Thursday, 26 November 2009

Harry ti presento… Harry (Gli "O's"? Basta fingerli).

A me personalmente non m’è mai passato neppure per l’anticamera del cervello di fingere un orgasmo, l’“O” come lo chiamano gli inglesi. Sarà che non ne ho mai avvertito il bisogno, chissà! Ma comunque: mai dire mai. Continuare a imparare è meglio, giusto per esser preparati a tutto. Ma come ca-a-a…spita si fa? Non sapevo neppure che fosse possibile, figurarsi!
Mi chiedo quale sarebbe la reazione dei più nell’assistere a questa rivisitazione del film di Rob Reiner, “Harry ti presento Sally”: immaginiamo di vedere l’attore Billy Crystal che impersona Harry che, invece di avere dall’altra parte del tavolo la bellissima Meg Ryan a dare dimostrazione di come si finge un orgasmo, tutta intenta a dimenarsi, urtando piatti e bicchieri, a mugugnare e, alla fine, urlare, si ritrova un altro uomo, una sorta di doppelgänger, insomma un altro Harry. La nostra immancabile risata rimarrebbe pur sempre una reazione divertita, autoironica (al contempo dal flebile retrogusto amarognolo) a uno stimolo divertente, per quanto sarcastico – ai limiti dell’offensivo per il maschio orgoglioso? Quanti di noi rimarrebbero pressoché interdetti? Quanti di noi (e mi riferisco proprio a noi uomini) troverebbero un senso nella messa in scena maschile di un orgasmo? Beh che, fino a poco tempo fa, in una tale contingenza io avrei fatto parte degli idioti dall’espressione basita – muto, occhi sgranati e mandibola scesa. Un parte che è una minoranza, a quanto pare.
Infatti ne discutevo col mio amico Uncino, dopo aver letto un articolo di Ian Kerner, “Sex Expert” del “Cosmopolitan”, e dal titolo “Can men fake orgasm?” (Gli uomini possono fingere l’orgasmo?).
«Ma ti pare?» gli ho chiesto incredulo, facendomi gioco della notizia, ancora convinto che fosse quella una finzione.
«Eh sì che mi pare, tesoro!» ha contestato Uncino. «Che, finalmente ci siamo svegliati?».
«Ma perché devo essere sempre l’ultimo a sapere le cose-e?».
Avrei dovuto aspettarmelo, Uncino è sempre avanti a me in certe faccende. Eppure continuo a domandarmi: ma è mai possibile contraffare la vita sessuale di una coppia gay al pari di una etero (una volta una mia ex mi ha confessato di aver finto l’orgasmo e, giuro, non è stato piacevole sentirselo dire), e artefare entrambe come si fa scrivendo un'opera letteraria, disseminandola di “segreti palesi” – per usare le parole di R. Calasso in riferimento ai romanzi di grandi scrittori del calibro di Nabokov e di Goethe? Se sì, tutti sono capaci di fingere (per la serie: “vai a letto con il cane e ti svegli con le pulci”), oppure anche in questo caso si tratta di una prerogativa dei migliori? Ho chiesto cosa ne pensassero anche agli imbianchini che in questi giorni ho in giro per casa. Mi hanno fissato in silenzio per alcuni istanti e… Meglio glissare sulla risposta di entrambi.
Poi mi sono ricordato di un amico che, quand’era in procinto di divorziare, mi ha confessato d’essersi accorto di non provare più attrazione per sua moglie perché, quando facevano l’amore, rimaneva nello stato costante di erezione, senza riuscire a raggiungere l’orgasmo. Oggi finalmente comprendo cosa avesse voluto dirmi alla fine commentando: «Capisci? È per questo che alla fine dovevo…». Lasciò la frase in sospeso. Dal canto mio non mi preoccupai d’indagare, ma sulla base della mia esperienza personale avrei concluso la frase con qualcosa del tipo: «È per questo che alla fine devo lasciar stare»; oppure: «Abbandonare il campo»; chessò: «Rinunciare, confessare, o ammetterlo»!
Invece da una piccola ricerca on-line è chiaro che sbagliavo di grosso. È da almeno un paio d’anni che se ne parla (cfr. “Lavalife Magazine”, marzo 2007, ripreso da “Crociato” su “Gaysocialblog.blogs.it”), e io niente! Il “New York Magazine” (“Nymag.com”), il sito “Malelibido.com”, o lo “8sxe.com” sono tutti d’accordo: «Men bluff for the same reasons as women», vale a dire che gli uomini fingono e come, e lo fanno per le stesse identiche ragioni per cui lo fanno le donne.
Per gli uomini che fanno sesso col profilattico simulare l’orgasmo è più semplice, perché è più facile nascondere la mancanza di prove del raggiungimento della meta estatica. È sufficiente muoversi un po’, come al solito, come conigli in calore, sbuffare, insomma quello che vi pare. Fra chi, invece, è abituato a cavalcare a pelo, c’è chi ne finge uno dopo aver nascosto quello vero e troppo precoce e chi, non riuscendo ad averne nemmeno uno precoce, lo finge e basta, aspettando al calduccio finché non gli si smolla e adducendo la scusa di un problema di aneiaculazione. E Mr. Ned consiglia (un uomo di 57 anni intervistato dal “New York Magazine” e la cui testimonianza è riportata nell’articolo di febbraio 2009 “Snow Job. Women aren’t the only ones who fake orgasm. Men are doing it, too—and getting away with it”) se la tua donna dovesse dubitare e dovesse chiederti: «Che fine ha fatto il tuo sperma?», allora tu potrai sempre rispondere: «Ma che significa, allora il tuo?».
Insomma, lasciandomi alle spalle la vita sessuale etero mi rammaricavo di aver perso molte cose, mentre altre, tipo i falsi orgasmi – sia che fossero un “atto d’amore” sia una presa per il culo -, ero ben felice di essermele lasciate alle spalle. Ma oggi ecco che me le ritrovo tutte qui, ritornano in fila indiana. Scopro ancora una volta che uomini e donne etero, gay e lesbiche, tutti siamo davvero uguali nei nostri comportamenti non solo emotivi ma persino sessuali.
Ma se in una coppia etero si gioca spesso anche sull’ignoranza, o quantomeno sull’insicurezza delle proprie nozioni circa il funzionamento dell’organismo dell'altro sesso, in una coppia gay non dovrebbe essere più facile smascherare chi sta fingendo? O mi sto illudendo ancora una volta?
Certo che sarei più tranquillo se si decidesse tutti assieme, quando non si raggiunge l’orgasmo con il proprio partner, di dirglielo semplicemente, a meno che il motivo sia che siamo reduci da una scappatella. In quel caso – mentite pure.

