Wednesday, 23 December 2009

Ogni promessa è debito


Finalmente il mio regalo di natale per voi.
Basta cliccare sulla copertina del racconto nella colonna a sinistra, oppure copiarne il link: http://epoidiraffaellofontanella.blogspot.com/.

Buona lettura,
Rf
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ATTENZIONE!!
Il link è stato momentaneamente rimosso causa progetti editoriali e relative questioni di copywriting.

Tuesday, 22 December 2009

Il tempo edace. FINE (di Rf)


"And now, the end is near"... cantava così "The Voice", no? E infatti eccoci qui. Il 2010 è alle porte.
È stato un anno interessante, questo 2009. Come lo è stata l’esperienza di scrivere un blog. Un anno era appunto il tempo massimo che m’ero riproposto iniziando quest’avventura, così che anche questo tempo è scaduto.
Mio nonno definiva il tempo edace. Ho ritrovato quest’espressione qualche giorno fa, scartabellando fra le sue cose con mia zia, alla ricerca di un ricordo che potesse riportarcelo un po' più dappresso in questi giorni di festa. Era registrata con la sua tipica calligrafia sul dorso di una bellissima fotografia in bianco e nero e dai contorni ingialliti, che lo ritrae ancora trentaduenne, in posa di tre quarti, coi baffi e i capelli scuri, una camicia bianca che avvolge il suo collo giovane d’avvocato e soldato, una giacca grigia e una cravatta a scacchi; gli occhi e le labbra in una smorfia naturalmente tenera e dolce rivolta a sua moglie.
La dedica per mia nonna recita: «A S. perché l’affetto che a Lei mi lega sopravviva al tempo edace, Raffaello, 27/6/1947».
Il tempo edace. Dal greco “edomai”, ossia mangiare – il tempo vorace, che può distruggere ogni cosa... ma non gli affetti. Ricordate: "Tempus edax rerum?".

Ecco che durante quest’anno mi è piaciuto rendere partecipe delle mie proprie riflessioni qualcuno che fosse diverso dall’omino che abita nella mia pancia, come quella sorta d’ “inqulino arcano” che vive in Vaclav ne “La mangiatrice di unghie”.
Grazie a voi tutti. A partire da chi si è svegliato ogni mattina per leggermi, a chi è semplicemente capitato qui per caso. Grazie a chi ha commentato i miei post, elargendo i propri consigli, sempre preziosi, al di là del fatto che io li abbia ritenuti condivisibili o meno.
Tutti avete vissuto un po’ delle mie vicende personali: avventure e disavventure amorose, felicità per gli eventi più lieti che mi hanno travolto (per esempio il matrimonio della mia sorellina), così come quelli più tristi (la morte dello stesso “Avvucat’”).

Chi ha voluto ha potuto assaggiare la mia scrittura senza pretese, non solo attraverso i post ma anche attraverso i link dei racconti on-line e i capitoli dei romanzi inediti, cui ancora oggi continuo a lavorare, correggendoli, riscrivendoli a volte…
Ed è questo che tornerò a fare da domani: scrivere per me solo, e dipingere, disegnare, o semplicemente assillarmi con riflessioni infruttuose del piffero.
Beh che, se poi ne verrà comunque fuori qualcosa di interessante, ossia degno di una diffusione per così dire su più larga scala, in qualche modo ve lo farò sapere. A ogni modo potrete ancora trovare qualche mio articoletto in giro, sul web. E spero di ritrovarvi in libreria fra i prossimi febbraio e marzo 2010 con un nuovo lavoro (incrociamo le dita!).

