Wednesday, 31 March 2010

Se sei single muori prima

Come molti di noi, della notizia che vado a darvi di seguito non sarà felice neanche Ricky Martin che ha appena fatto coming-out e che quindi, è chiaro, non si sposerà mai (Yuppie!! Quando si dice che i sogni diventano realtà e che esiste una giustizia divina!). Eppure proprio il signor Martin potrebbe rappresentare l’eccezione alla regola.
«Gli uomini sposati campano più a lungo perché le loro mogli li assillano affinché vadano dal medico». Lo dice un ricerca inglese. «Inoltre, uomini e donne impegnati sono più propensi a fare regolare esercizio fisico, aggiungendo anni su anni alla loro vita». Chi l’avrebbe mai detto? Ma soprattutto chi ci crede? Già, perché è così che continua il “Daily Mail Reporter”:
«Lo studio, che sarà presentato alla conferenza annuale della "Royal Economic Society" presso l'Università del Surrey, getta nuova luce sui benefici del matrimonio. I sociologi hanno riscontrato che gli uomini sposati hanno il 6% in più di probabilità d’andare dal medico rispetto agli uomini single che non hanno nessuno che ogni tanto dica loro di fare un check-up».
Che siano single o sposate, al contrario degli uomini le donne pare che abbiano le stesse probabilità di andare dal medico. È chiaro, ha detto Hendrik Schmitz che ha condotto lo studio, come i risultati abbiano dimostrato una vasta gamma di vantaggi dell’essere coinvolti in una relazione a lungo termine.
Mi domando se ci sono ulteriori distinzioni da fare. All’interno della categoria degli uomini non-sposati e all’apparenza così incapaci, intendo.

A chi credere? Gli studiosi dicono che gli sposati campano di più, ma alcuni miei amici sposati hanno già commentato:
«Sarà... ma se anche io ci guadagno qualche anno in più di salute andando dal medico, ci pensa mia moglie poi a ritogliermeli!».
Forse no. Forse è tutto vero. Se sei single sei condannato! Anche se R. martin è single e sembra messo piuttosto bene e in salute.
Mah! Un motivo in più, per me, per trovare assolutamente ‘nu vett’ e scupa che oltre a portarmi al cinema il sabato sera mi ricordi di andare dal medico ogni tanto. Giusto per non ridurmi allo stadio di “cane abbandonato e malridotto”.

Cari ragazzi, non scherzateci su. Una visita dal medico ogni tanto è d’obbligo.
Se poi il vostro medico somiglia più a G. Clooney in "ER" che al dott. Zoidberg in "Futurama", tanto di guadagnato.

Tuesday, 30 March 2010

I love shopping... con mammà

E se incontrassimo l’anima gemella mentre siamo a spasso con mammà?
È stata una settimana un po’ dura, questa. Senza che ve ne siate accorti, Milano è stata invasa dal babbo con la sua donna, da mamma, zio, zia, cugino, cugina e relativo fidanzato, Mingo, Cacchio, Picchio e così via… Amen! L’occasione è stata la specializzazione del mio amato fratello genio.
Vai a prendere uno, accompagna l’altro, prenota cene qui, corri là… “Ma io volevo vedere la mostra di Goya, visto che ci siamo… Sarebbe un peccato perderla, no?”; “Ma io volevo approfittarne per comprare un trench!”; “Ma…”; “Ma…” e ancora “Ma…”
E così domenica pomeriggio mammà e io ce ne siamo scappati a braccetto in centro, per i cazzi nostri. ‘Fanculo tutti. Quando si suol dire: “cuore di mamma!”. Sì, perché non solo la povera donna mi ha dovuto scortare per le boutique più frocie della città meneghina, assistendo in silenzio al mio suicidio finanziario mentre strisciavo la carta di credito per portarmi a casa le magliettine e i golfini più trasparenti che siano mai stati tessuti per le serate della stagione primavera-estate 2010; non solo ha dovuto sorbirsi le mie menate sul fatto che a causa della mia altezza non trovo mai le taglie dei capi che mi piacciono di più (avrà pensato “per fortuna”, visto ciò cui miravo)… No, infatti – non solo questo.
Finalmente siamo entrati in un negozio di scarpe dove ha potuto cominciare a guardarsi intorno con calma.
«Ahi, i miei poveri piedi. Sono distrutta!».
«Dai siedi e misura qualcosa, così ti riposi».
Per non farla muovere, mi sono allontanato a caccia di qualcuno cui chiedere i numeri che le interessavano. Così ho trovato un commesso che somigliava alla versione pelata di Milva e che subito l’ha accontentata.
«Intanto faccio un giro» ho detto, mentre lei iniziava a misurare le tanto ricercate scarpe blu da abbinare al suo vestito nuovo. Quindi mi sono diretto verso il reparto maschile. Gli occhi guizzavano da un paio di scarpe all’altro, curiosi, palpitanti per il senso di colpa per l’ennesimo prelievo che stavo per infliggere al conto in banca - già quasi in rosso - e la smania di non uscire di lì se non senza… Lui!
“E questo chi è?” ho pensato dopo aver sollevato lo sguardo dallo scaffale ritrovandomi di fronte alla figura snella e slanciata di un esemplare d’uomo biondo e riccioluto dall’aria più dolce che abbia mai visto.
«Posso aiutarti?» mi ha chiesto con un sorriso che mi ha disciolto nel momento stesso in cui le parole gli uscivano di bocca.
Al che ho afferrato la scarpa dalla scansia di vetro:
«Hai il 44 di queste?».
Mentre sfoggiava il suo secondo sorriso lo vedevo muoversi al ralenti. Il che, so bene, per me è un brutto segno. Pessimo direi.
«Sì, vado a prenderlo» ha risposto con dolcezza.
«Ra-a!!» mi ha chiamato a quel punto mia madre dall’altre parte del negozio.
«Guarda,» dico all’angelo biondo «mi trovi di là. Ti spiace se ti faccio cambiare… reparto?».
Ha fatto cenno di no con la testa, senza mai spegnere quel sorriso che se fosse stato un gusto di gelato, l’avrebbero chiamato “gusto del mese”, come da Grom.
«Eccomi, ma’. Che succede?».
«Uffa, guarda! Non mi entrano. Ho i piedi come due zampogne…».
Intanto era sopraggiunto l’angelo biondo con in braccio le mie scarpe nuove:
«Ecco il 44» ha riso ancora.
«Fantastico!» ho detto forse un po' troppo eccitato, non lasciando bene intendere se mi ero riferito alle scarpe o a lui.
Il tono di voce era stato sufficiente a far voltare mia madre nella mia direzione:
«M-mh» ha tossito a quel punto. «Sono troppo PICCOLE, secondo me» ha commentato. E ho capito che forse non parlava delle calzature.
«Le tue? Ma no, ti stanno benissimo» ho risposto imperterrito, in preda agli ormoni e non staccando gli occhi di dosso all’uomo in T-shirt e in pantaloni neri. Era la prima volta, in effetti, che m’interessava qualcuno e non mi fermavo a considerarne l’età, tanto m’aveva preso.
Dopo aver misurato le scarpe:
«Le compriamo!» ho aggiunto.
«Ti stanno proprio bene» ha fatto lui, sfacciato eppure timido.
«Eh? No,» ha ribattuto mia madre «Io non sono proprio convinta. Forse faccio una cavolata. Non so…».
«No-o! Le prendiamo. Sono carinissime e ti stanno bene» ho insistito io, continuando a fissare il giovane che ha risposto sempre più melenso:
«Magnifico!».
«Grazie».
«Porto in cassa?».
«E va bene» ha concesso rassegnata mia madre «In fondo è la tonalità di blu che cercavo».
Ah, ragazzi, che dire? Le scarpe, sì, sono belle davvero. E lui…
«È un po’ piccolino… secondo me… almeno…», tanto per usare le parole di mia madre che così ha insistito la sera stessa «…Però è carino».