Wednesday, 25 November 2009

Darla alla Kafka (“Beautiful” non c’entra).

(L’immagine è un mio adattamento della foto pubblicata sul sito “sexualastrology.com” - The picture above is an adaptation of the one edited on the web site“sexualastrology.com”).


Ecco una riflessione oggi tanto urgente, quanto adolescenziale.
Darla, o non darla al primo appuntamento?
Scusate: darlo o… Anzi no, meglio generalizzare: farlo, o non farlo al primo appuntamento?
Eggià. Non è un post dedicato al personaggio di Darla Einstein, la segretaria di Sally Spectra di “Beautiful”, recitato dall’attrice Schae Harrison. Mi riferisco, invece, alla convenienza di concedersi al primo appuntamento, foss’anche un appuntamento al buio.
Chi non molla subito dopo la prima birra insieme, perché lo fa? Oppure: perché mai mollare?
A dire il vero ho sempre avuto come la sensazione che fossero gli etero, segnatamente le donne etero a porsi di più il problema. Forse fino a pochi giorni addietro avrei anche scritto in maniera convinta che sono quasi esclusivamente loro, se non ch’è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere (e ricredere) e che di certo non starò qui a riferire.


Sul sito “Alfemminile.com” l’utente “Ride3” ha scritto in proposito: «Secondo me per fare sesso occorre un certo feeling tra i due. Se il feeling si instaura la prima sera, non ci vedo niente di male. Se poi una la da come una cagna in calore... il discorso cambia». Beh, il messaggio pare chiaro, no? Ma ecco cosa ha risposto l’utente con il nick-name “The graduate”:
«E come dovrebbe darla, da "santarellina" ???? E che se la tenesse!!!!!».
…Mumble… Mumble…
Ancora, sul blog “Bigbabol, la fuga dei cervelli” Pucci981 ha notato:
«[…] L'unica arma che ci resta per avere almeno l'occasione di far partita, è smollargliela subito e sperare in un aiuto del destino. Però ecco, noi abbiamo una morale, magari nascosta, magari sopita, magari non si intravede nemmeno tra la minigonna e il tacco 12, ma c'è. E non vogliamo assolutamente far del nostro corpo recipiente di sostanza organiche, ma solo veicolo d'ammore, e non vogliamo dare la nostra protetta alla mercé dell'uomo che ci usa come diversivo alla serata al club privè, e non vogliamo soprattutto passare per le ragazze facili quali non siamo […]».
Sono tutti pareri femminili e tutti pressoché condivisibili. Ma quale il ragionamento di due omosessuali alle prese con un appuntamento al buio? È sempre questione di morale – per quanto nascosta -, nel senso che dandola, più genericamente facendolo, si ha paura di regalare una brutta immagine di sé (quello facile), oppure c’è dietro qualcosa d’altro (come per i “Kinder Cereali”)?


Personalmente – ma tanto non è un mistero – ho capito di essere più vicino al punto di vista dell’amica “The graduate”. Ebbene sì, sono un “cane in calore”. Non che ritenga che debba andare per forza così, ma, finora, su quattro primi appuntamenti sono andato fino in fondo quattro volte. Sarà perché solitamente scelgo di uscire con una persona soltanto quando intuisco che possa piacermi. Sarebbe stupido il contrario, no? Inoltre c’è che, per farlo quelle quattro volte, non potevo mica essere da solo; il che farebbe supporre che al primo appuntamento lo siamo per lo più tutti – “cani in calore”, intendo. Per lo più, scrivo. Non tutti.
Penso che sicuramente c’è una parte della popolazione gay che decide di non andare a letto col suo primo rendez-vous per paura (ad esempio delle malattie, e nonostante le dovute precauzioni). Così come un’altra parte per insicurezza; cioè decide semplicemente di non lanciarsi per timore del famoso rifiuto che potrebbe toccargli subito in sorte e che poi gli costerebbe chissà quanti altri barattoli di “Nutella” (per non parlare dei successivi abbonamenti alla palestra sotto casa per smaltirli). Una terza parte, invece, è quella che dopo la prima birra in un pub affollato decide di dar seguito alla serata con la cena a lume di candela in un ristorante possibilmente deserto, dove l’atmosfera si fa più intima. E poi? È appunto il poi il momento cruciale:
«Ti va di salire?».
Timido cenno d’assenso col capo. La “terza parte” effettivamente sale, si accomoda sul divano, ti scruta, poi ti bacia e si avvinghia. La senti ch’è tutta accesa, un bollore, un armonioso pentagramma di sospiri di piacere che parrebbero pronosticare… Nulla.
Cosa succede quindi nella mente di questa “terza parte” gay in quel preciso instante del suo appuntamento al buio?


