Tuesday, 1 December 2009

Dell'abbraccio (ancora).

(Apparso su:
con il titolo "Dell’abbraccio: una riflessione. Dal cinema alla vita reale: l’emozione di stringere qualcuno, la difficoltà di raccontarla").
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Torno a rifletterci dopo nove mesi, eppure non riesco ancora a partorire una conclusione che, in quanto tale, sia risolutiva, incontestabile.
Il pretesto è l’ultimo film del regista P. Almodovar e la scena dell’abbraccio fra Lena e Mateo che è destinato inesorabilmente a rompersi (“Los abrazos rotos”).
È stato in quel frangente che mi sono tornate alla memoria le parole dello scrittore gay americano E. White (Cfr. “Riflessione su E. White e dintorni” del venerdì 20 marzo 2009) che ha scritto: «Un bacio è una fusione del nucleo, una scopata è la prima perfetta mattina di natale, un abbraccio alle tre del mattino equivale a un raduno di navi nello spazio più buio organizzato con estrema finezza».
E così alcuni dei versi più belli del poeta gay sloveno Brane Mozetič, nato a Ljubljana nel 1958 (“Quando ti alzi”, 1995):
«[…] Quando ti sporgi per darmi un bacio/bisbiglio, lasciami almeno il petto per/appoggiare la testa e addormentarmi/lasciami almeno gli occhi per guardarli/lascia il sorriso, lasciami almeno/una lacrima per annegare in essa».
Da cosa deriva la potenza e la sacralità di un abbraccio? Perché spesso ci chiediamo qual è il posto più strano dove abbiamo fatto sesso e non quale il posto più bello dove abbiamo abbracciato qualcuno? Si scrive così tanto degli abbracci, eppure secondo me non si riesce a renderne in toto la natura. E poi se ne parla così poco, non credete? È vero – figurarsi - che esiste anche una terapia dell’abbraccio, ma quanto ne ragioniamo effettivamente con il nostro partner, a viva voce intendo? Il bisogno di celebrare questo gesto nel cinema, nella letteratura come nella pittura è forse un sintomo della sparizione del suo senso intrinseco, o della rinuncia ad abbandonarci totalmente all’altro?
L’unione completa è raggiunta nell’omonimo quadro di Klimt (“L’abbraccio”, 1902), in cui un uomo e una donna si stringono su un prato di figure geometriche, fondendosi in un’unica forma dorata e profondendo in chi osserva la sensazione che deriva da una perfetta comunione tanto fisica, quanto spirituale - felicità completa. Fallisce, invece, nella storia di Narciso che secondo alcuni muore nel tentativo di abbracciare la propria immagine riflessa nell’acqua, dopo essere rimasto solo e aver desiderato l’unione mistica con la ninfa Eco ("Ch’io muoia prima che sia di te" le dice), metafora della “dimensione universale dell’essere”, cioè dell’essere un tutt’uno con il Sé – cui accennava anche Terzani in alcuni suoi resoconti di viaggio – e allusione all’ “abbandono della dimensione egoica”.
È talmente impegnativo, l’abbraccio! Lo è perché implica il portare l’abbracciato all’interno del nostro spazio fisico, affinché diventi parte di noi. È un gesto che indica esclusività, perché anche negli abbracci di gruppo sentiamo sempre e solo la persona che ci sta di contro - contro il nostro petto, l’addome, i genitali e le gambe -, perché lasciare entrare qualcuno fra le nostre braccia e darci contemporaneamente a lui implica una fiducia sperticata. Stavolta non ragiono sul divario fra l’abbraccio e il rapporto sessuale, ma sulla falsità che alcuni presumono a volte in tale gesto e l’indescrivibilità della sua natura effettiva.
I baci sì, possono essere ipocriti e spergiuri come quelli di Giuda, ma gli abbracci? È possibile fare dell’abbraccio un’arma talmente insidiosa? A volte capita di abbracciare una persona anche solo poche ore dopo averla conosciuta, come se questo breve lasso di tempo fosse sufficiente a produrre fiducia e affetto necessari, o no? Eppure non credo che siano falsi codesti abbracci. Un bacio può essere volgare, un abbraccio non lo è mai.
Sappiamo che gli abbracci si rompono, appunto, quando anche l’amore e la fiducia si spezzano, si disintegrano e spariscono, sappiamo che in seguito possono essere persino ricuciti, ma che non si possono simulare o contraffare. Ma cosa sappiamo della loro indicibilità? Perché dell’abbraccio non si può parlare, non si può descrivere o raccontare? Edward Hopper, in mostra al Palazzo Reale di Milano fino a fine mese, disse di riuscire ad arrivare con la pittura lì dove non poteva arrivare con le parole. Forse è questa l’unica dimensione riproduttiva di un abbraccio e di ciò che esso trasmette.

1 comment:

Anonymous said...

bello. bravo.
dario