Friday, 26 February 2010

Stili e sfizi sessuali. Il desiderio fra le lenzuola (ma anche fuori) passando per la letteratura – II parte


(cont’d) L’ultima volta si parlava dei gusti sessuali e delle perversioni di ognuno di noi (andare a puttane, maltrattare e farsi maltrattare, etc..), ponendo l’accento sull’inutilità e la sconvenienza di giudicare ognuno il modo di condurre la vita sessuale dell’altro in quanto tutti, ma proprio tutti, siamo – per così dire - “malati di sesso” allo stesso modo.
Ci si era interrogati, alla fine, su cosa c’infiamma davvero; su cosa, cioè, accende il nostro desiderio, e avevamo accennato a come, poco tempo fa, John Walsh e Catherine Townsend avessero cercato di scoprire la verità in merito.


Sulle colonne del “The Indipendent”, il britannico John Walsh ha analizzato la libido maschile, la «lussuria accecante, la passione struggente della gelosia e il tradimento, il tumulto degli organi genitali in stato d’eccitazione e ciò che Samuel Beckett chiamò ‘the cloaca of colonic gratification’ ” (frase che per via della natura scatologica preferirei vi traduceste da soli).
Walsh dice che i sessuologi moderni stanno esplorando territori del mondo del desiderio femminile mai visitati prima, cercando di coglierne la complessità. L'esperimento più strano è forse quello condotto dalla Professoressa Meredith Chivers della “Queen's University” in Ontario e riportato di recente sul “New York Times”.
«Nel suo laboratorio, presso il “Centre for Addiction and Mental Health”, la Chivers ha mostrato a un gruppo di uomini e donne spezzoni di filmati porno etero, porno gay maschile e femminile, di masturbazione maschile e femminile, di una donna nuda che fa ginnastica e di un uomo nudo che cammina su una spiaggia. In ultimo un filmato di scimmie bonobo che si accoppiano e che ha collezionato una serie di fischi d’apprezzamento e grida varie. Gli spettatori di sesso maschile» continua Walsh nel suo reportage «avevano un macchinario collegato al pene utile a valutare eventuali tracce “d’ingorgo” [del canale spermatico], alle donne invece era stata applicata una sonda di plastica atta a misurare la "trasudazione vaginale". Inoltre, tutti erano stati forniti di una specie di “sessuometro elettronico”, un “pad”, con cui registrare i momenti in cui non si sentivano “accesi” da ciò che veniva loro mostrato».


Beh che, personalmente, a questo punto dell’articolo ho iniziato io a farmeli i film. Ma certi film! Avete presente “Solaris”, il romanzo fantascientifico dello scrittore polacco Stanisłw Lem nonché il film omonimo del 1972 del regista sovietico Andrej Tarkosvkij? Già - qualcosa del genere, ma solo in versione hard… Ancora, per via di questa pretesa di controllare matematicamente e con precisione quasi industriale la vita e il funzionamento di noi uomini e donne, di individuare ad ogni costo una conformità nel nostro modo di eccitarci, tutto ciò mi ha lasciato immaginare, forse in maniera un po’ azzardata, scene alla “Noi”, il romanzo distopico di Zamjatin del 1920; un romanzo satirico ambientato nel futuro, i cui temi centrali sono il totalirismo e il conformisomo caratteristici dell' Unione Sovietica del primo Novecento.
A ogni modo, anche i risultati di questo ennesimo esperimento su noi umani sono stati sorprendenti.


«Tra i partecipanti di sesso maschile l’indice di gradimento trasmesso dagli stessi attraverso i “pad”/tastiere elettroniche ha trovato riscontro nelle risposte effettivamente registrate dalle macchine che avevano applicate al loro pene: vale a dire che erano molto interessati tanto alle scene di sesso etero che a quelle di sesso gay fra donne […]. Con le donne le cose sono andate diversamente. Non importa quanto avessero pigiato sui loro telecomandi per dire che non erano interessate alle scene trasmesse, perché comunque i monitor collegati alle sonde vaginali hanno mostrato che erano effettivamente interessate sia al sesso etero, che a quello gay,che a quello lesbo, che alla ginnasta nuda… che alle scimmie bonobo! […]».


Dice J. Walsh che, se anche molte lettrici del “New York Times” potrebbero essersi sentite offese per il fatto che sia stata svelata l’eccitazione femminile di fronte a scene di accoppiamento fra scimmie, la Chivers è andata ben oltre. Infatti, la risposta del fisico di una donna, ossia della vagina a tali stimoli è cosa ben diversa e lontana dal desiderio.
«La psicologia del desiderio, piuttosto che la meccanica della lussuria, sono veri grattacapi fra le pagine degli “Archives of Sexual Behaviour”, la rivista leader in fatto di ricerca in ambito sessuale. Gli accademici continuano a riflettere sull'importanza, per le donne, del fattore “sentirsi desiderate” nel processo di accensione del desiderio stesso; […] "Il desiderio femminile", ha detto uno scienziato (donna) "non è relazionale, è narcisista". […] Ricordo che una volta, a casa di una mia ex» continua Walsh «ho visto una foto-parodia raffigurante due pannelli di controllo che si suppone spieghi come funzionano gli uomini e le donne. Il pannello contrassegnato con la parola "Donne" appare come la cabina di pilotaggio di un 747, pieno di manopole, valvole e leve. Il pannello contrassegnato con la parola "Uomini" mostra un unico interruttore “On / Off”. È così che le donne vedono noi uomini?».