Friday, 26 March 2010

Sogno o son desto?


L’essere umano… Il solito animale! Sempliciotto più di quanto si creda. Non dico antalgico, ma quasi. Banale forse? No, neppure. Sarebbe ingiusto ed esagerato. Potremmo invece definirlo, in maniera scontata, complesso nella sua genuinità. Lo aveva capito Artemidoro qualche tempo fa, esattamente nel 200 d.c., milleottocentodieci anni addietro.
Come me, un mattino anche Artemidoro evidentemente si svegliò in preda a uno scombussolamento interiore a seguito di un qualche sogno conturbante. La differenza è che lui finì con lo scrivere un trattato scientifico che, ripeto, ancora milleottocentodieci anni dopo è un punto di riferimento per molti.
“Oneirokritikaé” è il titolo, ossia “Onirocritica” – un’opera composta da cinque libri tutti dedicati ai sogni che l’autore distinse in: sogni legati al passato, al presente e al futuro, gettando così le basi della psicologia dell’inconscio.
Artemidoro raccolse oltre 3.000 sogni. Sogni intesi come specchio delle nostre esperienze passate, a volte mal digerite, o quasi del tutto rimosse; specchio dei nostri problemi attuali; e in fine i sogni premonitori. Già, di questi ultimi Artemidoro ne raccolse diversi che poi finirono con l’avverarsi (dicitur).
Ma cosa aveva sognato ‘sto gran pezzo di greco? Beh che, se potessi raccontargli i mei, di sogni! Spero solo non si tratti, anche nel mio caso, di sogni premonitori…
Sembra che tutti almeno una volta nella vita ci siamo svegliati di soprassalto in preda a brividi derivanti da sogni per tanti versi “sconvolgenti, a tratti allucinanti”. "I sogni sono messaggi provenienti dall’inconscio che rivela i nostri sentimenti più profondi[…]", afferma Craig Hamilton-Parker in “Fantasy Dreaming”. "In particolare essi possono portare alla luce molti desideri sessuali repressi, i nostri sensi di colpa o le nostre paure inespresse in fatto di sesso". Si dice che sognare di far sesso con uno sconosciuto significhi che il nostro subconscio vuol darci un messaggio riguardo al rapporto che abbiamo con noi stessi; sognare genitali altrui in genere suggerirebbe, invece, preoccupazioni circa la sessualità della persona in questione, o altri problemi personali; sognare che il proprio uomo abbia un amante sarebbe indice di preoccupazioni e incertezze sulla relazione in corso, come se avvertissimo che alla nostra storia manchi qualcosa…; sognare situazioni sessualmente scioccanti e imbarazzanti è indice del fatto che attraversiamo un periodo ricco di ansie e paure, mentre sognare di farlo con un familiare è indice che abbiamo dei problemi nel rapporto con quella persona, e non che siamo deviati; sognare un rapporto sessuale in cui il nostro partner è aggressivo indica che la nostra relazione è sbilanciata, o che l’altro ha più successo di noi ai nostri occhi; etc… etc…
Ma al di là dei sogni a sfondo sessuale, volete una confidenza che davvero non ho mai fatto a nessuno?
All’età di nove anni circa mi ritrovai in uno strano sogno. Il protagonista era un uomo vestito di nero, con bastone e cilindro, alto ed emaciato; il topos era una landa desolata, qui e lì stamberghe in pietra. L’uomo nero correva, correva e io l’inseguivo. Poi la situazione si capovolgeva ed era lui a inseguire me. E poi… poi mi svegliai con la sensazione di qualcosa di incompiuto.
Da allora lo sogno regolarmente. Ogni volta che lo incontro è sempre più vecchio. Col passare del tempo siamo cresciuti entrambi e il nostro rapporto è mutato. Non lo definirei un amico. In realtà non saprei come definirlo. In quel mondo io sono cosciente di essere un assassino. Di aver ucciso qualcuno, ma non ricordo come, e ogni volta che ritorno lì trovo un indizio che mi riporta alla memoria lo svolgersi dei fatti. E lui, quando le autorità di quello strano mondo mi danno la caccia, a volte mi mette in salvo, a volte li mette sulle mie tracce. Nemico/amico.
Sette anni fa (vivevo a Roma), al ritorno da una lezione all’università chissà perché mi fermai in cartoleria per comprare un carboncino. “Mi sa che ricomincio a disegnare” pensai. La stessa notte sognai di nuovo un’avventura al fianco dell’uomo vestito di nero. Prima di svegliarmi si mise a sedere su un rudere, come in posa. Mi guardò fisso alcuni istanti finché non mi svegliai e disegnai il suo volto (erano le 2.30 del mattino).
Ho ancora quel disegno. Lo conservo nel garage di casa. Ogni volta che osservo quello sguardo che io stesso ho ritratto rivivo il sogno di quella notte. Era ancora giovane, l’uomo nero. E quegli occhi racchiudono il messaggio che lui ha sempre cercato di passarmi, nonostante sia muto, ma che io non ho ancora colto. Non sono ancora riuscito a interpretarlo.
Vorrei poter tornare indietro nel tempo per discuterne con Artemidoro. Vorrei sapere se lui ha mai creduto in vita sua che un sogno possa non diventare, bensì essere la realtà stessa.
Chissà come finirà quest'avventura. Ogni tanto cerco di immaginarlo, sono curioso e un po' spaventato, ma so già che nel prossimo sogno non succederà mai ciò di cui ho fantasticato. Come se non fossi io il padrone del mio sogno. E' una continua sorpresa.

Thursday, 25 March 2010

“Mondo EX” (Matvejević fra teatro, letteratura e contestazione)

