Friday, 16 October 2009

“…Senza lasciare traccia”. 3

Ritorno oggi a Magris, a Terzani e in particolare a Pamuk e alla sua affermazione citata pochi giorni fa secondo cui «la scrittura e la letteratura sono connesse a un vuoto, al centro delle nostre vite e a un senso di felicità e di colpa», nonché al proverbio che ha dato il titolo agli ultimi post di questi giorni “prima di amare impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”. Ma stavolta per farlo mi divertirò a trascinarvi con me nell’insonnia, in voli pindarici ai limiti del “sacrilego”, ricorrendo a qualcosa che ho scritto qualche mese fa, prima che accadessero molte cose e, fino a oggi, inedito; forse per vergogna. Chi mi seguirà fino alla fine…?
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“Gira e spera, il desiderio si avvera!” (ai confini del sacrilego e del cazzeggio).

Ricordo i pomeriggi estivi di tanti, tanti anni fa trascorsi sul lungomare di Villaggio Seggio, giù in terronia. Alla cosiddetta “controra” (la fascia oraria in cui non era permesso andare a giocare, né telefonare a casa degli amici, tanto meno fare rumore per strada ché i grandi dormivano, e che va, più o meno, dalle 14.00 alle 16.30, una sorta di “siesta” spagnola) quando io e i miei amici ce ne stavamo seduti sui muretti che separavano la strada dalla spiaggia, oppure nascosti nel pioppeto dove nessuno poteva trovarci. Stavamo lì a guardare le nostre bici (mitica BMX rossa!)a volte a smanettarci in comitiva, o a raccontarci le solite cazzate: chi aveva visto la femmina con le tette più grosse, chi aveva pomiciato con la cugina, ma capitava anche di più – ci si confessava le pene d’amore! Non dimenticherò quel mio amico cui era andata la testa in pappa per Creamy Mami. Ricordate la cantantessa giapponese? Ma sì il cartone animato, dai! Insomma che lui n’era innamorato perso e non escludo che trovasse ispirazione nell’immagine di lei durante quelle masturbazioni di gruppo... Da parte mia, confesso che se proprio mi avessero chiesto di scegliere di possedere qualcosa di lei, avrei optato per la bacchetta magica.
Ed eccoci allo start: Creamy Mami, Magica Emy, Evelin… tutte si trasformavano, erano tutte bambine che assumevano le sembianze di donne adulte e dai poteri eccezionali. Ma non era lo stesso per i cavalieri dello zodiaco? Non diventavano anche loro super-potenti grazie alle loro armature, così come i “Cinque Samurai”? Quante volte, nella mia cameretta, ho provato a incrociare le braccia sul petto, a strizzare gli occhi, a girare su me stesso alla Wonder Woman sussurrando “trasformazione!”, o “Armaturaa!”, o “Catena di Andromeda!” o altre formule magiche! Quanti di voi l’hanno fatto ancora? Su, non fatemi sentire un alieno…
Ma da dove originava questa smania di trasformazione? E inoltre: erano solo i bambini a sognare poteri magici che li rendessero più grandi, più forti e diversi da quello ch’erano, o anche i nostri genitori, in gran segreto, magari proprio alla controra, quando si chiudevano in camera da letto al buio, invece di trombare come immaginavamo noi piccoli segaioli, se la spassavano a sognare di metamorfosi e trasmutazioni? Se sì, chi sognavano di diventare o quali poteri bramavano?
A dire il vero (per fortuna?) oggi non mi capita più molto spesso di volere fra le mani una di quelle cose… quelle lunghe e lisce, tonde in punta… ma sì, le bacchette magiche, stupidi! Sarà mica perché oggi gioco a scrivere? Alla fine, sarebbe esatto dire che la scrittura oltre che ritrarre la realtà è anche magia?
Che differenza passa fra l’astina fatata di Creamy, il bracciale prodigioso di Emy, le loro avventure (anche amorose: Creamy-Toshio v/s Emy-Ronnie) e, per esempio, - tenetevi forte… - il fiore azzurro e le vicende di Heinrich von Ofterdingen di Novalis?
Oddio lo so, se mi sentisse il Prof. Ponzi annullerebbe tutti gli esami di tedesco e chiederebbe la revoca della mia laurea. Eppure, rileggiamo quel capolavoro che è lo “Heinrich von Ofterdingen” di Friedrich von Hardenberg, conosciuto con lo pseudonimo di Novalis.
“Heinrich von Ofterdingen”, per chi non lo conoscesse, è un romanzo di formazione in cui Novalis infuse alcuni dei concetti e dei simboli fondamentali della sua vita. A un certo punto della storia, durante il suo lungo percorso di apprendistato, il protagonista si trova di fronte a una caverna e, appunto, di fronte al fiore azzurro cui ho accennato sopra, il quale altro non è che il simbolo del desiderio romantico d’infinito nutrito dallo stesso Novalis. Novalis aveva capito di essere destinato alla poesia e all’amore e, “attraverso un viaggio indietro nel tempo e nella sua anima”, quest’amore era riuscito finalmente a raggiungerlo. Oltre che narrare la formazione di Heinrich, il romanzo segnò il percorso spirituale di Novalis che fece di tutto per trasmetterci la forza vitale dell’amore e della vita.
Credo che, come per gli “Inni alla notte”, anche per lo “Heinrich von Ofterdingen” possa valere la definizione di “testimonianza di fede nella poesia”, in quanto è anche attraverso la poesia che esso contiene, oltre che agli inni veri e propri, che Novalis poté raggiungere la maturità (non solo artistica). Il fiore azzurro (“die blaue blume” in tedesco), quindi, è metafora della conquista e recipiente di “tutte le forme della conoscenza che l'individuo deve acquisire per poter raggiungere la perfezione”.
Allo stesso modo Creamy e la sua amica Emy, ricevendo entrambe i loro magici arnesi dagli alieni (immaginati come esseri superiori alla razza umana che scendono dall’alto dei cieli), s’imbattono in mille avventure, attraversano innumerevoli scenari, finanche visitando spazi paralleli. Non si potevano considerare anche questi cartoni animati come narrazioni di “apprendistati”?
Non potrebbe trattarsi anche in questo caso di “una continua affermazione della vita, di una rinascita continua”? Così come le nostre eroine di carta alla fine perdono per sempre i loro poteri magici, allo stesso modo “die blaue blume” è collocato da Novalis in una sorta di eden, simbolo della condizione primordiale dell'uomo, e coglierlo significherebbe raggiungere la perfezione. Quanto c’è di possibile in tutte codeste storie? E se, ancora, l’intenzione di Novalis era quella di trasmette il messaggio secondo cui il sentimento è inteso come fonte di “energia” e “alimentazione della propria vita intellettiva, che per esprimersi al massimo deve saper conciliare razionalità e sentimenti”, non sarà per lo stesso motivo che alla fine anche Creamy ed Emy si rassegnano pacificamente alla vita quotidiana di bambine comuni (certo arricchite di un’esperienza unica e irripetibile che ha svelato loro ciò che sarebbe inimmaginabile per gli altri bambini)?