Le donne, sì, che rimarrebbero sorprese se sapessero davvero cosa desiderano di loro gli uomini.
(Fine seconda parte – To be cont’d)

Thursday, 25 February 2010

Stili e sfizi sessuali. La perversione fra le lenzuola (ma anche fuori) passando per la letteratura.


In uno dei suoi ultimi romanzi, cioè in quello dal titolo “The Act of Love” pubblicato da "Jonathan Cape", Howard Jacobson sostiene che «è quando si esplora i confini dei nostri desideri sessuali che diventiamo più pienamente umani».
Per questo Felix Quinn, l'eroe del romanzo, afferma che in fatto d’amore «a modo nostro siamo tutti malati». A Quinn, per esmepio, piace essere cornuto, godersi i momenti di solitudine mentre la moglie è via col suo amante. E, come sottolinea lo stesso autore, ciò può essere incomprensibile per alcuni uomini, ma non per altri, come lo stesso Quinn appunto.
«Nella vita erotica di uomini e donne non esiste quasi nulla di sano».
L’amore e le perversioni… Se ne sentono di cotte e di crude, vero? Di Franz Kafka – uno degli scrittori che ho imparato ad amare di più dopo gli studi germanistica e, soprattutto, grazie a C. Magris – si dice che fosse interessato alla pornografia hard più di qualunque altra cosa. Di Charles Dickens si narra che se la facesse con donne tanto giovani da poter essere sue figlie.
H. Jacobson ha ricordato poi, sulle pagine del “The Indipendent”, un’affermazione di Nietzsche: «Il senso del tragico aumenta e diminuisce in relazione alla sensualità». Ed è vero se si considera che nella letteratura come nella pittura spesso la pornografia è associata alla morte, quasi che scrittori, poeti e pittori vogliano giustificarsi di qualcosa, o meglio, quasi che vogliano giustificare questo sovente gusto per il porno e per la perversione. Secondo H. Jacobson la pornografia - in qualunque forma - ci serve per conoscere meglio noi stessi.
«Nel suo nulla inquietante, la pornografia ci familiarizza con l'umiliazione e la disperazione, con l'umiliazione e la perdita. E la perdita stimola l'immaginazione. […] Nel sesso come in tutto il resto. È solo da un acuto senso di perdita che vengono fuori storie, poesie, e che impariamo a liberarci da fantasie pericolosamente fuorvianti e ottimistiche che guardano al sesso come a qualcosa di intenzionale e gioioso, potremmo dire di propositivo, se considerassimo l’aspetto divino della procreazione a Sua immagine e somiglianza[…]. Il sesso è un vuoto a perdere, la pornografia invece insegna».

Quasi come prevedendo le disavventure di alcuni Onorevoli della nostra attuale politica italiana, al momento della recensione del suo proprio romanzo (2008), H. Jacobson scrisse a titolo esemplificativo della “perversione” di fare sesso a pagamento, affermando che ogni volta che lui incontra un uomo che dice di non essere mai andato a puttane («o perché il pensiero lo fa inorridire o, come viene più comunemente affermato, perché non vuol dare a intendere di aver bisogno di pagare per fare sesso») è convinto che quell’uomo stia mentendo, o peggio che sia «uno sciocco».
«Tra le molte ragioni per fare del sesso a pagamento la più forte è proprio la voglia di pagare; e il fatto di “voler pagare” non deve essere assolutamente confuso con un qualunque altro bisogno di chi paga. Sappiamo tutti di uomini famosi e affascinanti che possono avere - e hanno - tutte le donne [e gli uomini, n.d.r.] che vogliono', ma che poi sono stati beccati con una prostituta sul sedile posteriore delle proprie automobili. […]».
Ma stando così le cose, da dove nasce la voglia di fare sesso a pagamento? Alcuni la spiegano con la solitudine “di chi usufruisce del servizio”, la qual cosa, però, rientra nella sfera dei bisogni che abbiamo scartato poc’anzi; altri la riconducono a una forma di manifestazione di atteggiamento aggressivo maschile (le donne non pagano per fare sesso. O meglio, non quanto gli uomini). Eppure, secondo il nostro autore, sebbene ci sia indubbiamente chi paga per sentirsi libero di usare violenza su una donna, quando ciò accade è più facile che costui lo faccia non per affermare la propria mascolinità, ma per sminuire se stesso. «Si tratta di un'operazione ironica o autolesionista, un atto di scherno e di sottomissione, una specie di masochismo». E non è vero, continua, ciò che dice Catherine Millet (autrice della vita sessuale di Catherine M.) che il sesso può essere del tutto indipendente dal sentimento.
Già. È come se H. Jacobson volesse affermare che è nel sesso che riponiamo tutte le nostre fantasie e desideri, una grossa fetta della nostra personalità e dei nostri sentimenti più reconditi.
Come per il suo personaggio Felix in “The Act of Love”, come per Otello in relazione a Desdemona, il sesso non risparmia nessuno, «siamo tutti pazzi allo stesso modo e non ci conviene assumere un atteggiamento censorio sulla vita sessuale degli altri».