Predrag Matvejević è uno dei nostri scrittori preferiti. Di noi russisti intendo (ex russisti nel mio caso). Mio e di “Alisja” nello specifico. Lo è stato da subito. Da subito dopo aver letto il suo “Mediterraneo”. Ne ho già parlato in passato e, se avete fatto caso ai titoli che cito ogni tanto, avrete capito anche qual è il filo rosso che lega le mie letture.
Matvejević è nato a Mostar, oggi parte della Repubblica Indipendente di Bosnia-Erzegovina. Per metà di origini russe e per metà croate… Una tale mente non poteva che essere frutto di una mistura di culture.
Ho fatto appena in tempo a conoscerlo, dato che nel 2007 lasciò “La Sapienza”.
“Premio Strega europeo” nel 2003; “Prix du meilleur livre étranger” nel ’93; il Presidente della Repubblica Italiana gli ha attribuito la cittadinanza e la “Stella di Solidarietà”. Che altro aggiungere?
Questo: che oramai da un po' è uscita la versione rivista e ampliata (con postfazione di C. Magris!!) di “Mondo Ex" del 1992, un libro sotto forma di confessione che naturalmente non ha nulla a che fare con le cagate che vi ho snocciolato nei giorni scorsi sugli Ex-fidanzati. Mondo Ex è, infatti, il suo mondo (l’ex mondo), parte dell’Europa dell’Est. Ed è un'opera valida ancora di più oggi per noi italiani. Perchè?
Beh, ne parlo oggi perché in un’intervista non molto vecchia a proposito dell’opera sopra citata Matvejević ha trattato il tema del legame fra teatro e mondo politico e, più precisamente, della contestazione. Un tema che ultimamente dovrebbe star molto caro anche a noi italiani, vi pare? Ce lo ricorda dì per dì A. Di Pietro con il ritmo insistente di un martello pneumatico, ce lo ricordiamo noi che siamo in fremente attesa che ci si pronunci in via definitiva a proposito dei Pacs, o Dico, o Cus, o Didorè, insomma… abbiamo capito (sì, capito che non si arriverà mai alla fine).
Mi riferisco al ricordo di chi la contestazione l’ha vissuta per davvero – i nostri nonni, o forse anche i nostri genitori - e che oggi dovrebbe avere il compito di rinfrescarci la memoria di fronte a una società che ogni giorno di più “ni fa’ bbènr’ u rovescio”, come si dice dalle mie parti.
Matvejević che s’è fatto un po’ di carcere e che è stato esiliato dalla sua patria, dice:
«[…] ho capito che l’esilio neutralizza la parola, la allontana dal suo vero scopo: il pubblico immediato. Osservo il mondo "ex", il mio mondo, e ho scoperto che in tutta l’Europa dell’Est, paradossalmente, il teatro non riesce ad essere quello che era con il regime totalitario. Nella Russia di Breznev il teatro di Taganika di Liubimov era una continua […] messa in questione del regime, dell’ideologia; penso anche ad alcuni teatri di Praga e di Varsavia, […] penso ad un regista italiano di prim’ordine che ha rivoluzionato il teatro in Jugoslavia, Paolo Magelli […]. E adesso? Con le libertà che si sono aperte, non c’è nulla di simile. […] Per me il teatro è una vera confessione: si confessa un autore, una compagnia, un atteggiamento, una società. Ed è per questo che nel mio ultimo libro ho scelto la forma della confessione, una prosa che prosegue una ricerca già iniziata. Il romanzo, infatti, è un genere esaurito, e ho sempre cercato uno spazio non sfruttato, possibile per il rinnovamento: il breviario, l’epistolario, e finalmente qualcosa mi spingeva verso un’espressione teatrale, dando a queste confessioni una forte connotazione di oralità, di comunicazione. In un mondo "ex", alla fine del secolo, viviamo senza un’idea di emancipazione [grassetto mio]: e questo può dare una chance al teatro, la parola teatrale potrebbe offrire un orizzonte, almeno sul palcoscenico».
Leggo le parole di Matvejević e ripenso ad alcune lettere di lettori de “Il Fatto Quotidiano”, italiani che vivono all’estero e che minacciano di portarsi dietro anche i figli rimasti qui con le madri; ripenso ai miei sogni di scappare via, lontano a mia volta, pur se in preda alla frenesia polemica e al momento più che chimerica di tornare nella terra in cui affondo 2/3 delle mie radici. Leggo ancora:
«[…] vengo da Zagabria, dove ho vissuto trent’anni ed ogni parola che potrei dire contro la Croazia sarebbe un tradimento. D’altra parte andavo spesso a Belgrado, vivevo in sintonia con tanti scrittori di Belgrado, ed ogni parola critica che posso dire nei confronti dell’orribile regime di Milosevic, che ha umiliato la Serbia, sarebbe un oltraggio. Oggi il discorso critico non trova il suo spazio: cerco palcoscenici sociali in cui la mia parola sia solo la mia parola, né tradimento né oltraggio. Il teatro si trova tra silenzio ed obbedienza: o non scrive, non critica, non dice quello che pensa sul regime, oppure scrive una cosa nulla, neutra, insignificante. Sono aspetti diversi di una grande alternativa: rifiuto radicale o elogio facile. Ho vergogna di quelli che elogiano non solo nelle situazioni tragiche ma anche quando c’è da elogiare».
Come commenterebbero a Rossano (CS): “Palor’ pisanti!”.
C’è alcuna chance che l’Ex Mondo di Matvejević diventi anche il nostro mondo?
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L’intervista per intero la potete leggere su: http://www.alinet.it/etinforma/2/unorizzonte.htm

Tuesday, 23 March 2010

Credo che il bianco… ma anche il nero

Michael Pastoreau, l’autore francese del trattato sul colore nero (quasi a rispondere a Leonardo da Vinci che lo chiamava il “non colore” per eccellenza) con cui ha messo “ulteriormente a fuoco l'influenza semiotica dei colori nella coscienza occidentale”, ha scritto ancora in “Il Blu Lentamente” pubblicato su il “Tempo!” che «[…] di fatto l’occhio umano può realmente distinguere con certezza solo un centinaio scarso di sfumature (forse duecento nei soggetti particolarmente dotati) e il lessico non permette di nominarne che poche decine. […] il colore non ha un’esistenza di per sé; se ci si rifiuta di ammettere questo, non si può capire assolutamente nulla nei fenomeni storici, sociali, culturali e simbolici a cui esso si ricollega».
Nulla da ridire, no?
Ecco perché, probabilmente, finisco col non capire mai una beneamata cippa-lippa di ciò che mi circonda.
Mi spiego: stavo confrontandomi con un amico circa una situazione sentimental-sessuale (tanto per cambiare) e, dopo lungo parlare, mi è stata mossa questa osservazione:
«Ma perché devi essere così categorico? Per te è sempre tutto o bianco, o nero. Guarda che esiste anche il grigio! Ma lo sai che l’occhio umano percepisce fino a 11 sfumature di grigio?».
Io??
No, dico, categorico io?
Per anni e anni sono stato rimproverato a causa del mio essere sempre a cavallo della linea di confine, fra il bene e il male, per il mio essere quello che vuol vedere a tutti i costi il buono e il cattivo in tutte le cose e in tutti gli individui, il bianco e il nero in qualsiasi faccenda… e ora? Certo, voler vedere il bianco e il nero non significa ancora riuscire a scorgere il grigio e, forse, è altrettanto vero che se anche in certi frangenti riesco a scorgere il grigio, non ci riesco nelle questioni di cuore.
Non me l’aspettavo.
Tuttavia, non è forse ancor più pericoloso individuare sfumature di grigio in amore?
«Il bianco o il nero», ha scritto qualcuno, «la luce o l’ombra, la verità o la falsità… La vita e la morte». Esiste forse uno stadio intermedio fra vita e morte? Esiste forse un piede che riesce a calzare due scarpe contemporaneamente?
Anche quando ti portano un bicchiere d’acqua pieno esattamente per metà, c’è sempre qualcuno che ti rompe il cazzo chiedendo se lo vedi mezzo-pieno o mezzo-vuoto, per farti prendere una posizione. Per etichettarti come ottimista o pessimista. Perché questo vuol dire vedere solo il bianco e il nero di qualcosa: etichettare.
E poi… Poi ti rimproverano di non vedere il grigio?
Non saprei. In principio credevo di vederlo, e come! Ed ero felice. Credevo di essere per le mezze misure che per me sono sinonimo di tolleranza. Ma da ieri, da quando mi hanno fatto credere di non averlo mai creduto veramente, beh che, ecco, credo d’iniziare a non crederci più. Cioè, credo di doverci riflettere su. Ancora.