Per adesso vi lascio, quindi, ma non prima di avervi ricordato che entro il 25 dicembre, come avevo promesso, segnalerò su questo blog il link dell’ultimo racconto scritto per voi – “E poi”©. Avrete tempo fino al 31 dicembre per prenderne nota, ossia finché il Blog “Rf - между реальноcтью и фантазией (наговорю вам с три короба...)” non sarà definitivamente eliminato dal web.
Si tratta in parte di una vostra creatura, per cui sentitevi liberi di scrivermi eventuali impressioni, positive o negative che siano.
Detto questo non mi rimane che augurarvi un buon natale, tanta fortuna e un buon, ma che dico buono, un ottimo 2010.
Adesso torno ad abbuffarmi di crùstuli, chinulìddi e pasta a cumbètti.
Vi abbraccio tutti.

Ancora grazie e a presto,
Rf

Thursday, 17 December 2009

Omosessualità e altri abomini nella Bibbia... e Radio Maria.

Ho ricevuto questa mail dal mio caro fratello. Buona lettura, mentre vado a ripassarmi la Bibbia.
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"pubblicato da una mia amica su fb:

Tempo fa un NOTO RELIGIOSO, dalle onde radio di Radio Maria, ha risposto ad un ascoltatore che l'OMOSESSUALITA' E' UN ABOMINIO, perchè a dirlo è la BIBBIA (Levetico, 18,22).Un ABOMINIO CHE NON PUO' ESSERE TOLLERATO IN NESSUN CASO.10 giorni fa quello stesso ascoltatore ha scritto questa lettera al NOTO RELIGIOSO... "
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Lettera del 16 maggio 2009
Caro sacerdote, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore.Ho imparato davvero molto dal suo programma, e ho cercato di condividere tale conoscenza con più persone possibile.Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che ciò è un abominio.Fine della discussione.Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e come applicarle.-Vorrei vendere mia figlia come schiava, come prevede Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?-Quando do fuoco ad un toro sull’altare sacrificale, so dalle scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Levitico 1.9). Il problema è con i miei vicini. Quei blasfemi sostengono che l’ odore non è piacevole per loro. Devo forse percuoterli?-So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni (Levitico 15:19-24). Il problema è: come faccio a chiederle se ce le ha oppure no? Molte donne s’offendono.- Levitico 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i filippini, ma non con i francesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi francesi?-Un mio vicino insiste per lavorare di sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?- Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è un abominio (Levitico 11:10), lo è meno dell’omosessualità. Non sono d’accordo. Può illuminarci sulla questione?- Levitico 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all’ altare di Dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere … La mia vista deve per forza essere 10 decimi o c’è qualche scappatoia alla questione?- Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è espressamente vietato dalla Bibbia (Levitico 19:27). In che modo devono esser messi a morte?- In Levitico 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone debbo quindi indossare dei guanti?- Mio zio possiede una fattoria. E’ andato contro Levitico 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone/acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Levitico 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?So che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potrà rispondermi a queste semplici domande.Nell’occasione, la ringrazio ancora per ricordare a tutti noi che i comandamenti sono eterni e immutabili.Sempre suo ammiratore devoto.”

Monday, 14 December 2009

La nostra era glaciale (C'erano un italiano, un italiano e... un italiano).

