Thursday, 29 October 2009

1 canzone x 1 storia (Yr Song in Return 4 my Story)

Cari ragazzi,
non ci sentiremo nei prossimi giorni, quindi, anche se in ritardo rispetto alla schedula iniziale, vi lascio con i testi delle quattro canzoni estratte fra quelle che ho ricevuto.
Ne parleremo con calma più avanti. Farò il possibile per farvi avere la vostra storia basata sulla canzone vincitrice, quella che voi voterete, prima della chiusura ufficiale del blog, il 31/12/2009. Nel frattempo ascoltatele, leggetele, provate a sentire ciò che sussurrano con le loro parole e le loro note. Chissà che non immagineremo la stessa storia, io e voi.
Un abbraccio a tutti,
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Dear guys,
You’ll not here from me during the next few days, therefore, even if this is arriving late, I leave you here texts of the 4 lyrics I’ve drawn among those received during last month. We’ll talk better about this later. I’ll do my best in order to let you have my story based on the text of the song you’ll chose with your votes and before official closing of this blog, on next 31/DEC/2009. Meantime listens to these songs, read them, try to feel what they whisper through their words and theirs notes. Goodness knows! Maybe we will imagine the same story, me and you.
Greetings to all you,

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Hola muchachos,
no nos sentiremos en los próximos días, por lo tanto, aunque si tarde en quanto a la schedula que habia planeado, reporto los testigos de las cuatro canciones extraídas entre los que he recibido. Hablaremos de esto con calma más tarde. Haré el posible para hacer que teneis vuestra historia antes la fecha de la fin de este blog, el proximo 31/12/2009. Entretanto, leite las canciones, veite a escuchar lo que las canciones susurren con sus palabras y sus musica.
Quien sabe que no nos imaginaremos la misma historia.
Un abrazo a todos,
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1.
Artista: Riccardo Cocciante
Album: …E io canto
Titolo: Io canto


La nebbia che si posa la mattina / Le pietre di un sentiero di collina / Il falco che s'innalzerà / Il primo raggio che verrà / La neve che si scioglierà correndo al mare. / L'impronta di una testa sul cuscino / I passi lenti e incerti di un bambino / Lo sguardo di serenità / La mano che si tenderà / La gioia di chi aspetterà / Per questo e quello che verrà / Io canto / Le mani in tasca canto /La voce in festa canto / La banda in testa canto / Corro nel vento e canto / La vita intera canto / La primavera canto / La mia preghiera canto / Per chi mi ascolterà / Voglio cantare sempre cantare / L'odore del caffè nella cucina / La casa tutta piena di mattina / E l'ascensore che non va / L'amore per la mia città / La gente che sorriderà lungo la stradaI rami che si intrecciano nel cielo / Un vecchio che cammina tutto solo / L'estate che poi passeràIl grano che maturerà / La mano che lo coglierà / Per questo e quello che sarà / Io canto / Le mani in tasca canto / La voce in festa canto / La banda in testa canto / Corro nel vento e canto / La vita intera canto / La primavera canto / La mia preghiera canto / Per chi mi ascolterà / Voglio cantare sempre cantare / Io cantoLe mani in tasca canto / La voce in festa canto / La banda in testa canto / Corro nel vento e canto / La vita intera canto.
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2.
Artista: Giorgia
Album: Spirito Libero – Viaggi Di Voce 1992-2008
Titolo: E Poi


E poi e poi / e poi sarà come morire / cadere giù non arrivare mai / e poi sarà e poi sarà come bruciare / nell’inferno che imprigiona. / E se ti chiamo amore / tu non ridere se ti chiamo amore / E poi e poi / e poi sarà come morire / la notte che, che non passa mai / e poi sarà e poi sarà come impazzire / in un vuoto che abbandona. / E se ti chiamo amore / tu non ridere se ti chiamo amore. / Amore che non vola / che ti sfiora il viso e ti abbandona / amore che si chiede / ti fa respirare e poi ti uccide / e poi e poi ti dimentica / ti libera e poi e poi / la notte che, che non passa mai / la notte che, che non passa mai. / E poi e poi / e poi sarà come sparire / nel vuoto che, che non smette mai / e poi sarà e poi sarà come morire / se vorrai andare via.Se ti chiamo amore / tu non ridere se ti chiamo amore. / Amore che non vola / che ti sfiora il viso e ti / abbandona / amore che si chiede amore che si spiega / ti fa respirare e poi ti uccide / e poi e poi ti / dimentica / ti libera e poi e poi / la notte che, che non passa mai / la notte che, che non passa mai
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3.
Artista: Charly Garcìa
Album: Letras de la canciòn
Titolo: De mi


Cuando estés mal / Cuando estés solo. / Cuando ya estés cansado de llorar / No te olvides de mí / Porque se que te puedo estimular./ Cuando me mires a los ojos / Y mi mirada esté en otro lugar / No te acerques a mí / Porque se que te puedo lastimar. / No pienses que estoy loco / Es sólo una manera de actuar / No pienses que estoy solo / Estoy comunicado con todo lo demás. / Por eso cuando estés mal /Cuando estés sola / Cuando ya estés cansada de llorar / No te olvides de mí / Porque se que te puedo estimular.
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4.
Artista: Viola Valentino
Album: Comprami / California
Titolo: Comprami.


Se sei giu' perche' ti ha lasciato / Se per lei sei un uomo sbagliato / Se non sei mai stato un artista... / O non sai cos'e' una conquista / Se per lei sei stato un amico / Se non hai lo sguardo da fico / Se non vuoi restare da solo / Vieni qui e fatti un regalo. / Comprami, / Io sono in vendita / E non mi credere irraggiungibile / Ma un po' d'amore, un attimo,/ Un uomo semplice / Una parola, un gesto, una poesia,/ Mi basta per venir via / Felicita'/ E' una canzone pazza che cantare mi va / Una musica che prende e che ballare mi fa / Se non sai da un film a colori / Portar via le frasi agli attori /Se per te il sabato sera / Non c'e' mai una donna sicura / Se non hai sulla tua rubrica / Una che sia piu' di un'amica / Se non sai andare lontano / Dove non ti porta la mano / Comprami, / Io sono in vendita / E non mi credere irraggiungibile / Ma un po' d'amore, un attimo, / Un uomo semplice / Una parola, un gesto, una poesia,/ Mi basta per venir via / Felicita' / E' una canzone pazza che cantare mi va / Una musica che prende e che ballare mi fa / Felicita' / E' una canzone pazza che cantare mi va / Una musica che prende e che ballare mi fa...

Wednesday, 28 October 2009

Ogni testa è un mondo.