Monday, 22 March 2010

Arrivederci e grazie

Vi è mai capitato di finire a letto con una persona, diciamo così, “per sbaglio”?
Magari avevate bevuto un po’ troppo, anzi tanto che ve ne siete resi conto solo il mattino dopo, guardando le valigie sotto gli occhi della persona che vi siete ritrovati a fianco, ma anche riuscendo a sentire la vostra stessa rancida fiatella…

A me è capitato una notte di un capodanno di qualche anno fa… Ne ho raccontato scherzosamente in “Volevo essere Miranda Hobbes”©, un romanzetto molto leggero che forse – per fortuna? - non vedrà mai la luce. Di quella notte ricordo solo che mi chiamava col nome del suo fidanzato (io, tanto per cambiare, ero ancora schétto). Comunque anche io non lo chiamai col suo nome.

Oppure vi è capitato di avere un avventura del tutto coscientemente, e se sì non c’è pur sempre stato quel problema del “dopo”, ossia di quando ci si chiede: «E ora?».
Già, come si fa a uscire da certe situazioni? Si è lì che si vorrebbe scappare, o scacciarlo dal proprio letto - a seconda dei casi -, ma non si sa come fare…
Esiste un modo per farlo con classe , o la classe non c’entra nulla? Non è sempre e comunque un po’ imbarazzante?
Il tema l’hanno affrontato Caroline Tiger nel nuovo libro “How to Behave: Dating and sex” e Lola Augustine Brown su Lavalife.
«Il “restare o andare?” è un enigma comune a coloro che sono abituati a rimorchiare, ma Caroline Tiger dice che se non si ha nessun rapporto con la persona con cui si è stati a letto allora non c'è l'obbligo di rimanere anche a dormire, o di farlo rimanere».
Se lo si fa dormire da noi dopo il sesso, magari perché alla fine di tutto era già passato l’ultimo autobus e tutti i tassisti erano morti, o fuori c’erano -20°c, beh che è necessario decidere se il mattino dopo gli si dovrà offrire anche la prima colazione (che in questo caso si chiama “prima” nel senso che viene prima di sbatterlo fuori di casa).
Per esempio: «Esther, [è una che] si vanta di essere una buona padrona di casa la mattina dopo la notte del fattaccio. "Io faccio il caffè e i toasts, permetto di usare la mia doccia e li mando via con un bacio sulla guancia ringraziandoli di tutto", dice». Tutto in perfetto accordo con la Tiger che afferma che è proprio così che va gestita la situazione: «Se sei l'ospite della “one-night stand”, penso che sia educato offrire un caffè e qualcosa da mangiare al mattino. È giustappunto ciò che si fa quando si gestisce una guest house, con la differenza che in questo caso si tratta di una cortesia, e non di non un obbligo».
Ciò di cui non c’è assolutamente bisogno – non fate il mio errore – è scambiarsi il numero di telefono!! La Tiger in proposito ha detto che il modo più elegante per uscirne è «con un sentito grazie e non con false promesse. […] Non dire che lo chiamerai se non ne hai intenzione». Basta ammettere che è stata una grande serata, basta uno “stammi bene” e poi via.
Lo trovo giusto. Io ricordo che quel capodanno, prima che si svegliasse e prima di andarmene sotto la doccia gli lasciai un bigliettino poggiato alla tazzina del caffè:
«Bella serata. Sono stato bene. Paolo». Cioè che m’ero firmato col nome con cui mi aveva chiamato tutta la notte. E che non era il mio. Non ha avuto il coraggio di scusarsi e/o fingere di essere interessato a me oltremodo e, per fortuna, s’è defilato in fretta.
A volte capita. Anzi, capitava…

Sunday, 21 March 2010

Lo vedo ovunque, ma non esiste. Chi è?

Quando si compie un percorso di studi del tutto inutile e ci si ritrova a svolgere un lavoro che non si credeva neppure potesse esistere; quando ci si sveglia un giorno qualunque, dopo aver varcato da un pezzo la soglia della trentina e, spogliandosi davanti allo specchio prima di entrare in doccia, si scorgono i primi capelli bianchi, i primi peli bianchi sul petto e in mezzo alla barba cui ci si è tanto affezionati, ma così tanto da non riuscire più a immaginarsi senza; quando si riflette sulle fantasie che si avevano a quindici anni su come sarebbero stati i trenta, i trentadue, trentacinque, su quello si sarebbe fatto a quest’età, sulla persona che si voleva avere al proprio fianco; quando si intuisce che tutto ciò è… svaporato, che non c’è più, così come non ci sono più i quindici anni e per la prima volta si capisce di essere invidiosi delle generazioni più piccole che – stupidi! – giocano a essere più grandi, proprio come si faceva noi alla loro età; quando ci si pensa bene e ci s’immagina fra altri trent'anni, quando saremo ancora più bianchi e raggrinziti, ma pur sempre da soli e chissà davanti allo specchio di quale casa, in quale città del mondo, perché tanto oramai, si sa, non vale più la pena fantasticare su una casa o una città ideale perché tanto il futuro che non si risparmia mai di deluderci, immancabilmente… Beh che, forse, in questo caso si possono giustificare le nostre allucinazioni, vi pare? Non c’entra affatto la teoria dell’ “Homo faber fortuna suae”, no. Ma il vederlo ovunque, questo sì.
Come è possibile che un uomo che ha deciso di smettere di sognare vada in giro e veda, o creda di vedere ovunque la persona giusta, il compagno o la compagna di una vita mai vissuta?
Non vi è mai capitato? A volte è una persona che abbiamo incontrato per davvero. Magari al supermercato, o nella macchina di fianco alla nostra, in mezzo al traffico. O forse è una persona di cui abbiamo incrociato lo sguardo mentre eravamo in giro a fare shopping. O forse no. Forse è una persona che non abbiamo mai visto, puro frutto della nostra fantasia.
Ma come succede che questa persona, da un giorno all’altro, la scorgiamo ovunque? La vediamo camminare dietro di noi mentre andiamo al lavoro, oppure seduta davanti a noi in metropolitana mentre torniamo a casa. E sempre così, con quell’aria teneramente distratta, come se stesse aspettando che noi l’approcciamo, che irrompiamo nella sua vita per sconvolgergliela perché sappiamo che comunque sarebbe ben lieto di essere sconvolto da noi. A chi non è mai capitato?
Ci sono persone che incontriamo per caso e che sentiamo essere fatte apposta per noi, ma che non abbiamo il coraggio di far entrare a far parte della nostra vita, per poi pentircene. Tanto che poi cerchiamo di rimediare cercandole ovunque. Andiamo al cinema nella sola speranza che sia lì. Andiamo a fare la spesa ogni giorno in un supermercato diverso della città nella speranza di avere il gran culo di essere capitati proprio nel suo quartiere nel giorno in cui, guarda caso, ha finito la carta igienica o il detersivo per i piatti.
Ci sono giorni in cui si è talmente soli che si fa anche questo e in cui si torna a casa con la sensazione di essere ancora più soli, nonché pazzi e vittime di allucinazioni. Però a volte sono davvero delle allucinazioni stupende.

