Monday, 16 November 2009

...E sangue freddo.


Tempo fa Alberoni ha scritto che l’innamoramento è in qualche modo anche frutto del tempismo, ossia che s’accende quando s’incontrano due persone che vivono il medesimo momento di bisogno d’affetto, d’amore, che rifiutano la sensazione di solitudine e incomprensione in cui versano. O qualcosa del genere.
Personalmente credo che ciò possa verificarsi anche quando a incontrarsi siano due persone già sentimentalmente (teoricamente), come si suol dire, “impegnate”. Ma non è questo il punto. Il punto è che ci sono persone, come ha notato C. Magris, che vivono di un’obliosa inezia o che, quantomeno, si compiacciono della propria condizione d'incompresi, che addirittura hanno “bisogno” di sentirsi incompresi “per sapere di esistere”.
Per alcuni è, questa, una condizione patologica. Per altri – come per Magris, appunto – questo è il luogo della poesia. Ciò perché è nell’incomprensione e nella solitudine che si trova la conferma della “propria diversità indefinibile”. E questo, a ben pensarci, non può non essere anche il luogo della comunità ebraica, per esempio, e, per via del vissuto di sofferenza, per lo più ai margini insomma, anche della comunità omosessuale e ancora, più in generale – o in particolare -, delle identità di confine come, appunto, i triestini in Italia secondo A. Ara e Magris stesso.
Ma non abbiamo l’impressione che oggi fra poeti, cittadini di confine, gay e compagnia bella, i territori dell’incomprensione siano sovraffollati? Non abbiamo la sensazione che siamo in troppi, forse, a lamentare una condizione di solitudine pur continuando a difendere a spada tratta - a volte vantandola - la propria incomprensibile unicità? Non è che anche in questo nulla ha il sapore della singolarità? Così come prima c’erano i “figli dei fiori”, o i “punk”, oggi ci sono gli “emo” e diosolo sa quante altre “categorie” di esseri soli e unici, che si beano della propria “atipicità” e dell’“autenticità” del proprio pathos. Mi sembra che ci sentiamo tutti un po’ come quel semi-buffo Lucien di Balzac in “Illusioni perdute” che, con la sua bellezza malinconica, il suo fascio di fiori simbolico e l’abito elegante cattura l’attenzione del frate spagnolo che in fine decide d’adoperarsi nel risollevargli il morale – e probabilmente qualcosa di più .
Siamo tutti viaggiatori somiglianti a “un cacciatore che trova la sua preda a lungo invano cercata”.
Anche se le ragioni dei “poeti” d’oggi sono del tutto altre da quelle di Lucien, è questo il dialogo cui ripenso:
«Mi sembra che voi abbiate un dispiacere, o almeno ne avete in mano l’insegna, come il triste dio dell’imeneo» nota lo spagnolo, appena Lucien gli si fa dappresso. Quindi discorrono ancora un po’ finché il poeta sbotta: «Guardatemi bene, padre; perché fra qualche ora non ci sarò più… ecco il mio ultimo sole!...». […] «Ma come! Che avete fatto per morire? Chi vi ha condannato a morte?». «Un tribunale supremo. Me stesso! […] venti giorni fa ho visto la più deliziosa rada da cui possa approdare nell’altro mondo un uomo disgustato da questo…».
Dunque, cosa vi salta in mente se non il monologo di Anna Karenina prima del tragico epilogo, o ancora le considerazione del giovane Werter?
«Il diamante non conosce il suo valore» conclude il frate.
Bene. Siamo, quindi, tutti diamanti come Lucien per il solo fatto d’essere umani? E siamo tutti poeti per la generale e crescente condizione d’incomprensione, oppure esistono uomini speciosi, come fra i gioielli, o apocrifi e inattendibili come fra i testi sacri? Possibile che dietro quest’ondata di “originalità” sia nascosto invece un ritorno imminente al bisogno di valori altri, quelli persi, del tipo - tutto ciò che è banale e allineato? A una trasgressione sì, ma che non sia sopra le righe; al peccato sì, ma che non sia per forza capitale?
È possibile accendere l’innamoramento in un coacervo d’individui che hanno perso la calma, intesa come pace nucleare dell’essere? Oppure è proprio essa, la comunione – ancora ignota per lo più, e dai più – di emozioni (pretese) uniche da considerarsi conditio sine qua non del principio dei prossimi, probabili idilli amorosi?
In effetti: quale dimostrazione di perfetto tempismo migliore di questa, propria dei giorni nostri?

2 comments:

vic said...

Spesso mi perdo nei tuoi ragionamenti, nel senso che inizialmente ti seguo, poi riga dopo riga mi smarrisco tra le troppe domande che si affollano nella tua mente e a cui non so rispondere. Però quelle parole a volte mi accendono una lampadina nella memoria, e anche questa volta è successo che le parole di Magris che riporti mi abbiano fatto sentire il profumo di un ricordo. C'è voluto un po' per mettere a fuoco il tutto e ritrovare ciò che cercavo. Ed è qusta canzone che ti copio qui sotto, e che si collega bene a quello che hai scritto all'inizio del post (e che sento mia per quello che dice come poche altre)

Evaporare :
La solitudine è
amara beatitudine per me
è necessaria come un vizio
e la coltivo un po' per sfizio
Un divano in cui affondare
è condizione esistenziale
come misurare i pavimenti
a passi lenti
E queste quattro mura
sono ormai la mia censura
a tutto quello che c'è fuori
che spesso fa così paura.

Allora vorrei evaporare
per essere dovunque
ed entrando nei respiri
comprendere i pensieri
imparare a pattinare
su questo oceano di ghiaccio
e a tendere il mio arco
fino a non potere fare di più

Meno male che ci sono
altrimenti sarei solo
come è sola una ferrovia
è prigione e protezione
vanitosa commemorazione
della mia apatia
ma il fatto è che di questo stato
ormai ne sono innamorato
come un vecchio del passato
come Dio del suo creato

Allora vorrei evaporare
per essere dovunque
ed entrando nei respiri
comprendere i pensieri
imparare a pattinare
su questo oceano di ghiaccio
e a tendere il mio arco
fino a non potere fare di più


La musica la trovi qui:
http://www.youtube.com/watch?v=bQSzDWmbNUs

Anonymous said...

Non è colpa tua Vic.
Grazie per la musica.
Rf