A questo punto mi torna in mente quel Manifesto inneggiante alla libertà dei costumi sessuali che mio padre mi portò in regalo dal “Museu de l’Erotica” di Barcellona, poco tempo dopo che parlammo per la prima volta a quattr'occhi dei miei, di costumi, cioè dell’orientamento sessuale di suo figlio.
Non è che noi due condividiamo granché, ma indubbiamente fu, quel regalo, un gesto che riaffermò l’ampiezza di vedute di cui è andato sempre fiero – e aggiungo giustamente, perché effettiva. Che io ricordi, il suo primo insegnamento per noi figli fu: «Non dovete ledere la libertà dell’altro. Questa è la cosa più importante. Per il resto potete fare quel cazzo che vi pare».

Allo stesso modo conclude Jacobson: «È troppo crudele pensare che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di condurre la nostra vita sessuale».
“Siamo tutti malati”… Vale la pena di ripetere il concetto.
O siamo tutti sani?
Fatto sta che, come per tutte le malattie, anche per le nostre perversioni sessuali, o per i nostri semplici sfizi, qualcuno ha cercato di metter su una specie di studio eziologico.
Lo riferisce un altro vecchio articolo del “The Indipendent”, dal titolo “Desire: What really turns us on?”.
Cosa ci infiamma davvero? È possibile trovare elementi comuni fra ciò che, per esempio, accende il mio desiderio e il vostro? Beh che, tempo addietro, John Walsh e Catherine Townsend hanno cercato di scoprire la verità in merito. Il primo ha analizzato la libido maschile, la seconda quella femminile.
Si chiede il giornalista del quotidiano americano: «Che cosa è il desiderio? È un tram di New Orleans. È un album di Bob Dylan, e un film di Marlene Dietrich. È il titolo di 13 brani, tra gli altri, quelli degli U2 e di Geri Halliwell. È il nome di una marca di cioccolato fondente», ma soprattutto «è la causa di infiniti problemi tra uomini e donne»…

(Fine prima parte – To be cont’d)

Tuesday, 23 February 2010

Cinque contro uno.


L’articolo è del periodico tedesco “GQ”. Il titolo - “Selbstbefriedigung fördert Schwangerschaft”, vale a dire “La masturbazione agevola la gravidanza”.
«Tesoro, voglio un bambino! Prego, fai pure da solo», sono queste le parole che secondo alcuni presto potrebbero essere udite nelle camere da letto di molte coppie. «L’avete sempre saputo: masturbarsi fa bene! E adesso abbiamo anche un prova scientifica in più. […] La masturbazione aumenta il livello di fertilità maschile» recita l’articolo.
Infatti, secondo gli studi condotti da un medico australiano che risponde al nome di Dr. David Greening, „specialista in fertilità“, l‘81% degli uomini che si masturbano ogni giorno ha aumentato la quantità del proprio sperma, rendendolo anche di un colore più chiaro e sano.
Il programma „cinque contro uno“, oppure „Do-It-Yourself“ che dir si voglia «ha mostrato risultati impressionanti». Basta fare la prova e iniziare ad allenarsi una settimana prima dell’ovulazione della propria compagna per ottenere «uno sperma in perfetta forma» e avere più chance di fare centro. Se poi non si ha intenzione di diventare papà, basta ritirarsi in bagno e continuare il proprio allenamento in modo discreto.
Strano che sia stato uno scenziato uomo a fare questa enorme scoperta, no?
A ogni modo, niente più paura di avere la faccia come una „gravigghia“ per via dei brufoloni che prolificano come i funghi in un sottobosco della Sila dopo una settimana di pioggia, o di perdere un’altra decina di diottrie, o di essere curvi oltremisura… Sì, vero, „alla Leopardi“ come dice qualcuno. Tanto ormai è risaputo anche in Papuasia che Leopardi è morto per overdose di seghe.
E ancora, attraverso altri canali, oggi ho scoperto che maggio è il mese della mastrubazione e che deve assolutamente essere celebrato con un’attività intensa; una specie di Oktoberfest, diciamo così, checché ne dica la gente che vaneggia di festa della mamma, feste dei fiori, etc…. Sarà la solita americanata- è il caso di dire - del cazzo?
E pensare che maggio è anche il mio mese! Mi chiedo se la mia miopia ai limiti della cecità e la mia acne simil-giovanile sono una pura coincidenza.

