know just the catastrophic status of the transportation sector in the south of Italy and the umpteenth endless story of a new infrastructural project. All infos related to whatever today can be collected surfing on websites, hearing from TV, you can find them everywhere, and yet nothing seems to set right. On the other hand discontent increases excessively, and fatuous mental attitudes gain ground, like my kafkanian attitude of “contemplative passiveness” (using Citati’s words). Except of rare exceptions».

Today I repeat that it’s really like this: I mean, I collected all infos necessary to write this little piece of writing surfing on the web, reading newspapers. They are informations accessible to all, all we know the discouraging status of the south Italy. This is why today I bursted into a big laugh reading a new press release on "sibari.net" saying that politicians started to discuss the "new project" of the airport in Sibari area. I laughed a laugh like I don’t know from how many time I had to. And then I realized I totally agreed with that reader commenting that «Elections’ period is coming and this is why Sibari’s airport project raised again… By now, nobody believes in it anymore, except of mafia clans of that area…».
Actually, there is no limit for shame. Politicians really believe we are a crowd of stupid people, rather they don’t understand we’re bored, without any will to fight, because it’s no good anymore… When will a good civil revolution burst, at last? I’m raring to take part in it. I would like to have you by our side.

Friday, 18 September 2009

Chidd'c'ubbò, all'orto ti nascia - “What you don’t need is what sprouts in your garden”.

Il tema è sempre l’amore. Forse vi andrà di leggerne nel mio prossimo lavoretto che, spero, uscirà presto e di cui non anticipo nient’altro.
Comunque, che si tratti del ventisettenne turco Sultan Kosen, alto 8piedi
(243 cm circa – Vd.: http://www.dailymail.co.uk/news/article-1214004/Longing-love-worlds-tallest-man--8ft-years.html#comments), o il trentaseienne argentino Juan (Vd.: “Viva”, Revista Semanal, secciòn “Sociedad”, “Chau, no va màs” de Claudia Selser. Muchas Gracias Silvia por tu precioso articulo che acabo de recibir hoy por la mañana), è oramai chiaro – uffa!, a me m’ha proprio stufato 'sta storia! – che tutti sono insoddisfatti e tutti sono alla ricerca dell’amore.
Sultan, “The Gentle Giant” com’è stato definito, non riesce a trovarlo a causa della sua altezza – come te capisco, caro -, Juan ch’è sposato e ha due figli, invece, l’ha perso perché ne ha le palle piene della moglie, o forse delle donne in generale. Di loro dice che andrebbero chiamate “Las chicas nome” (vale a dire: le ragazze del “Tu-non-mi”). Infatti, mentre le femmine sono sempre lì a recriminare: “Tu non mi ascolti”, “Tu non mi abbracci”, “Tu non mi lasci crescere”, “Tu non mi hai fatto questo”, “Tu non mi aiuti coi bambini”, eccetera..., e hanno tantissimi “Tu-non-mi” in saccoccia da tirar fuori, dall’altra parte gli uomini potrebbero essere indicati con un unico “nome” (“non-mi”), ossia: “No me rompas las pelotas!”, che non credo abbia bisogno di traduzione alcuna.
Juan in Argentina e Mr. Kosen in Turchia affermano che la vita così è un vero inferno, che vorrebbero essere finalmente felici.
Una lettrice del quotidiano inglese, una certa Mrs. AnneMae, ieri ha commentato così la notizia relativa all’uomo più alto del mondo: “If he’s truly ‘gentle giant’, he will do well – just take your time and find the one”, who liked you before all the publicity”.
Ma dico, stiamo scherzando? Davvero c’è ancora chi crede che basti aspettare e il principe azzurro arriverà?
Non sarebbe stato più necessario un consiglio sincero al povero gigante buono e dirgli che, figlio mio, prendi la prima che ti capita ché tanto l’amore se non lo trovi entro breve non lo trovi più?
Crediamo ancora alle favole? Alla fine, vedi, a chi è sposato gli sta sul cazzo la moglie; a chi è single urge il matrimonio. Insomma, funziona sempre così: “chidd’ubbò all’orto ti nascia”.