Friday, 19 March 2010

La Brioscia

«Donna Marì, c’è Bella!» gridò sorridente Mario da dietro il bancone, agitando la mappina per attirare l’attenzione della donna seduta composta dietro a un tavolo striminzito, in fondo alla caffetteria.
Maria sollevò il mento e lo vide indicare la porta. Quindi fece per alzarsi, ma lo scialle s’impigliò a una scheggia che sporgeva dalla sedia, trattenendola come un cane al guinzaglio. Eppure quel tanto le bastò per vederla, sua figlia, mentre si faceva spazio in mezzo alla calca. Un sorriso affiorò spontaneo. La sua Nellina… quant’era bedduzza!
«Nellina!» la chiamò facendo segno col braccio. Poi si voltò verso il ragazzo del bar che seguiva la scena per assicurarsi che fosse tutto a posto e, sdegnata, gli schioccò contro la lingua:
«Marù, “Bella” ci va’ chiam’ a sorta!».
Donna Maria era una donna fiera nell’aspetto. Istruita, diceva di tenerci alle buone maniere e anche, o come avrebbe detto lei “anghe” se non si sentiva, da ragazza aveva studiato dizione. Come Sofia Loren, diceva. Non si rendeva conto che il suo strano accento era una delle cose su cui non era riuscita a avere la meglio, che le non riusciva d’amministrare, come i cernecchi che rimetteva a posto di continuo dietro le orecchie, ma che continuavano a sfuggire dalla pettinatura elaborata, nonostante le ore trascorse dal parrucchiere. Aveva sempre sognato una figlia con cui confrontarsi, matura ed elegante proprio come riteneva d’essere lei. Ed era convinta di avere fatto sempre di tutto per renderla tale, la sua Nellina.
Mentre si rimetteva a sedere adagio, spinse in un angolo del tavolo il telefono cellulare e osservò la ragazza starle innanzi e srotolarsi dal collo cinque giri di kefiah.
«Ciao, Bella» le fece l’occhietto un ragazzo che usciva.
Nellina rispose con un cenno civettuolo del capo.
«Vieni, vieni gioia. Siediti. Lo vuoi un gaffè?» chiese Maria.
L’espressione della ragazzina mutò di colpo.
«Ma sì, va’ » rispose mezzo seccata, lanciando un’occhiata torva al bicchierino d’amaro che Maria stringeva fra le mani.
«Ma com’è ‘sta storia che ti chiamano “Bella”?».
«Niente» sorrise con falso imbarazzo e facendo spallucce, «È quella di Tuailàit. Dicono che c’assomiglio e…».
«La vuoi pure una brioscia?».
«No».
«Vabbè» tagliò corto la madre. «Passiamo alle cose serie…» e con nonchalance tracannò l’amaro in un sol sorso. «Hai pensato alla cena a casa di Edoardo? Guarda che ci tiene che ci sia anche tu. Gliel’ho promesso».
«Eddài ma’, è il tuo uomo e io non c’entro niente. Mizzica, hai sempre saputo come farmi sentire a disagio».
«No, davvero. Ci saranno anche i suoi figli. Hanno la tua età. Ti piaceranno. Non fare la solita guasta feste».
«Non mi va ».
Maria serrò i denti, pur continuando a sorridere, e si ravviò i capelli. Fece per bere ancora un sorso, ma si accorse che il bicchierino era ormai vuoto e sbuffò.
«Maledetti ciuffi!» borbottò poi. «La brioscia, la vuoi?».
«No-o!».
«Oh, mai disponibile tu! E io - l’ultima ruota del carro, come al solito. Quando parlo io è come parlasse lo scemo di turno. Non hai proprio il senso della famiglia… Capirai quando ne avrai una tua, forse. Guarda che…».
«Ah!» rise Nellina alzando leggermente il tono della voce. «La famiglia?». Poi si guardò attorno, con fare sarcastico. «Ma dici a me?».
«Guarda che non mi fai ridere» la rimproverò Maria.
«No, infatti. Fra noi due sei sempre stata tu la comica. “La famiglia…”» le fece il verso. «La famiglia cosa, mamma? Cosa? Dai, finisci. Magari l’hai pensata sotto effetto dei tuoi sciannacheddi d’amaro».
«Cretina».
«Te ne cali ancora la sera, sul divano, come facevi una volta? Dai, che devo guardare?, che magari stavolta rido davvero».
Il cellulare di Maria iniziò a vibrare contro il tavolo nodoso e s’illuminò come un flipper.
«Scusami. Devo rispondere… è Edo» si giustificò Maria, di colpo più affabile.
«Tranquilla» fece Nellina. E poi aggiunse sottovoce per non interferire con la telefonata:
«Mami, fra cinque minuti ho appuntamento con Vinz. Ti spiace se…?» “smammo”, fece segno con la mano.
«Ma che scherzi, gioia mia? Vai. Lo sai che mammina tua non t’ha mai trattenuto. Tanto anch’io…» e sventagliò lo scialle come a spingerla fuori dal locale.
«Già» aggiunse Nellina. «Non hai trattenuto manco tuo marito, figurarsi…».
«…No, Edo» rise Maria nel telefono. Già non le dava più retta. «Non dicevo a te, parlavo con Nella. …Sì …No, alla cena non gi viene. Sai com’è, gioca a fare la vambira….» e qui lanciò un’occhiata di traverso alla figlia. «Va bene. Fra due minuti sono da te».
Rimise il telefono in borsa, s’annodò lo scialle sul petto e chiese il conto. Poi si voltò:
«Nelli’, non hai preso la brioscia».
Ma era già andata via.

Thursday, 18 March 2010

S-Ex Files (II parte)

Continua la menata sugli EX, ma non solo.
Vi dico che uno dei motivi per cui rientro nella oramai nota “Generazione X(anax)©” è quella sorta di mania di persecuzione (certificata), derivante da una… ma sì, posso dirlo, da una personale e malsana mancanza di fiducia nel prossimo (la cui origine è ancora da accertare). E quando un sospetto pre-esistente si scontra con un pericolo concreto ecco che scoppia il putiferio. La minaccia viene percepita al quadrato e chi soffre del mio stesso disturbo sa quanto sia difficile mantenere il controllo della propria mente.
Il fatto è, come ricorda Kelly Jones su “Lavalife”, che tutti abbiamo un che di “Psycho” in noi. Ma c’è chi di questo folle ingrediente ne ha in quantità maggiore. Anzi che, a volte, è davvero il caso di dire in eccesso.
Volete una valida ragione per essere sospettosi nei confronti di un Ex che ritorna e per valutare più che bene la probabile apertura di un “Ex” o “S-Ex File”? Volete una ragione per non fidarvi nemmeno di un nuovo pretendente?
Entrambi potrebbero essere un tipo alla “Psycho” o, come dicono in Italia, “da neuro” e voi non ve ne rendete conto.
Esiste una differenza fra il solito Ex rompiballe, un ansioso che ti chiama una, due, tre volte (al dì) e ti lascia in segreteria tutti i suoi contatti, e l’ Ex di matrice psicotica.