(continua…)
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“Gira e spera, il desiderio si avvera!” (ai confini del sacrilego e del cazzeggio). 2
(…segue)

Tempo fa mi sono domandato circa il desiderio di trasformazione e di possedere poteri magici (nei bambini come negli adulti) e sulle possibili differenze che intercorrono fra le storie di alcuni noti cartoni animati giapponesi e il romanzo di Novalis - “Enrico di Ofterdingen”. Naturalmente, tralasciando la sua precipuità intrinseca, quanto detto a proposito di quest’opera letteraria potrebbe essere riferito anche ad altri “Bildungsroman”. Basti pensare a “David Copperfield” di Charles Dickens del 1850 che altro non è se non l’autobiografia dell’autore, di uno scrittore appunto, e non la storia di un potente mago quale, invece, potrebbe essere “Harry Potter”. Ma ciò che tutti i romanzi citati hanno in comune è, in certa qual misura, sempre e comunque la capacità dei protagonisti tanto di alienarsi quanto di aderire alla “realtà”; lo sviluppo psicologico di un/a giovane spesso determinato dalla propria capacità di accettare i limiti.
Ora, se “l’adesione al principio di realtà” era vista da S. Freud - che per quanto superato è pur sempre citato ovunque, e quindi fa riflettere - “come il passaggio nodale verso una adeguata evoluzione dei rapporti interpersonali e verso un maturo equilibrio psichico”, cosa significa il fatto che molti di noi ancora oggi sentano il bisogno di disegnare cartoni animati come Creamy Mami, o scrivere libri come “Harry Potter” e “Twilight” etc…? Forse, che siamo una manica d’irrisolti in cerca della forza per accettare i nostri limiti? Se sì, chi è riuscito fino ad ora ad accettarli questi limiti?
Non voglio addentrarmi troppo in un settore che non mi appartiene quale la psicologia e per questo da ora ricorrerò, in diversi punti, a un intervento della dott.ssa Simonetta Magari, psichiatra e psicoterapeuta dell’Università Cattolica di Roma durante la conferenza del 26 febbraio scorso e intitolata “Psicologia e Comunione”.
Ricorda la Professoressa che secondo Freud l’uomo sarebbe pieno di un desiderio di onnipotenza, il quale sarebbe a sua volta proiettato sull’immagine di Dio perché altrimenti sarebbe destinato a rimanere insoddisfatto, a infrangersi nell’impatto con la realtà.
È per questo che continuiamo a crearci false illusioni in amore come sul lavoro, oppure a costruire sogni da cui la nostra umanità è bandita? Non sappiamo accettare davvero la nostra vita e le nostre capacità per quelle che sono, ossia limitate? Siamo tutti immaturi e senza speranza di crescere mai?
Anche Jung - continua la dott.ssa Magari - era convinto che prendere coscienza dei limiti sia alla base del nostro equilibrio psichico e lo stesso Otto Rank (psicologo e psicoanalista austriaco che estese “la teoria psicoanalitica allo studio della leggenda, del mito, dell'arte e altre opere di creatività”) disse che “il nevrotico è colui che non riesce ad assimilare lo scacco della morte, la ferita della sconfitta, la frustrazione del fallimento. Sicché il suo ossessivo controllo sulla realtà e la sua spasmodica ricerca di sicurezza gli impediscono di essere autenticamente creativo”.
