Sunday, 27 September 2009

Il giudice e la sentenza inspiegata.

(Foto del cazzutissimo Cartier-Bresson).

Poc'anzi stavo piazzandomi di contrapposto a questo PC di merda per lavorare al primo capitolo di “A casa del diavolo” che potrete leggere domani, quando mi è saltato alla mente il romanzo di Michael Cunningham “Una casa alla fine del mondo”. I titoli non sono poi così discrepanti, no?, sebbene, di certo, parlino di argomenti ancor più differenti.
Fatto sta che in “Una casa alla fine del mondo”, Cunningham ha scritto: «Fra i venti e i trenta anni avevo sospettato che se qualcuno mi avesse tolto la bellezza, le abitudini e una mezza dozzina di idee ben radicate, avrebbe trovato un vuoto al posto della mia personalità. Mi era sembrato il mio peggior segreto. Avevo offerto ai miei amanti disponibilità e sensibilità – sembrava che non avessi dato altro. […] Tuttavia a quest’età avrei voluto sentirmi fiero di me, in generale, e se qualcuno me l’avesse chiesto, saper spiegare esattamente cosa ci facevo in questo mondo».
Avrei voluto saper spiegare esattamente… cosa? Cosa può essere spiegato e cosa no? Tutto ha una spiegazione? È due mesi oramai che, fra le due caselline, quella del “sì” e del “no”, ho biffato la seconda. Ci sono cose che non possono essere spiegate. E non mi riferisco ai celebri “misteri della fede”.
Quando non ci si riconosce se non nella figura dello ierodulo per cogliere il proprio vuoto interiore, la propria insignificanza; quando si recita la propria poesia, cioè quella prediletta di ogni giorno, che si ripete al mattino quasi per buon augurio e, all'improvviso, annusando l’aria, il nostro fiato fetido di sonno e di ulcera gastrica ci rivela che quegli stessi versi ormai recano seco una profezia ominosa, be’ che, è a questo punto che dobbiamo riconoscere l’impossibilità di denegare l’esistenza dell’imperscrutabile.
Onestamente non ho mai creduto di essere un panfilo da crociera, un transatlantico di ultima generazione, ma mi era sufficiente pensarmi uno sciabecco; l’importante per me era esser finalmente giunto in rada. M’ero illuso di poter “andare in cappa”, come si suol dire, e non mi ero accorto della mano ultrice, appunto, che apparteneva a questo inconoscibile e imprevedibile che mi aveva inseguito. Un indice accusatore. Sapete?, di quelli che vi puntano dritti sul naso, che se potessero profferire parola avrebbero di certo il tono gnomico necessario a coartare la decisione finale su cui da tanto state ragionando… eh, quell’indice appunto mi ha picchierellato sulla spalla di recente.
«Non lasciarti infruscare!» mi ha sussurrato, facendomi trimpellare sulle gambe troppo lunghe e... e... odiose.
«Io?» ho chiesto. «Nessuno vuol infruscarmi» ho puntualizzato.

Ma come s'è permesso? Ha sbagliato, il signor indice, e mi ha fatto impermalire. Lo so io questo, e nessun altro. Lo so io se è doloroso e se, quand’anche ridessi per dare il via a una sorta di ennesimo ridimensionamento emotivo, se anche facessi spallucce per minimizzare l’eventuale tragicità della mia scelta – io lo so. Solo io – quanto tutto sia dannatamente e dolorosamente irrisolvibile. Almeno per un po'...

2 comments:

Anonymous said...

"Gli altri ti hanno giudicato
e tu hai accettato le loro idee
senza valutarle.
Stai soffrendo a causa di tutti quei giudizi
e, a tua volta, li butti addosso ad altri.
Se vuoi venirne fuori la prima cosa è:
NON GIUDICARE TE STESSO.
Accetta con umiltà le tue imperfezioni, i tuoi fallimenti, i tuoi errori,
le tue fragilità.
E' semplicemente umano".

Osho


Quando siamo bambini inconsciamente assorbiamo/subiamo pressioni,condizionamenti e giudizi, verbali e non, creando dentro di noi un complesso energetico che è proprio quello a cui tu fai riferimento qui sopra: il cosiddetto "istigatore-giudice".Questa parte di noi ci attacca continuamente: l'attacco proviene da voci dentro la nostra mente, altre volte lo proiettiamo sugli altri e lo sentiamo come una critica o un giudizio che viene dall'esterno. Tendiamo a far fronte a tale attacco con compensazioni e assuefazioni: ci aiutano a sentirci degni e più sollevati agli occhi dell'istigatore-giudice.
Quando si è attaccati, ci sentiamo dei falliti, proviamo vergogna e senso di colpa: reagiamo collassando e ribellandoci, ma finchè siamo reattivi continuiamo a restare sotto il suo dominio.
Il compito del nostro istigatore-giudice quello di asscurare che siano rispettate regole, norme e direttive poste dal nostro condizionamento. Se non lo facciamo ci riempie di paura. L'energia che ci istiga e ci giudica si presenta come voci che ci dicono di fare di più, di essere di più, di impegnarci di più...oppure che non siamo abbastanza intelligenti, carini, spirituali, sensibili, aperti, coraggiosi e così via...Così egli ci manovra, ci condanna, ci critica.
Del resto, pensare che l'istigatore-giudice sia la voce della verità, ci dà sicurezza: ci dice qual'è il modo in cui la vita dovrebbe essere: non c'è nulla da mettere in dubbio e noi viviamo una vita discreta obbedendo ai suoi dettami.
Certi valori per noi imprescindibili, chi li potrebbe mai contestare? Il problema è che ci sono stati trasmessi come l'unico modo di vita possibile. Ciascuno di noi deve invece trovare i suoi propri criteri e valori: la tirannia del giudice finisce solo in questo modo!
Quando cominciamo a lavorare con questo fenomeno ci rendiamo conto di quanto abbiamo combattuto, di quanto abbiamo dovuto contraddire noi stessi per ottenere l'amore e l'attenzione di cui avevamo bisogno per sopravvivere e di quanto tutto ciò abbia determinato la nostra vita. Ma sviluppando CONSAPEVOLEZZA e AMORE di Sè togliamo forza all'istigatore-giudice e possiamo così porci a distanza dai suoi attacchi.
Divenendo consapevoli di questa dinamica possiamo riconoscere che l'istigatore-giudice ( che ti punta addosso il dito indice...) è un bugiardo, un'espressione del rigido inevitabile ncondizionamento negativo della nostra infanzia, totalmente estraneo a ciò che veramente siamo.

Una teoria curiosa su cui mi sono soffermato parecchio in questi ultimi mesi: lui è Krishnananda e il suo maestro spirituale è proprio Osho.

un abbraccio stretto.

fabio

Madavieč'77 said...

Mah, Fabio… grazie mille per il bel commento. Sì, conosco Krishnananda.
È solo che qui la consapevolezza e l’amore di sé c’entrano fino a un certo punto. l’infanzia, etc…? Boh!!
Amore. Amore? Stop. Diciamo così… ma nemmeno questo.
È che sì, forse ultimamente faccio molta più fatica un po’ su tutti i fronti.
Vabbè, oggi non è proprio giornata. Ci penso su e poi ti dico.
=)
Rf