Thursday, 25 February 2010

Stili e sfizi sessuali. La perversione fra le lenzuola (ma anche fuori) passando per la letteratura.


In uno dei suoi ultimi romanzi, cioè in quello dal titolo “The Act of Love” pubblicato da "Jonathan Cape", Howard Jacobson sostiene che «è quando si esplora i confini dei nostri desideri sessuali che diventiamo più pienamente umani».
Per questo Felix Quinn, l'eroe del romanzo, afferma che in fatto d’amore «a modo nostro siamo tutti malati». A Quinn, per esmepio, piace essere cornuto, godersi i momenti di solitudine mentre la moglie è via col suo amante. E, come sottolinea lo stesso autore, ciò può essere incomprensibile per alcuni uomini, ma non per altri, come lo stesso Quinn appunto.
«Nella vita erotica di uomini e donne non esiste quasi nulla di sano».
L’amore e le perversioni… Se ne sentono di cotte e di crude, vero? Di Franz Kafka – uno degli scrittori che ho imparato ad amare di più dopo gli studi germanistica e, soprattutto, grazie a C. Magris – si dice che fosse interessato alla pornografia hard più di qualunque altra cosa. Di Charles Dickens si narra che se la facesse con donne tanto giovani da poter essere sue figlie.
H. Jacobson ha ricordato poi, sulle pagine del “The Indipendent”, un’affermazione di Nietzsche: «Il senso del tragico aumenta e diminuisce in relazione alla sensualità». Ed è vero se si considera che nella letteratura come nella pittura spesso la pornografia è associata alla morte, quasi che scrittori, poeti e pittori vogliano giustificarsi di qualcosa, o meglio, quasi che vogliano giustificare questo sovente gusto per il porno e per la perversione. Secondo H. Jacobson la pornografia - in qualunque forma - ci serve per conoscere meglio noi stessi.
«Nel suo nulla inquietante, la pornografia ci familiarizza con l'umiliazione e la disperazione, con l'umiliazione e la perdita. E la perdita stimola l'immaginazione. […] Nel sesso come in tutto il resto. È solo da un acuto senso di perdita che vengono fuori storie, poesie, e che impariamo a liberarci da fantasie pericolosamente fuorvianti e ottimistiche che guardano al sesso come a qualcosa di intenzionale e gioioso, potremmo dire di propositivo, se considerassimo l’aspetto divino della procreazione a Sua immagine e somiglianza[…]. Il sesso è un vuoto a perdere, la pornografia invece insegna».

Quasi come prevedendo le disavventure di alcuni Onorevoli della nostra attuale politica italiana, al momento della recensione del suo proprio romanzo (2008), H. Jacobson scrisse a titolo esemplificativo della “perversione” di fare sesso a pagamento, affermando che ogni volta che lui incontra un uomo che dice di non essere mai andato a puttane («o perché il pensiero lo fa inorridire o, come viene più comunemente affermato, perché non vuol dare a intendere di aver bisogno di pagare per fare sesso») è convinto che quell’uomo stia mentendo, o peggio che sia «uno sciocco».
«Tra le molte ragioni per fare del sesso a pagamento la più forte è proprio la voglia di pagare; e il fatto di “voler pagare” non deve essere assolutamente confuso con un qualunque altro bisogno di chi paga. Sappiamo tutti di uomini famosi e affascinanti che possono avere - e hanno - tutte le donne [e gli uomini, n.d.r.] che vogliono', ma che poi sono stati beccati con una prostituta sul sedile posteriore delle proprie automobili. […]».
Ma stando così le cose, da dove nasce la voglia di fare sesso a pagamento? Alcuni la spiegano con la solitudine “di chi usufruisce del servizio”, la qual cosa, però, rientra nella sfera dei bisogni che abbiamo scartato poc’anzi; altri la riconducono a una forma di manifestazione di atteggiamento aggressivo maschile (le donne non pagano per fare sesso. O meglio, non quanto gli uomini). Eppure, secondo il nostro autore, sebbene ci sia indubbiamente chi paga per sentirsi libero di usare violenza su una donna, quando ciò accade è più facile che costui lo faccia non per affermare la propria mascolinità, ma per sminuire se stesso. «Si tratta di un'operazione ironica o autolesionista, un atto di scherno e di sottomissione, una specie di masochismo». E non è vero, continua, ciò che dice Catherine Millet (autrice della vita sessuale di Catherine M.) che il sesso può essere del tutto indipendente dal sentimento.
Già. È come se H. Jacobson volesse affermare che è nel sesso che riponiamo tutte le nostre fantasie e desideri, una grossa fetta della nostra personalità e dei nostri sentimenti più reconditi.
Come per il suo personaggio Felix in “The Act of Love”, come per Otello in relazione a Desdemona, il sesso non risparmia nessuno, «siamo tutti pazzi allo stesso modo e non ci conviene assumere un atteggiamento censorio sulla vita sessuale degli altri».

A questo punto mi torna in mente quel Manifesto inneggiante alla libertà dei costumi sessuali che mio padre mi portò in regalo dal “Museu de l’Erotica” di Barcellona, poco tempo dopo che parlammo per la prima volta a quattr'occhi dei miei, di costumi, cioè dell’orientamento sessuale di suo figlio.
Non è che noi due condividiamo granché, ma indubbiamente fu, quel regalo, un gesto che riaffermò l’ampiezza di vedute di cui è andato sempre fiero – e aggiungo giustamente, perché effettiva. Che io ricordi, il suo primo insegnamento per noi figli fu: «Non dovete ledere la libertà dell’altro. Questa è la cosa più importante. Per il resto potete fare quel cazzo che vi pare».

Allo stesso modo conclude Jacobson: «È troppo crudele pensare che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di condurre la nostra vita sessuale».
“Siamo tutti malati”… Vale la pena di ripetere il concetto.
O siamo tutti sani?
Fatto sta che, come per tutte le malattie, anche per le nostre perversioni sessuali, o per i nostri semplici sfizi, qualcuno ha cercato di metter su una specie di studio eziologico.
Lo riferisce un altro vecchio articolo del “The Indipendent”, dal titolo “Desire: What really turns us on?”.
Cosa ci infiamma davvero? È possibile trovare elementi comuni fra ciò che, per esempio, accende il mio desiderio e il vostro? Beh che, tempo addietro, John Walsh e Catherine Townsend hanno cercato di scoprire la verità in merito. Il primo ha analizzato la libido maschile, la seconda quella femminile.
Si chiede il giornalista del quotidiano americano: «Che cosa è il desiderio? È un tram di New Orleans. È un album di Bob Dylan, e un film di Marlene Dietrich. È il titolo di 13 brani, tra gli altri, quelli degli U2 e di Geri Halliwell. È il nome di una marca di cioccolato fondente», ma soprattutto «è la causa di infiniti problemi tra uomini e donne»…

(Fine prima parte – To be cont’d)

1 comment:

Anonymous said...

trovo molto interessante questo post..sto scrivendo una tesi di laurea sulle perversioni sessuali sulle opere dell'inglese mcewan, c'è da sbizzarrirsi.
sono anche uno scrittore, se ti va contattami
http://www.blogletteratura.wordpress.com/
lorenzo.spurio@alice.it