Ricordate? L’ho ripetuto tante volte, in diversi post precedenti, il modo di dire che fu della mia dolce nonna Maria: «Ogni testa è un mondo!». La nonna Maria non era come l’altra, cioè la nonna paterna – la “Sovrana Dipendente” su cui sto scrivendo il romanzo e di cui vi dirò, se non poco. La Sovrana era una donna atipica del sud – a parte la capacità di comandare -, alta, imponente, figlia di un chimico-farmacista, forse l’unica donna della sua generazione, a Rossano, a conseguire la laurea in farmacia. La nonna Maria, invece, era minuta. Aveva la terza elementare e le mancava un dito che dovettero amputarle da ragazza, quando si fece male lavorando sui monti del trevigiano da cui proveniva. Eppure aveva una saggezza che solo oggi capisco a fondo essere molto rara – la saggezza del cuore. Nonostante provenissero da due mondi quasi opposti le due donne andarono sempre d’accordo. C’era il rispetto reciproco e, poi, l’affetto e l’ammirazione sinceri. Una faceva ai ferri le babuccie di lana per l’altra che, invece, le forniva i medicinali necessari. È tanto vero il detto di cui sopra della nonna Maria che, quando pochi mesi dopo il suo novantesimo compleanno, la trovai in poltrona a sgranare il rosario e le chiesi cosa ne pensasse dei matrimoni gay, mi sorprese dicendo che lei era a favore di ogni forma d’amore, purché fosse quello, l’amore, a governare e poi che il Signore – mani e occhi al cielo! - ci ha lasciati liberi di fare ciò che vogliamo.
Ma come stanno oggi le cose?
Be’ che, il 25/10 il quotidiano “The Guardian” ha pubblicato un reportage a cura di Mrs. Rebecca Seal sull’ascesa dei papà gay, includendo una serie d’interviste a coppie di omosessuali che pare stiano “reinventando il mondo delle adozioni” [cfr. «The rise of the gay dad - More and more children are being adopted by same-sex couples. In the past two years the number of gay men approved to adopt has doubled. Here we listen to some of their stories.»].
Fra loro ci sono il quarataquattrenne Peter; il quarantanovenne Paul e il suo compagno da diciannove anni Matt (che di anni ne ha quarantuno); e ancora Zoltan (trentotto), Mark (trentacinque), e in fine Rodney (quarantuno anche lui, e single).
Il primo, Mr. Peter, sostiene nell’intervista che non si possono neppure immaginare i pregiudizi che una coppia gay deve affrontare approcciando il mondo delle adozioni. Una cosa sembra sicura: per una coppia gay è più che ostico riuscire ad adottare un bambino che abbia un’età inferiore ai cinque anni (almeno loro posso adottarli). Le coppie omosessuali, certo, rappresentano un “profilo” diverso da quello delle coppie miste o di coppie di anziani. Secondo Peter, invece, essere gay o lesbica dovrebbe essere un valore aggiunto e non una discriminante; questo in virtù del fatto che proprio gli omosessuali (purtroppo) grazie alle difficoltà affrontate per poter affermarsi durante il periodo adolescenziale possono essere più d’aiuto a un bambino che va via via avvicinandosi a una fase così delicata della crescita. Sono molti gli assistenti sociali che riescono a capire questo concetto, ma è altrettanto vero che esiste una gerarchia degli “adottanti”, in cui il primo posto è riservato alla coppia etero (possibilmente ricca) e questa gerarchia – continua Peter - sta a significare che lesbiche e gay sono ritenuti più indegni di essere genitori rispetto agli etero (come agli uomini di colore che vogliono adottare un bambino bianco e vice versa) che siano nubili/celibi o meno. Eppure è toccante l’amore trasudato dalle parole di Peter per i suoi due bimbi, avuti dopo tante difficoltà. Non hanno mollato, lui e il suo compagno, e i figli li adorano, soprattutto – dice – perché sono riusciti a far capire loro che non sono mai stati abbandonati dai loro genitori naturali, anche se da loro sono stati separati. I bambini si sono sentiti sempre e sempre e comunque si sentiranno amati. D’altronde non è questa la cosa più importante per rendere un bambino sereno e felice?
Paul, come anticipato, ne ha 49 di anni. Ancora solo leggermente brizzolato sulle tempie (invidia!), tipica faccia inglese e maglioncino a girocollo nero alla moda, ha uno sguardo tranquillo e compassionevole. Lui e Matt hanno adottato due fratellini: Harry e David, rispettivamente di otto e sei anni. Avevano iniziato a parlare di adozione una notte, poco dopo la cerimonia della loro unione civile (almeno loro possono unirsi... civilmente!). Stavano insieme da quindici anni e avevano una voglia matta di essere d’aiuto a chi era più sfortunato di loro. Non credevano ancora di riuscire ad adottare un bambino nel vero senso del termine, ma erano disposti a fare di tutto per sostenerlo anche solo a distanza, od ottenerne uno in affidamento per un periodo di sei mesi, o giù di lì. Ma quando capirono che poteva esserci la possibilità concreta di avere un figlio loro, ecco che si sono decisi a scendere in battaglia. Tre anni ci sono voluti, ma quando li hanno finalmente visti finalmente saltellare, per la prima volta, al di là di una parete di vetro in un istituto britannico… Be’, - dice Paul - erano adorabili già allora. Quando poi permisero loro di familiarizzare un po’ per verificare le prime impressioni reciproche i due vissero i quarantacinque minuti più fantastici della loro vita. E poi in macchina, tornando a casa, Paul cercò di rimanere quanto più coi piedi per terra e disse: «Let's not make too big a thing of this», ma Matt lo guardò e rispose: «You're joking? This is huge». Paul definisce i pregiudizi nei confronti degli “adottanti” gay “Mummy prejudice”, ma dice anche che spesso l’unica colpa della gente è il suo essere fin troppo “ingenua”, fino al puto da non riuscire a credere che dei bambini possano venire adottati. Per esempio i figli di Paul e Matt sono di carnagione molto più scura rispetto a loro e quando la gente chiede a Paul: «Ma sono i tuoi figli?» e lui risponde: «Certo!», allora quelli ribattono «E come sono usciti così scuri?». il tutto in presenza dei piccoli. A scuola – raccontano ancora - l’ambiente s’è rivelato dei migliori, nonostante il loro caso sia stato il primo (di bambini adottati da genitori dello stesso sesso) il clima non sarebbe potuto essere più calmo e dolce di com’era e com’è ancora oggi. È capitato che le mamme di altri bambini abbiano chiesto di fare da madre ai bambini almeno per un giorno. «Potrebbero sempre dire “Ehi, ma quei due non hanno una madre!”, no?» hanno notato alcune. Al che Paul avrebbe risposto: «E come pensi che siano venuti al mondo?». E poi conclude l’intervista osservando: «Times have changed immensely: I put myself forward to be a governor and I got voted in by the parents who know all about me, which is fantastic, because I'm old enough to remember being too scared to ever tell anyone I was gay. People focus too much on the fact that two men can't have a child. But what they forget is that adoption is not about starting a child – it's about taking over and parenting damaged children, and that's a skill. I'm not putting us up on a pedestal. All I'm saying is that we're a real resource».
Sorvolo sulle storie di Zoltan e Mark, su quella della gialla esplosività di Simon, e della blu cobalto di Guy e Richard che potrete comunque leggere on-line, e arrivo a Rodney, il single gay quarantunenne che lo scorso gennaio ha adottato Sebastian, di quattro.
Come ha sottolineato Rodney, sono davvero pochi gli uomini che decidono di adottare da soli un bambino. Lui ne aveva sempre voluto uno, ma non aveva ancora trovato la persona giusta. La cosa più divertente è che il 90% della gente non fa che ripetergli quanto sia fortunato Sebastian ad averlo come padre, ma: «I feel like the luckiest person in the world. People think we adopters are all doing something great, but it's the best thing I've ever done» risponde lui.
Ma non dimentichiamo da dove siamo partiti: «Ogni testa è un mondo», esatto?
E sul Daily Mail è apparso lo stesso giorno un articolo dal titolo: « Yes, children DO make you happier... but only if you're married», per la penna di Fiona Macrae che sottolinea come, a dispetto di quanti la notte sono costretti ad andare a dormire coi tappi nelle orecchie per ignorare il marmocchio urlante, i ricercatori sostengono che avere figli può renderci davvero felici. La ricerca è stata condotta su un largo campione di famiglie britanniche e contraddirebbe quanto le ricerche precedenti avevano sempre affermato: che i marmocchi, al contrario, spesso rovinano le relazioni migliori. Quasi 90,000 mamme e papa sono state intervistate e le risposte hanno rivelato che i matrimoni acquistano una marcia in più con l’arrivo della cicogna – scrive la giornalista, riportando la relazione del “The Journal of Happiness Studies”.
Forse non è una sorpresa ma pare che le donne traggano maggiore soddisfazione dal nuovo ruolo genitoriale che non gli uomini. A ogni modo i bambini porterebbero la felicità solo all’interno di coppie sposate. Se una coppia vive semplicemente insieme la nascita di un bambino è foriera di malcontento. Lo dice uno studio della “Glasgow University”. Il ricercatore (La Mente) è Luis Angeles che ha detto: «Il fatto che la gente che vive in coppia ma che non ha condiviso l’esperienza del matrimonio tragga un livello di soddisfazione diverso dalle coppie sposate è vero. […] Ciò che rende così distanti le coppie sposate da quelle che non lo sono non è tanto la possibilità di mettere da parte i soldini necessari per campare un bambino, quanto la concreta volontà di farlo. Di regola, l’arrivo di un neonato tende ad essere visto come una benedizione per una coppia sposata e un problema per una coppia non sposata o un genitore single» (?????).
Tant’è… (ricerche a parte), come dicevo: «Ogni testa è un mondo».
Ma tanto, appunto, che qualche giorno è uscito anche sul quotidiano “Il Giornale” un articolo della giornalista Erica Orsini: «Tolgono bimbi ai nonni per darli a genitori gay».
Recita l’articolo: «Meglio adottati da una coppia gay che dai loro nonni. Due bimbi scozzesi, fratello e sorella di cinque e quattro anni, sono stati tolti dai servizi sociali di Edimburgo ai loro nonni naturali e stanno per venir adottati definitivamente da una coppia omosessuale ritenuta più adatta agli interessi dei bimbi. Per la legge infatti i genitori della madre dei piccoli, che da tempo non è in grado di occuparsene perché eroinomane, sono troppo vecchi per crescere i nipoti. Cinquantanove anni lui, quarantasei lei, i signori, la cui identità non è stata rivelata ai giornali, hanno lottato per due anni per riottenere la custodia dei bimbi fino all’esaurimento di tutte le loro risorse finanziarie. Quando non sono più stati in grado di pagare le spese legali hanno dovuto desistere rassegnandosi all’ipotesi di un’adozione. Di certo però, non si aspettavano che ad adottare i nipoti sarebbero stati due uomini […]».
Attenzione che non vado affermando che sia giusta una posizione piuttosto che l’altra. L’argomento è delicato e richiederebbe più impegno per essere affrontato a dovere.
Ma ribadisco: «Ogni testa è un mondo».
…Ma pare che a “Il Giornale” le teste siano molte e il mondo, però, rimanga sempre lo stesso. Ancora ecco un articolo diverso (poi anche criticato da “Il fatto quotidiano”), firmato da Renato Farina il 23/10 che si diverte a fare della (dubbia?) ironia ricorrendo a giochi di parole (che a mio parere di giocoso hanno poco e niente, anche perché ci sono studi seri sull’origine dell’obesità come malattia – probabilmente – ereditaria, al pari dell’acolismo e della propensione al gioco d’azzardo): «Tolgono i figli agli obesi ma i gay possono adottarli - È accaduto un caso grave di obesofobia, cioè di persecuzione degli obesi, in Scozia, a Dundee. Hanno portato via prima i figli grandicelli e poi un neonato a una coppia di sposi grassi, i quali sono portati ad avere bambini che sono fatti come loro: rotondi. Un caso chiaro di razzismo medicalmente corretto. […] I giornali britannici la chiamano la «fat family»: la famiglia grassa. Io la chiamerei una ex famiglia devastata da pirati della burocrazia. Si tratta di un atto da bucanieri con il timbro della legge. Nessuno qui vuole consigliare alla gente di portarsi addosso rotoli di lardo, né che si debbano gonfiare i bambini di intrugli. L’alimentazione corretta è importante, e così via. Ma questo zelo per il corpo perfetto, per il rapporto ideale tra altezza e peso stabilito per legge è esso sì un vizio, altro che l’obesità fisica. È una obesità morale. Preferisco l’intemperanza nel gustare il cioccolato, che l’incontinenza nell’inondare dei propri comandamenti igienici il mondo. Basta così, per favore. Se i diritti umani si misurano a peso, i grassoni dovrebbero averne di più, e allora li si rispetti. Sembra un articolo leggero, vero? Un po’ spiritoso. I ciccioni del resto fanno ridere. Ma il riso è di certo più umiliante e talvolta più violento dello sguardo digrignante. Bisognerebbe proporre e approvare davvero una legge contro l’obesofobia, se non facesse ridere. […] Se uno osa ormai avere un dubbio sulla linearità morale o naturale dell’omosessualità è passibile di denuncia. In questi campi dell’«orientamento sessuale» il Papa non conta niente, è trattato come un reazionario torturatore. La nuova suprema cattedra etica è l’Organizzazione mondiale della sanità con sede in Svizzera. Essa ha proclamato i suoi dogmi e nessuno li discute. Anche se la citata religione dal camice bianco non ha ancora trovato un rimedio al raffreddore e alla calvizie, sulle profondità della psiche umana sa tutto, povera illusa, ma guai a chi non le crede. Così ha decretato sia giusto sanzionare come malattia anche mentale l’obesità e invece ritiene assolutamente congruo alla natura umana essere gay, bisex, transgender eccetera. Qui non ne discuto, guai, ho già abbastanza grane. Ma bisogna finirla con la persecuzione un tanto al chilo».
Be’, che il resto ve lo lascio leggere in pace (santa!) sul sito del quotidiano in questione. E siccome, appunto, «Ogni testa è un mondo» allora io su quel sito cercherò di tornarci il meno possibile.

Tuesday, 27 October 2009

Zitti e mosca (?).