Monday, 22 February 2010

Lisboa.

Non vi avevo abbandonato.
Sono uno che prima di scappare avvisa, lo sapete. Settimana scorsa ero a Lisbona, ecco perché non avete letto nulla.
Sì, grazie - è andata mo-olto bene.
…A parte la pioggia. E a parte l’influenza che ha attanagliato e indebolito alcuni membri della combriccola e, forse, rimpolpato la stizza generatrice di “‘mpicce” varie (“Uffff! Questo ristorante è troppo sporco”; “Uffff! Questo cesso è troppo piccolo”; “Uffff! Questo appartamento è troppo freddo”; “Uffff! La pioggia”; “Uffff! La puzza di fritto”; “Uffff! Quante scale e quante salite!”; “Uffff! La sveglia al mattino troppo presto…”; etc…).
Ma si sa, mettere insieme più teste è difficile, anche se non è impossibile. Per questo ho riassunto con un “molto bene”.
Non avevo mai visitato Lisbona che, sebbene mi avevano detto essere decadente, non pensavo lo fosse così tanto. Bella. Una bella città.
…Indubbiamanete “kiagàta”, vale a dire piena di piaghe e sgarrupata – prima il terremoto che l’ha rasa al suolo, poi l’incendio che l’ha devastata, e le inondazioni…
A proposito: acqua ne abbiamo presa a sufficienza direi, ne raga?
Molto suggestiva la visita a Belem.
Ancora più suggestivi – a detta dei miei compagni di viaggio - i piatti di “bacalhao a braz”, o “a Alantejana”, o “no churrasco” (sono riuscito a mangiarne solo 5 tipi diversi su 365 esistenti) e le relative cape di aglio che ho inghiottito. Pare che al risveglio la mia stanza da letto fosse pregna dell’odore di questa pianta bulbosa che la mia pelle brufolosa trasudava nottetempo.
Vabbè.
I portoghesi si sono dimostrati di una bontà e disponibilità insperate, tant’è cha abbiamo riflettuto su quanto il nostro giudizio relativo a una data città possa essere influenzato dalla gente che l’abita.
Sì, buoni come i “pasteis” alla crema con cannella, o con lo zucchero a velo.
Non sapevamo della recente legalizzazione dell’uso di marijuana ed eroina, per questo siamo rimasti sorpresi dagli inviti continui all’acquisto di “Bamba”.
«Italiani? Bamba!» è la frase che abbiamo sentito più spesso lungo “Trav. Da Espera” mentre eravamo alla ricerca di un’osteria per cenare, ma che non fosse quella ribattezzata “di Rino o’ zozzone” che ci ha ospitati la seconda sera – che emozione!

Per foruna la "Ginjinha" ci ha aiutato nello scarpinare su e giù per le vinedde.
Dopo tant’acqua presa in Portogallo, non potevamo ch’essere felici di tornare a Milano per rifarci… della pioggia italiana. La stessa che a ½ notte e mezzo, lungo la strada del ritorno dall’aeroporto, ha mascherato buche enormi quanto le fosse delle Marianne ai miei occhi miopi da Mr. Magoo, così che ci son finito dentro facendo scoppiare tutt’e due le gomme sinistre dell’auto.
L’arrivo a casa, alle tre di mattina e a bordo del carro attrezzi (euro 200.00 gentilmente anticipati dalla Regina, in quanto il mio bancomat è stato probabilmente neutralizzato dai metal-detector aeroportuali) ha concluso al meglio quest’esperienza unica.

Padri e figli. Una disputa a volte troppo imabarazzante.

Credo sia una delle questioni più antiche. Il rapporto fra padri e figli. Mentre, si sa, le femmine patrizzano e hanno un rapporto tutto speciale e idilliaco con la figura genitoriale maschile, il rapporto di un padre con il proprio figlio maschio non è sempre dei più sereni. Non sono un sociologo e non voglio addentrarmi oltre, ma ho l’impressione che di solito di noi maschietti in relazione ai nostri papà o non si parla affatto – e quando così è dovrebbe significare che tutto fila liscio -, oppure quando se ne parla, è per dar voce a un’esperienza negativa.
Già Turgenev scrisse la sua opera più importante intitolandola proprio “Padri e figli”. E il fatto che si tratti dell’opera in cui per la prima volta apparve il termine “nichilismo” è tutto dire.
«Un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato» recita.

È dal “Sunday Times” che arriva un pezzo dello scrittore e sceneggiatore A.E. Hotchner che mi ha riportato con la mente a questi vecchi – ormai troppo vecchi - studi di russistica. Il titolo è “Paul Newman: the bad father - Paul Newman seemed a happy family man. But, as his friend reveals, the Hollywood star tortured himself over his tragic failure to be a good father to his self-destructive son”. In realtà un estratto da “© AE Hotchner 2010 Extracted from Paul and Me by A E Hotchner” in uscita con la casa editrice Simon & Schuster il prossimo 4 Marzo.
Beh sì che, anche lui, il biondo eterno dallo sguardo ceruleo e liquido, colui che anche a 83 anni era uno fra gli uomini più affascinanti del mondo, dicevo che anche a lui non fu risparmiata una buona fetta di problemi col figlio, Scott Newman, morto nel ’78 nella stanza di un albergo di LA per un’overdose da alcol e tranquillanti.