Sharon Monagan ha scritto sul sito “Ezine Articles” a proposito degli appuntamenti gay:
«In entrambi gli individui l’appuntamento può generare eccitazione, divertimento, scompensi nervosi, stress emotivi, fantasie e tante altre sensazioni. Per il primo appuntamento meglio scegliere un posto che sia accogliente e che faccia sentire sicuri entrambi. È meglio che entrambi i partners discutano e decidano insieme su dove andare, in quanto la soglia di benessere di uno potrebbe essere ben differente da quella dell’altro». Non bisognerebbe avere aspettative, continua la Monagan, ma lasciare che le cose accadano. Non aspettarsi che accada qualcosa di divertente a tutti i costi perché non si può mai dire cosa accadrà. È importante rimanere se stessi.
Ci si sentirà molto più rilassati quanto più si agirà con naturalezza. «Certo è meglio essere prudenti per essere sicuri. Prudenti anche dal punto di vista sessuale. Quando si ha un appuntamento bisogna considerare le reali chance che si hanno e allora ci si divertirà. La cosa più intelligente da fare è stabilire una buona comunicazione con l’altro per far sì che sia chiaro che tipo di relazione si voglia instaurare. In questo modo l’appuntamento potrà essere sincero da entrambe le parti senza che si vengano a creare conflitti di sorta».
È giusto. Parlare chiaro, quindi.
Ma ciò che mi domando e dico è: è davvero possibile presentarsi al primo appuntamento dichiarando che siamo alla ricerca dell’anima gemella? Se sì, è possibile che sia questo l’unico motivo per cui la terza parte decide di non farlo al primo appuntamento dopo averci stuzzicato? E ancora: come può essere sicura questa “Terza parte” che dall’altra ci sia una persona altrettanto sincera nel dichiarare le proprie intenzioni?
Mi viene in mente un articolo di Richard Newbury su “La Stampa” del 16 giugno scorso a proposito di Franz Kafka e dal titolo: «Quel playboy di Kafka. Non più un uomo schiacciato dal mondo, ma un vincitore vizioso».
Kafka, che è sempre stato visto ed è noto ai più come quello oppresso dal padre Hermann, «schiacciato da un lavoro burocratico senza vie d’uscita. […] minato dalla tubercolosi, che sapeva l’avrebbe inevitabilmente ucciso. […] incredibilmente sincero sulle sue debolezze con le donne - troppo sincero», in realtà ha scritto Newbury «aveva qualcosa del playboy, passare vicino a un bordello era per lui “come per un innamorato passare vicino alla casa dell’amata” […] aveva bisogno di sesso “sporco” con persone socialmente inferiori, come lasciano intendere la sua collezione pornografica sado-masochista e i tradimenti sistematici delle fidanzate», così come suo padre Hermann «era un uomo molto liberale per i tempi, concedeva al figlio grande libertà» e come «non fu per debolezza fisica o povertà che si ammalò di tubercolosi, ma per aver bevuto del “sano” latte organico non pastorizzato».
Alcune sere fa mi hanno detto che è solo per due ragioni di fondo che andiamo a letto al primo appuntamento: 1. Perché non ce ne frega niente dell’altro e sappiamo che poi tutto si conclude in un “chi s’è visto s’è visto”; 2. Perché siamo da subito molto coinvolti e siamo sicuri che tutto si concluderà in una storia d’amore felice.
Possibile che nessuno prenda in considerazione la circostanza in cui andiamo a letto al primo appuntamento perché l’altro ci piace e pensiamo che sì, forse potrebbe essere lui quello giusto, e magari poi capiamo che non è così, trasformandoci noi in falsi Kafka?
Allora, ripeto: darla o non darla?


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(apparso su http://beta.gay.tv/articolo/3/8879/Concedersi-al-primo-appuntamento--I-falsi-Kafka-e-i-loro-comportamenti - sezione Lifestyle, titolo: "Concedersi al primo appuntamento? I falsi Kafka e i loro comportamenti. Come comportarsi al primo appuntamento? Concedersi o rimanere a debita distanza? Riflessioni tra siti, blog, e vizi kafkiani.".

Ciao, ciao feijoada.

Beh che, si avvicina sempre più la stagione fredda (eh sì, che ancora non è mica arrivata davvero, no?) e questo per me vuol dire: minestroni e zuppe di fagioli e legumi vari.
Nulla di allarmante, certo, se non che a breve volerò via – Espaňa arrivo-o-o!
«E cosa c’entra il tuo viaggio con le zuppe di fagioli?» si chiederà qualcuno a questo punto.
Ah! Nulla. È solo che così rischio seriamente di rientrare in una delle categorie più odiate da chi viaggia spesso in aereo, come ha scritto il Travelmail Reporter del “Daily Mail” lo scorso 9 ottobre:
«I viaggiatori con “problemi” d’igiene, le persone grasse e chi ha la tosse, oppure chi russa sono i passeggeri cui è più odioso seder vicino durante un volo. Metà della gente intervistata da Travelocity ha detto che i passeggeri puzzoni sono i peggiori [basta fagioli, quindi?], mentre il 30% odia chi russa e tossisce [SIGH! Basta sigarette, quindi?] e il 15 % non sopporta star seduto vicino a chi è troppo grasso. Due terzi ha dichiarato di non sopportare chi ti si siede dietro e spinge il tuo sedile con le ginocchia [maledizione alle mie gambe e ai posti troppo stretti!], seguito da chi parla a voce alta o da chi reclina lo schienale fino a schiacciarti».
Addirittura pare che il 44% degli intervistati creda che i viaggiatori obesi abbiano diritto a due posti senza dover pagare alcun extra-costo, mentre il 39% ritiene che gli obesi debbano essere, per così dire, “sovratassati”. Per esempio la Ryanair pare prenda già in considerazione una sorta di “fat tax” per i passeggeri over-weight.
Dall’altra parte del globo, invece, ecco i magnifci giapponesi. Mitici!
Secondo un articolo di Sarah Gordon sul “Daily Mail” del 6 ottobre, le compagnie aeree giapponesi hanno deciso di adottare un nuovo quanto controverso metodo per ridurre l’eventuale sovrappeso dell’aeromobile. Come? Chiedendo ai passeggeri di “annà a fa’ du’ gocce” prima di salire a bordo! Le compagnie, infatti, credono che le viscere vuote equivalgano a passeggeri più leggeri e, perciò, a una riduzione dell’emissione di carbonio. Naturalmente sempre lei, la Ryanair, pare stia prendendo in considerazione anch’essa questa idea, di certo per una questione di “cost-cutting measures”.
«Abbiamo considerato di rimuovere due delle toilettes a bordo in favore di una cabina a gettoni, per incoraggiare la gente a usare le toilettes del terminal prima di salire a bordo» ha spiegato la portavoce Stephen McNamara. Hanno già pensato anche al motto: «Go before you go». Almeno così ci sarà spazio in più per aggiungere altri posti a sedere (sì, altri dieci sedili in un metro quadrato, magari!).
Non è tutto. Ryanair sta cercando anche di eliminare I propri check-in desks e discute il progetto di offrire a bordo dell’aeromobile una “stanza” dedicata ai viaggiatori all’in piedi. La Rayanair assomiglia sempre di più alla società di autolinee che in quattordici anni di Calabria-Lazio-Lombardia è finita col divenire il mio peggiore incubo… Ma tanto chi ci costringe a volare con lei (se non il prezzo), giusto?
Comunque, ho deciso che aspetterò la neve prima di darmi di nuovo in maniera così smodata all'amata feijoada.

Monday, 23 November 2009

Com'era 'sto fuoco?