A seguito degli articoli apparsi su Sibarinet.it («SCORIE PERICOLOSE NELL'AREA URBANA CORIGLIANO-ROSSANO? LA ECOROSS CONFERMA MA AVVERTE: “NIENTE ALLARMISMI”» e «RIFIUTI / GALLO: “È SALTATO UN SISTEMA”») diciamo pure che il fenomeno dell’allarmismo, per quanto possa essere per certi versi controproducente, secondo me è inevitabile, sempre più al margine con l’opportuno date le contingenze che la nostra terra (e non solo) si trova ad affrontare ultimamente.
Questo non vuole essere un giudizio sull’operato della società Ecoross. Ma bisognerebbe chiedersi semplicemente se, alla luce di quanto accaduto a Napoli; alla luce di quanto acccaduto ad Amantea; alla luce del numero crescente di decessi per tumori nella città di Rossano, segnatamente (pare - non ho fonti certe nè dati sicuri in mio possesso) nella frazione di Piragineti (a ri’ Prajnetti, per intenderci) che assume sempre più contorni sfocati, incomprensibili a noi poveri cittadini ignoranti; alla luce di quanto dichiarato “venerdì sera, nel corso del 62° Caffè Filosofico, ospitato dal "Welcome bar" a Rossano Scalo, dal Sindaco di Cassano allo Ionio, Gianluca Gallo, che ha annunciato pubblicamente che la Città delle Terme sta studiando un metodo per uscire anche dall’azionariato” della Sibaritide Spa che non avrebbe favorito né la raccolta differenziata né le casse dei comuni e di quanto ribadito dal sindaco di Rossano, il professor Filareto, ossia di essersi trovato “a gestire negli ultimi tre anni della sua amministrazione problemi incancrenitesi, avendo ereditato tutto quanto oggi Rossano sta subendo in tema di rifiuti”, sottolineando “come attorno alla gestione dei rifiuti ruotino interessi molto grossi” e pre-annunciando che “se ne vedranno delle belle, non appena si indagherà più a fondo…” [cfr. «IL CARROZZONE DELLA SIBARITIDE SPA AL CENTRO DELL'ULTIMO CAFFE' FILOSOFICO DI "OTTO TORRI SULLO JONIO"» Scritto da redazione, 23-10-2009 14:51], come a lasciare intendere d’essere al corrente di molte cose ancora taciute (ma cosa?); dicevo che, alla luce di tutto ciò, be’ che, forse, è il caso che il cittadino un po’ di domande inizi a porsele e a parlarne, magari anche ad allarmarsi. Parlare di ciò che non va, o che semplicemente potrebbe non andare, minacciando la sua, anzi la nostra salute, soprattutto quando si tratta di rifiuti ADR. Non si dice sempre che prevenire è meglio che curare?

Sunday, 25 October 2009

What?

Raga', non è colpa mia. Sono un terronaccio, ma che ci posso fare?
Ricordo la mia prima pausa pranzo a Milano. Lavoravo in un ufficio in pieno centro, a piazza San Babila. Alle 13.00 in punto, a parte quei due o tre poveri cristi ch'erano guardati sempre malissimo perché si portavano da casa la "schiscetta" (la "schiscetta"??), tutti gli altri presero il via e, mano ai borsellini, sparirono per andare ad assaltare la... tavola fredda:
- Vieni con noi, dai! Vieni con noi!
"E jamu" pensai, e poi "Ma che minchia è la tavola fredda? Esiste pure fredda?" mi domandai. Ma scoprii presto che non ero l'unico a essermi meravigliato. Trilly mi spiegò presto che anche lei (ch'era a Milano da più anni di me) e la sua amica di Catania se l'erano chiesto i primi tempi ch'erano arrivate al nord.
Vabbuò. Comunque trasii... Seguii la mandria insomma, no?, e mi ritrovai in una specie di bar, di fronte a una serie di panini scialbi e tramezzini pali-i-i-di, ma sempre da 5 euro (che io immancabilmente osservavo fra me: "Lo sai qui 'Matarazzo' ci suoi panini quanto ci farebbe? Oppure 'Capochiatto' con le sue pizzette calde!").
- Dica? - mi fece il ragazzo dietro il bancone (volesse Dio che mi si rivolgesse col "tu"... A essere sincero, c'ho messo un po' ad abituarmi anche a questo).
Da terrone, appunto, ricordo che gli feci, leggendo il cartellino piantato sul dorso paninozzo:
- Speck e... briE, grazie.
- E brì? - fa il pappagallo quello.
"E mo che vuole questo?" mi chiesi, quindi insistetti - No, non col brì, col briE!
- Sì, col brì!
"Ma il caciocavallo non ce l'avete? 'Cazz'è 'sto brì?!" avrei voluto chiedergli.
Questa fu la mia prima.
Poi dopo qualche tempo venne la volta del "deca". Mizzichina! Potevo sapere che il "caffè Hag" qui lo chiamano "deca"? Per me "deca" indicava ancora la diecimila lire, o sbagliavo?
Ma per la serie: "Non si finisce mai d'imparare", ecco che ancora, dopo sei anni, continuo a fare le mie figuracce.
Stanotte: disco-pub, penombra, interno.
Io e i miei amici siamo concentrati di fronte a una tavola da surf piantata in terra e di fianco al bancone, tutta imbrattata con un pennarello, insomma una specie di menù gigante dei drink.
Tra i soliti "Mojito", "Caipiroska" e compagnia bella, leggo: "Anal"!
- Minchia ragà, e chi se lo perde l' "Anal"?
Chissà che mi pensavo, io poverino! Allamato come sto, co' sta fame e 'ste delusioni continue per non essere riuscito a fare mio, e solo mio, l'uomo che negli ultimi mesi m'aveva fatto perdere la testa come un cazzone americano, io che ormai una sera sì e una no mi sto riducendo una pezza e non riesco più a bere acqua senza sentirmi male, be', in quel misterioso "Anal" dal suono evocativo e allettante ci avevo visto... chissà cosa! E poi voi, dai... Ma che cazzo vuol dire "Anal" secondo voi? Non sta per (scusate tanto) b... di c... ? Certo, non è che ne volessi uno con cannuccia e ombrellino, però...
E insomma che, per farla corta, vado al banco e, mentre il mio amico (nordico!) ascoltava anche lui curioso, faccio al barman:
- Io vorrei assolutamente un anal, grazie! Ma dentro che c'è, rum?
- No, se è un anal... - osserva quello con l'aria che già fu del banconista che ai tempi mi servì il paninozzo con lo speck e quel cazzo di brie maledetto (e 'fanculo pure ai tomini, che ho scoperto non essere una specie particolare di canarini), e che sta a significare: "Ma da dove cazzo viene 'sto terrone?".
- What? - continuo io - Cioè? Che c'è dentro, eh? Che c'è? - chiedo sempre più invasato.
- Frutta - risponde quello incurante - "Anal" è l'analcolico, no? Non mi hai chiesto l'analcolico?
Ja-a-a-a-aramari-i-i-ina-a-a-, oh! Volevo morire!
Ma forse è il caso d'iniziare a esclamare in gergo - "Che sbatti!".

Friday, 23 October 2009

Sparcagnasparcarcazzuna ( ciao bedduzza!) - Babele.

Moja Carmen: "raconte-moi l'histoire que tu aimes inventer, fais-moi douter. Raconte-moi tes plus belles et brillantes victories". Apparenza del cazzo, ispirami! Raccontami di quando ti hanno inseguito e picchiato. Graffiato ed esaltato con lo sparcagnano.
"Narcisse, mensonges et dèlices maquillent l'ègoisme qui ronge tes intentions. Narcisse, sublime apparence habille mon corps de ton èlègance et de volupté, inspire-moi".
Piccolo cesare, mio, piccolo cesare. Una febbre insolita che non è suina, ma alimenta ideali di uguaglianza. Tutto carmen stasera. Todo. Contagiàte gli animi e brandite lo scettro, tutti voi! Un'agonia. un'oasi di pace non esiste. Ich brauche vieles, und viel davon und nur für mich nur für mich von allem was man haben will brauche ich zehn mal so viel. Rimorsi e speranza - nessuna lucidità qui. Maestà, abbia pietà! Il sonno dei giusti non esiste, non lo merita... nemmeno Lei. Perché i bastardi devono bruciare senza pretendere obbedienza alcuna. Bin nie zufrieden. Es gibt kein Ziel. Gibt kein Genug. Ja tak ljublju tebja, Ja tak ljubliu tebja moja rodnajaeikls? Chto bez ljubvi tvoej, Ja prosto propoda-da-daiu. Mueve sus caderascon ritmo legales como un chicle que hace paf!! Busco su alma pero no la alcanzo El creador la llamo y ya esta en lo alto Ya no duerme en mi pecho, ya esta en el cielo Con los santos ahora esta. Cosa vuol dire camminare lungo per una strada silenziosa? Aver sete e aspettare che cada la pioggia? Cosa vuol dire? Lo sapete voi?
Le labbra arse e il cuore che scoppia."E vivere la vita intera in un giorno soltanto come certe farfalle? Non è che sia proprio la stessa cosa! L'intera vita in un giorno, in cui impariamo a volare via dalla nostra gabbia!".
Please! Мне с ним хорошо, как ни с кем другим. Cейчас...

Thursday, 22 October 2009

Nuovi Cupido.


In quest’epoca in cui tutti, me compreso, credevano che l’amore fosse svanito, meglio - morto stecchito; in cui, appena messo piede in casa, a sera, corriamo all’armadio dove teniamo nascosta la parrucca riccia nera stile anni ‘60 che indossiamo mentre facciamo le pulizie, imitando le “Pussy Cat Dolls” cantando abbracciati all’aspirapolvere: “I never needed you for judjment, I never ask for help, I take care of myself… Hush, hush!”… Come dite? Sono il solo a fare una cosa del genere? Ehm… A ogni modo, ecco che giunge un messaggio di speranza dal profondo sud (il “Male oscuro”, come l’aveva identificato - chissà perché? - G. Falcone): Cupido è tornato!!
Da Sibari.net dtd 22/10/2009:
«M.D.D., 34 anni, incensurato [è stato trovato con] addosso […] due frecce per balestra di 16 centimetri l’una. Successivamente gli agenti operanti hanno proceduto alla perquisizione di un casolare abbandonato ubicato in un uliveto di località Crosetto […]. Qui, all’interno di una stanza, è stata rinvenuta e sequestrata anche una balestra in ferro di colore nero con l’impugnatura a forma di pistola. Il trentaquattrenne fermato, che delle armi rinvenute non ha dichiarato la proprietà, è stato denunciato a piede libero alla locale Procura».
Ma come? Non l’hanno riconosciuto ch’era lui, Cupido venuto chissà da dove (…già, da dove?)? Certo, oltre alle frecce aveva “un pugnale di genere vietato di 31 centimetri e con la lama di 19, nascosto dietro la schiena all’interno di una apposita custodia in cuoio”, ma in fondo nessuno può sapere in quanti modi opera Amore… o no? Minchia, siamo troppo avanti noi terroni! Ma… E se Cupido stesse cercando proprio me? E se avesse ancora il mio vecchio indirizzo rossanese, invece di quello di Milano? Oddio, sarebbe una disdetta… Liberatelo subito!
Comunque, mi pare proprio di on essere il solo a invocare Amore in questo periodo (diciamo pure negli ultimi 12 mesi). Infatti, cari miei, fra due giorni la casella e-mail per la ricezione dei testi delle canzoni da proporre per il Reality Musical-Letterario sarà chiusa (chi c’è, c’è. Chi non c’è… peccato!), e indovinate un po’? Ho ricevuto quasi tutte canzoni d’amore-e-e-e! Diomio! Che storia inventerò adesso??
Siete tutti pronti? Dai prossimi giorni estrarrò le 4 canzoni finaliste, in diretta. Vi posterò i testi, titoli album etc… così potrete studiarvele prima di… VOTARLE!
Beijos a todos,
Rf

Wednesday, 21 October 2009

Che barba!