«Paul è stato un mio amico per più di vent’anni. Ho conosciuto Scott ch’era ancora un ragazzino. Entrambi mi parlavano dei loro problemi» scrive Hotchner ricordando la mattina in cui lesse del tragico evento. «Ero combattuto se chiamare subito Paul. Per dirgli cosa poi? Eppure dovevo. Aspettai a lungo prima che alzasse la cornetta. “Hotchner”, rispose con una voce forte e rauca. Ci fu una pausa interminabile. Paul era lento a rispondere per natura, ma quella volta era diverso. Stava combattendo con un’emozione mai provata prima. Alla fine disse: “È un male che va al di là delle lacrime”. Il senso di colpa sarebbe rimasto con lui per il resto della sua vita. “Come fai a fare ammenda per qualcosa che non si può riscattare?”».
Hotchner riferisce di quando, poco tempo dopo che s’erano conosciuti, Newman fu chiamato a sostituire l’attore James Dean da un regista che lamentava il fatto di dover lavorare con un attore “semi-sconosciuto”:
«Paul era riluttante, forse troppo. Riluttante non solo di sostituire l’amico deceduto (“Non voglio approfittare della disgrazia di nessuno”), ma perché non era sicuro che sarebbe riuscito a gestire la parte affidatagli. […] “Forse sto prendendo in giro me stesso”, disse. “Forse devo cambiare mestiere, ma credo sia troppo tardi per fare il dentista”» ricorda. Eppure la sua carriera fu brillante. Riuscì comunque a decollare. Si sposò due volte e Scott Newman era uno dei suoi tre figli; o meglio, l’unico maschio dei tre figli di Paul Newman. Dopo il divorzio dei genitori, Scott rimase a vivere a Los Angeles con la madre e le sorelle.
«[…] Non lo conobbi prima dei suoi 12-13 anni, quand’era in visita dal padre a Westport, Connecticut, dove ho vissuto anch’io. Quando arrivai lì, Scott stava facendo dei grandi salti su un trampolino in mezzo a un grande prato. Era un bel ragazzo, davvero grande per la sua età, sempre sorridente e disinvolto. Disse che un giorno avrebbe voluto fare il trapezista coi “Ringling Brothers”. Quando Paul, che s’era allontanato per non far spegnere la brace sotto la griglia, si avvicinò per unirsi a noi, Scott sembrò farsi subito deferente. Paul pronunciò alcuni commenti positivi sull’attività da trapezista del figlio, eppure entrambi non sembravano a loro agio l’uno con l’altro».
Dopo di allora Hotchner rivide Scott ch’era già un uomo, più alto e più muscoloso del padre, quando aveva già abbandonato gli studi, e faceva uso di alcol e droghe. Dopo diversi tentativi falliti di combinar qualcosa, su richiesta del padre, a Scott furono date alcune parti nei film in cui recitò lo stesso Paul Newman.
«”Scott è morto prima di avere la possibilità di diventare un… un qualcuno di successo […]”» nel suo nuovo libro Hotchner riporta le parole di Paul Newman.
«“Penso spesso a lui… Fa male. Il senso di colpa. Il senso di colpa. Tutto ciò che avrei potuto fare… non l’ho fatto”.
«Io risposi: “Hai fatto quello che potevi”.
«“Conosciamo un sacco di padri, no Hotch? Quanti di loro hanno avuto dei figli che si sono… che sono morti? Accidenti, perché non dirlo – che si sono suicidati? Questo è ciò che ha fatto Scott. Si stava suicidando lentamente e io stavo lì a guardare. E tutto ciò che ho fatto è stato fare film per diventare una grande star”».

Parole dure, come l’esperienza cui sono riferite. “Un ci vo’ chiavare nudd’” dicono dalle mie parti. Davvero è il caso di dirlo.

La mi domanda è: è vero che all’ombra di una grande quercia non può mai crescerne una della stessa stazza, forte uguale? Chi sarebbe disposto, fra voi, a dare finalmente la testimonianza di un rapporto claustrale con il proprio babbo per sfatare l’idea (solo mia?) di una reciprocità fra padri e figli maschi che spesso e volentieri è una reciprocità mancata?
Perché accorgersi sempre di aver perso qualcosa d’impagabile quando oramai è troppo tardi?

Tuesday, 16 February 2010

Breve storia dell'ossessione per gli addominali scolpiti.

