Monday, 12 October 2009

"...Senza lasciare traccia".

Quest’anno posso dire di aver realizzato quattro sogni. Ogni sogno è risultato l'assistere dal vivo alla conferenza di uno dei miei scrittori preferiti, quando non alla sua conoscenza diretta. Nell’ordine, mi riferisco a: Claudio Magris, Fernando Savater, Mauro Francesco Minervino e Ohran Pamuk.
L’ultimo l’ho ascoltato proprio due giorni fa. È stata una mezza sorpresa (una coincidenza? - grazie, Prof) dato che solo poco prima avevo scoperto che avrei avuto tale opportunità. L’intervista all’illustre premio Nobel è stata condotta dal presentatore F. Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa”.
A volte nutro seri dubbi sul fatto che tutto sia casuale, sapete? Infatti, subito dopo aver appreso la notiza del "colpo di culo" mi ha assalito il ricordo del primo volume che lessi di Pamuk. Mai momento sarebbe potuto essere più azzeccato. Ho rivissuto la gioia che mi penetrò leggendo le sue parole la prima volta; anzi, l’ho rivissuta proprio come fosse stata due giorni fa, la prima volta. E ho pianto. Di nuovo come allora. Ne avevo bisogno, forse, dato ch’era da troppo tempo che non lo facevo e mi portavo dentro un coacervo di sensazioni contrastanti, troppo forti da tollerare pur ricorrendo a quella che a volte definisco “stupida sopportazione čechoviana della tensione”. A dire il vero non conosco tutti i romanzi di Pamuk. L’unico che ho letto è “Il mio nome è rosso”, premiato nel 2002. E poi, per essere ancora più sincero, ciò che mi ha fatto innamorare di lui non sono stati nemmanco i romanzi, bensì i discorsi sulla scrittura che fece - tra gli altri - in seguito all’attribuzione del Nobel nel 2006 e raccolti nel volumetto “La valigia di mio padre”. Ricordo chiaramente che pensai anche allora: “Mai momento più azzeccato”.
Ascoltavo Pamuk e sentivo di non essere più solo.
C’era qualcosa di magico, per quanto banale (?), nelle sue parole. O meglio - travolgente. Per un attimo mi sentii lui. Ne fui geloso e invidioso, così come lui in passato diceva di esserlo stato di altri scrittori contemporanei. Anche io come lui ai tempi di quella vera, prima volta, avevo rinunciato a dipingere (ricordo che adoravo anche ritrarre col carboncino i volti della gente, le loro mani e i loro piedi). Fu il suo atteggiamento nei confronti della scrittura a sbalordirmi. Fu in esso che mi riconobbi.
Ero lui mentre diceva che, scrivendo, sentiva «di avere costruito un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me […]. Mi sembra di non aver scritto con le mie mani le frasi, i sogni, le pagine che mi hanno dato una grande felicità»; e ancora quando menzionava il «[…] dolore, indistinto, suscettibilità e confusione mentale che mi provocano spesso la vita e i libri […]»; oppure quando confessava che la scrittura era per lui «prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli […]», che quando scriveva smetteva di «sentirsi marginale, escluso, arrabbiato e malinconico», che si metteva al lavoro e scopriva «un nuovissimo mondo che ci fa dimenticare quei sentimenti», che «la scrittura e la letteratura sono connesse a un vuoto, al centro delle nostre vite e a un senso di felicità e di colpa». Quel mondo è lo stesso in cui anche io - senza pretesa alcuna, intendiamoci - sento di fuggire quando voglio rimanere da solo con la mia penna e la mia carta, con il mio PC, quando non ho voglia di parlare con nessuno e, di conseguenza, nessuno ha più voglia di parlare con me.
In quest’ultimo periodo mi capita sempre più spesso di fuggire in quell’altro mondo e sempre più spesso non vorrei uscirne. Per fortuna da quando ho letto Pamuk, appunto, la cosa non mi spaventa oltremodo e mi ripeto che, in fondo, potrebbe essere normale anche per me. Perché no?
Da allora la mia ammirazione per la cultura turca è grande tanto quanto lo è essa stessa. Al suo cospetto una sorta di timore reverenziale si avventa su di me, proprio come quando mi ritrovo ad affrontare quella cinese. Attraverso i libri di Jung Chang, per esempio, ho imparato alcuni proverbi cinesi straordinari. Lo stesso mi è capitato, ripeto, raffrontandomi con la letteratura turca, o russa. È fenomenale quanto la saggezza popolare di tutto il mondo possa essere specifica e al contempo universale, no? E forse per questo amo scrittori del calibro di Pamuk, o Magris come Édouard Glissant e Terzani… così individuali eppure assoluti, totali. Davvero è il caso di dire che incarnano il binomio di “identità e relazione”. Ed è stato pensando a Pamuk, due giorni fa, mentre andavo per la città coll’I-pod premuto nelle orecchie, impaziente di arrivare ad ascoltarlo, che mi è tornato in mente un proverbio turco su cui mi sono scervellato a lungo, in passato, ma che oggi pulsa nelle tempie più di allora. Questo proverbio dice: “Prima di amare impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”.
Difficilmente ho sentito proverbi di tale cattiveria. Quindi, come tutte le cose brutte e cattive – è vero. Scontato e risaputo. Che quanto meno si ritiene sia risaputo, sebbene ignorato. Imparare a camminare sulla neve senza lasciar traccia… prima di amare… Così stando le cose, nessuno avrebbe il diritto di amare, vi pare? Basta rifletterci un attimo. Non so se lo farò qui, ma io continuerò a scriverne domani – o forse continuerò stanotte stesso -, dopo aver svaporato - o per svaporare - ancora un pizzico della mestizia, dell'amarezza, dell'oppressione e, perché no?, della rabbia che mi sta infiammando da due notti. E intanto, come il solito, canto: “C'è gente che ama mille cose/e si perde per le strade del mondo… e già era troppo tardi per tornare/per un po' ho cercato in me l'indifferenza/poi mi son lasciato andare/nell'amore...”.
Ora è tardi - pausa.
A presto. Forse.
E mi raccomando: non lasciate tracce in giro.

4 comments:

vic said...

Il destino a volte ha un bel tempismo. Non sapevo ci sarebbe stato lui da Fazio (non si sa mai prima chi c'è), nè tanto meno sapevo che per te sarebbe stato un ospite così importante. Bè, tanto meglio allora, sorpresa doppiamente gradita. Qualche volta andremo a fare una gita a Istambul! :)
Ps.che è successo di così infiammante in queste due notti?

Madavieč'77 said...

E ch'è successo? Niente è successo. Se no, mica stavo qui a scrivere Vic! Avrei voluto succedessse qualcosa. Forse. O forse no... =)
Rf

vic said...

Invisibile Traccia

Il tempo che passa
tra te e me
è una strada che resta
tra te e me
invisibile è la traccia
che ci lega
senza meta

Ma lascia che io ti guardi
e che scopra tutti i tuoi pensieri
raccontami di te
raccontami perchè
non lasci che io ti guardi
perchè non lasci che sia diverso in quest'attimo che abbiamo perso

Lo spazio che avanza
tra te e me
è una pretesa che resta
tra te e me
invisibile è la faccia
della resa

Ma lascia che io ti guardi
e che scopra tutti i tuoi pensieri
raccontami di te
raccontami perchè
non lasci che io ti guardi
perchè non lasci che sia diverso in quest'attimo che abbiamo perso

www.youtube.com/watch?v=S5LRfHRQ6mg

Madavieč'77 said...

Grande Vic! Giorgia sempre in tasca, ne?
Rf