La Jones ha indicato 6 indizi importanti per scoprire se stiamo frequentando un tipo alla “Psycho”. Vediamoli brevemente. Poi forse, se mi va e mi rimane un po’ di tempo, ve la racconterò io una storiella…
1. «Liar, Liar, Pants on Fire…» ha scritto la Jones «Le bugie possono sembrare innocue all’inizio, ma a volte suonano davvero troppo confuse, chiaro sintomo di una difficoltà comunicativa. […] Attenzione alle contraddizioni, all’eccessivo giustificarsi entrando nei minimi dettagli, allo scatenare drammi sempre al momento giusto».
2. «Stalk Talk» continua Kelly Jones «Non fatevi ingannare dall'immagine cliché del tizio in trench che va da un palo del telefono all’altro, seguendo la sua vittima dal bar fino a casa. […] Le tecniche dello stalker sono molteplici […] Se iniziate ad avere il sospetto di essere spiati [se ve lo trovate “per caso” in piscina, davanti al vostro sex-shop preferito - chi non ne ha uno? -, etc…] tanto da voler informarvi su come funzioni il programma di protezione dei testimoni, è probabile che abbiate incontrato davvero un pazzo lungo il vostro percorso».
3. «Scarred Out Of Your Wits?» è il titolo del punto tre. «Ad alcuni piace essere graffiati sulla schiena, a sangue. E ad alcuni piace essere messi “a pecorina” ed essere sculacciati fino sentirsi bruciare le natiche». Ma ben diversa è la questione se da gioco tutto si trasforma in un fatto di “branding”. Per la serie: quest’uomo è mio e lo dimostra il segno che gli ho lasciato addosso. "Un segno indelebile per indicare la proprietà dell’individuo".
4. «Mine, Mine, Mine! - Tutti siamo stati gelosi almeno una volta nella vita. Ma c’è gelosia e gelosia. Attenzione alla gelosia paranoide». Se chiunque voi salutiate è visto come una minaccia dal vostro partner, o dal vostro Ex, è il caso d’iniziare a scappare…
5. «Dai retta a me! – Un soggetto “Psycho” ha bisogno di attenzione costante, e se questo bisogno non viene soddisfatto si scatena l'inferno». Fate attenzione se, la sera, quando state per uscire per andare a bere qualcosa con gli amici, il vostro partner cade “accidentalmente” e si fa male tanto da costringervi a rinunciare alla vostra serata, o se il vostro Ex vi chiama raccontandovi dell’ultima disgrazia accadutagli chiedendovi di correre da lui. Controllo e potere. Vi tengono in pugno? Pensateci bene…
6. «Caveat [Avvertimento]». Kelly Jones finisce col notare che, in realtà, c’è poco da scherzare. Non c’è niente da ridere quando si è vittime di stalking, per non parlare d’altri tipi di persecuzione. «Per questo, se sospettate di essere pedinati, o siete perseguitati da un partner, o da un ex, non esitate a chiamare la polizia locale».

Wednesday, 17 March 2010

S-Ex Files

A volte capita che un Ex ritorni dal passato. Non è la prima volta che ne discutiamo. Ma vi è mai capitato?
Ecco. In tale circostanza io, da bravo membro della Generazione X(anax)©, vengo sùbito assalito da domande del tipo: “Che fare? Cosa sta per succedere? Si replica, nel bene e nel male? Aspetta, aspetta… com’è ch’era finita? L’avevo lasciato io, o…?”.
Un Ex che abbiamo lasciato e che decide di ritornare… Come si apre un “Ex-file”? Masochismo? Solitudine? Nostalgia?
A volte tornano per gelosia (quando noi ci rifidanziamo e loro rimangono single), a volte perché nostalgici dei bei tempi andati (personalmente ho rischiato più di una volta di diventare un Ex-file di questo tipo, ma per fortuna son riuscito a trattenermi); oppure, se sei etero e l’Ex in questione è donna, ecco che magari torna perché è incinta.
Ma cosa succede quando un Ex annuncia il suo ritorno esclusivamente per ragioni di… sesso? Che succede se, a pensarci bene, il ricordo che abbiamo proprio di quell’ Ex-sesso (“S-Ex”, come lo chiamo io) che è in procinto di risorgere “non era affatto male, anzi…” ?
Il ritorno di un Ex è per lo più una questione di tempismo. Bisogna valutare:
- Se ritorna mentre entrambi siamo fidanzati
- Se ritorna mentre solo uno dei due è fidanzato (chi fra i due?)
- Se ritorna quando nessuno dei due è fidanzato
- Dopo quanto tempo ritorna dalla rottura
Stabilire un grado di pericolosità in base alle quattro ipotesi elencate sopra non è facile. E non bisogna credere che sia più facile aprire un “S-Ex File” quando entrambe le parti sono libere. Credete a me.
Se abbiamo avuto una relazione con una persona è perché avevamo qualcosa in comune, tanto da formare una coppia. Bisogna capire poi se in certi casi questo “tanto” può ridursi al sesso e basta. Perché se decidiamo di rifrequentare un “Ex” forse rischiamo di riaccendere ben altri fuochi, meno piacevoli della passione bruciante di una scopata. Infatti se la relazione precedente s’è interrotta vuol dire le cose che non andavano soverchiavano quelle che funzionavano.
Ecco perché bisogna sapere sempre come e quando è opportuno riaprire un Ex-file, anche quando si tratta di un “S-Ex File”.
Rimango dell’idea che bisognerebbe accertarsi su quale atteggiamento sia più dannoso per noi, ma anche per l’ Ex. Anche se c’è chi decide di rifrequentare un ex-fidanzato come alternativa a un sabato sera a casa, da soli.
Un altro elemento da considerare riaprendo un “Ex, o S-Ex File”, secondo me, è: chi ha lasciato chi?
Mi è capitato di riaprire un “S-Ex File” con una persona che avevo lasciato con la pretesa di dimostrarmi rispettoso e sincero. È successo che m’ero accorto che da parte mia non scoccava la scintilla, mentre lui iniziava a essere sempre più preso. La situazione era quindi sbilanciata e di conseguenza mi ero detto che non era giusto nei suoi confronti e ho finito col mollare, pur non essendo sicuro al 100% - dopo due mesi - che i miei sentimenti non potessero evolversi e trasformarsi in amore con ancora un po’ di tempo a disposizione. È stato onesto riaprire questo “Ex-File”?
Prima di farlo mi sono detto, certo, che dietro il suo ritorno poteva nascondersi un “rifiuto” non digerito e che non avrei dovuto cedere, checché lui continuasse a insiste nel dire che “assolutamente no! Non è più una questione di sentimenti”, che siamo grandi e vaccinati e che “ho solo voglia di fare sesso con te, come – eddài confessalo - tu ne hai di farlo con me. Una questione puramente fisica”.
Confesso. Ne avevo anche io. E non poca. Il vaso di Pandora è stato scoperchiato e n’è uscita fuori una maratona tutta fuoco e fiamme (e mi riferisco sia alle fiamme in camera da letto che a quelle dei fornelli dimenticati accesi sotto la padella quando è arrivato a casa e ci siamo zompati addosso). È stato senza dubbio uno di quelli che chiamo “S-Ex Files”. Almeno per me.
Ma per noi della Generazione X(anax)©, esseri rimuginanti per eccellenza, in casi simili, come all’inizio di tutto sorge la domanda «E poi? Cosa sta per succedere?», così alla fine rimane quella «E ora? Che succederà adesso?».
La risposta è semplice, dice la mia amica “Miss Erection”: «In questi casi succede solo che ti sei fatto una bella scopata. Hai fatto bene. E finiscila di rompere il cazzo co’ ‘ste seghe mentali…». La mia amica… La amo!
La risposta è semplice, dice la mia amica Tanja: «Non avresti dovuto. Era tutto un trucco nella speranza che tu considerassi di nuovo l’idea di riaprire il tuo ex-file e di lasciarlo così, aperto».

Tuesday, 16 March 2010

Il mondo all'incontrario (Zapping).