Personalmente, la prima volta ho iniziato a lasciarla crescere ai tempi dell’università, quand'ero tutto preso dalla storia della “Mangiatrice” che aveva preso a frullarmi nella testa e che sentivo esplodere. La seconda volta, quella definitiva (nel senso che da allora non l’ho più tagliata del tutto) è stato poco prima che io e Mr. T-fish rompessimo. Parlo dei peli in faccia – la barba.
Una sera ch’ero a casa di mia madre, a Rossano, leggendo sul divano stavo accarezzandomela senza accorgermene. Quando ce l’hai, il gesto è quasi automatico. Allora mia madre mi disse: «Mo sì che co’ ‘sta barba che sembri un russo. Un cosacco…». In effetti ero arrivato a un livello quasi indecente, checché il tono della sua osservazione fosse affatto ripugnato.
Un russo, ah! E pensare che Pietro il Grande la odiava così tanto che coniò persino una moneta con sopra la scritta: «La barba è un ornamento ridicolo», anche se presso i popoli slavi tutti le belle barbe piene, a volte intrecciate, avevano sempre costituito un vanto.
A ogni modo, quando decisi di farmela crescere qui a Milano, oltre ai rimproveri del Grande Capo ecco che già al terzo giorno d’allungamento la signora rumena che abita un piano sotto di me con discrezione mi chiese: «Stai bene?».
«Sì» le risposi, in realtà pensando: “Bugia-a-a!”.
«Oh, meno male!» respirò lei sollevata. «Solo che io visto che tu barba lunga… Da noi barba lunga è quando morto nella famiglia!».
“Sticazzi!”. Mega strofinata di zebedei – mia - e: «Ah, be’!» sorrisi imbarazzato. «Sì. Sapevo di questa usanza. Ma no, grazie… A casa tutti bene!».
In effetti, però, la barba l’ho sempre lasciata crescere nei periodi per me più bui. Ormai è quasi due anni che non mi lascia e, forse, non mi lascerà più, anche se so che presto il Lexotan mi regalerà la pace tanto agognata.
Ma leggete sul daily mail cosa dicono in proposito.
Da David Beckham a Brad Pitt, dal principe William a Jim Carrey a Keanu Reeves, pare che l’uomo barbuto oggi sia di moda… Mannaggia! Perché pensare che proprio tre sere fa, di fronte allo specchio e proprio prima di sputarmi in faccia mi son detto: “Basta! È ora di reagire. Ci vuole un taglio”, e… Zac! L’ho accorciata di nuovo, almeno fino a 1mm, lasciando solo un leggero pizzetto dai contorni e dalle sfumature nebulosi e malaticci.
Secondo il quotidiano britannico, sono i giovani ricchi e attraenti a determinare la tendenza del volto barbuto. Prendete lo stilista Marc Jacobs “ha una barba folta stile capitano Haddock (amico dei Beckhams – sarà da lui che David ha preso l'idea?). […] Idem […] il modello francese Petitjean, ch’è barbuto come Robinson Crusoe”.


Jason Statham – continua il quotidiano - Jenson Button, Michael Sheen, tutti “hanno accuratamente evitato gli effetti dei rasoi Bic”.
Pare che molti di loro, alla domanda “Perché?” (cioè “Perché non tagli via ‘sta lanugine, deficiente?”) siano pronti a rispondere: “Perché sono un artista, io!”. A questo punto il giornalista inglese precisa che si tratterà pur sempre di un artista destinato a rimanere solo. Questo perché un sondaggio condotto su un campione di più di 2.000 fra uomini e donne che ha svelato una maggioranza per lo più “anti-barba”. Mentre il 63% degli uomini crede che i “peli in faccia” li rendano più virili e attraenti (non a caso la barba è uno dei caratteri sessuali secondari maschili e segna il passaggio dall’adolescenza alla virilità), dall’altra parte – naturalmente! – il 92 % delle donne ha detto di preferire l’uomo “clean-shaven”. L’86 % sostiene di non trovare affatto attraente la stoppia facciale, mentre il 95% afferma che un uomo con la barba ti fa passare la voglia di baciarlo.
Davvero non saprei a chi credere. Per quanto mi riguarda la barba mi ha sempre infuso una sensazione di protezione. È come se me ne andassi in giro con uno scudo, sicuro e pronto a parare qualsiasi colpo. Eppure di colpi dritti in faccia me ne sono presi - e come! – anche quando avevo un tappeto uzbeko appiccicato al volto.
O forse siamo noi – sono io – ad accusare colpi che in realtà non ci sono, o che quantomeno potrebbero definirsi come semplici buffetti? Altrimenti perché le donne non avrebbero la barba con tutte le fregature che prendono?
Quando mi guardo riflesso nello specchio, accarezzandomi il pelo facciale mi viene sempre in mente Nikolaj Gavrilovič Černyševskij. Scrittore, filosofo e rivoluzionario, nel 1863 Černyševskij – durante il periodo di prigionia nella fortezza dei santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo - scrisse il romanzo “Che fare?”. Lo stesso Lenin, per ammirazione nei suoi confronti, nel 1905 decise di dare lo stesso titolo al testo che tracciava le linee teoriche dell’organizzazione del partito.
“Che fare?” è la domanda che precede i periodi segnati dai grandi cambiamenti. Ecco che, forse, è la domanda che non si pongono i paurosi – tantomeno i vili – di cui ha parlato tre giorni fa Alberoni sul “Corriere della Sera”. Quindi se lo domandano solo gli impavidi che, comunque, probabilmente la risposta ce l’hanno già in mente.
In effetti posso confermare che, di solito, quando mi pongo questa domanda vuol dire che ho già quasi fatto la mia scelta. “Che fare?” è l’equivalente de “L’accendiamo?” scottiano. Solo, in amore non mi riesce bene - mai - di dare quell’ultima risposta definitiva, quella conferma: “L’accendiamo!” – qualunque sia la decisione finale che ronza in testa. Ecco perché ho dovuto accorciarla, la barba. Per evitare di stare ancora lì a torturarmi, a lisciarmi il mento, pensando a cosa è più giusto fare.
Il fatto è che, paura o non paura, barba o non barba, taglio o non taglio, giusto o non giusto, in amore le decisioni si prendono in due e non è possibile decidere anche per gli altri. Anche quando c’è la voglia di rischiare, d’investire (e di farsi investire come una striscia di mezzeria).
Ma quando ci si è fatti investire una volta, due, tre... quando l’ennesimo mattino ci si ritrova di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio a domandarsi “Che fare?” (pur conoscendo già la risposta che si vorrebbe veder “accesa”) ecco che quella stessa domanda si trasforma. Per forza di cose essa muta in un placido e rassegnato “Come fare?”. Dove il “come” indica la necessità del risolversi, in un modo o nell’altro, alla tumulazione di quei moti interiori che risalgono su, fino in gola come un reflusso acido.
È questione di tempo. La barba ricresce. Non importa quanto forte e irrazionale possa essere un sentimento. A volte va soltanto soffocato sotto quella crosta di peli, altro che moda! E altre volte non basta neppure questo, ché ugualmente ti senti sbattuto a dx e a sx, senza sosta, senza trovare requie e vorresti andare oltre col rasoio, darci un taglio netto e la testa buttarla nell’immondizia per comprarne una nuova.
Allora, che forse aveva ragione la mia collega dell’amministrazione che quando mi vide la prima volta col volto coperto di peli mi disse: «Chi si fa crescere la barba ha qualcosa da nascondere. Lo dicono gli psicologi! E poi è sporca, raccoglie tutti gli odori e il mangiare rimane incastrato fra i peli. Blea-a-ah!»? Ma non è che un volto glabro rispecchia, al coontrario, un vuoto interiore?
“Bela-h!”? Ma… Ma dico: du’ palle, cristosanto! Ma mo’ manco la barba posso farmi crescere? E pensare che quando avevo provato ad accorciarla al limite della rasatura completa, arrivato in ufficio tutti sono sbottati in un coro di: «No-o! Che scifo, senza barba sembri un bambino!».
E decidetevi, cazzo! Vi pare?
“Che barba!”, lo so, è quello che state pensando. D’altronde voi ve la tagliate ogni mattina.

Tuesday, 20 October 2009

Caro Oliviero Beha, - About Alitalia Cargo...