All’incirca due anni fa, in “L’incendio”, principiando da un mio proprio sentimento e passando per due citazioni quali «Accidere ex una scintilla incendia passim» di Lucrezio e «Alterius non sit qui suus esse potest. Deligere oportet quem velis diligere» di Cicerone, ho scritto:
«È accaduto ch’era un mese d’aprile completamente diverso dall’aprile che viviamo quest’anno. Climaticamente intendo. Del tutto eterogeneo. Sembra di essere in un altra Italia, un’altra Milano, che ne dici? Il cielo era molto più buio e privo delle nuvole bianche e sfilacciate che in questi giorni si ninnano con la calma di un neonato che butta in giro lo sguardo alla ricerca di un significato per tutto ciò che continua a stimolare quella stessa strana sensazione d’ignoto che anche noi due abbiamo vissuto in un lontano passato e, forse, già dimenticato. È una sensazione che esclude termini come paura, sgomento ecc… Si tratta, invece, d’una dolce agitazione. Attorciglia le budella, accelera il battito cardiaco, scorre nelle vene e le ghiaccia, ti rende smanioso di saltar giù, di tuffarti verso ciò che hai di fronte e che, per quanto ne puoi sapere, potrebbe anche rivelarsi una creatura mostruosa dalle fauci d’acciaio, capace di ridurti a brandelli in meno di un secondo - eppure non ci pensi, non prendi neppure in considerazione questa possibilità. […] “A volte da una sola scintilla scoppia un incendio…”, e ho detto, anzi, ha detto tutto. Tito Lucrezio Caro appunto. Succede a volte che, dopo aver assistito a un incendio, la gente vada via sconsolata, senza alcuna curiosità per quello che potrebbe essere rimasto sotto le ceneri, ma già pronta a ricostruire, a darsi da fare per avere dell’altro più nuovo e che non puzzi lontanamente di fumo. Altre volte accade che la gente rimanga di fronte alle fiamme figlie, piccole lingue di fuoco palpitanti e aggrappate al nero residuo che l’ha generate. “Quando è successo?”, si domanda, “Come? Cosa è stato? Oddio! Sarà stata una combinazione fatale di elementi chimici? Sarà stata la congiunzione astrale? Sarà stata quell’e-mail che ho scritto...?”. Le linguette di fuoco si agitano, si dibattono non accorgendosi che così andranno, certo, incontro allo spegnimento che vorrebbero evitare e la gente è lì che le scruta, aspettando quell’ultimo, fatale istante che le permetterà di dedicarsi unicamente alla riflessione sulla causa. In mezzo alla folla, tra le teste irrequiete che si alzano l’una sull’altra, si spingono, si spostano per avere ognuna la propria porzione di spettacolo, tra le teste di chi sta in piedi, esposto al calore residuo dell’incendio, eccomi. Ci sono io. Mezzo incantato dal bagliore sempre più soffocato - anche io con le mie domande».
Sono passati due anni, dicevo, da “L’Incedio”. Da più di sei, invece, è che non pronuncio quella parola – Amore. Rivolta a una persona, intendo. Da più di sei non dico: «Ti amo». Aveva ragione Cicerone, allora, dicendo che bisogna scegliere chi si vuole amare?
Ne ho scritto, dell’amore. Ma non ne ho più parlato. Dirò di più: oggi avrei anche paura di chiederne conto a qualcun altro, chessò, a un amico che vive la sua storia d’amore: «Ma sei innamorato? Allora, tu ami?». E non per riservatezza - certe cose a un amico vero si possono domandare, si condividono insomma - ma, appunto, per timore.
Oramai l’amore è qualcosa di talmente fragile ai miei occhi, nonostante sia siffatta forza incontrollata e incontrollabile. È così indifeso! Così fatuo! Puf!, e sparisce.
È possibile che, per questo, un uomo arrivi al punto d’avere paura di nominarlo? O è possibile persino che un uomo ne dimentichi la matrice?
È vero che a volte da quella fottuta scintilla scoppia un incendio ingovernabile.
È altrettanto vero che, per quanto ingovernabile, prima poi qualsiasi incendio è destinato a spegnersi, dovesse bruciare il mondo intero, perché anche il mondo ha una fine.
È vero ancora che l’incendio s’impara a domarlo, a soffocarlo sul nascere ond’evitare che ci faccia fuori.
Sarà anche vero, quindi, che a furia di strozzarlo ci si dimentica anche di come potrebbe essere questo… oddio, parlavamo del fuoco, o dell’amore?
Oddio, ditemi un po': com'era 'sto fuoco?

Monday, 16 November 2009

...E sangue freddo.


Tempo fa Alberoni ha scritto che l’innamoramento è in qualche modo anche frutto del tempismo, ossia che s’accende quando s’incontrano due persone che vivono il medesimo momento di bisogno d’affetto, d’amore, che rifiutano la sensazione di solitudine e incomprensione in cui versano. O qualcosa del genere.
Personalmente credo che ciò possa verificarsi anche quando a incontrarsi siano due persone già sentimentalmente (teoricamente), come si suol dire, “impegnate”. Ma non è questo il punto. Il punto è che ci sono persone, come ha notato C. Magris, che vivono di un’obliosa inezia o che, quantomeno, si compiacciono della propria condizione d'incompresi, che addirittura hanno “bisogno” di sentirsi incompresi “per sapere di esistere”.
Per alcuni è, questa, una condizione patologica. Per altri – come per Magris, appunto – questo è il luogo della poesia. Ciò perché è nell’incomprensione e nella solitudine che si trova la conferma della “propria diversità indefinibile”. E questo, a ben pensarci, non può non essere anche il luogo della comunità ebraica, per esempio, e, per via del vissuto di sofferenza, per lo più ai margini insomma, anche della comunità omosessuale e ancora, più in generale – o in particolare -, delle identità di confine come, appunto, i triestini in Italia secondo A. Ara e Magris stesso.
Ma non abbiamo l’impressione che oggi fra poeti, cittadini di confine, gay e compagnia bella, i territori dell’incomprensione siano sovraffollati? Non abbiamo la sensazione che siamo in troppi, forse, a lamentare una condizione di solitudine pur continuando a difendere a spada tratta - a volte vantandola - la propria incomprensibile unicità? Non è che anche in questo nulla ha il sapore della singolarità? Così come prima c’erano i “figli dei fiori”, o i “punk”, oggi ci sono gli “emo” e diosolo sa quante altre “categorie” di esseri soli e unici, che si beano della propria “atipicità” e dell’“autenticità” del proprio pathos. Mi sembra che ci sentiamo tutti un po’ come quel semi-buffo Lucien di Balzac in “Illusioni perdute” che, con la sua bellezza malinconica, il suo fascio di fiori simbolico e l’abito elegante cattura l’attenzione del frate spagnolo che in fine decide d’adoperarsi nel risollevargli il morale – e probabilmente qualcosa di più .
Siamo tutti viaggiatori somiglianti a “un cacciatore che trova la sua preda a lungo invano cercata”.
Anche se le ragioni dei “poeti” d’oggi sono del tutto altre da quelle di Lucien, è questo il dialogo cui ripenso:
«Mi sembra che voi abbiate un dispiacere, o almeno ne avete in mano l’insegna, come il triste dio dell’imeneo» nota lo spagnolo, appena Lucien gli si fa dappresso. Quindi discorrono ancora un po’ finché il poeta sbotta: «Guardatemi bene, padre; perché fra qualche ora non ci sarò più… ecco il mio ultimo sole!...». […] «Ma come! Che avete fatto per morire? Chi vi ha condannato a morte?». «Un tribunale supremo. Me stesso! […] venti giorni fa ho visto la più deliziosa rada da cui possa approdare nell’altro mondo un uomo disgustato da questo…».
Dunque, cosa vi salta in mente se non il monologo di Anna Karenina prima del tragico epilogo, o ancora le considerazione del giovane Werter?
«Il diamante non conosce il suo valore» conclude il frate.
Bene. Siamo, quindi, tutti diamanti come Lucien per il solo fatto d’essere umani? E siamo tutti poeti per la generale e crescente condizione d’incomprensione, oppure esistono uomini speciosi, come fra i gioielli, o apocrifi e inattendibili come fra i testi sacri? Possibile che dietro quest’ondata di “originalità” sia nascosto invece un ritorno imminente al bisogno di valori altri, quelli persi, del tipo - tutto ciò che è banale e allineato? A una trasgressione sì, ma che non sia sopra le righe; al peccato sì, ma che non sia per forza capitale?
È possibile accendere l’innamoramento in un coacervo d’individui che hanno perso la calma, intesa come pace nucleare dell’essere? Oppure è proprio essa, la comunione – ancora ignota per lo più, e dai più – di emozioni (pretese) uniche da considerarsi conditio sine qua non del principio dei prossimi, probabili idilli amorosi?
In effetti: quale dimostrazione di perfetto tempismo migliore di questa, propria dei giorni nostri?