Tuesday, 15 September 2009

NO COMMENT NEWS.

"C’era rimasto solo il mare. È diventato la tomba dei veleni".

"Mauro Minervino

CALABRIA Il ritrovamento al largo di Cetraro del relitto di quello che sembra essere il mercantile Cunsky toglie ogni dubbio: le acque del Tirreno sono state utilizzate come enorme pattumiera, dove affaristi e criminalità si arricchivano. "

Leggi l'articolo:
http://www.terranews.it/news/2009/09/c%E2%80%99era-rimasto-solo-il-mare-e-diventato-la-tomba-dei-veleni

Thursday, 10 September 2009

Barber Shop - Barbiere.


Sometimes – actually more and more often - I’m really won over to the irresistible captivation of barber shops.
I’m referring not to the mundane hairdressers’ shops anywhere now, hairstyling both women and men.
I’m talking about those little, even narrow barber shops, managed by old, moustached and Stalin-looking men, using not hair clipper but just scissors and waving hands like a five-feather humming-bird.
I’m won especially by those barbers, who still agree to shave you with cut-throat razor.
I couldn’t imagine this, but today not all the barbers can use this kind of razor – I mean in the big cities like Milano.
In Calabria, where I come back during my holydays, my personal barber is 25 years old and both he and his 16 boy can use it (hair cut + shaving = max € 12).

Yesterday I was astonished discovering a small barber shop, where a nice middle-aged Sicilian man still shaves clients asking for such service. I couldn’t find any of them since I’m in this city (maybe this is why it costed € 30!).
But believe me: nothing is more relaxing and fulfilling than sitting on the barber shop old black-leather chair, your head tilted backward, letting himself to feel the long, sharp-edged blade sliding on your throat and smoothing your cheeks.

It makes you close your eyes, just to enjoy. You don’t think of anything more. Just you, your breath and the razor on your face.
No more sunroofs, beauty centers, or similar.
You can’t imagine how a good barber and an old-fashion cut-throat razor can be as much dangerous as desirable till you don’t test them.
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A volte, anzi sempre più spesso sono vittima del fascino irresistibile dei barbieri.
Non mi riferisco a quegli enormi saloni di bellezza e parrucchieri che tagliano e pettinano, anzi fanno “la piega” tanto alle donne quanto agli uomini.
Parlo invece di quelle minuscole, a volte soffocanti bottegucce gestite da vecchietti baffuti che somigliano a Stalin e che non usano le macchinette, ma solo le forbici, muovendole con movimenti delle mani talmente veloci che sembrano colibrì da cinque piume.
Sono sopraffatto soprattutto da quei barbieri che ancora sono disponibili a farti la barba col rasoio a mano libera.
Non lo immaginavo, ma oggi non tutti i barbieri sono capaci di usare questo tipo di rasoio, soprattutto nelle grandi città come Milano.
In Calabria, dove torno durante le vacanze, entrambi il mio barbiere personale che ha 25 anni e il suo garzone che ne ha al massimo 16 lo sanno usare (barba e capelli eur 12).

Così ieri sono rimasto di stucco scoprendo per caso una piccola bottega dove un barbiere di mezz’età, siciliano d’origini, ancora taglia la barba col rasoio a mano libera a chi glielo chiede. Non ne sono mai riuscito a trovare uno da che vivo qui (forse per questo barba e capelli eur 30!).
Ma credetemi: non esiste nulla di più distensivo e appagante che sedersi su una vecchia poltrona di pelle nera da barbiere, la testa reclinata all’indietro e abbandonarsi alla sensazione della lama lunga sottile e affilata che scivola sulla gola e accarezza le guance.

Si è costretti a chiudere gli occhi e godere. Punto. non si pensa a nient’altro. Solo tu, il tuo respiro e il rasoio sul tuo viso.
Niente più solarium, centri estetici cose simili.
Non potete immaginare quanto un buon barbiere e un bel rasoio a mano libera vecchio stile possano essere tanto pericolosi quanto auspicabili per voi stessi finché non li avete provati.

