Saturday, 7 November 2009

Il giallo e il non detto.

Sapevi che sarebbe arrivato. Di nuovo.
Durante i mesi scorsi – niente. Sonno no. Dormire poco. Ma una mattina ti metti in piedi solo alle 9.00. Tutt’una tirata. Fuori – il sole. E ancora non ti vorresti lanciar fuori, via da sotto le coperte. Grande – il sole. Giallo. Il cielo terso. Una buona giornata. Buona nel suo tipico sapore prefestivo. Leggi il giornale, fai della spesa. Colori – innumerabili. Naturali, tutti. E ancora le piccole commissioni lasciate indietro nel corso di una settimana che sembr’essere durata solo un paio di giorni. Sfogli un libro di cucina a caccia della prossima ricetta da sperimentare: spaghetti al sugo di capone e bracioline di pesce spada alla griglia. Un giro in centro per l’acquisto di un cd nuovo. Ma intanto monta. Un paio di slip colorati. E monta, ancora. Il libro di Claudio Magris che ancora non avevi letto e che divori in métro, creando analogie metaletterarie che se solo qualcun altro potesse leggerti nella mente fuggirebbe via a gambe levate. E pensare che prima di uscire t’eri spruzzato anche il profumo preferito. Giusto per sentirti meno rivoltante. O più importante. Fa lo stesso. L’importante è evitare di pizzicarsi la pelle tutt’intorno, di fronte allo specchio. Qualcuno ti riconosce, o ti scambia per qualcun altro - è lo stesso. Marya Hornbacher ha reso l’idea a riguardo, scrivendo d’essere “soltanto un paio d’occhi che guardano in giro”. “Non sarò visibile finché non ci sarà qualcuno che mi veda” ha scritto. “Non mi iscriverò al mondo fintanto che non parlerò”. Torni a casa. Il pc ancora al suo posto. Il tavolo vuoto, oppure coperto di scartoffie non importa. Le prime righe di un racconto che t’ha morso prima andare a letto, la sera addietro. La cartella di una storia nuova che ti ha inciso appena aperti gli occhi, al mattino, con la promessa di dilatarsi fino a cambiarsi in un romanzo. D’un fiato. Tante cose da dire. Ma poi basta. E apri il terzo, forse il quarto libro che hai iniziato a leggere in una settimana e che hai abbandonato; a pagina numero 2 il primo, alla 10 il secondo, alla 51 il terzo. Carta e penna – di nuovo - non viene fuori nulla. Guardi un film - "Admiral' ", mentre pensi che in frigo ci sono due confezioni di uova che minacciano di marcire se non le caghi un po’ di più, intendo oltre la semplice taliàta quando apri e chiudi lo sportello. La marmellata all’arancia c’è pure lei. Crostata! Profumi. Ancora profumi – ovunque. Come le “voci” di Magris, come scarpe scalpiccianti dattorno. Piccole ossessioni. Ognuno ha le proprie. Così, tanto per tenersi insieme e non perdere i pezzi. Per rimanere buoni. Come gli altri... non sempre sono. Non sempre lo siamo. Spesso non volendo esserlo. Ci si prova di nuovo, a leggere una due tre pagine. Ma quando non cogli il senso delle parole che gli occhi toccano, una per una, una dopo l’altra, meglio lasciar stare. Si rischia d’imbruttire anche l’opera più allettante. La si rende ributtante col rischio di divenirne intollerante. E noi non vogliamo che accada. Meglio ascoltare ciò che gli altri hanno dire. Silenti e acquiescenti. Riservati. Innocui. Fuori nuvole. La pioggia tambureggia sui vetri. La caldaia divampa e barbuglia. I caloriferi raschiano e goglottano. Tutto è esattamente come si presenta. Le persone sono precisamente ciò che dicono di essere. E noi?
Noi vogliamo solo scomporci come un giocattolo, vedere come siamo fatti, cosa abbiamo dentro. Cosa c’è da dire – ancora. Forse.

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