È l’ossessione di quasi tutti gli esemplari maschili di razza umana. Gli americani rendono benissimo l’idea chiamandoli “six pack”.
Oggi faccio riferimento a un articolo un po’ vecchiotto del “Time” dal titolo “Abs fab: how the six pack took over - From professional footballers to nine-year-old boys, everyone seems to be obsessed with getting a rippling six-pack”che mi ha colpito molto.
A scrivere è L. Leitch, il quale afferma che le stelle dei tabloid inglesi in spiaggia alle Barbados, o di D. Beckam che mostra il nuovo tatuaggio che ritrae Gesù Cristo, o ancora di A. Reid che posa nudo nella casa del Grande Fratello britannico, tutti, ma proprio tutti sono dotati di qualcosa che alla maggior parte di voi – scherzo, di NOI – manca e che anche il nostro compagno vorrebbe che noi acquisissimo - parliamo degli addominali, naturalmente!


Ma da quand’è che un uomo può definirsi tale in base ai muscoli addominali?, si chiede Leitch, evidentemente anche lui sofferente.
Beh che, siffatto ideale mascolino risale, come sappiamo, al modello ellenico vecchio più di 2500 anni, arrivando a coinvolgere “il progressivo rilassamento del codice hollywoodiano dell’abbigliamento maschile, la società gay e palestrata dell’America della fine degli anni Ottanta, l’aumento nello stesso periodo del fenomeno ‘home-shopping’, per cui tutti acquistavano da casa attrezzature fitness di ogni sorta, per finire con l’aumento delle [dannatissime, ndr] boy-bands”.
Ma fortunatamente, continua il giornalista britannico, esiste anche una risposta più breve a questa domanda.
La storia narra di un giovane bostoniano che risponde al nome di Mark Whalberg che trascorse una pena detentiva di 45 giorni (nel corso di una lite, con un uncino aveva strappato gli occhi a un poveretto), durante i quali lavorò senza sosta sui suoi addominali. Gli addominali erano appena diventati un’ossessione anche per la popolazione femminile grazie a gruppi quali il “New Kids on the Block” che contava anche la presenza del fratello di Mark, un certo Donnie.
Quando Mark uscì di prigione, Donnie ne vide il torace e ne rimase impressionato, così fece qualche telefonata e, nel 1992, a Time Square apparve un cartellone alto 60 piedi che fu battezzato “Marky Mark & the Funky Bunch”, dove Mark indossava solo un paio di mutande 'Kalvin Klein' strette appena sotto la linea di demarcazione del “six pack. Da allora Wahlberg fece alcuni grandi film, quali: ‘Three Kings’, ‘Boogie Nights’, e anche il remake di ‘The Italian Job’ che non fu poi così male […]. Non si scappa. Fu lui la prima mega-star al mondo in fatto di addominali. Ed è istruttivo notare come da un grafico di Google News si possa notare l’incremento dell’uso da parte dei media delle parole ‘six-pack’ e ‘muscles’ dal 1990 in poi. […] Come potete vedere”, continua il giornalista del Time “il successo degli addominali è stato sostenuto e costante. Che si tratti di David Beckham per Armani, Dave Gandy per Dolce & Gabbana o Peter Andre per ITV2, nessun lettore o spettatore può non averlo notato ”.


Cosa c’è di male in tutto ciò?, si chiederà qualcuno. Nulla, ma è chiaro come valga lo stesso discorso che facciamo riguardo ai modelli femminili, alle tette grosse e alle cosce snelle senza cellulite. Tutto va bene, purché non si esageri. Appunto - non dev’essere un’ossessione, esatto?
Ricordo quando giocavo ancora a pallavolo, o facevo karate, o pugilato… è vero che non c’è cosa migliore che sentirsi bene con se stessi, ma non è detto che questo benessere debba derivare per forza da un addome scolpito. Oggi mi “accontento” delle mie venti flessioni mattutine e di qualche esercizio coi manubri. Mi va bene lo stesso, anche se non sono più in forma come prima. Ripeto: che c’è di male?


Ancor più nel 21 ° secolo uomini e ragazzi sono stati incoraggiati ad aspirare a uno stomaco piatto come una tavola da surf.
“Nel suo libro ‘Love, Sex & Tragedy: How the Ancient World Shapes our Lives’ [Chicago: University of Chicago Press, 2004. Pp. 336], Simon Goldhill, professore di letteratura greca e cultura al “King's College, Cambridge”, ha dato una storia al nostro ideale moderno d’uomo come rispondente ai canoni ellenici. […] Le opere di scultori greci antichi, come Policleto, Lisippo e Prassitele confermano che questa sorta di pre-pin-up cristiani avevano un addome altrettanto ondulato come gli uomini sulle copertine di Men's Health. […] In una traduzione citata da Goldhill si legge come nel II secolo lo scrittore Luciano descrisse l'uomo ideale: ‘[…] Non è magro, né pelle e ossa, ma neppure in eccesso di peso. I muscoli sono scolpiti in modo simmetrico’ […]”.