«Le taglie minime delle modelle rischiano di incoraggiare non solo il fenomeno dell’anoressia, ma anche la violenza maschile».
Lo ha detto in una conferenza a Glasgow Jackson Katz, scrittore americano esperto di sessismo e sempre in primo piano nelle campagne contro la violenza domestica (e davvero, davvero carino - aggiungo io. Cercatevi una foto e davvero sarà il caso di dire: “Katz, però!”). «Le donne sono diventate ancora più sottili […] quasi a voler occupare meno spazio sulle pagine delle riviste. L'ideale femminile moderno è iper-sottile, mentre lo stereotipo dell’uomo sta diventando sempre più grande e muscoloso, come tradizione vuole […] », riporta la giornalista del quotidiano scozzese, Jennifer Cunningham.Il signor Katz ha fatto notare che i livelli di violenza variano da una società all'altra e, ancora, variano fra i diversi gruppi che si formano all’interno di ogni stessa società. Katz sostiene inoltre che queste immagini diafane hanno un particolare fascino per i ragazzi di oggi:
«La realtà per i ragazzi di oggi è che di solito le ragazze vanno meglio di loro a scuola. In futuro le loro mogli potranno guadagnare più di loro ed è possibile anche che un domani una donna sarà il loro capo al lavoro. È così che i ragazzi si allignano ancora di più nella convinzione che sia necessario fare i duri. Gli uomini ancora non credono che il potere si possa realizzare in modi diversi da come loro sono abituati a considerarlo».Che ve ne pare? Così tutto torna al proprio posto. Ossia sottosopra. Come al solito. O no? Cioè, La donna torna a essere donna e l’uomo torna tale - almeno in apparenza. In realtà, finisce come decenni addietro, col confondere la definizione di “sesso forte” con quella di “essere violento”.
E in un mondo dove tutto è capovolto (l’amore sostituito con le mazzéte, il rispetto con la presa per i fondelli, etc…) ecco che qualcuno in Germania ha pensato bene di metter su un prototipo di dimora adatta a chi, la vita, la vede appunto così - Upside down.
«In piedi su un tetto a punta e sostenuta da travi in acciaio, la casa stupisce vicini e passanti. E le cose che ci stanno dentro sono ancora più strane. Tutto, dal bagno alla fruttiera sul tavolo della cucina, pende dal soffitto [o dal pavimento?]».I falegnami locali, Gerhard Mordhorst, ei suoi colleghi Gesellse Splettstößer e Manfred Kolax si sono preoccupati della messa in opera del progetto e Clair Bates del “Daily Mail” ne ha riportato l’intervista qualche tempo fa. Al pavimento-soffitto in totale sono stati avvitati 50 pezzi diversi, tra cui letti, tavoli, il forno a microonde e i quadri. Il pezzo più pesante è un armadio con specchiera del valore di 100.00 sterle. «E una bella sensazione quella di aver fatto qualcosa di unico» ha commentato uno dei falegnami. Naturalmente la casa è aperta al pubblico dello zoo di Gettorf, in Germania, dove è stata fondata.
C’è chi la propria abitazione la sogna su un albero e chi sottosopra. Ma coi tempi che corrono, perché non accontentarsi di sognarne una normale? Anche al 50° piano di un grattacielo va bene… purché, vi prego, abbia l’ ascensore! Ne sanno qualcosa il Prof, Trilly, la Regina e pochi altri che vengono a trovarmi sempre più raramente e minacciando di chiedere una bombola di ossigeno.

Monday, 15 March 2010

L' Oktagon 2010, Majakovskij e Schiele. Quali analogie?





Quando si suol dire "essere colti col sorcio in bocca"!
Quando quel sorcio è un romanzo dedicato alla gelosia per un uomo in cui, a torto, ci si è riconosciuti a lungo e per questioni di pura fisicità (vd.: "Gelosa di Majakovskij" di B. Alberti) e, forse, qualcosa di più.
Quando quella stessa fisicità la riscopri in uno degli spettacoli sportivi più coinvolgenti che possano esistere, come l' "Oktagon" (forse solo il "K-1" può considerarsi superiore), in cui il campione Giorgio Petrosyan, il fratello Armen, e altri atleti come Luca Pantò e Askarov ti trasfondono la voglia di entrare in loro, rubar loro le gambe e le braccia perché il tuo nemico, come il loro avversario sul ring, si ritrovi a sputare il paradenti insanguinato e a masticare al suo posto un piede senza sapere come...

E' il tema dell'ammirazione dell'altro per gelosia, forse anche per invidia.
E ancora di gelosia era fatto il rapporto di Majakovskij con sua sorella, anzi di sua sorella con lui (e, nel romanzo su citato, della spia Nikita con lui).
"Un uomo è dire troppo. Ha quindici anni. La barba è appena apparsa e subito tagliata perché diventi dura. Ma lei continua morbida, delicata. Se la rade ogni giorno perché nessuno sappia quel segreto quel suo un poco essere donna in un corpo da ciclope".

La stessa gelosia e la stessa ossessione per la fisicità che sabato mi ha travolto al Palasharp con l' "Oktagon" e in metrò col volume dell'Alberti, mi ha succhiato l'anima domenica, a Palazzo Reale, alla mostra di "Schiele e il suo tempo". Mi hanno divorato le tele di Schiele, per l'appunto, e di Kokoshka e di Gestler. Andate a vederle.
Tratti nervosi di una sessualità che ti spezzetta, ti rompe e ti lascia inerte. Cosce aperte e vulve pallide al vento, sugose, che ti mettono fame e che sono messe in risalto da stivaletti, capelli e capezzoli arancioni.
Era da tanto che non trascorrevo un fine settimana così intenso, focoso. E la sessualità ritorna. Forte. Pretenziosa. Slegata dall' amore. Incatenata all' egoismo e al narcisismo.

Saturday, 13 March 2010

Chi sta messo peggio? "Uomo coreano sposa un cuscino"...

Appena dopo aver visto l’ennesimo appartamento in vendita, che l’agenzia immobiliare mi aveva passato per un graziosissimo «quarto piano, completamente ristrutturato», ma che si è rivelato più rispondente alla descrizione semplice di “tugurio”, distruggendo ogni mia speranza di avercela finalmente fatta; appena dopo aver fatto l’usuale giro al “Carrefour” per comprare una mezzakilata di rape da cucinare suffritte, prima che spariscano dalla circolazione; appena rientrato a casa e aver ritirato dalla cassetta della posta la mia copia de “Il fatto quotidiano”, ecco che sulle note di “Brasil” di Beth Carvalho procedo con la rassegna stampa del sabato mattina, nel senso che rassegnato, ormai, lo sono anch’io.
Leggendo ancora i giornali on-line scopro che oggi nessuno ha potuto più ignorare la scandalosa notizia data ieri dal quotidiano di A. Padellaro:
«Minzolini, Berlusconi, Masi: un'indagine parte dai tassi applicati alle carte di credito e arriva a coinvolgere i vertici della Rai e del governo. Berlusconi chiede che Annozero venga chiuso, si lamenta per il programma di Serena Dandini, esercita pressioni sull'Agcom...».
Commentavo con mio fratello giustappunto ieri:
«Ma possibile che di fronte a certe notizie tutti se ne sbattano il cazzo?».
E lui:
«Beh, a parte “Il fatto”, se ci fai caso, non è che nessuno abbia detto nulla in proposioto, no? Ma la domanda è: chissà perché?».
In effetti… chissà perché tutti gli altri quotidiani avevano fatto scena muta?
È tutto uno schifo. Ma nemmeno questa è una notizia. E per questo mi butto sulla stampa estera… Ma, ragazzi miei, è peggio che andar di notte. Come direbbero gli inglesi, mi viene quasi “to swear like a trooper”. Perché? Ma perché oramai non si leggono che i soliti titoli. E gli altri paesi comunitari (e non) continuano a prenderci per il culo:
«Silvio Berlusconi loses temper with journalist», oppure «Protests as Silvio Berlusconi regains ‘immunity’», o «Silvio Berlusconi’s party out of poll count with journalist», e ancora «Berlusconi’s victory in Mills court case is only a hollow one».
Poi, sfoglia che ti sfoglia, quasi mi prende un colpo leggendo: «L'ISOLA DEI FAMOSI - Esce Tracy Fruttosio, entra il figlio di renato Zero».
«Renato Zero ha un figlio??» chiedo a mio fratello reggendomi alla sedia per non finire a terra tramortito. La lingua improvvisamente asciutta. Mi sento come se avessi in bocca uno zerbino. Non riesco a deglutire di fronte all’immagine costruita dalla mia mente del cantante italiano mentre mette in cinta… chi?
«Ma no! È il figlio adottivo» mi spiega il fratellino, ancora un volta molto più informato di me.
Quindi tiro un sospiro di sollievo e procedo.