Il clima è bollente, ma l’avevano annunciato - che sarebbe nevicato intendo.
L’avevano annunciato, sì - stavolta mi riferisco alle autorità e all’allarme circa probabili, pesanti manifestazioni di dissenso durante il comizio di ieri del Premier S. Berlusconi.
La neve e il malcontento. La neve e il disagio.
Alla neve avevo fatto riferimento in “…Senza lasciare traccia” quando ricordai un antico proverbio turco che recita “Prima di amare impara a camminare sulla neve senza lasciare traccia”.
Ancora una volta la neve mi riporta alla mente emozioni e immagini tutt’altro che positive.
Non più sinonimo del silenzio e di invito alla riflessione. Non più simbolo della candida purezza spirituale.
La neve si rivela sempre più quella melma “fradicia” di cui scrisse F. M. Dostoevskij in “Memorie dal sottosuolo” . “A proposito della neve fradicia” è giustappunto il titolo della seconda parte del romanzo, ossia la confessione del narratore delle proprie azioni più abiette.
La neve da ieri è ridivenuta un sudario che nasconde alla vista il lato più lercio dell’animo umano, il suo “sottosuolo” appunto, i dubbi che lo angosciano, il suo senso di inferiorità e inadeguatezza e, forse, al contempo il desiderio di non soccombere, di non subire gli eventi.
Col suo candore, la neve sciolta grigia e sporca rende tutto più scuro e incomprensibile.
Questa volta, però, la neve non ha fatto in tempo a nascondere poi molto. Il disagio della popolazione supportato da un malessere “altro” s’è manifestato attraverso un dei gesti più estremi e violenti quale può essere un’aggressione a viso aperto.
Il fatto (discutibile) che molta gente si sia raggruppata su noti social network per inneggiare alla santificazione dell’aggressore del Presidente del Consiglio la dice lunga sulla condizione di frustrazione del popolo italiano.
La neve non è ancora caduta che già s’è sciolta.
Il lerciume da cui siamo inondati fatica a scorrere via nei canali di scolo.
Ritornerà il momento incantevole del disgelo cantato da N. Gumilev. Almeno si spera.
E, come i protagonisti del film animato di Carlos Saldanha, tutti riavremo il nostro habitat naturale in cui vivere sereni, mettendo la parola fine alla barzelletta globale che vede gli italiani come unici protagonisti.
Rf

Wednesday, 9 December 2009

A Natale siamo tutti più... soli.

Lungi da me l’intenzione di rovinarvi le feste, ma da qualche anno a questa parte, durante il periodo prefestivo natalizio mi capita sempre più spesso di sentire le lamentele dei miei coetanei (32, Sob!) che non hanno più la forza necessaria d’affrontare ‘sta santa festa e tutto ciò che comporta.
Mi sembra di capire che non si rida più come una volta delle mangiate pantagrueliche, tutti raccolti intorno a tavolate di venti persone, in trepidante attesa di stracciare le carte dei pacchi (anche quando i regali si rivelano immancabilmente tali – dei pacchi e basta, appunto) con le mani appiccicose di “crùstoli ammelàti” e torrone, e tremolanti - come lo sguardo offuscato e liquido – per i fumi del limoncello, dell’amaro e del passito ingollato. Oramai non abbiamo più l’età per badare al contenuto dei regali. Il presupposto effetto sorpresa sarebbe già più che sufficiente, ma oramai sembra essere sparito anch’esso. Chi di noi ha dei figlioli, o dei nipotini, quasi festeggia solo per loro. Il Natale è dei più piccoli.
E noi grandi di oggi?