E così via, nel suo intervento maltese la psicanalista ha continuato a snocciolare nomi del calibro di Perls, Frankl, fino a giungere a Bruner, il quale sosteneva che “gli stessi limiti biologici imposti all’uomo dalla natura costituiscono un potente stimolo per l’invenzione, per la ricerca, per il progresso culturale […]”. La cultura era vista da Bruner come “una sorta di ‘protesi’ mediante la quale gli essere umani sono in grado di superare o ridefinire i ‘limiti’ imposti dalla loro natura. Se, dunque, la biologia rappresenterebbe ‘il limite’, la cultura invece sarebbe il potere umano di trascendere tale limite.”
Quindi, i limiti che tutti noi vorremmo rifuggire sognando di bacchette e braccialetti magici, di tette finte e di allungamenti del pene, di moto all’ultimo grido e di “Cayenne” ma anche di romanzi e di poesie a cui bisognerebbe adeguarsi a tutti i costi per non fare la parte degli schizofrenici da una parte sono “strabilianti” e diventano quasi magia essi stessi, ma dall’altra c'è il nostro non adeguarci a loro, al reale, che genera patologia psichica e blocca la nostra evoluzione. Allora qual è la soluzione a tutto ciò?
Essa - suggerisce la Magari, e io concordo con lei -, è insita nel superamento della cosiddetta “prospettiva monopersonale”, nel porsi in una dimensione psicologica relazionale, nel dialogo con l’altro e, quindi, nel riconoscimento delle differenze altrui, facendoci riconoscere per quello che siamo. Aggiunge ancora la dott.ssa (e siamo quasi giunti alla chiusura del cerchio) che “i ricercatori […] ci hanno insegnato […] come la patologia psichica di un uomo tragga sempre origine da un angosciante ‘vuoto’: il mancato ‘riconoscimento’ della propria identità, della propria specifica diversità, da parte di persone significative, del contesto relazionale che gli ha fatto da sfondo durante le tappe evolutive”.
Allo stesso modo pare che il non essere (o il non sentirsi?) riconosciuti dall’altro generi nel soggetto la difficoltà a riconoscerlo a sua volta, l’altro (il che è un “ulteriore elemento di sofferenza mentale, un’altra fonte di disadattamento e di conflittualità”).
Mi fermo qui e dovrebbe essere chiaro comunque, a questo punto, cos’è questo vuoto al centro delle nostre vite.
Avrei potuto riassumerlo in due righe, senza citazioni e cazzate varie, ma che avrei fatto stanotte? Comunque, il succo è il seguente: sia che siamo dei bambini che giocano a trasformarsi in magica Emy, o degli scrittori che giocano a inventare nuovi mondi e persone “altre”, quel vuoto siamo noi di fronte ai nostri limiti; noi che rifiutiamo la realtà; sono gli altri che non ci accettano per quello che siamo e siamo noi che non accettiamo gli altri per quello che sono (gay, etero, musulmani, ebrei, rossi, neri… chiamateli come vi pare).
Ecco perché è difficile imparare a camminare sulla neve senza lasciare traccia. Anzi, ecco perché è impossibile farlo e tutti rimarremo sempre dei miseri illusi, dediti al disperato inseguimento dell’irraggiungibile, massa di intolleranti del cazzo. Perché siamo per lo più tutti uguali, eppure tutti con la pretesa di essere unici. In pochi sono coloro che sono riusciti, o riescono a differenziarsi come fece, appunto, Tiziano Terzani che scrisse: «È solo quando si invecchia che ci si guarda indietro e si vede che c’è un filo che collega tutto. Per me questo filo era la curiosità, la curiosità di capire l’altro. La spinta ad andare dove c’era qualcosa che non era mio, per capire, per rendermi conto… Il mio istinto è stato sempre quello di capire chi fossero ‘gli altri’».

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