Sunday, 15 November 2009

Maledetta "eau de toilette"!


Cari vatussi,
voi che siete lungagnoni come me, "spicasozizze" direbbero al mio paese in terronia, sappiate che abbiamo un nuovo nemico!
Si chiama "Gled Deo Spray", o qualcosa del genere, e mi sono imbattuto in lui poche sere fa.
È uno di quei deodoranti per ambienti, con la differenza che questo è intelligente, o meglio: il popolo dei piccoletti oggi lo programma per assalire, appunto, quelli come noi. In più esso non ha più bisogno d’essere spremuto, schiacciato, stuzzicato. No, basta che l’aria attorno si smuova e… Pr-r-r! Alza la coda e ti spruzza in faccia il suo odore incomprensibile misto mughetto e lavanda, come una puzzola profumosa. Fidàti alleati dell’ultimo nato della Gled & Co. sono alcuni ristoratori. Attenzione! Infatti per lo più tendono agguati nei cessi dei locali pubblici.
Insomma, che sono uscito a cena fuori e non ho fatto in tempo a varcare la soglia del ristorante che già mi scappava, ma proprio tanto.

È vero ch’ero pur sempre reduce da una giornata interamente trascorsa fuori casa e, forse, non ero il principe del "Regno di Buon-Aroma". Sono persino d’accordo che in certi bagni pubblici ci debbano essere dei deodoranti per ambiente - segnatamente in quelli per uomini etero, dove si piscia col pisello in mano e lo si manovra come un idrante solo che lì, di solito, non ci sono incendi da spegnere, tanto più ch'è molto difficile che le pareti con le mattonelle di ceramica prendano fuoco; non mi riferisco quindi a quei bagni dove alcuni maschi la fanno seduti come mammolette al pascolo -, ma, caspita - ai ristoratori dicendo -, fate attenzione a dove li appendete ‘sti cazzo di giocattolini! Ogni tanto pensate anche a quelli alti-alti. E che cavolo! Scegliete un’altezza congrua per appendere 'sti piccoli assassini; appiccicateli nell’angolino adatto. Non pensate: “Mo l’appendo lassòpra così non dà fastidio a nessuno”, perché ciò è falso. Io dico ch'è meglio lasciarli in basso. Forse in terra. Così al massimo non ti spruzzano in testa, negli occhi o sulla capocciola della minchia, ma dritto in culo, dove teoricamente c'è più bisogno, no?
Insomma che, entro per fare la mia pisciata-stil-tevere, ecco che mi piazzo davanti al vespasiano e… Pr-r-r-r! La prima spruzzata negli occhi mi coglie di sorpresa. Quindi salto sul posto e spiscio un po’ ovunque. Poi rimetto la minchietta nel suo cantuccio, mi abbottono e m’avvio all’acquaio quando… indovinate un po’? Pr-r-r! La seconda spruzzata negli occhi! Bruciore e incazzatura a mostro. “Mavaffa…!!” penso, anzi esclamo.

Così ho capito la moda andare al giro con i nani al guinzaglio, quella di cui si è discusso lo scorso anno al "Grande Fratello" grazie a quella svitata del bicchiere volante. I nani vanno portati seco per poi liberarli al momento giusto, cioé per una breve ricognizione prima di entrare nei cessi pubblici. Almeno loro non vengono colpiti a tradimento e possono disinnescare le diaboliche macchinette profumose per nostro conto.

Evviva il movimento di liberazione dei nani! Anche quelli da giardino. E domani vo' a comprarmene uno anch'io.

Monday, 9 November 2009

Autocelebrazione (ih--ih!).

Certo,
il titolo del sito, “Cercodivolare.it”, per quanto mi riguarda è tra i più azzeccati. Lo so, lo sarebbe ancora di più se avesse anche un sottotitolo. Magari del tipo: “…Ma precipito ogni volta come la prima”.
A parte gli scherzi – sì, sono io quel Raffaello Fontanella “scrittore trentaduenne” cui gentilmente si riferisce la pubblicista L. Marcucci nel pezzo dedicato al tempo libero e al benessere (Io & il beenessere??).
Non sono io, invece, la tipa gialla in posa da danza del ventre, ritratta nella foto accanto alla quale compare il pezzo (pezzetto) su di me.
Infatti le domande rivoltemi dalla dott.ssa Marcucci sono riferite alla mia esperienza come sportivo (che ci crediate o no, anche io lo sono stato) e segnatamente a quella di karateka.
È giusto una curiosità che segnalo per sana e pura vanità.

Il link è http://cercodivolare.it - da qui: "Archivio rubrica cultura", "Tempo libero e benessere".

Ciao,

Saturday, 7 November 2009

Il giallo e il non detto.