A dispetto del detto “chi mangia da solo si strozza in solitudine”, i trentenni di oggi sfuggono le feste natalizie, soffrono di più la solitudine o, comunque, sentono acuirsi un velato malessere condito d’insoddisfazione di dubbia origine. È davvero così? È vero che sempre più gente trascorre il natale e l’ultimo dell’anno in solitudine, o che quantomeno vorrebbe farlo?
Personalmente ne ho il terrore. Il terrore di finire da solo, dico. Anche se la voglia di evitare la bolgia si fa sentire. Confermo anche che tale terrore si spande solitamente nel periodo natalizio.
Già Giuseppe Ungaretti nella sua poesia intitolata “Natale” rese l’idea. Eccone alcuni versi:
“Lasciatemi così/come una/cosa/posata/in un/angolo/e dimenticata”
Della solitudine è celebre, poi, quanto asseriva V. Nabokov: “La solitudine è il campo da gioco di satana”. Nettamente in contrasto con ciò che ne pensava L. A. Seneca: “La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”.
Dove sta la ragione? Sono solo punti di vista? Vale anche in questo caso la risposta multifunzionale - “dipende”?
Già, dipende sempre – dal contesto, dalla volontà effettiva di rimanere soli, eccetera… Ma cosa si rischia inseguendo la solitudine e soprattutto in questo periodo dell’anno?
Ecco che il due dicembre scorso, sulla base del materiale messo a disposizione dalla “University of Chicago”, è apparso sul sito del “ScienceDaily” un articolo dal titolo: “Loneliness Can Be Contagious”.
Ed ecco che mi sono chiesto come mai abbiano atteso proprio il mese di dicembre per pubblicare questa “scoperta”.
«La solitudine si diffonde fra la gente, come un brutto raffreddore. Lo dimostra una ricerca delle Università della California-San Diego e dell’Università di Harvard» recita il “ScienceDaily”. Lo psicologo John Cacioppo dell’Università di Chicago ha detto:
«Abbiamo scoperto che le persone che soffrono di solitudine e scappano ai margini della società, finiscono con l’isolarsi anche dai pochi, veri amici cui sono legati». Non è tutto. Prima che gli ultimi legami d’amicizia vengano tagliati definitivamente, dice il professore, queste persone riescono a trasmettere il proprio senso di solitudine ai quei pochi amici veri che, quindi, “diventano soli” anche loro. La solitudine è associata a una varietà di malattie mentali e fisiche in grado di accorciarci la vita e per questo è importante che la gente possa riconoscere i sintomi, distinguerli, prima che sia troppo tardi.
L’articolo del gruppo di ricerca universitario è uscito col titolo "Alone in the Crowd: The Structure and Spread of Loneliness in a Large Social Network" sul numero di dicembre del “Journal of Personality and Social Psychology”. Gli studi sono stati condotti sulla società di Framingham a partire dal 1948. In realtà il gruppo originario (che includeva più di 5,209 persone) era stato preso in esame per studi dedicati unicamente a malattie cardiovascolari. Poi il gruppo s’è allargato fino a includere 12,000 persone e l’interesse s’è spalmato su patologie differenti.
È chiaro – rivela ancora l’articolo - come le persone sole abbiano “infettato” nel tempo la gente intorno a loro, prima di potersi isolare ai margini della società.
Alùra, se fem?
Ce ne stiamo per i cazzi nostri, oppure ci uniamo a chi rischia davvero di morire di solitudine senza saperlo e salvando anche noi stessi?
Non è una domanda facile, lo so.
Diciamo così: dipende...