Secondo Leitch si allude a un ideale di corpo maschile secondo uno standard simil-fascista. Ma forse esagera un po’, anche se bisogna riflettere su quanto sia ellenico il modo di rivolgersi ai suoi lettori tipico di giornali come “Men's Health”. “Se poi gruppi come il ‘Fitness First’ volevano davvero onorare l'archetipo greco, il primo passo sarebbe dovuto essere quello di vietare l’ingresso in palestra alle donne, lasciando gli utenti di sesso maschile liberi di seguire l'esempio degli antichi, come descritto da Goldhill: ‘[…] tutti gli esercizi erano praticati senza vestiti e il pene era legato all’indietro durante le gare […] ci si doveva spalmare di olio e farsi spalmare poi dal proprio servo […]’. Ma una differenza significativa tra la cultura greca e le palestre di oggi”, scrive ancora “[è che] gli antichi Greci erano culturalmente molto più a loro agio con l’idea di “confrontarsi” con individui dello stesso stesso, ossia di poter oscillare da relazioni etero a relazioni gay, e quando si desiderava “scivolare” in direzione dei propri compagni dello stesso sesso ecco che la palestra era il posto adatto in cui andare.
L’articolo si chiude quindi con un’osservazione per nulla stupida: “‘Marky Mark’ e compagnia bella avranno anche condizionato le donne per il fatto di desiderare un uomo muscoloso e dagli addominali scolpiti. Ma il desiderio delle donne etero e degli uomini gay è stato influenzato e si rispecchia, invece, nella persona David Beckham".

Saturday, 13 February 2010

Optimal Proposal Age? Scopri l'età giusta per fidanzarti.


Scusate, lo so che è una malafissazione la mia… Mannaggia a me e a quando vado a leggermi 'ste cagate!
Dunque parliamo di: “Revealed (just in time for Valentine’s day): the maths formula that predicts your Optimal Proposal Age”. Fonte "Daily Mail".

Avevo promesso a me stesso che non avrei toccato l’argomento - per me - tristissimo "S. Valentino".
Bene. Avevo promesso a me stesso anche che non vi avrei ammorbato mai più con le lamentele ingiuste e ingiustificate per l’amore perduto, trovato, perduto e trovato ancora e poi ancora perduto… vabbè, insomma abbiamo e avete capito. Ma…?

Come rimanere indifferenti di fronte a queste parole e non discuterne con voi?
Eccole: “Se il tuo ragazzo ti ronza intorno, ma ancora non ti ha fatto nessuna proposta di matrimonio, facendosi vedere più interessato alla sua calcolatrice che a te, non disperare. Infatti potrebbe darsi che stia lavorando proprio alla sua proposta di matrimonio per te. Alcuni cervelloni in Australia sono usciti fuori con una equazione grazie alla quale, dicono, si può prevedere l’età migliore per fidanzarsi e fare – o farsi fare – una promessa di matrimonio, ma che sia davvero di un matrimonio lungo e felice.”

No, ma dico, ma vi pare? Ma siamo impazziti? Vogliamo davvero dare credito più a una formula matematica che al contadino che, palpandoci i fianchi, ci dice se siamo davvero pronti a mettere su famiglia, anche se siamo una coppia di due uomini o due donne?
A ogni modo, l’articolo del “Daily” di ieri dice che per la maggior parte della gente l’età adatta parrebbe essere i 27 anni.
H-hm… io l’ho già superata di 5, sigh! Però in linea di massima mi ci ritrovo.
Ma questa “Fiancée Formula”, come si calcola?

Dunque, care amiche da casa: prendete “l’età dell’uomo quando inizia a cercare seriamente una compagna per la vita e combinatela, quindi, con l’età più vecchia in cui sarebbe disposto a stringersi il nodo alla cravatta. […] Il risultato è l’età adatta”.

…No, scusate... Me lo ripeto da solo perché mi sono perso… Dunque: età di… inizio della ricerca… per cui… Oddio!
Eppure l’articolo continua a dire che si tratta di una equazione molto simile a un'altra usata in finanza come in medicina per individuare il momento giusto per entrare in azione al fine di massimizzare i successi, naturalmente riducendo i costi.

A questo punto va riletta davvero, step-by-step:
1. Scegli l’età a cui vorresti sposarti, per es.: 39, che chiameremo no. N
2. Stabilisci l’età più giovane in cui inizieresti a cercare moglie, per es.: dai 20 in su, che chiameremo no. P
3. Sottrai P da N (20 da 39) e poi moltiplica il risultato per 0,368
4. Il risultato è 6.992 da addizionare alla tua età minima (20)
5. E così ottieni 27 (vabbuò, più o meno), cioè quello che gli inglesi da ieri chiamano “Optimal Proposal Age”.
Pare proprio che funzioni.
Caro il mio amico Prof, lo so che tanto la tua domanda a questo punto sarà solo: “Ma perché moltiplicare proprio per 0,368?”. Gnè-gnè-gnè! Perché sì! Provaci e basta, ok?