Sapevi che sarebbe arrivato. Di nuovo.
Durante i mesi scorsi – niente. Sonno no. Dormire poco. Ma una mattina ti metti in piedi solo alle 9.00. Tutt’una tirata. Fuori – il sole. E ancora non ti vorresti lanciar fuori, via da sotto le coperte. Grande – il sole. Giallo. Il cielo terso. Una buona giornata. Buona nel suo tipico sapore prefestivo. Leggi il giornale, fai della spesa. Colori – innumerabili. Naturali, tutti. E ancora le piccole commissioni lasciate indietro nel corso di una settimana che sembr’essere durata solo un paio di giorni. Sfogli un libro di cucina a caccia della prossima ricetta da sperimentare: spaghetti al sugo di capone e bracioline di pesce spada alla griglia. Un giro in centro per l’acquisto di un cd nuovo. Ma intanto monta. Un paio di slip colorati. E monta, ancora. Il libro di Claudio Magris che ancora non avevi letto e che divori in métro, creando analogie metaletterarie che se solo qualcun altro potesse leggerti nella mente fuggirebbe via a gambe levate. E pensare che prima di uscire t’eri spruzzato anche il profumo preferito. Giusto per sentirti meno rivoltante. O più importante. Fa lo stesso. L’importante è evitare di pizzicarsi la pelle tutt’intorno, di fronte allo specchio. Qualcuno ti riconosce, o ti scambia per qualcun altro - è lo stesso. Marya Hornbacher ha reso l’idea a riguardo, scrivendo d’essere “soltanto un paio d’occhi che guardano in giro”. “Non sarò visibile finché non ci sarà qualcuno che mi veda” ha scritto. “Non mi iscriverò al mondo fintanto che non parlerò”. Torni a casa. Il pc ancora al suo posto. Il tavolo vuoto, oppure coperto di scartoffie non importa. Le prime righe di un racconto che t’ha morso prima andare a letto, la sera addietro. La cartella di una storia nuova che ti ha inciso appena aperti gli occhi, al mattino, con la promessa di dilatarsi fino a cambiarsi in un romanzo. D’un fiato. Tante cose da dire. Ma poi basta. E apri il terzo, forse il quarto libro che hai iniziato a leggere in una settimana e che hai abbandonato; a pagina numero 2 il primo, alla 10 il secondo, alla 51 il terzo. Carta e penna – di nuovo - non viene fuori nulla. Guardi un film - "Admiral' ", mentre pensi che in frigo ci sono due confezioni di uova che minacciano di marcire se non le caghi un po’ di più, intendo oltre la semplice taliàta quando apri e chiudi lo sportello. La marmellata all’arancia c’è pure lei. Crostata! Profumi. Ancora profumi – ovunque. Come le “voci” di Magris, come scarpe scalpiccianti dattorno. Piccole ossessioni. Ognuno ha le proprie. Così, tanto per tenersi insieme e non perdere i pezzi. Per rimanere buoni. Come gli altri... non sempre sono. Non sempre lo siamo. Spesso non volendo esserlo. Ci si prova di nuovo, a leggere una due tre pagine. Ma quando non cogli il senso delle parole che gli occhi toccano, una per una, una dopo l’altra, meglio lasciar stare. Si rischia d’imbruttire anche l’opera più allettante. La si rende ributtante col rischio di divenirne intollerante. E noi non vogliamo che accada. Meglio ascoltare ciò che gli altri hanno dire. Silenti e acquiescenti. Riservati. Innocui. Fuori nuvole. La pioggia tambureggia sui vetri. La caldaia divampa e barbuglia. I caloriferi raschiano e goglottano. Tutto è esattamente come si presenta. Le persone sono precisamente ciò che dicono di essere. E noi?
Noi vogliamo solo scomporci come un giocattolo, vedere come siamo fatti, cosa abbiamo dentro. Cosa c’è da dire – ancora. Forse.

Friday, 6 November 2009

Provaci ancora Sam!

Ehi ragà,
mi spiace ma abbiamo un parimerito. Vi dò altri tre giorni di tempo per scegliere l'unica canzone. Poi procedo con l'estrazione da casa!!
Forza!
Rf
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Hey guys,
I am sorry but we still need a "playoff". I grant you three days more, afterwards I have to draw your song from here.
So, try again, come on!
Rf

Thursday, 5 November 2009

Ammainare le vele-e-e!!

(Un'immagine gaia tratta dal sito "gay.it" e riferita alla crociera "Revuelta gay cruise", la prima crociera italiana gay-lesbo).


A proposito di crocifissi nelle scuole... Il 16 ottobre scorso, Nick Pisa ha riferito sul “Daily Mail” di un episodio curioso.
Una coppia italiana (etero, naturalmente) ha fatto causa alla compagnia marittima Grimaldi con cui aveva prenotato una crociera.
“Perché mai?”, si sono domandati tutti coloro che hanno saputo dell’accaduto. È presto detto: invece della crociera rilassante che s’erano prospettati, i poveretti si sono ritrovati a bordo della prima crociera italiana tutta gay!
Oddio, se non è vero che Cristo dà il pane a chi non ha i denti, ah no? Marito e moglie di mezz’età (di cui non è stato riferito il nome) si sono detti molto imbarazzati per essersi ritrovati sulla stessa nave insieme a molte altre persone che tra l’altro conoscevano già prima del salpaggio, ma che non avevano mai saputo, né sospettato essere gay... ?
Una crociera di quattro giorni soltanto, durante la quale – giurano gli organizzatori – non si sono verificati in alcun modo inchiappettamenti pubblici, né trenini di sorta. Eppure la coppia che ha intentato la causa ha rigettato l’accusa mossagli di omofobia.
Partiti da Terni e salpati da Civitavecchia erano diretti a Barcellona, i due sventurati avevano "prenotato" la vacanza ricorrendo ai punti accumulati con la spesa del supermercato (che supermercato era che vado a fare la tessera?).
Solo in porto si sono accorti del misunderstanding, quando hanno notato le molte telecamere (oltre a un equipaggio di orsi, modelli, donne-camionista e non e chi più ne ha più ne metta) che circondavano l’oramai famosa “Revuelta gay cruise”. E così, l’avvocato della coppia ha chiesto 2.800 sterle di risarcimento per il suddetto shock causato loro.
«All’inizio pensavano che tutte quelle telecamere fossero lì per un qualche personaggio famoso a bordo, e invece era solo perché tutti quei 1500 passeggeri che avevano dinnanzi erano gay (nessuno escluso! Matresantissima, ecco dov'erano finiti tutti! Quello che si dice "un bastimento carico carico di frocie e maricònes") e in più tutti e tre i giorni a seguire sarebbero stati dedicati interamente a eventi d’interesse omosessuale» ha riferito il legale (leggi: balli a suon di Carrà, Mina & Co., immagino. Insomma - il paradiso). E ancora: «It is not a question of discrimination but one of lost satisfaction».
Di “lost satisfaction” può ben parlare, secondo me, solo chi l’evento l’ha lisciato – peccato!
Sarei curioso, però, di vedere come è stata pubblicizzata la crociera, come sono stati raggirati questi due; vorrei dare un'occhiata al materiale messo a disposizione dal supermercato, cosa c’era scritto sul biglietto, chessò… Insomma, dato che una delle immagini adottate per la promozionedell’evento era proprio questa - un marinaretto tutto pacco e muscoli, con l’aria truce di è quasi pronto a somministrarti un paio di colpi di reni, della serie: basta chiedere! Ma chi avrebbe creduto a una crociera etero di fronte a questo pezzo di marcantonio (non proprio uguale ai passeggeri che s'intravedono nella foto-copertina del post, è vero)? Ma poi dico, una crociera dal titolo “Revuelta gay”… Non è che sia poi così difficile da tradurre o interpretare, vi pare? Chissà. Sono comunque curioso di sapere quanto la temeraria coppia italiana riuscirà a tirar via dalle tasche della Grimaldi.
Intanto accetto proposte per organizzare una spedizione in occasione della seconda “Revuelta” prevista il prossimo anno.
E pensare che le crociere nemmanco mi piacevano a me... prima!