Tuesday, 8 September 2009

Hi!

At last, today I picked up somebody being less than eightysomething.
So please, standing ovation for me and... applause!
Even because he seems to be not only cute – blond hair, blue eyes and tall – but also smart, not strange – insane - like me, with that right paunch letting me guess he’s not a gym maniac and with such enchanting big nose, like an ancient roman, the one I like.
We chased each other through all the supermarket’s aisles and:
“Hi!” I told him putting my foods in the shopper.
“Hi!” he smiled me back.
And… Oh! I’m so naïve… I can't tell…
Be only informed that I bought a lot of nothingness!!

Of course he’s not really like Michal Navratil, the diver with the red cloak taking part to the “Red bull cliff-diving championships in Sisikon, CH” (please, look at him: http://www.dailymail.co.uk/news/article-1211506/Is-bird-Is-plane-No-just-muscly-cliff-diver-trying-beat-competition.html ).
Now, I have just this last doubt in my mind: is the engagement ring putted on right hand, or on the left one?
I’d not want… you know… I won’t trouble you with a futile standing ovation...

Friday, 4 September 2009

Golden Eye.

I remember when I was 15. At that time I’d just broken with Margot off.
It was the second time that we splitted up.
I dumped her, actually. Nonetheless I was hiding it from myself, I was already secretly crazy about Mr. X. We played in the same volleyball team.
This is a tender and a little bit embarrassing memory to me, but it’s true.
I brightly remember of her shadowing me out of the crumbling gym where we had our lesson. As soon as we got alone - our feet covered by dried grass up in the middle of a desert bombed-looking yard – she bursted into tears, but she was smiling indeed. She embraced me and I stayed motionless even though my leg had a slight quiver.
“Kiss me” she said. It was not a question. Just “Kiss me”.
I stared at her. It was a questioning stare. I didn’t want. I knew it could be dangerous. Dangerous to her, because I did not love her anymore and it’d been a fake kiss.
“I wanna just to understand something. Kiss me once again. The last pathetic kiss”.
I kissed her and… she smiled a wider smile. Almost insane and… cruel, but at last she thanked me and flied off.
You know what? I think it was just the “Golden-eye”, the one singed by Tina Turner in the Bond’s sound track. Today I grasp what this song means. Even because fate is unpredictable and it’d be the same pitiless stare I’d consider my last lover with.
“Revenge is a kiss this time I won't miss”, sings Tina.
Can a kiss be really a sort of revenge? Maybe, by stealing that last kiss we prove we’re the winners - co-winners at least? And what’s the prize, his pity maybe? Or having been still able to ripple again his (suddenly) unfavourable feelings in our favour, though he’s not our lover anymore?
“You'll never know how it feels to get so close and be denied / It's a gold and honey trap I've got for you tonight”.
Who knows… Perhaps Gay de Maupassant was right writing that “Un baiser légal ne vaut jamais un baiser vole” (“A lawful kiss is never worth as much as a stolen one").
But I think that the most important goal is another one, after getting this final bloody kiss: to try and manage to ask not for the second, final kiss.
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Ricordo I miei quindici anni. A quel tempo ruppi con Margot. Era la seconda volta che ci lasciavamo. Che la scaricavo, veramente. Perché, nonostante volessi negarlo anche a me stesso, ero già innamorato di Mr. X, mio ex compagno di squadra.
È un ricordo tenero e leggermente imbarazzante il mio, ma è la cruda verità.
Ricordo chiaramente che mi seguì fuori della palestra sgarrupata, a scuola, durante l’ora di ginnastica. Appena rimanemmo da soli, coi piedi coperti dalle erbacce secche, in mezzo a una specie di cortile che sembrava bombardato tanto era abbandonato a se stesso, scoppiò a piangere, pur continuando a sorridere. Mi abbracciò, ma io rimasi immobile anche se un fremito mi attraversò la gamba.
“Baciami” disse. Non fu una domanda. Solo “Baciami”.
La fissai con uno sguardo interrogativo. Non avrei voluto farlo. Sapevo che poteva essere pericoloso per lei, perché io non l’amavo più e sarebbe stato comunque un bacio falso, non sentito.
“Voglio solo capire una cosa. Baciami l’ultima volta. L’ultimo bacio patetico”.
La baciai e… sorrise di un sorriso enorme, quasi folle e crudele, ma alla fine mi ringraziò e scappò via.
Sapete una cosa? Credo che si sia trattato di un “Golden-eye”, quello che canta Tina Turner nella colonna sonora di James Bond. Solo oggi ne colgo il senso, anche perché, data l’imprevedibilità del destino, sarebbe lo stesso sguardo che lancerei io addosso al “mio” ultimo lui.
“La vendetta è un bacio che stavolta non voglio lasciarmi scappare” canta la Tina.
Ma un bacio può essere davvero una forma di vendetta? Forse, col rubare l’ultimo bacio dimostriamo di essere noi i vincitori, o di essere arrivati almeno a pari merito? E qual è il premio finale, forse la sua pietà per noi? O l’essere stati capaci di smuovere ancora una volta in nostro favore i sentimenti improvvisamente contrari di lui che, oramai, non è più nostro?
Forse aveva ragione Guy de Maupassant che scrisse: “Un baiser légal ne vaut jamais un baiser volé” (Un bacio lecito non vale mai quanto uno rubato).
Ma credo che in fondo la cosa più importante, dopo che siamo riusciti a conquistare il nostro ultimo bacio del cazzo, sia riuscire a non andare a implorare il secondo ultimo bacio.