…in riferimento al suo articolo “Anche gli italiani a volte si incazzano”, su “Il Fatto Quotidiano” dtd 19/10/2009» Le scrivo che lo so, oggi come oggi (s)parlare di Alitalia è un po’ come sparare sulla croce rossa. Ma con tutti i soldi (di tutti noi italiani) che s’è sparata la compagnia di bandiera tant’è… Volevo aggiungere quanto segue:
oltre ai disservizi e danni riportati direttamente alle persone che volano AZ, ciò di cui spesso non si parla sono i danni anche indiretti che la compagnia reca alle persone e alle cose. In quanto spedizioniere doganale di una nota società milanese volevo far riflettere sull’inefficienza della sezione “cargo” della stessa Alitalia.
In un mese ho ricevuto da partners comunitari e “overseas” almeno due richieste urgenti di spedizione (di cui una a temperatura controllata, trattandosi di prodotti di pasticceria), da Milano per diverse destinazioni. In tutti i casi un volo diretto sarebbe stato la soluzione logistica ideale per dare mostra ai clienti dell’incisività della società per cui lavoro e dei propri corrispondenti esteri. Nel nostro lavoro quasi sempre “basso costo” e “sollecitudine” sono le parole d’ordine (“Urgent!”, “In a rush”, etc… le espressioni più ricorrenti).
«Please, ship with a direct flight!» mi supplicava al telefono l’agente a destino, per l’ultima spedizione assegnataci.
«Ma sei sicuro?» gli facevo io. «Guarda che l’unico volo diretto è con AZ!». E anche questa era una mezza bugia, dato che da Milano spesso e volentieri il routing prevede il tratto camionistico, o il volo su Roma FCO, il che da qualche tempo a questa parte (be’, un po’ di tempo oramai) vuol dire che si può star quasi sicuri della cattiva riuscita della spedizione stessa.
Non so se per colpa della povera Alitalia, non so se per colpa delle “handling agencies” che s’è scelta presso i terminal di Milano e Roma, ma vi assicuro che spedire (soprattutto) su Fiumicino è come lanciare la merce nel bel mezzo del triangolo delle Bermude. Le latebre dei magazzini aeroportuali appaiono sempre più insondabili…
«Dov’è la mia merce? Doveva essere già arrivata!» mi fa il cliente, il giorno seguente alla consegna nelle mani della compagnia.
«Già, dov’è?» rigiro la domanda al call-center AZ (che però sta a Palermo – senza pregiudizio, poveretti-) per sentirmi rispondere che «Non si trova. S’è persa… Ma abbiamo aperto già la pratica di “tracing”».
“S’è persa”… merce birichina! E intanto, in un momento storico della nostra economia che si fa sempre più difficoltoso, i clienti esteri si rifiutano di pagare il servizio che non rispecchia le aspettative date e so già che la prossima volta si rivolgerà alla concorrenza che, probabilmente, si avvarrà di un “carrier” non italiano e che, pur fornendo un volo via Hong Kong con destinazione finale Chicago, arriverà prima di me. La ditta italiana a volte perde gli ordini, il Bel Paese ci fa la solita bella (quasi "porca") figura.
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Dear Mr. Beha,
with reference to your article entitled “Sometimes also Italians get pissed”, on newspaper “Il fatto quotidiano” dtd 19/Oct/2009 let me say that I know already that writing about Alitalia today is like shooting on the Red-Cross. But considering how many moneys Alitalia bleeds up (money of all we, Italian people) I would like to write the following in: besides the poor service and damages directly caused to people flying AZ, there’s something more, what we don’t speak enough about, that is: the damages caused also indirectly to the people and things, and to Italy in general. I work as freight forwarder in Milano and I would like to let you think about the inefficiency of the “cargo” section of Alitalia. During last month I’ve received from communitarian and “overseas” partners at least two urgent inquiries concerning two shipments (one of which was with controlled temperature, because it consisted of pastry products), from Milan to different destinations. In both cases a direct flight would have been the ideal logistic solution for giving to our customers an idea of the efficiency and speed of our company and of our own agents at destination. In our job words like “low cost” and “speed” are like passwords (“Urgent! ”, “In to rush”, etc… are the most common phrases). “Please, ship with to direct flight” the agent at destination was praying me, with reference to the last shipment assigned to our company. “Are you sure?” I said. “Please, note that the only direct flight is with AZ carrier”. And this was a lie, indeed, because AZ routing from Milan foresees part of the shipment by truck, or by air to Rome FCO for catching the second connecting flight, that often means that your shipment for sure will fail. In fact, I don’t know why, but shipping to Rome FCO airport is like dropping the goods in the Bermude’s triangle.
“Where are my goods? They should be arrived already!” says on the phone the customer the day after we delivered the goods in Alitalia cargo terminal. “That’s right. Where are they?” I forward the same question to Alitalia’s call-center (that is in Palermo city) in order to hear the following answer: “Oh… We can’t found them. They got lost… But we have opened the ‘tracing’ file already”. “Got lost”… naughty goods! In the meanwhile, in a bad historical period for our economy, our foreign customers refuse to pay the service reflecting not the outlined expectations at all and I already know that next time they will call our competitors, who’ll turn to a not Italian carrier even supplying a flight via Hong Kong with final destination Chicago, but arriving in time anyway, indeed. In this way Italian companies lose their orders, and our Country makes a bad impression, as usual.

Monday, 19 October 2009

"Lascia che rimaniamo al limite".


Da: “Parole che bruciano".
“Scongiuri, 1987”

«Ieri mi sono infilato tra le lenzuola
era un giorno opprimente e freddo, ho chiuso
gli occhi, nebbioline, questi fugaci
e confusi sentimenti, mi ha spezzato il gelido
stagno con gli animali più intuitivi
che guizzavano là sotto – mi sono girato
dalla tua parte scoprendo che mi stavi
fissando, che premevi la lingua contro i denti
e avevi in mano il ramo perduto
- no, non posso alzarmi, non voglio, qua sono al sicuro -
il frastuono dei macchinari, i luoghi lontani
il sole che tramonta, e soprattutto l'oscurità
questa pace, serrare gli occhi e non sentire ciò che esiste».

Ho avuto l’opportunità di conoscere Brane Mozetič (purtroppo non ancora d’incontrarlo personalmente) un paio di anni fa circa. Nato nel 1958 a Ljubljana, è poeta, scrittore, traduttore nonché editore di una piccola casa editrice. Mozetič ha tradotto numerosi autori francesi del calibro di Rimbaud, Genet, Foucault, Maalouf e altri poeti contemporanei. Ha pubblicato un’antologia di poesie omoerotiche del XX sec. a dir poco favolose un’antologia di opere omoerotiche slovene. Finalmente le sue opere iniziano a circolare con più facilità anche in Italia.
Ricordo la prima volta che lessi “Passion” edito dalla ZOE edizioni. Le sue parole bruciano. Lacerano, ma allo stesso tempo prendono il lettore per mano e lo conducono fra gli umori rintanati in una sofferenza ch’è tutta individuale e speciale, quanto universale. Incarnare il sentire comune – la regola rimane invariata per i grandi autori e vale anche per Mr. Mozetič. «Tutto accadeva troppo velocemente. E così velocemente sparì, e fu altrettanto difficile scoprire qualcosa di lui […]». O ancora (Vd. Cit. in “175 (Viaggio in stanze chiuse di Epifanio Finamore)”): «Se all’inizio mi piaceva stare abbracciato a te, contorcermi nel letto, godere quando venivo o quando venivi, col tempo stetti sempre più alla larga. Cercavo di arrivare tardi, non ti incoraggiavo più, non prendevo l’iniziativa, non ingoiavo il tuo membro, non stavo disteso sotto di te. non hai mai saputo come prendermi». Oppure eccolo parlare di P.: «Doveva piacersi molto. La questione era se gli fosse mai capitato di accorgersi del prossimo». Quali parole più dirette? Il pensiero è palese. Tutto è chiaro in poche righe e… meravigliosamente rabbioso e pungente.

Ho fatto mia, durante quest’ultimo mese, la sua “Contatti azzurri, 1986” che trovo a dir poco toccante e che ripropongo di seguito (solo, avrei tradotto diversamente alcuni versi), nella speranza di sentire parlare ancora di lui molto presto.

«Davvero ti ammiro appassionatamente,
ma non voglio venire a letto con te,
lascia che rimaniamo qua, al limite,
dove la costante voluttà ci infiamma
e da noi due allontana il tempo passato –
basta, fa' ciò che vuoi, disperazione, tristezza
pianto, sembra che non ne sia capace non mi riesce proprio, ma per ora mi è
indifferente, anche s’è infantile».
Come vorrei poter credere in queste parole! Il fatto è che non ne ho la forza, nè la voglia.
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I had the occasion to know Brane Mozetič (unfortunately not to meet him personally yet) approximately a couple of years ago. He was born in 1958 in Ljubljana, he’s a poet, a writer, a translator and also editor of a small publishing house. Mozetič translated several French authors like Rimbaud, Genet, Foucault, Maalouf and other contemporary poets. He edited an anthology of homoerotic poetries of the XX sec. And a fantastic anthology of Slovenian homoerotic works. At last, his works begin to be edited also in Italy. I remember of the first time I read “Passion” edited by ZOE Edizioni. His words burn. They tear, but at the same time they take the reader by hand and lead him through humors hidden in his personal sufferance, insomuch totally special and individual as universal. He presents common feelings - the basic rule to be a great author remains unchanged, so that it is valid also for Mr. Mozetič. During last month, I took possession of his “Blue Contacts, 1986”, which I find really moving. I just propose it to you providing directly with his link and hoping to hear something new about this fantastic author soon.

Saturday, 17 October 2009

Puzzeling over… Il fiume Crati (No comment news).

Caratteri idrologici:
«Il Crati, è il principale fiume della regione per ricchezza d'acque, sia come media annua (circa 36 m3/s), minima (c. 10 m3/s) o massima (anche oltre 3.000 m3/s per le massime piene). Il fiume presenta un regime spiccatamente torrentizio alternando a forti e talvolta disastrose piene invernali (l'ultima recentissima è del dicembre 2008), marcate magre estive».

Da oggi la provincia di Cosenza ha un "Geoportale":
«Cosenza - Si è tenuto ieri mattina, nella Sala degli Specchi di Piazza XV marzo, il Convegno di presentazione del GEOportale della Provincia di Cosenza, coordinato dal Dirigente di Settore Programmazione e Gestione Territoriale dell’Ente Ing. Giovanni Greco ed introdotto da Leonardo Trento, Assessore Provinciale alla Programmazione e Gestione Territoriale».