Tuesday, 3 November 2009

Poniamoci tre domande.

Stasera, prima di dirigermi verso Brera per farmi leggere i tarocchi, volevo riflettere su quanto segue.
«Scegli una carta»; «Smazza il mazzo – No, stupido! Con la sinistra!»; «Pensa un colore»; «Dici la prima cosa che ti viene in mente...». Sembra che qualcuno abbia sempre e comunque la risposta giusta per noi e, cosa prodigiosa, la trova sempre dentro di noi (dove esattamente dipende dalla persona). Ma come si fa? Io che a quindici anni mi davo alle sedute spiritiche con Vinz, Diego & Co., che so dare libera interpretazione alle carte (rigorosamente napoletane) non riesco a tirarmela via, la mia risposta? Per questo fra poco vado.
Inoltre stamani mi sono svegliato di nuovo con un prurito fortissimo sul palmo della mano, proprio sotto il pollice… Panico! Perché panico? Be', perché l’ultima volta che mi è capitato ho pensato subito (illuso!): “O soldi, o palate! Che bello mi stanno arrivando soldi…”. E poi, la sera successiva, a seguito di una buona cena, mentr’ero a caccia dell’ammmore e del relativo pisello fantasma e tutto sembrava procedere per il meglio – Sbam!, ho fatto il mio primo incidente stradale. Per questo la domanda propedeutica alla gioia eventuale di un improbabile e inaspettato, quanto ingiustificato bottino di stamani è stata: “Cosa mi sta per capitare? Domani sera devo uscire in auto - sarà meglio andare a piedi, o magari se esco a piedi mi stirano? Mi chiudo in casa?”. E ancora: “Oddio! Chi sono, dove vado, cosa faccio??”. Esagerato, dite? Forse. Comunque la zingara che mi farà le carte stasera (“La luna ne-e-ra! Ta-tà!”) mi saprà dire.
Poi mi è venuto in mente che, quando Deda vide la piccola Tatjana Medanova depressa e confusa – l'ha scritto Paullina Simmons – le chiese: «Se vuoi sapere chi sei, poniti tre domande […]. In cosa credi? In cosa speri? E, cosa più importante: che cosa ami?».
Bene. Tanja si rispose semplicemente così: "Aleksandr'!". Carina!, no? Poverella, era innamorata...
Ma è possibile credere, sperare e amare un’unica cosa, o meglio un’unica persona? Se sì, quanto è da giudicarsi sana questa condotta?
Secondo me, esiste un momento nella vita di ognuno di noi in cui inevitabilmente si verifica tale coincidenza. Eppure – mirabilia – sappiamo già che non potrà mai essere così per sempre. Allora, quando quel giorno arriverà a chiedercene conto, sarà possibile credere e sperare in un’unica persona, ma senza amarla? E se così sarà, sapremo pur sempre chi siamo noi, oppure tutte e tre le condizioni sono necessarie per potere conoscere noi stessi? E se a ciò si dovesse aggiungere anche il prurito delle mani... Che fare?
Gli uomini di chiesa credono e sperano in Dio con la stessa intensità con cui lo amano. Ma tutti noialtri?
Domande. Ancora domande da porsi. M-mh... Vabbè proviamo anche noi.
Io ci ho provato, a rispondere alle tre domande sopra. Le risposte?
1. Credo nella magia; 2. Spero nella fortuna; 3. In ultimo - amo i dolci.
Che vorrà dire? Forse, ch'è per questo che mi hanno prescritto tutti questi esami per vedere se ho il diabete?
No... Devo andarci, dalla zingara.
E voi? Che avete risposto?

Monday, 2 November 2009

Raffaello Fontanella. L'Avucàt'.