Thursday, 3 September 2009

For not italian people purpose only.

Actually, it’s been a summer rich in almost surreal events.
Besides my personal misadventures – f.i. my father, who tried with nonchalance to land me with a girl though I’m gay – all Italy has been crossed by a chain of news astonishing the whole population, who by now looks like be speechless.
While our Prime Minister is dedicating himself to accuse national and international press – English press as well – our capital city’s overwhelmed with acts of violence bringing our Country almost 30 years back.
I’m referring to the assault to the gay people in Rome. A chain of shameful occurrences like “Little-Swastika” stabbing two gay guys just out of the Roman gay bar at first, the arson of a gay disco then, followed by the bombing in the so-called “gay-street”, all in the meanwhile the Vatican City and most of the politics say nothing about and some “possessed” catholic readers leave their own comments on the main newspapers’ websites (f.i.: “homosexuality is immoral, that’s what God said”, and some other shocking remarks letting me desire that such perverse God were so bad to decide to scourge them among awful sufferings) like if what’s happening it’d be completely normal.
It seems that the famous ancient Roman civilization, the one getting Italians deeply esteemed abroad, does not exist anymore.
More and more Italian gays are leaving Italy in order to write on the same websites, from England also, jabbing at our ridiculous condition.
Also Italian brains are leaving our country, because Universities and the Government seems to boycott research.
At the same time south Italy – from where I come and already dashed off – is still in the hands of the organized crime (‘Ndrangheta, Mafia, etc…), and brave Italian writers like Mauro Francesco Minervino and Roberto Saviano with their own book-reports are the only ones fighting on behalf of all of us.
What can I say anymore?
Have you still got a little room for me also? Or is there somebody who wants to exchange with me?
I’m curious to verify how many proposals I’ll receive from now on.

Wednesday, 2 September 2009

I fuck bastards.


He said, I say “Alone again, actually”.
I’d like to climb before descending in that dark sun.
I’d like to write anything before dumping that meaty-pen in the nettles. Before eating that white sheet, chewing it and throwing it up in the stinking feet courts.
I wanted to breathe with your collapsed lung and wander on your tongue made thick with beer and cigarettes, a black tongue steaming frothy blue clouds.
You were the thread tying together blue smoke and grey pearls , you were the dangling and raising insanity in my mind.
Alone again, naturally. I say.
You glance at me again, actually. I stare at you, naturally.
This hateful love, looking like the deep sparkling well, the one housing no darkness anymore, but light only, the only sunny rotten tooth, with which I’d like to crunch you on your fuckin’ pinhead.
You alone.
Actually.