Monday, 2 November 2009

Raffaello Fontanella. L'Avucàt'.

Pur avendo il suo stesso nome e il suo stesso cognome, i suoi, solo i suoi per me sono sempre stati e saranno sempre l’espressione più appropriata per l’idea che sono riuscito a sviluppare di termini quali “impegno”, “garanzia”, “affetto incondizionato”. È in momenti come quelli di qualche giorno addietro, in cui non potevo nemmeno essere degno di stare stretto e intorpidito fra i sedili del solito pullman malefico che mi avrebbe dovuto riportare a casa, perché tutto pieno («Non c’è posto!»), che maledico la lontananza dalla mia terra, dalla mia famiglia. Ho preso il primo aereo - troppo tardi - per arrivare a Lamezia e poi a casa - ancora più tardi. Ho letto di un ragazzo fuggito per sempre alle Hawaii per “non sentire l’odore dell’Italia in putrefazione”. L’ho invidiato per la sua scelta. Molto. Ma poi mi sono detto che tanto non potrei mai farlo anch’io. Non fa per me. Così come, sempre più, non fanno per me molte altre cose - e persone. Anche Tiziano Terzani è vissuto in giro per il mondo, infatti l’invidiavo allo stesso modo quando leggevo dei luoghi che aveva visitato e della gente che aveva incontrato. Ma in “Un indovino mi disse” ha lasciato quella che considero più che una grande intuizione, una grande verità: «Morire là dove sono morti i propri genitori, i propri nonni, là dove nasceranno i propri nipoti è come morire di meno». Già. O, chissà. Ricordo le parole di mia nonna, la moglie di Raffaello, dell’ “Avvucàt’” come lo chiama ancora oggi tutto il paese che è venuto a rendergli omaggio («Buono»; «Onesto»; «Rispettoso» hanno ricordato - tutto vero, mai da dare per scontato) e che lo ha aspettato fuori della chiesa troppo piccola per ospitare tutti. Le stesse parole che mio padre ha sempre ripetuto anche a noi tre figli dal giorno in cui abbiamo iniziato a viaggiare su e giù per l’Italia, allora per motivi di studio: «Adduv’è ra fatìga, dà c’è ra casa». Dove c’è lavoro, c’è casa. Altro che Barilla e Barilla… È lì che sono ritornato (troppo tardi). A casa. Dal mio dolce nonno. Sua sorella Memena si riferiva a lui e all’altro loro fratello, Gigino, con l’epiteto di “colonna”, per via della loro corporatura imponente. Alti entrambi. Entrambi d’un pezzo. I più alti fra tutti gli altri fratelli e sorelle. «Rafèl’ e Giggino sono le mie colonne… E io sugn’ a culonnètta!» diceva ridendo e sfoggiando la dentatura sporgente che cercava di coprire con un gesto oramai meccanico, dettato da un residuo di vergogna dal riverbero fanciullesco. Rideva perché in dialetto rossanese la “culonnètta” è il comodino. Di quelli di una volta, di legno, lunghi e stretti, pur sempre di buona fattura. Quante volte ho già scritto dell’Avvucat’ (e forse ne scriverò ancora, prima della chiusura del blog), dei suoi motti quali: «Meglio andare che lasciarsi andare!», oppure «La famiglia deve essere come una pigna. Tutti uniti!», delle sue raccomandazioni, tipo quella solita che mi faceva prima di ogni mio viaggio all’estero e che accompagnava con la tipica strizzatina d’occhio e il mezzo sorriso simil-beffardo sotto il baffo grigio, espressione di complicità e partecipazione: «Occhi aperti e vrachètta chiusa!». E poi mimava il gesto di chiuderla, la “vrachètta”, cioè la patta dei pantaloni. Quante volte ho scritto dei suoi rarissimi momenti in cui non riusciva a nascondere qualche preoccupazione, di quando – era uno di quei momenti appunto – mi portò al mare, d’inverno, e ci fermammo lì, a osservare le onde scure e ruggenti, i gabbiani che rimanevano controvento, sospesi a mezz’aria, sempre nello stesso punto e con le ali spiegate; mi faceva stare con lui e lo imitavo, imparando ad annusare la salsedine; a scrutare quell’orizzonte che gli ritornava il senso di pace che forse, per un attimo, gli pareva di aver perso. Rarissimi momenti, ho scritto. Perché è sempre stato un uomo dal segno “+”. Più che positivo. Più che ottimista. Mai sconsiderato. Anzi, a volte perseguitato dalla sindrome del “sorso in più”, come l’ha definita Carmen Consoli. Perché lui, prima di diventare avvocato a botte di sacrifici, la fame l’aveva patita e come! A pane olive era cresciuto. Poi volontario in guerra – la Grecia, l’Albania. Credeva nell’amor di Patria (sebbene l’avrebbero arruolato anche se non si fosse dichiarato volontario). Amava l’Italia, sì. La stessa che oggi sa di carogna e veleni nascosti, checché ce ne dicano i giornali e i politici. Si mantenne agli studi anche lui lontano da casa, a Parma, esercitando la professione che oggi diremmo “part-time” di tutore. Ebbe buone offerte di lavoro nella cittadina parmense, ma lui no, lontano dal suo mare, dal nostro mare, non poteva mica starci. E poi, aveva forse già preso di mira lei, “ ’a Dottoressa”. E quando un giorno finalmente l’incrociò per strada, afferrò il coraggio a due mani e si avvicinò per dirle con la sua cadenza pacata, ogni parola misurata, nel tipico stile forense che non l’ha mai abbandonato neppure quando raccontava una delle sue famose barzellette («Avucà, raccontate chidda e ru’ prevt’!» gli chiedeva la gente per strada, in tribunale o dal barbiere): «Dottoressa, se io Vi piaccio come Voi piacete a me, allora questo matrimonio possiamo combinarlo!». …E fu subito amore, come si suol dire. Ma posso mica ricapitolare una vita? Ma sì. In una giornata come quella di oggi, dedicata alla memoria, basti sapere che è stata una bella fiaba quella di Raffaello Fontanella. Fertile di innumerevoli insegnamenti, come ne ha ogni buona fiaba che si rispetti, che ha fatto tutto quanto in suo possesso per renderli fondamenta del suo regno che, alla fine, è stato un regno incantevole. Non bisogna immaginare nulla di extra-ordinario, sebbene credo sia proprio questa non extra-ordinarietà che lo ha reso fatato. Perché solo oggi arrivo a capire quanto una vita ordinaria e regolare (comune?) sia in realtà quanto di più difficile possa esserci da concretare. Certo aveva i suoi difetti, l’Avvucàt’. Ma noi nipoti, si sa, i difetti dei nonni li saggiamo in misura minore. La relazione nonno-nipote è tutt’altra cosa rispetto a quella padre-figlio. Con i nipoti i nonni danno il meglio di sé, non credete? Chi ha avuto la fortuna mia, dei miei fratelli e dei miei cugini di godere di almeno un nonno longevo come il nonno Raffaello, sa di cosa sto parlando. Non sono triste. Che c’entra, mi mancherà. Ma sono felice per lui. Perché è stato forte fino alla fine, nel corpo e non solo. Ha sofferto tanto in vita, ma senza mai proferire una lagnanza. Era abituato a sopportare sì, ma soprattutto a reagire. E adesso che non c’è più, non è perché s’è lasciato andare. No. Potete scommetterci quello che volete che lui è andato. Semplicemente perché è stato meglio così – andare. Nell’accezione che lui conferiva a questo termine. Andare sempre. Avanti. E oltre. Non faceva che ripeterlo. Andare. Anche se io e la mia famiglia lo avremo sempre nei fotogrammi che ha lasciato impresso nella nostra memoria. Nei profumi, nei sapori e quant’altro ha seminato dietro di sé. Se avesse potuto, forse ci avrebbe salutati con uno scherzoso: «Vi assalto e Vi abbràco!». Un bacio e un forte bacio al mio nonno.