Friday, 4 December 2009

Fuori il culo, fuori le tette (la moda maschile è sempre più nudista).

(Apparso su: http://beta.gay.tv/articolo/3/9001/La-moda-maschile-va-presa-di-petto--Nudo-)
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Ricordo quando a quindici anni trascorrevo le mie giornate in spiaggia con gli amici, a giocare a beach volley. Si prendeva servizio al mattino, già alle 9.30, e si staccava la sera alle 20.00 passate, quando calava il sole e non si vedeva più la palla volteggiare per aria. Noi ci confondevamo con le ombre incalzanti, tanto eravamo neri. Questo uno dei vantaggi di crescere nelle località di mare, certo.Si sudava da schifo e poi ci si tuffava senza pietà e rispetto per noi stessi, che l’acqua fosse calda o gelida, senza timori per eventuali sincopi. Si giocava sotto la pioggia e sotto il sole, e sotto la pioggia si tornava a casa, in motorino. Quando c'era il sole si andava senza casco e i capelli s’asciugavano al vento, come puri i costumi da bagno ancora umidi che poi con la salsedine seccavano e crepavano la plasticaccia dei sedili dei “Sì”. Appena arrivati, le nostre mamme non potevano non rimbrottarci con un velo leggero di rassegnazione nella voce:«Ti prenderà un malanno! Magari adesso non te ne accorgi, ma vedrai fra qualche anno i reumatismi… Allora dirai: “mamma aveva ragione”!».Cara mamma, nel mio caso avevi ragione!Oggi, gli stessi moniti delle nostre mamme vorrei rivolgerli alle nuove generazioni.Non bastava la moda oramai consolidata e, pare, dura a morire, di andare al giro coi pantaloni calati e “il culo da fuori”. Adesso ‘sti giovinastri – sì, soprattutto i maschietti - vanno al giro anche con le tettine al vento. Ne ho visto uno proprio stamattina in métro. In piedi uno di fianco all’altro, acciaccati dal popolo dei pendolari. Io diretto al lavoro, lui – di sicuro - a scuola. Io – intabarrato nel mio giubbotto chiuso fin sotto al mento. Lui – con un giubbottino sfacciatamente lucido, di vera-finta piuma, aperto sul petto e che lasciava intravedere una magliettina di cotone scollata fino all’ombelico e due capezzoli minuscoli e glabri, tesi come chiodi.Appena visto ciò, ho aperto il giaccone e mi son cacciato istintivamente la mano sotto il maglione per assicurarmi che i miei peli, irsuti e oramai brizzolati, fossero ancora lì, al sicuro sotto la benedetta “Liabel” lana fuori-cotone sulla pelle.
Ed ecco che scopro come la moda dei baldi giovini di oggi, quella di sfoggiare le tette anche quando fuori c’è solo 1°c, sia diffusa anche oltreoceano. Se ne lamenta il “New York Magazine” con l’articolo di Amy Odell dal titolo: “Hey, Men, Get Your Boobs Out!”, datato 03/12/2009.«Pare che gli uomini muoiano dal desiderio di sbatterci in faccia le loro tette», recita l’articolo che si rifà ad altri interventi simili del “Telegraph” per la penna di Hilary Alexander e del “Wall Street Journal”.Dai ragazzi comuni alle giovani star cinematografiche, la moda di sfoggiare le “T” (tette) ritorna dal passato, dai lontani anni settanta, quando John Travolta in “La febbre del sabato sera” ci faceva intravedere le sue dietro la cortina di una camicia bianca attillata.«Michael Bastian dice che questa moda sta tornando perché sono cambiati i modelli maschili. Basta con gli uomini simil-ramoscelli. Gli uomini di oggi devono esibire i loro fusti massicci, virili» recita l’articolo del “NYM” «Ma è altrettanto vero che sono gli stilisti a proporre sempre più “vestiti-non vestiti”. Durante l’ultima primavera le passerelle sono state riempite di modelli in mutande anziché in pantaloni, in reggiseno anziché in camicia […] ci avviciniamo sempre più a uno stile di vita “nudista” [virgolette mie]».La Odell rincara la dose, notando tutta ripiccata che se anche gli uomini oggi scelgono di andarsene in giro nudi, di certo le donne non stanno lì ad aspettarli, a fissarli in modo sfacciato, come invece spesso accade al contrario.Certo, penso, loro non li guarderanno mica, ma io, anche se preferisco non staccarmi di dosso la mia maglia della salute, un occhio continuo a buttarlo.

Tuesday, 1 December 2009

Dell'abbraccio (ancora).

