Monday, 22 February 2010

Padri e figli. Una disputa a volte troppo imabarazzante.

Credo sia una delle questioni più antiche. Il rapporto fra padri e figli. Mentre, si sa, le femmine patrizzano e hanno un rapporto tutto speciale e idilliaco con la figura genitoriale maschile, il rapporto di un padre con il proprio figlio maschio non è sempre dei più sereni. Non sono un sociologo e non voglio addentrarmi oltre, ma ho l’impressione che di solito di noi maschietti in relazione ai nostri papà o non si parla affatto – e quando così è dovrebbe significare che tutto fila liscio -, oppure quando se ne parla, è per dar voce a un’esperienza negativa.
Già Turgenev scrisse la sua opera più importante intitolandola proprio “Padri e figli”. E il fatto che si tratti dell’opera in cui per la prima volta apparve il termine “nichilismo” è tutto dire.
«Un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato» recita.

È dal “Sunday Times” che arriva un pezzo dello scrittore e sceneggiatore A.E. Hotchner che mi ha riportato con la mente a questi vecchi – ormai troppo vecchi - studi di russistica. Il titolo è “Paul Newman: the bad father - Paul Newman seemed a happy family man. But, as his friend reveals, the Hollywood star tortured himself over his tragic failure to be a good father to his self-destructive son”. In realtà un estratto da “© AE Hotchner 2010 Extracted from Paul and Me by A E Hotchner” in uscita con la casa editrice Simon & Schuster il prossimo 4 Marzo.
Beh sì che, anche lui, il biondo eterno dallo sguardo ceruleo e liquido, colui che anche a 83 anni era uno fra gli uomini più affascinanti del mondo, dicevo che anche a lui non fu risparmiata una buona fetta di problemi col figlio, Scott Newman, morto nel ’78 nella stanza di un albergo di LA per un’overdose da alcol e tranquillanti.

«Paul è stato un mio amico per più di vent’anni. Ho conosciuto Scott ch’era ancora un ragazzino. Entrambi mi parlavano dei loro problemi» scrive Hotchner ricordando la mattina in cui lesse del tragico evento. «Ero combattuto se chiamare subito Paul. Per dirgli cosa poi? Eppure dovevo. Aspettai a lungo prima che alzasse la cornetta. “Hotchner”, rispose con una voce forte e rauca. Ci fu una pausa interminabile. Paul era lento a rispondere per natura, ma quella volta era diverso. Stava combattendo con un’emozione mai provata prima. Alla fine disse: “È un male che va al di là delle lacrime”. Il senso di colpa sarebbe rimasto con lui per il resto della sua vita. “Come fai a fare ammenda per qualcosa che non si può riscattare?”».
Hotchner riferisce di quando, poco tempo dopo che s’erano conosciuti, Newman fu chiamato a sostituire l’attore James Dean da un regista che lamentava il fatto di dover lavorare con un attore “semi-sconosciuto”:
«Paul era riluttante, forse troppo. Riluttante non solo di sostituire l’amico deceduto (“Non voglio approfittare della disgrazia di nessuno”), ma perché non era sicuro che sarebbe riuscito a gestire la parte affidatagli. […] “Forse sto prendendo in giro me stesso”, disse. “Forse devo cambiare mestiere, ma credo sia troppo tardi per fare il dentista”» ricorda. Eppure la sua carriera fu brillante. Riuscì comunque a decollare. Si sposò due volte e Scott Newman era uno dei suoi tre figli; o meglio, l’unico maschio dei tre figli di Paul Newman. Dopo il divorzio dei genitori, Scott rimase a vivere a Los Angeles con la madre e le sorelle.
«[…] Non lo conobbi prima dei suoi 12-13 anni, quand’era in visita dal padre a Westport, Connecticut, dove ho vissuto anch’io. Quando arrivai lì, Scott stava facendo dei grandi salti su un trampolino in mezzo a un grande prato. Era un bel ragazzo, davvero grande per la sua età, sempre sorridente e disinvolto. Disse che un giorno avrebbe voluto fare il trapezista coi “Ringling Brothers”. Quando Paul, che s’era allontanato per non far spegnere la brace sotto la griglia, si avvicinò per unirsi a noi, Scott sembrò farsi subito deferente. Paul pronunciò alcuni commenti positivi sull’attività da trapezista del figlio, eppure entrambi non sembravano a loro agio l’uno con l’altro».
Dopo di allora Hotchner rivide Scott ch’era già un uomo, più alto e più muscoloso del padre, quando aveva già abbandonato gli studi, e faceva uso di alcol e droghe. Dopo diversi tentativi falliti di combinar qualcosa, su richiesta del padre, a Scott furono date alcune parti nei film in cui recitò lo stesso Paul Newman.
«”Scott è morto prima di avere la possibilità di diventare un… un qualcuno di successo […]”» nel suo nuovo libro Hotchner riporta le parole di Paul Newman.
«“Penso spesso a lui… Fa male. Il senso di colpa. Il senso di colpa. Tutto ciò che avrei potuto fare… non l’ho fatto”.
«Io risposi: “Hai fatto quello che potevi”.
«“Conosciamo un sacco di padri, no Hotch? Quanti di loro hanno avuto dei figli che si sono… che sono morti? Accidenti, perché non dirlo – che si sono suicidati? Questo è ciò che ha fatto Scott. Si stava suicidando lentamente e io stavo lì a guardare. E tutto ciò che ho fatto è stato fare film per diventare una grande star”».

Parole dure, come l’esperienza cui sono riferite. “Un ci vo’ chiavare nudd’” dicono dalle mie parti. Davvero è il caso di dirlo.

La mi domanda è: è vero che all’ombra di una grande quercia non può mai crescerne una della stessa stazza, forte uguale? Chi sarebbe disposto, fra voi, a dare finalmente la testimonianza di un rapporto claustrale con il proprio babbo per sfatare l’idea (solo mia?) di una reciprocità fra padri e figli maschi che spesso e volentieri è una reciprocità mancata?
Perché accorgersi sempre di aver perso qualcosa d’impagabile quando oramai è troppo tardi?

1 comment:

Anonymous said...

Ser madre es una de las asignaturas pendientes que dejo en mi vida,ya he renunciado.
Mas de una vez he advertido a mis sobrinos o a sus progenitores de ciertos peligros.
Muchas veces critico a los padres, pero después pienso. ¿Quien soy para criticarlos, si yo no soy madre? Ser padre o madre es la tarea más difícil en la vida.
Con respecto a las adicciones, solamente quien lo padece, es quien debe sentir la voluntad de cambiar. Afirmo que la respuesta del adicto es "No me molestes, yo puedo controlar esta situación" (no es una respuesa light pues va acompañada de agresión física-Raff pienso que te dije una vez). Padres, hermanos, amigos, hasta el de corazón más humano saben de esto y lo sufren. Pienso para que para los progenitores es un doble dolor que no se puede comparar con ningun otro: 1) ver que su propio hijo que creció desde su concepción tome esa clase de vida y se deteriore hasta la muerte y 2) ver que no acepta la ayudar (es el trabajo silencioso, cobarde y tracionero hace la adicción), se siente omnipotente.
En bioética, aprendí. El adicto no se cura, se rehabilita. Una vez que el adicto se haya rehabilitado tiende a "caer" nuevamente a la adicción.
Cuando me refiero a adicción, no solamente hablo de droga.

besos, beijos, baci,