4 comments:

Anonymous said...

Ciao Raffaello,
T´abbraccio forte forte forte. Un bacio. Ti scriverò questa sera (più calma). Viva!! Viva!! A Raffaello Fontanella Senior, Viva per sempre!!!
Sirviuzza

Anonymous said...

... commosso!
grazie,

Fabio

Vic said...

Ha avuto una vita lunga,intensa, e un finale tutto sommato fortunato. Se n'è andato circondato d'amore, e non è cosa che succede frequentemente ormai.
Hai citato Carmen: ti ho pensato molto venerdì perchè la prima canzone del nuovo disco è dedicata al padre, anche lui se n'è andato. E lei stessa ha spiegato di averla scritta per trasformare la sofferenza in gioia.

"Chiudi gli occhi
immagina una gioia
molto probabilmente
penseresti a una partenza

ah si vivesse solo di inizi
di eccitazioni da prima volta
quando tutto ti sorprende e
nulla ti appartiene ancora

penseresti all'odore di un libro nuovo
a quello di vernice fresca
a un regalo da scartare
al giorno prima della festa

al 21 marzo al primo abbraccio
a una matita intera la primavera
alla paura del debutto
al tremore dell'esordio
ma tra la partenza e il traguardo

nel mezzo c'è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è potere e sapere
rinunciare alla perfezione

ma il finale è di certo più teatrale
così di ogni storia ricordi solo
la sua conclusione

così come l'ultimo bicchiere l'ultima visione
un tramonto solitario l'inchino e poi il sipario
tra l'attesa e il suo compimento
tra il primo tema e il testamento..."
N. Fabi - Costruire.

Anonymous said...

andare, andare, andare. mai farsi andare. grazie Zio Raffaè.
Dodò