Una "strada veloce" collegherà Cosenza e la Sibaritide:
«Parte il Primo Lotto funzionale di un’altra importante arteria di comunicazione che collegherà l’Area Urbana di Cosenza con la Sibaritide. Un’arteria a scorrimento veloce che si sviluppa lungo la riva del fiume Crati ed arriva fino allo svincolo A3 di Tarsia per poi proseguire fino al Porto di Corigliano by-passando l’invaso della diga di Tarsia».
Giro di Calabria (con uno sguardo diverso)
Cosenza, Lungo Crati dimenticato:

Dove la crisi è ancora più forte.
«L’alta velocità è il secondo problema di lungo Crati. “Gli automobilisti passano di qui come se fossero a Monza – spiega il signor Di Fino, una vita trascorsa in mezzo a scaffali e oggetti per la casa -. Abbiamo chiesto più volte, al vicesindaco, di far mettere dei cordoli. Rallentare le auto è necessario prima che qualcuno si faccia male sul serio. Promesse. Ancora non abbiamo visto niente”. Pochi metri più in là, altro negozio, stesse lamentele. Strada colabrodo, auto che sfrecciano veloci senza alcun controllo e “nessun intervento per rilanciare la zona”. Il signor Pinto è un altro veterano della zona e spiega: “Tutti gli interventi del Comune sono per piazza XI settembre. Si tende ad allontanare la gente dal centro storico e non ad avvicinarla. Purtroppo dopo lo sgombero dello storico mercato per noi non è stato fatto nulla”. Chi osserva lungo Crati con gli occhi del tecnico oltre che del commerciante è l’architetto Rizzuto. Il suo negozio è lì da cinquanta anni. Con un occhio ai clienti e l’altro al luogo, Rizzuto spiega come “la strada è stata realizzata in modo tale da non far defluire l’acqua piovana regolarmente. La pendenza, infatti, è rivolta verso i negozi e non verso il fiume”».

Friday, 16 October 2009

“…Senza lasciare traccia”. 3

Ritorno oggi a Magris, a Terzani e in particolare a Pamuk e alla sua affermazione citata pochi giorni fa secondo cui «la scrittura e la letteratura sono connesse a un vuoto, al centro delle nostre vite e a un senso di felicità e di colpa», nonché al proverbio che ha dato il titolo agli ultimi post di questi giorni “prima di amare impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”. Ma stavolta per farlo mi divertirò a trascinarvi con me nell’insonnia, in voli pindarici ai limiti del “sacrilego”, ricorrendo a qualcosa che ho scritto qualche mese fa, prima che accadessero molte cose e, fino a oggi, inedito; forse per vergogna. Chi mi seguirà fino alla fine…?
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“Gira e spera, il desiderio si avvera!” (ai confini del sacrilego e del cazzeggio).

Ricordo i pomeriggi estivi di tanti, tanti anni fa trascorsi sul lungomare di Villaggio Seggio, giù in terronia. Alla cosiddetta “controra” (la fascia oraria in cui non era permesso andare a giocare, né telefonare a casa degli amici, tanto meno fare rumore per strada ché i grandi dormivano, e che va, più o meno, dalle 14.00 alle 16.30, una sorta di “siesta” spagnola) quando io e i miei amici ce ne stavamo seduti sui muretti che separavano la strada dalla spiaggia, oppure nascosti nel pioppeto dove nessuno poteva trovarci. Stavamo lì a guardare le nostre bici (mitica BMX rossa!)a volte a smanettarci in comitiva, o a raccontarci le solite cazzate: chi aveva visto la femmina con le tette più grosse, chi aveva pomiciato con la cugina, ma capitava anche di più – ci si confessava le pene d’amore! Non dimenticherò quel mio amico cui era andata la testa in pappa per Creamy Mami. Ricordate la cantantessa giapponese? Ma sì il cartone animato, dai! Insomma che lui n’era innamorato perso e non escludo che trovasse ispirazione nell’immagine di lei durante quelle masturbazioni di gruppo... Da parte mia, confesso che se proprio mi avessero chiesto di scegliere di possedere qualcosa di lei, avrei optato per la bacchetta magica.
Ed eccoci allo start: Creamy Mami, Magica Emy, Evelin… tutte si trasformavano, erano tutte bambine che assumevano le sembianze di donne adulte e dai poteri eccezionali. Ma non era lo stesso per i cavalieri dello zodiaco? Non diventavano anche loro super-potenti grazie alle loro armature, così come i “Cinque Samurai”? Quante volte, nella mia cameretta, ho provato a incrociare le braccia sul petto, a strizzare gli occhi, a girare su me stesso alla Wonder Woman sussurrando “trasformazione!”, o “Armaturaa!”, o “Catena di Andromeda!” o altre formule magiche! Quanti di voi l’hanno fatto ancora? Su, non fatemi sentire un alieno…
Ma da dove originava questa smania di trasformazione? E inoltre: erano solo i bambini a sognare poteri magici che li rendessero più grandi, più forti e diversi da quello ch’erano, o anche i nostri genitori, in gran segreto, magari proprio alla controra, quando si chiudevano in camera da letto al buio, invece di trombare come immaginavamo noi piccoli segaioli, se la spassavano a sognare di metamorfosi e trasmutazioni? Se sì, chi sognavano di diventare o quali poteri bramavano?
A dire il vero (per fortuna?) oggi non mi capita più molto spesso di volere fra le mani una di quelle cose… quelle lunghe e lisce, tonde in punta… ma sì, le bacchette magiche, stupidi! Sarà mica perché oggi gioco a scrivere? Alla fine, sarebbe esatto dire che la scrittura oltre che ritrarre la realtà è anche magia?
Che differenza passa fra l’astina fatata di Creamy, il bracciale prodigioso di Emy, le loro avventure (anche amorose: Creamy-Toshio v/s Emy-Ronnie) e, per esempio, - tenetevi forte… - il fiore azzurro e le vicende di Heinrich von Ofterdingen di Novalis?
Oddio lo so, se mi sentisse il Prof. Ponzi annullerebbe tutti gli esami di tedesco e chiederebbe la revoca della mia laurea. Eppure, rileggiamo quel capolavoro che è lo “Heinrich von Ofterdingen” di Friedrich von Hardenberg, conosciuto con lo pseudonimo di Novalis.
“Heinrich von Ofterdingen”, per chi non lo conoscesse, è un romanzo di formazione in cui Novalis infuse alcuni dei concetti e dei simboli fondamentali della sua vita. A un certo punto della storia, durante il suo lungo percorso di apprendistato, il protagonista si trova di fronte a una caverna e, appunto, di fronte al fiore azzurro cui ho accennato sopra, il quale altro non è che il simbolo del desiderio romantico d’infinito nutrito dallo stesso Novalis. Novalis aveva capito di essere destinato alla poesia e all’amore e, “attraverso un viaggio indietro nel tempo e nella sua anima”, quest’amore era riuscito finalmente a raggiungerlo. Oltre che narrare la formazione di Heinrich, il romanzo segnò il percorso spirituale di Novalis che fece di tutto per trasmetterci la forza vitale dell’amore e della vita.
Credo che, come per gli “Inni alla notte”, anche per lo “Heinrich von Ofterdingen” possa valere la definizione di “testimonianza di fede nella poesia”, in quanto è anche attraverso la poesia che esso contiene, oltre che agli inni veri e propri, che Novalis poté raggiungere la maturità (non solo artistica). Il fiore azzurro (“die blaue blume” in tedesco), quindi, è metafora della conquista e recipiente di “tutte le forme della conoscenza che l'individuo deve acquisire per poter raggiungere la perfezione”.
Allo stesso modo Creamy e la sua amica Emy, ricevendo entrambe i loro magici arnesi dagli alieni (immaginati come esseri superiori alla razza umana che scendono dall’alto dei cieli), s’imbattono in mille avventure, attraversano innumerevoli scenari, finanche visitando spazi paralleli. Non si potevano considerare anche questi cartoni animati come narrazioni di “apprendistati”?
Non potrebbe trattarsi anche in questo caso di “una continua affermazione della vita, di una rinascita continua”? Così come le nostre eroine di carta alla fine perdono per sempre i loro poteri magici, allo stesso modo “die blaue blume” è collocato da Novalis in una sorta di eden, simbolo della condizione primordiale dell'uomo, e coglierlo significherebbe raggiungere la perfezione. Quanto c’è di possibile in tutte codeste storie? E se, ancora, l’intenzione di Novalis era quella di trasmette il messaggio secondo cui il sentimento è inteso come fonte di “energia” e “alimentazione della propria vita intellettiva, che per esprimersi al massimo deve saper conciliare razionalità e sentimenti”, non sarà per lo stesso motivo che alla fine anche Creamy ed Emy si rassegnano pacificamente alla vita quotidiana di bambine comuni (certo arricchite di un’esperienza unica e irripetibile che ha svelato loro ciò che sarebbe inimmaginabile per gli altri bambini)?

(continua…)
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“Gira e spera, il desiderio si avvera!” (ai confini del sacrilego e del cazzeggio). 2
(…segue)