Poi, se proprio ci tieni, ecco la formula iniziale elaborata dai matematici (quando l’ho vista, ho creduto che fosse un semplice errore di stampa, cioè macchie confuse d’inchiostro) :

∑ (n-k) (n-k-1) (n-k-2) … (n-k-r+2) x k x (1)
n (n-1) (n-2) (n-r+2) (n-r+1) (r-1)
Insomma che ho capito- adesso mi lascerete da solo, vi fidanzerete tutti.
Oppure vi dimostrerete maschi fino in fondo, dando prova del fatto che quest’articolo è stato scritto più che altro per le vostre/i compagne/i che lo stamperanno, strapperanno prontamente per sbattervelo in faccia reclamando il proprio anello?

Tuesday, 9 February 2010

L'imperatore di 'sti cazzi.


Alzi la mano chi fra voi porta gli occhiali e mai, almeno una volta in vita sua, al mattino, appena sveglio, s’è dimenticato di toglierli prima di lavarsi il viso, o farsi la doccia, ritrovandosi con le lenti insaponate o gocciolanti.
Alzi la mano chi non ha mai conservato in frigorifero un pacchetto di sigarette, o in freezer una crema per il viso.
Bene.
Ora alzi la mano chi, invece, come me stamani, almeno una volta s’è messo calze e scarpe, pronto a uscire di casa, dimenticando però di indossare prima le mutande e i pantaloni. Quando ci se ne accorge, intravedendosi riflessi nello specchio, ci si sente stupidi come nella fiaba dei vestiti nuovi dell’imperatore.
C’è sempre la prima volta.

Monday, 8 February 2010

A. Lonquich alla Scala.


La preparazione per una serata alla Scala per me ha sempre un che di ieratico. Mi diverte e mi esalta al tempo stesso. Star di fronte all’armadio spalancato, in camicia, mutande e calzini, ad annusare l’antitarme che avvolge quei pochi abiti che ho (vecchia abitudine ereditata dal nonno, quella dell'antitarme) e a scegliere la giacca, o la cravatta più adatta per poi finire col ripulire il cappotto buono dai pelucchi. Mi piace soffrire quel minimo di freddo sulle cosce e i polpacci, quanto basta ppì mi far’ arrizzar’i carni.

Ieri sera i velluti rossi della Scala mi hanno riscaldato più del solito, forse perché intrisi delle note romantiche di Schumann. E poi vedere M al violoncello, in quella sua posa plastica con la gamba sinistra leggermente protesa in avanti a sorreggere lo strumento, la schiena ritta e le code del tight pencolanti morbidamente dallo sgabello, rosso anch’esso.
Che invidia! Saper suonare così, far l’amore con la musica…
Non glielo ho mai detto, ma vederlo suonare me lo fa apparire completamente diverso da quando parliamo sul divano di casa, o a tavola di fronte a una pizza insieme ad A, E e C.
Diverso nel senso che mi dà l’idea di essere una persona completamente diversa. Cioè, so che è lui, sempre con la sua mente, il suo modo di pensare e rapportarsi al mondo – una Mente, certo, come lo è anche il suo A. Due Menti, in effetti. Eppure quando lo scorgo abbracciato al violoncello, fra tutti gli altri archi… non è lui. Diventa una silhouette, solo una di quelle silhouette su cartoncino di un artista di strada francese. Si trasforma.

La serata di ieri è stata patrocinata dalla Fondazione Bracco.
La signora Bracco era lì nel foyer, nel suo abito viola (a teatro!) ad accogliere il ministro Maroni e compagnia bella. Dicono che la Bracco abbia messo in cassa integrazione buona parte dei dipendenti. Non so se sia vero o meno. Certo, ieri sera alcun segno di tensione o preoccupazione traspariva dallo sguardo della madrina della serata. Possibile?
Lonquiche è stato impeccabile.

Wednesday, 3 February 2010

Maledizione!


Ahi, ahi, ahi!!
Sarà l'ulcera? saranno le troppe, davvero troppe pugnette? Sarà il nervoso che mi attanaglia perché mi so' lasciato scappare DS (non è un gioco della Nintendo)?
Chissà! Ma ho un brufolone in mezzo agli occhi, uno sopra il naso e un'altro dentro.
Vogliamo parlare dell'enorme fastidio che danno i sacchi di pus sulla schiena che appena ti lasci andare stremato sulla sedia avverti come uno spillone cinese a pungerti e (soprattutto se indossi una camicia bianca) poi te ne vai in giro senza renderti conto che la gente ti cogliona per l'enorme macchia di sangue misto giallo che pare che ti hanno pugnalato?
Che dire di quei "pimples" stronzi sul collo che la collanina affetta e riaffetta ogni volta che ci voltiamo a guardare qualcosa? Vroooom! Passa una moto, guarda! ...E zac! Tagliato! E giù pus!
Insomma, dove ce le teniamo tutte ste riserve di materia purulenta?
E c'è anche chi ti insegue supplicandoti di poterli schiacciare! Odddddddddiodddio!!