Tuesday, 29 September 2009

Dammi una lametta…- I'll be missing you

(il dipinto sopra è del pittore realista contemporaneo Geoffrey Laurence - Painting by G. Laurence)


Colpa del cambio di stagione – maledette mezze stagioni! chi cazzo ha detto che non esistono più?
A ogni modo: fra novembre e dicembre scorsi, quindi un anno fa circa, i giornali si sono occupati di un argomento che pare abbia suscitato l’interesse generale (Cf.: Roger Dobson reports, “How crying can make you healthier”, in “The Independent”, Nov.2008; Francesco Tortora, “senza lacrime saremmo più esposti al rischio di infarto o di danni al cervello”, in “Corriere della Sera”, 11/09/2008).
Come si legge dai titoli citati sopra, mi riferisco alla relazione fra la nostra salute (per quanto mi riguarda – salute mentale) e la necessità di piangere. Naturalmente, sempre causa mio tempismo ai confini col divino, eccomi a ragionarci su ancora un anno dopo.
Già prima d’allora, in verità, avevo letto che le lacrime sono parte del nostro armamentario atto a difenderci dalla follia, un propugnacolo dietro il quale trovare riparo per sopravvivere. Ecco che, ad esempio, i cani non piangono come gli esseri umani e in media campano 1/6…
Il dibattito di un anno fa era scaturito dall’uscita del libro di W. Frey dell’University of South Florida, intitolato “Crying: The Mistery of Tears”.
La giornalista Valeria Cudini era stata una di quelle che aveva spiegato su “Panorama” (Cf.: “Il segreto per corpo e psiche in forma? Farsi un bel pianto”, in “Panorama”, martedì 9 Dicembre 2008) come Frey avesse «formulato la cosiddetta “teoria della guarigione” (recovery theory) che spiegherebbe ciò che accade ogniqualvolta si piange. Innanzitutto bisogna distinguere tra “lacrime emozionali” e quelle indotte da stimoli non emotivi. Le prime sono dovute a un’emozione forte o a un dolore e sono chimicamente diverse da quelle versate, per esempio, quando sbucciamo una cipolla. Le lacrime emozionali sarebbero prodotte dall’organismo per ridare al nostro corpo l’equilibrio e il senso di benessere che si sono persi per colpa di un evento stressante».[1]
Il pianto quindi restituirebbe “equilibrio a corpo e mente”. Forse davvero Madre Natura ha creato le lacrime per non farci impazzire.
A quante delle persone che conosco avrò già raccontato del mio primo e ultimo pianto a Milano, a parco Sempione, sei anni fa circa? Forse quello stesso giorno avrei dovuto cogliere dei sintomi (quali?) che avrebbero potuto darmi a intendere che sarebbe stato, quello, davvero il mio sfogo postremo. Finale. Conclusivo prima di iniziare la discesa.
Ripenso ai miei pianti passati quasi con nostalgia. Voi piangete?
Per me, oggi, la prima reazione di fronte a qualsiasi sofferenza/stress emotivo è quella di serrare i denti fino a sentirli scricchiolare e la mandibola dolere.
Domenica sera, tanto per dire, ero lì sulla pista da ballo a dimenare il culo e le braccia da bravo truzzo disadattato, al polso un nuovo bracciale composto dall’incrocio di tre catene, che chiunque avrebbe potuto accusarmi di furto ai danni di un quindicenne. Cercavo di non pensare a qualcosa, ma invece quel qualcosa mi ha raggiunto. Meglio – non mi aveva mai abbandonato. Ancora oggi me lo sento sul groppone. Be’, insomma che mi sono sentito morire. Mi accorgevo di alternare sempre più rapidamente la “Cuccaforia” (leggi: “euforia da canzone di Lorella Cuccarini”, nello specifico quando canta: «Cosa vuoi da questa città, che ti prende amore e niente ti dà?») alla disperazione più nera.
Come se qualcuno mi avesse lanciato un sasso contro il petto, proprio sullo sterno, da toglierti il respiro.
Allora perché non piangere? Cosa impedisce a una persona di lasciarsi andare?
Spesso ho sentito lamentare ad altre persone di essersi trovate, come me domenica scorsa, a invocare un pianto, ma quello non arriva. È lì, al limitare fra glottide ed esofago, ma puntualmente accade qualcosa che lo ricaccia indietro – qualcosa che non sempre è identificabile col fumo di sigaretta o un sorso di negroni.
Qual è questa verità talmente terrificante - cui molti associano il pianto e il sollievo che esso potrebbe regalare loro - da ricacciare indietro la salute mentale?
Quando abbiamo nostalgia di una persona che amiamo e che abbiamo perso all’improvviso, o cui abbiamo dovuto, nonostante tutto (nonostante fino a due giorni prima prograssimo con lui cene e passaggiate romantiche), fare a meno perché abbiamo realizzato non appartenerci, forse non vogliamo piangere perché ciò potrebbe permetterci davvero un distacco definitivo cui non siamo ancora rassegnati.
Forse, quando perdiamo una persona cara rifiutiamo qualsivoglia liberazione dalla tristezza per via di una sorta di senso di colpa.
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[1] Lo stesso aveva riportato, appunto, Roger Dobson reports, “How crying can make you healthier”, in “The Indipendent”, Nov.2008: « But what of crying? Emotional tears come from the same tear glands that produce the fluid that forms a protective film over the eyeballs to keep them free of irritants, and which also releases extra fluid when the eye becomes irritated, or is invaded by a foreign body».