Tempo fa mi sono domandato circa il desiderio di trasformazione e di possedere poteri magici (nei bambini come negli adulti) e sulle possibili differenze che intercorrono fra le storie di alcuni noti cartoni animati giapponesi e il romanzo di Novalis - “Enrico di Ofterdingen”. Naturalmente, tralasciando la sua precipuità intrinseca, quanto detto a proposito di quest’opera letteraria potrebbe essere riferito anche ad altri “Bildungsroman”. Basti pensare a “David Copperfield” di Charles Dickens del 1850 che altro non è se non l’autobiografia dell’autore, di uno scrittore appunto, e non la storia di un potente mago quale, invece, potrebbe essere “Harry Potter”. Ma ciò che tutti i romanzi citati hanno in comune è, in certa qual misura, sempre e comunque la capacità dei protagonisti tanto di alienarsi quanto di aderire alla “realtà”; lo sviluppo psicologico di un/a giovane spesso determinato dalla propria capacità di accettare i limiti.
Ora, se “l’adesione al principio di realtà” era vista da S. Freud - che per quanto superato è pur sempre citato ovunque, e quindi fa riflettere - “come il passaggio nodale verso una adeguata evoluzione dei rapporti interpersonali e verso un maturo equilibrio psichico”, cosa significa il fatto che molti di noi ancora oggi sentano il bisogno di disegnare cartoni animati come Creamy Mami, o scrivere libri come “Harry Potter” e “Twilight” etc…? Forse, che siamo una manica d’irrisolti in cerca della forza per accettare i nostri limiti? Se sì, chi è riuscito fino ad ora ad accettarli questi limiti?
Non voglio addentrarmi troppo in un settore che non mi appartiene quale la psicologia e per questo da ora ricorrerò, in diversi punti, a un intervento della dott.ssa Simonetta Magari, psichiatra e psicoterapeuta dell’Università Cattolica di Roma durante la conferenza del 26 febbraio scorso e intitolata “Psicologia e Comunione”.
Ricorda la Professoressa che secondo Freud l’uomo sarebbe pieno di un desiderio di onnipotenza, il quale sarebbe a sua volta proiettato sull’immagine di Dio perché altrimenti sarebbe destinato a rimanere insoddisfatto, a infrangersi nell’impatto con la realtà.
È per questo che continuiamo a crearci false illusioni in amore come sul lavoro, oppure a costruire sogni da cui la nostra umanità è bandita? Non sappiamo accettare davvero la nostra vita e le nostre capacità per quelle che sono, ossia limitate? Siamo tutti immaturi e senza speranza di crescere mai?
Anche Jung - continua la dott.ssa Magari - era convinto che prendere coscienza dei limiti sia alla base del nostro equilibrio psichico e lo stesso Otto Rank (psicologo e psicoanalista austriaco che estese “la teoria psicoanalitica allo studio della leggenda, del mito, dell'arte e altre opere di creatività”) disse che “il nevrotico è colui che non riesce ad assimilare lo scacco della morte, la ferita della sconfitta, la frustrazione del fallimento. Sicché il suo ossessivo controllo sulla realtà e la sua spasmodica ricerca di sicurezza gli impediscono di essere autenticamente creativo”.
E così via, nel suo intervento maltese la psicanalista ha continuato a snocciolare nomi del calibro di Perls, Frankl, fino a giungere a Bruner, il quale sosteneva che “gli stessi limiti biologici imposti all’uomo dalla natura costituiscono un potente stimolo per l’invenzione, per la ricerca, per il progresso culturale […]”. La cultura era vista da Bruner come “una sorta di ‘protesi’ mediante la quale gli essere umani sono in grado di superare o ridefinire i ‘limiti’ imposti dalla loro natura. Se, dunque, la biologia rappresenterebbe ‘il limite’, la cultura invece sarebbe il potere umano di trascendere tale limite.”
Quindi, i limiti che tutti noi vorremmo rifuggire sognando di bacchette e braccialetti magici, di tette finte e di allungamenti del pene, di moto all’ultimo grido e di “Cayenne” ma anche di romanzi e di poesie a cui bisognerebbe adeguarsi a tutti i costi per non fare la parte degli schizofrenici da una parte sono “strabilianti” e diventano quasi magia essi stessi, ma dall’altra c'è il nostro non adeguarci a loro, al reale, che genera patologia psichica e blocca la nostra evoluzione. Allora qual è la soluzione a tutto ciò?
Essa - suggerisce la Magari, e io concordo con lei -, è insita nel superamento della cosiddetta “prospettiva monopersonale”, nel porsi in una dimensione psicologica relazionale, nel dialogo con l’altro e, quindi, nel riconoscimento delle differenze altrui, facendoci riconoscere per quello che siamo. Aggiunge ancora la dott.ssa (e siamo quasi giunti alla chiusura del cerchio) che “i ricercatori […] ci hanno insegnato […] come la patologia psichica di un uomo tragga sempre origine da un angosciante ‘vuoto’: il mancato ‘riconoscimento’ della propria identità, della propria specifica diversità, da parte di persone significative, del contesto relazionale che gli ha fatto da sfondo durante le tappe evolutive”.
Allo stesso modo pare che il non essere (o il non sentirsi?) riconosciuti dall’altro generi nel soggetto la difficoltà a riconoscerlo a sua volta, l’altro (il che è un “ulteriore elemento di sofferenza mentale, un’altra fonte di disadattamento e di conflittualità”).
Mi fermo qui e dovrebbe essere chiaro comunque, a questo punto, cos’è questo vuoto al centro delle nostre vite.
Avrei potuto riassumerlo in due righe, senza citazioni e cazzate varie, ma che avrei fatto stanotte? Comunque, il succo è il seguente: sia che siamo dei bambini che giocano a trasformarsi in magica Emy, o degli scrittori che giocano a inventare nuovi mondi e persone “altre”, quel vuoto siamo noi di fronte ai nostri limiti; noi che rifiutiamo la realtà; sono gli altri che non ci accettano per quello che siamo e siamo noi che non accettiamo gli altri per quello che sono (gay, etero, musulmani, ebrei, rossi, neri… chiamateli come vi pare).
Ecco perché è difficile imparare a camminare sulla neve senza lasciare traccia. Anzi, ecco perché è impossibile farlo e tutti rimarremo sempre dei miseri illusi, dediti al disperato inseguimento dell’irraggiungibile, massa di intolleranti del cazzo. Perché siamo per lo più tutti uguali, eppure tutti con la pretesa di essere unici. In pochi sono coloro che sono riusciti, o riescono a differenziarsi come fece, appunto, Tiziano Terzani che scrisse: «È solo quando si invecchia che ci si guarda indietro e si vede che c’è un filo che collega tutto. Per me questo filo era la curiosità, la curiosità di capire l’altro. La spinta ad andare dove c’era qualcosa che non era mio, per capire, per rendermi conto… Il mio istinto è stato sempre quello di capire chi fossero ‘gli altri’».

Tuesday, 13 October 2009

“…Senza lasciare traccia”. 2 (english version included).


Il suo volto è un’arma. La pelle ha il colore del piombo. Le parole, del piombo, hanno il peso. Sotto la pelle i tendini tesi come cavi d’acciaio e di rame, e le sue dita legano le bionde come morsetti di ferro.
Quando pensa socchiude gli occhi, le palpebre calano grevi come saracinesche, la mascella si serra come ganascia e col braccio circonda la fronte. Un’arma.
Fatto di materiali ferrosi, mescolanza e fusione d’arnesi, lame, spade e rasoi… Rasoi – le labbra. Se lo bacio mi lacera. Sangue. Mi capitò di abbracciarlo - folgore. Dal torace, fusto ruvido e increspato, compatto e luminoso come acqua imbrunita dal vespro, l’energia elettrica passò in me. Scrollava, soffocava, batteva e legnava. Gridava - di più. Sgolava – di più. Sputava i polmoni. E col naso, il mio, calcato sul petto di lui. Profumo – veleno. Cristo! Cristosanto se soffoca. Migliaia di minuzzoli di vetro dalle narici dritto nei polmoni. Si piantano. Tagliuzzano. Recidono e graffiano. Strappano. Cammini fra la gente e lo respiri. Strisci e lo respiri; nelle fogne, fra gli scoli. Quel profumo, quel veleno non ti lascia. Il sangue lo ingoi. Ne vuoi ancora. Di più.
Il sorriso – la fine. Come incurva e tende le dita – la fine. Come casca la maglietta sul costato – la fine. Se lo ami è la fine. La fine è odiarlo. Freddezza non si può. Distacco – inverosimile. Stoicismo – improbabile. L’auspicio è non incontrarlo, ignorare chi sia, di non incrociarne lo sguardo. Mai. Ti ruba la mente, la follia ti ubriaca e poi… muori. Ma poco è morire. Morire è delizia. E più muori più lui, per nome, nasce di nuovo e ancora. Spermatophyta, "chioma espansa, densa e globosa, stipola ovata o tondeggiante, acuta all'apice". Emana un odore sgradevole. Il suo profumo – il veleno. C’è un po’ di farina gialla fra i suoi palmi; un po’ di zucchero e vaniglia sui suoi piedi. È dolce e molle il corpo. L’adoro e l’odio, il mio venefico, funesto pan di miglio.
Detto, fatto.
“Prima di amare impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”. Eravamo partiti da qui, no?
Bene, questo era un esempio di cosa vuol dire, secondo me, lasciare una traccia. È frutto della notte scorsa quindi domando solo un pizzico di comprensione. Non è indelebile come quella dell’amore, certo, questa traccia, ma è pur sempre profonda. Almeno così è che l’ho conosciuta. Almeno per quanto limitata è vera, la mia (senza pregiudizio). Lasciare una traccia è… Be’, credo che sia quando ti rendi conto di non avere altre parole per descriverlo, se non le prime ad accendersi e a portarti in giro fra le cose e il mondo, e che non riesci a spegnere se non le butti giù, non le metti nero su bianco, non dai loro una forma. Questo è lasciare una traccia, o portarla su di sé, fate vobis. Alla fine è lo stesso, no?

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His face is a weapon.
The skin is lead-colored. His words are leadweighing, indeed. Under the skin tendons are tightened like copper and steel cables, and his fingers tie cigarettes like iron clips. Every time he thinks, he half-closes his eyes, eyelids come down like heavy iron gates, the jaw locks up like a brake pad and his arm embraces the forehead.
He's just a weapon. Made of iron materials; fusion of tools, blades, swords and cut-throat razors… Razors – his lips. When I kiss him he rives me.
Blood.
Once I embraced him - thunderbolt. Raising from the thorax, rough and wrinkled, tight and brightening like water darkened by vespers. An electric power going through me. He shook me,
stifled me, struck and beat me. He screamed. More than this, indeed – he shouted hoarse. More than
this, indeed – he threw his lungs up. And with the nose, my nose, I trod on his chest. His scent - poison. Jesus! Jesus Christ how he can stifle me, still today! Thousands of glass splinters go from
nostrils straightly in my lungs and drive there. They snip, cut off and scratch me inside. They tear me. I can breathe his poison walking down the streets. I can breathe it groveling; down in the drains, when I'm wrapped up with drainages. That scent, that poison does not leave me alone. His blood – I
swallow it. I want it. More and more. His smile - the end. The way he bends and stretches his fingers
- the end. The way his T-shirt falls on ribs - the end.
Loving him, this is the end. The end is hating him.
Cold shoulder - impossible. Stiffness - improbable. Stoicism – far-fetched. My omen to you is to meet him not, to ignore who he is, to meet not his eyes.
Never. He‟d steal your mind, madness gets you drunk and then… then you die. But dying is not too much. Dying is delight. And more you die more he comes to life, again. It‟s written in his name.
Spermatophyta, expanded foliage, dense and orbicular, round outgrowth, barbed on the top.
He gives a bad small off. His scent - that poison.
There‟s some yellow flour in his palms; some sugar and vanilla cover his feet. His body is sweet and
soft. 
Je l'adore et Je le déteste. 
My vicious, pestilent elder bread.

Monday, 12 October 2009

"...Senza lasciare traccia".