(Apparso su:
con il titolo "Dell’abbraccio: una riflessione. Dal cinema alla vita reale: l’emozione di stringere qualcuno, la difficoltà di raccontarla").
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Torno a rifletterci dopo nove mesi, eppure non riesco ancora a partorire una conclusione che, in quanto tale, sia risolutiva, incontestabile.
Il pretesto è l’ultimo film del regista P. Almodovar e la scena dell’abbraccio fra Lena e Mateo che è destinato inesorabilmente a rompersi (“Los abrazos rotos”).
È stato in quel frangente che mi sono tornate alla memoria le parole dello scrittore gay americano E. White (Cfr. “Riflessione su E. White e dintorni” del venerdì 20 marzo 2009) che ha scritto: «Un bacio è una fusione del nucleo, una scopata è la prima perfetta mattina di natale, un abbraccio alle tre del mattino equivale a un raduno di navi nello spazio più buio organizzato con estrema finezza».
E così alcuni dei versi più belli del poeta gay sloveno Brane Mozetič, nato a Ljubljana nel 1958 (“Quando ti alzi”, 1995):
«[…] Quando ti sporgi per darmi un bacio/bisbiglio, lasciami almeno il petto per/appoggiare la testa e addormentarmi/lasciami almeno gli occhi per guardarli/lascia il sorriso, lasciami almeno/una lacrima per annegare in essa».
Da cosa deriva la potenza e la sacralità di un abbraccio? Perché spesso ci chiediamo qual è il posto più strano dove abbiamo fatto sesso e non quale il posto più bello dove abbiamo abbracciato qualcuno? Si scrive così tanto degli abbracci, eppure secondo me non si riesce a renderne in toto la natura. E poi se ne parla così poco, non credete? È vero – figurarsi - che esiste anche una terapia dell’abbraccio, ma quanto ne ragioniamo effettivamente con il nostro partner, a viva voce intendo? Il bisogno di celebrare questo gesto nel cinema, nella letteratura come nella pittura è forse un sintomo della sparizione del suo senso intrinseco, o della rinuncia ad abbandonarci totalmente all’altro?
L’unione completa è raggiunta nell’omonimo quadro di Klimt (“L’abbraccio”, 1902), in cui un uomo e una donna si stringono su un prato di figure geometriche, fondendosi in un’unica forma dorata e profondendo in chi osserva la sensazione che deriva da una perfetta comunione tanto fisica, quanto spirituale - felicità completa. Fallisce, invece, nella storia di Narciso che secondo alcuni muore nel tentativo di abbracciare la propria immagine riflessa nell’acqua, dopo essere rimasto solo e aver desiderato l’unione mistica con la ninfa Eco ("Ch’io muoia prima che sia di te" le dice), metafora della “dimensione universale dell’essere”, cioè dell’essere un tutt’uno con il Sé – cui accennava anche Terzani in alcuni suoi resoconti di viaggio – e allusione all’ “abbandono della dimensione egoica”.
È talmente impegnativo, l’abbraccio! Lo è perché implica il portare l’abbracciato all’interno del nostro spazio fisico, affinché diventi parte di noi. È un gesto che indica esclusività, perché anche negli abbracci di gruppo sentiamo sempre e solo la persona che ci sta di contro - contro il nostro petto, l’addome, i genitali e le gambe -, perché lasciare entrare qualcuno fra le nostre braccia e darci contemporaneamente a lui implica una fiducia sperticata. Stavolta non ragiono sul divario fra l’abbraccio e il rapporto sessuale, ma sulla falsità che alcuni presumono a volte in tale gesto e l’indescrivibilità della sua natura effettiva.
I baci sì, possono essere ipocriti e spergiuri come quelli di Giuda, ma gli abbracci? È possibile fare dell’abbraccio un’arma talmente insidiosa? A volte capita di abbracciare una persona anche solo poche ore dopo averla conosciuta, come se questo breve lasso di tempo fosse sufficiente a produrre fiducia e affetto necessari, o no? Eppure non credo che siano falsi codesti abbracci. Un bacio può essere volgare, un abbraccio non lo è mai.
Sappiamo che gli abbracci si rompono, appunto, quando anche l’amore e la fiducia si spezzano, si disintegrano e spariscono, sappiamo che in seguito possono essere persino ricuciti, ma che non si possono simulare o contraffare. Ma cosa sappiamo della loro indicibilità? Perché dell’abbraccio non si può parlare, non si può descrivere o raccontare? Edward Hopper, in mostra al Palazzo Reale di Milano fino a fine mese, disse di riuscire ad arrivare con la pittura lì dove non poteva arrivare con le parole. Forse è questa l’unica dimensione riproduttiva di un abbraccio e di ciò che esso trasmette.