4 comments:

vic said...

..o forse fatichiamo tutti ad accettare le nostre fragilità, il nostro lato più "femminile" se vuoi. Fatichiamo a lasciarci andare, un po' per non apparire deboli agli occhi di coloro che ci ballano intorno (amici o conoscenti che siano) un po' perchè abbiamo dei nodi al diaframma che bloccano lì ogni emozione. Il pianto credo sia energia che fluisce, sia esso un pianto di gioia o di dolore. Non farla fuire, tenerla bloccata, inevitabilemnte alla lunga provoca delle tensioni emotive che poi si somatizzano nei più svariati problemi. Domenica tu ballavi e non hai mostrato nessuna emozione, io ballavo e non ho mostrato neppure un grammo delle paranoie che mi frullavano per la testa. Solo che quando la situazione supera un certo livello di guardia allora non c'è più nulla da fare, e che tu sia in casa o in un luogo pubblico tocca mollare gli ormeggi. Come è successo a te al Parco (io non ne so nulla) o a me al Borgo il 2 gennaio 2005.
Poi si ta meglio..si lascia andare tutto. Anche mentalmente la persona cara in questione, che come dici tu cerchiamo di trattenere inconsciamente insieme alle lacrime..è verissimo!

"Libera la mente
libera la tua corrente
che ti porti fino al mare
che si possa finalmente amare

Libera la mente
dal giudizio della gente
senza odio finalmente
senza avere più paura di niente..
paura di niente"

Madavieč'77 said...

"io ballavo e non ho mostrato neppure un grammo delle paranoie che mi frullavano per la testa"... mia nonna la veneta bonanima diceva: "Crèdeghe!".
Di te si vedeva tutto tale e quale.
Come ti vedo ti scrivo, Vic!
Baci,
Rf

vic said...

Mhh..non so se prenderlo come un complimento o come un difetto, questa trasparenza di sensazioni manifestate intendo..

Come ti vedo ti scrivo: what does it means?

ciao :-)

Anonymous said...

anche io credo che non si pianga x non prendere coscienza del definitivo distacco... anche se il pianto è liberatorio... anche a me capita spesso di essere mentalmente assorto nei miei pensieri dolorosi e non... pippe mentali ecc. senza che gli altri se ne accorgano... spesso nonostante sia sempre in mezzo a tante persone.. sento una profonda solitudine... MARK