Quest’anno posso dire di aver realizzato quattro sogni. Ogni sogno è risultato l'assistere dal vivo alla conferenza di uno dei miei scrittori preferiti, quando non alla sua conoscenza diretta. Nell’ordine, mi riferisco a: Claudio Magris, Fernando Savater, Mauro Francesco Minervino e Ohran Pamuk.
L’ultimo l’ho ascoltato proprio due giorni fa. È stata una mezza sorpresa (una coincidenza? - grazie, Prof) dato che solo poco prima avevo scoperto che avrei avuto tale opportunità. L’intervista all’illustre premio Nobel è stata condotta dal presentatore F. Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa”.
A volte nutro seri dubbi sul fatto che tutto sia casuale, sapete? Infatti, subito dopo aver appreso la notiza del "colpo di culo" mi ha assalito il ricordo del primo volume che lessi di Pamuk. Mai momento sarebbe potuto essere più azzeccato. Ho rivissuto la gioia che mi penetrò leggendo le sue parole la prima volta; anzi, l’ho rivissuta proprio come fosse stata due giorni fa, la prima volta. E ho pianto. Di nuovo come allora. Ne avevo bisogno, forse, dato ch’era da troppo tempo che non lo facevo e mi portavo dentro un coacervo di sensazioni contrastanti, troppo forti da tollerare pur ricorrendo a quella che a volte definisco “stupida sopportazione čechoviana della tensione”. A dire il vero non conosco tutti i romanzi di Pamuk. L’unico che ho letto è “Il mio nome è rosso”, premiato nel 2002. E poi, per essere ancora più sincero, ciò che mi ha fatto innamorare di lui non sono stati nemmanco i romanzi, bensì i discorsi sulla scrittura che fece - tra gli altri - in seguito all’attribuzione del Nobel nel 2006 e raccolti nel volumetto “La valigia di mio padre”. Ricordo chiaramente che pensai anche allora: “Mai momento più azzeccato”.
Ascoltavo Pamuk e sentivo di non essere più solo.
C’era qualcosa di magico, per quanto banale (?), nelle sue parole. O meglio - travolgente. Per un attimo mi sentii lui. Ne fui geloso e invidioso, così come lui in passato diceva di esserlo stato di altri scrittori contemporanei. Anche io come lui ai tempi di quella vera, prima volta, avevo rinunciato a dipingere (ricordo che adoravo anche ritrarre col carboncino i volti della gente, le loro mani e i loro piedi). Fu il suo atteggiamento nei confronti della scrittura a sbalordirmi. Fu in esso che mi riconobbi.
Ero lui mentre diceva che, scrivendo, sentiva «di avere costruito un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me […]. Mi sembra di non aver scritto con le mie mani le frasi, i sogni, le pagine che mi hanno dato una grande felicità»; e ancora quando menzionava il «[…] dolore, indistinto, suscettibilità e confusione mentale che mi provocano spesso la vita e i libri […]»; oppure quando confessava che la scrittura era per lui «prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli […]», che quando scriveva smetteva di «sentirsi marginale, escluso, arrabbiato e malinconico», che si metteva al lavoro e scopriva «un nuovissimo mondo che ci fa dimenticare quei sentimenti», che «la scrittura e la letteratura sono connesse a un vuoto, al centro delle nostre vite e a un senso di felicità e di colpa». Quel mondo è lo stesso in cui anche io - senza pretesa alcuna, intendiamoci - sento di fuggire quando voglio rimanere da solo con la mia penna e la mia carta, con il mio PC, quando non ho voglia di parlare con nessuno e, di conseguenza, nessuno ha più voglia di parlare con me.
In quest’ultimo periodo mi capita sempre più spesso di fuggire in quell’altro mondo e sempre più spesso non vorrei uscirne. Per fortuna da quando ho letto Pamuk, appunto, la cosa non mi spaventa oltremodo e mi ripeto che, in fondo, potrebbe essere normale anche per me. Perché no?
Da allora la mia ammirazione per la cultura turca è grande tanto quanto lo è essa stessa. Al suo cospetto una sorta di timore reverenziale si avventa su di me, proprio come quando mi ritrovo ad affrontare quella cinese. Attraverso i libri di Jung Chang, per esempio, ho imparato alcuni proverbi cinesi straordinari. Lo stesso mi è capitato, ripeto, raffrontandomi con la letteratura turca, o russa. È fenomenale quanto la saggezza popolare di tutto il mondo possa essere specifica e al contempo universale, no? E forse per questo amo scrittori del calibro di Pamuk, o Magris come Édouard Glissant e Terzani… così individuali eppure assoluti, totali. Davvero è il caso di dire che incarnano il binomio di “identità e relazione”. Ed è stato pensando a Pamuk, due giorni fa, mentre andavo per la città coll’I-pod premuto nelle orecchie, impaziente di arrivare ad ascoltarlo, che mi è tornato in mente un proverbio turco su cui mi sono scervellato a lungo, in passato, ma che oggi pulsa nelle tempie più di allora. Questo proverbio dice: “Prima di amare impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”.
Difficilmente ho sentito proverbi di tale cattiveria. Quindi, come tutte le cose brutte e cattive – è vero. Scontato e risaputo. Che quanto meno si ritiene sia risaputo, sebbene ignorato. Imparare a camminare sulla neve senza lasciar traccia… prima di amare… Così stando le cose, nessuno avrebbe il diritto di amare, vi pare? Basta rifletterci un attimo. Non so se lo farò qui, ma io continuerò a scriverne domani – o forse continuerò stanotte stesso -, dopo aver svaporato - o per svaporare - ancora un pizzico della mestizia, dell'amarezza, dell'oppressione e, perché no?, della rabbia che mi sta infiammando da due notti. E intanto, come il solito, canto: “C'è gente che ama mille cose/e si perde per le strade del mondo… e già era troppo tardi per tornare/per un po' ho cercato in me l'indifferenza/poi mi son lasciato andare/nell'amore...”.
Ora è tardi - pausa.
A presto. Forse.
E mi raccomando: non lasciate tracce in giro.

Saturday, 10 October 2009

Crash... Attacco misogino! – Crash... Misogynist attack!

Il titolo "Crash" del post è subito spiegato:
sono le tre di mattina, diluvia e finalmente sono arrivato a casa dopo aver fatto il PRIMO INCIDENTE AUTOMOBILISTICO DELLA MIA VITA!! Pensavo di essere immune a certe cose, e invece sono mortale e umano anche io. Anzi, direi della peggiore specie. Anzi, dico un vero deficiente, debosciato mentale. Per questo il vostro Dio mi ha punito - per la mia cretinaggine.
Comunque sto benissimo. Sì, la mia "Chica" (come chiamo la mia Seat Ibiza Stylance) un po' meno... Molto meno, diciamo così. Dopo una giornata di cacca, una serata a cena dal prof che mi aveva risollevato ho chiuso, però, in merda. Grazie a chi mi è stato vicino: il Prof che mi ha fornito il numero soccorso ACI anche se poi il carro attrezzi non è mai arrivato (ma tu sei sempre efficientissimo, Prof!), a mio fratello che è accorso in mio aiuto appena ha potuto, portando i suoi amici e a Lui (non il Dio di cui sopra) che è stato molto premuroso. Quindi - CRASH!
Domani penserò all'assicurazione e balle varie. Devo pur imparare come si fa, no?
Ma veniamo a noi:
Sirviuzza, grazie mille per l’articolo sui problemi di eiaculazione precoce, di disfunzione erettile e via dicendo che mi hai inoltrato qualche giorno fa… Certo, mi son chiesto come mai ti son venuto in mente proprio io, ma tratterò l’argomento comunque molto presto. Non oggi però ché mi girano un pochetto.
Qualche giorno fa, invece, leggevo sul “Time on line” un commento di Luke Leitch intitolato «Token male: three wise lessons».
Mr. Leitch ha scritto: «[…] if you are ever against the clock but need to pee, do not – at all costs – be lured into joining an all-female line for unisex cubicles. They take for ever. At least four minutes per woman. You will miss your bus». Vale a dire: se sei di fretta, ma anche nell’urgente contingenza di liberare la vescica altrimenti rischi di esplodere, ecco che devi evitare a tutti i costi di metterti in fila per un bagno unisex, di quelli nello stile “Cage & Fish” per intenderci, perché potresti imbatterti in un’attesa eterna – quattro minuti/donna, e di sicuro finiresti coll’essere molto più che in ritardo. Tutto ciò mi ha ricordato una riflessione recente generata da un improvviso attacco di misoginia.
Ero al giro per i negozi del centro col gran figo del mio dolce fratello per rinnovo suo guardaroba. Come sapete, esclusi i negozi di Via Montenapoleone e dintorni, non è che rimanga molto in fatto di attività commerciali dedicate esclusivamente a noi maschietti e, naturalmente, come potete ben immaginare non è potuto mancare una escursione da “Zara Uomo”, anche solo a titolo d’adeguamento gusti alla moda simil-frocia-junior.
Be’ che, mentre si mangiavano mio fratello con gli occhi e dopo la figura di merda che ci ha visto entrambi richiedere informazioni circa la taglia di un maglioncino a un povero ragazzo singalese che stava sì frugando fra la merce esposta, ma che s’è rivelato non essere un commesso come avevamo immaginato (volevo morire! Ma a nostra discolpa posso dire ch’era vestito con qualcosa di molto simile alle divise dei commessi di Zara), quando finalmente pareva avessimo trovato qualcosa d’interessante per noi… Zac!, si piazza davanti la solita rompicazzo, giusto in mezzo alle palle, come solo le donne sanno fare quando vanno a caccia (a fare shopping), materializzandosi fra te e lo scaffale senza che tu nemmeno possa accorgertene e magari prelevando quell’unico esemplare di camicia, o canottiera attillata ma anche mutandina “speciale” che tanto aveva attirato la tua attenzione. Lo so, sono esagerato ma non ho potuto fare a meno di commentare:
«Ma porca troia! Ma che cazzo ci fanno le donne da Zara Uomo? Non gli bastano i dieci piani che lo stesso sig. Zara ha dedicato loro, tra le altre cose giusto due metri più avanti, oppure i due piani che sempre lo stesso sig. Zara ha dedicato loro anche su via Torino, oppure il piano che sempre lo stesso munifico sig. Zara ha dedicato sempre alle donne su corso Buenos Aires?». E a questo punto che il mio caro fratello mi ha lanciato uno sguardo in tralice e mi ha chiesto: «Ma che fastidio ti dà?».
Che fastidio mi dà-à?? Mi ha chiesto che fastidio mi desse, capito?
Dunque vi chiedo: chi è d’accordo con me a vietare alle donne l’ingresso nei negozi per uomo, se non dietro presentazione certificato di nascita del marito e/o fidanzato/fratello attestante un compleanno imminente, oppure certificato d’invalidità per cui è credibile che l’uomo in questione è impossibilitato a fare l’acquisto personalmente? È questo il fatto, poi – che a volte le donne vengono nei nostri negozi anche senza un vero motivo, giusto così, per svago…
E allora, se la soluzione sopra parre esagerata, cosa ne dite di istituire una carta dei “diritti dell’uomo nei negozi a lui dedicati”, secondo la quale la priorità di shopping deve essere data a noi maschi e le donne sono tenute ad aspettare fuori il loro turno, a meno che non sia l’uomo stesso a richiedere la sua compagnia?