Pur avendo il suo stesso nome e il suo stesso cognome, i suoi, solo i suoi per me sono sempre stati e saranno sempre l’espressione più appropriata per l’idea che sono riuscito a sviluppare di termini quali “impegno”, “garanzia”, “affetto incondizionato”. È in momenti come quelli di qualche giorno addietro, in cui non potevo nemmeno essere degno di stare stretto e intorpidito fra i sedili del solito pullman malefico che mi avrebbe dovuto riportare a casa, perché tutto pieno («Non c’è posto!»), che maledico la lontananza dalla mia terra, dalla mia famiglia. Ho preso il primo aereo - troppo tardi - per arrivare a Lamezia e poi a casa - ancora più tardi. Ho letto di un ragazzo fuggito per sempre alle Hawaii per “non sentire l’odore dell’Italia in putrefazione”. L’ho invidiato per la sua scelta. Molto. Ma poi mi sono detto che tanto non potrei mai farlo anch’io. Non fa per me. Così come, sempre più, non fanno per me molte altre cose - e persone. Anche Tiziano Terzani è vissuto in giro per il mondo, infatti l’invidiavo allo stesso modo quando leggevo dei luoghi che aveva visitato e della gente che aveva incontrato. Ma in “Un indovino mi disse” ha lasciato quella che considero più che una grande intuizione, una grande verità: «Morire là dove sono morti i propri genitori, i propri nonni, là dove nasceranno i propri nipoti è come morire di meno». Già. O, chissà. Ricordo le parole di mia nonna, la moglie di Raffaello, dell’ “Avvucàt’” come lo chiama ancora oggi tutto il paese che è venuto a rendergli omaggio («Buono»; «Onesto»; «Rispettoso» hanno ricordato - tutto vero, mai da dare per scontato) e che lo ha aspettato fuori della chiesa troppo piccola per ospitare tutti. Le stesse parole che mio padre ha sempre ripetuto anche a noi tre figli dal giorno in cui abbiamo iniziato a viaggiare su e giù per l’Italia, allora per motivi di studio: «Adduv’è ra fatìga, dà c’è ra casa». Dove c’è lavoro, c’è casa. Altro che Barilla e Barilla… È lì che sono ritornato (troppo tardi). A casa. Dal mio dolce nonno. Sua sorella Memena si riferiva a lui e all’altro loro fratello, Gigino, con l’epiteto di “colonna”, per via della loro corporatura imponente. Alti entrambi. Entrambi d’un pezzo. I più alti fra tutti gli altri fratelli e sorelle. «Rafèl’ e Giggino sono le mie colonne… E io sugn’ a culonnètta!» diceva ridendo e sfoggiando la dentatura sporgente che cercava di coprire con un gesto oramai meccanico, dettato da un residuo di vergogna dal riverbero fanciullesco. Rideva perché in dialetto rossanese la “culonnètta” è il comodino. Di quelli di una volta, di legno, lunghi e stretti, pur sempre di buona fattura. Quante volte ho già scritto dell’Avvucat’ (e forse ne scriverò ancora, prima della chiusura del blog), dei suoi motti quali: «Meglio andare che lasciarsi andare!», oppure «La famiglia deve essere come una pigna. Tutti uniti!», delle sue raccomandazioni, tipo quella solita che mi faceva prima di ogni mio viaggio all’estero e che accompagnava con la tipica strizzatina d’occhio e il mezzo sorriso simil-beffardo sotto il baffo grigio, espressione di complicità e partecipazione: «Occhi aperti e vrachètta chiusa!». E poi mimava il gesto di chiuderla, la “vrachètta”, cioè la patta dei pantaloni. Quante volte ho scritto dei suoi rarissimi momenti in cui non riusciva a nascondere qualche preoccupazione, di quando – era uno di quei momenti appunto – mi portò al mare, d’inverno, e ci fermammo lì, a osservare le onde scure e ruggenti, i gabbiani che rimanevano controvento, sospesi a mezz’aria, sempre nello stesso punto e con le ali spiegate; mi faceva stare con lui e lo imitavo, imparando ad annusare la salsedine; a scrutare quell’orizzonte che gli ritornava il senso di pace che forse, per un attimo, gli pareva di aver perso. Rarissimi momenti, ho scritto. Perché è sempre stato un uomo dal segno “+”. Più che positivo. Più che ottimista. Mai sconsiderato. Anzi, a volte perseguitato dalla sindrome del “sorso in più”, come l’ha definita Carmen Consoli. Perché lui, prima di diventare avvocato a botte di sacrifici, la fame l’aveva patita e come! A pane olive era cresciuto. Poi volontario in guerra – la Grecia, l’Albania. Credeva nell’amor di Patria (sebbene l’avrebbero arruolato anche se non si fosse dichiarato volontario). Amava l’Italia, sì. La stessa che oggi sa di carogna e veleni nascosti, checché ce ne dicano i giornali e i politici. Si mantenne agli studi anche lui lontano da casa, a Parma, esercitando la professione che oggi diremmo “part-time” di tutore. Ebbe buone offerte di lavoro nella cittadina parmense, ma lui no, lontano dal suo mare, dal nostro mare, non poteva mica starci. E poi, aveva forse già preso di mira lei, “ ’a Dottoressa”. E quando un giorno finalmente l’incrociò per strada, afferrò il coraggio a due mani e si avvicinò per dirle con la sua cadenza pacata, ogni parola misurata, nel tipico stile forense che non l’ha mai abbandonato neppure quando raccontava una delle sue famose barzellette («Avucà, raccontate chidda e ru’ prevt’!» gli chiedeva la gente per strada, in tribunale o dal barbiere): «Dottoressa, se io Vi piaccio come Voi piacete a me, allora questo matrimonio possiamo combinarlo!». …E fu subito amore, come si suol dire. Ma posso mica ricapitolare una vita? Ma sì. In una giornata come quella di oggi, dedicata alla memoria, basti sapere che è stata una bella fiaba quella di Raffaello Fontanella. Fertile di innumerevoli insegnamenti, come ne ha ogni buona fiaba che si rispetti, che ha fatto tutto quanto in suo possesso per renderli fondamenta del suo regno che, alla fine, è stato un regno incantevole. Non bisogna immaginare nulla di extra-ordinario, sebbene credo sia proprio questa non extra-ordinarietà che lo ha reso fatato. Perché solo oggi arrivo a capire quanto una vita ordinaria e regolare (comune?) sia in realtà quanto di più difficile possa esserci da concretare. Certo aveva i suoi difetti, l’Avvucàt’. Ma noi nipoti, si sa, i difetti dei nonni li saggiamo in misura minore. La relazione nonno-nipote è tutt’altra cosa rispetto a quella padre-figlio. Con i nipoti i nonni danno il meglio di sé, non credete? Chi ha avuto la fortuna mia, dei miei fratelli e dei miei cugini di godere di almeno un nonno longevo come il nonno Raffaello, sa di cosa sto parlando. Non sono triste. Che c’entra, mi mancherà. Ma sono felice per lui. Perché è stato forte fino alla fine, nel corpo e non solo. Ha sofferto tanto in vita, ma senza mai proferire una lagnanza. Era abituato a sopportare sì, ma soprattutto a reagire. E adesso che non c’è più, non è perché s’è lasciato andare. No. Potete scommetterci quello che volete che lui è andato. Semplicemente perché è stato meglio così – andare. Nell’accezione che lui conferiva a questo termine. Andare sempre. Avanti. E oltre. Non faceva che ripeterlo. Andare. Anche se io e la mia famiglia lo avremo sempre nei fotogrammi che ha lasciato impresso nella nostra memoria. Nei profumi, nei sapori e quant’altro ha seminato dietro di sé. Se avesse potuto, forse ci avrebbe salutati con uno scherzoso: «Vi assalto e Vi abbràco!». Un bacio e un forte bacio al mio nonno.