Dunque: in Australia fa scalpore il ragazzo che è antrato nel guiness dei primati costruendo con le carte da gioco la casa più grande che si sia mai vista. In effetti è un grattacielo, o un castello, o qualcosa di simile.
Ma alla fine… eccola, la vera notizia. Ne hanno scritto diversi giornalisti (per esempio sul "The Huffington Post"), ma la resa migliore l’ha data, secondo me, l’americano Drew Kearse su “Asylum”, che commenta:
«Qui in America, alcune persone affermano che un uomo che sposa un altro uomo rovina la santità del matrimonio [e in Italia, invece? n.d.r]. Ci chiediamo come si sentano quelle stesse persone di fronte alla notizia che il coreano Lee Jin-gyu abbia sposato recentemente un cuscino».
E sì. “Korean Man Marries a Pillow” è il titolo. C’è poco da ridere, cari ragazzi.
«Sì, 28 anni, ora è felicemente sposato – con un cuscino» continua Kearse. «Beh, in realtà non è un cuscino qualunque. Sarebbe troppo strano. Lee si è innamorato di una dakimakura, cioè un grande cuscino con il disegno di un corpo umano e decorato con il viso di una bellezza manga». Una cosiddetta “anima”.
«Ma non preoccupatevi, questo non è un matrimonio di convenienza […]» è un vero matrimonio d'amore. Per mesi, Lee ha portato a mangiare fuori il suo cuscino, l’ha portato al parco dei divertimenti e via dicendo. Alla fine, in occasione del gran giorno, Lee ha comprato per la sua sposa un abito nuovo nuovo di zecca.
«Le nozze si sono svolte con una cerimonia speciale con tanto di prete. Presumibilmente, in seguito il matrimonio è stato consumato a letto… al cospetto di amici e membri della famiglia della sposa».
Quando leggo certe notizie e torno a guardare le condizioni del nostro Paese, all’inizio mi rincuoro, ma poi penso:
"Chi sta messo peggio?".

Thursday, 11 March 2010

Chi si somiglia si piglia.

È su tutti i giornali, da quelli gratuiti distribuiti in metropolitana e nei barrrss della città di Milano a quelli inglesi e americani.
La mia fonte in questo caso è il “Daily Mail” di ieri.
«Gli scienziati dicono che il rilassamento è la chiave per trovare un partner ideale. […] I nostri gusti nella scelta del partner giusto cambiano in base a come ci si sente. […] Quando siamo rilassati, siamo attratti da chi ci somiglia di più».
Figli miei, ho sbagliato tutto. Ancora una volta. Io che ho sempre mirato a chi è diverso da me, chi sa far di conto, per esempio, ed è concreto; un tipo coi piedi per terra insomma, anche un po’ “bastard inside” – come si suol dire.
A ogni modo, il test è talmente inconfutabile e di matrice scientifica che si può tentare anche a casa. Come hanno fatto gli scienziati in laboratorio, anche noi possiamo scegliere due gruppi di amici e nel primo possiamo suscitare un po’ di stress facendo immergere alle nostre cavie le proprie mani in una bacinella d’acqua gelida (per me anche no, dato che in me serbo sempre l’animo di una scimmia arraggiata nivura); il secondo gruppo, invece, lo facciamo rilassare facendo immergere a tutti le mani in una bacinella di acqua tiepida. A seconda dell’orientamento sessuale (punto da non sottovalutare) si mostrano ai due gruppi alcune foto erotiche.
Scrive la rivista “Proceedings of the Royal Society B” che, grazie all’osservazione del moto oculare dei 50 volontari che sperimentavano quanto sopra e ascoltando i loro commenti a proposito delle ganze nude che erano mostrate loro, gli scienziati hanno constatato come i maschi rilassati preferissero le tipe più attraenti e simili a loro, mentre gli stressati si sarebbero buttati volentieri su quelle che erano più dissimili da loro.
Il «ricercatore Hartmut Schachinger, dell'Università di Trier in Germania, ha detto che il cambiamento del gusto potrebbe essere causato da un’evoluzione degli esseri umani che oggi sono meno esigenti nella scelta del proprio partner, soprattutto quando si trovano in tempi di magra».
Ma io mi domando: se ogni mattina, prima di uscire, mi faccio una doccia bollente, com’è che poi - se proprio mi va bene - a sera ritorno a casa con il mio esatto opposto?
E' il caso di passare ancora una volta al "piano Valium"?
Ma poi mi dico anche: chi l'ha detto che il partner ideale è quello più simile a noi? Davvero funziona come dice il vecchio adagio "Chi si somiglia si piglia?".
Ma ve l'immaginate due di me a braccetto? ...Un ci volissa chiavare nudd'...

Wednesday, 10 March 2010

Circo Italia (& freak-show vaticano).

Benvenuti al “Circo Italia”!

Continuiamo a sorridere per non piangere di fronte alla notizia dello scambio di identità nell’ambito delle elezioni milanesi per il consiglio regionale. Stefano Villani (se ho capito bene) detto Rovyna è stato scambiato con la omonima drag queen Rovyna Riot, “presente nella lista di Sinistra e libertà che a Milano appoggia Filippo Penati”. Naturalmente, di fronte all’accusa degli avversari politici di aver presentato una lista in cui candidati hanno fornito false generalità, F. Penati pare si sia affrettato a ribattere di essere “completamente estraneo a questa vicenda”, recita il “Corriere” . “Stefano Villani e Rovyna sono due persone distinte: che fanno parte dello stesso percorso politico, dello stesso progetto. Ma di persone diverse si tratta”.
“Il Rovyna” e “Rovyna” (trovo questo nickname a dir poco geniale)…
Pericolo scampato, quindi?
Ma ve l’immaginate se si fosse trattato proprio della stessa persona? Vogliaiddio che una drag queen venga eletta al consiglio regionale, vi pare? NO! In un’Italia dove abbiamo già avuto parlamentari del calibro di Ciocciolina (senza nulla togliere all’operato della pornodiva) e dove sua santità la papessa sta ancora a sindacare sulla distribuzione dei profilattici nelle scuole, quando fino a pochi giorni fa discutevamo ancora della lettera straziante di una studentessa dell’Università Bocconi che ha scoperto di essere affetta da HIV, pur avendo condotto una vita sessuale mai promiscua, in cui il numero di giovani che contraggono l’AIDS aumenta ogni girono di più, dove ancora la classe dirigente ci prende per il culo promettendo (sempre e solo in prossimità delle elezioni) di concretare finalmente il progetto di una legge che riconosca i diritti non solo degli omosessuali, ma di tutte le coppie di fatto in genere, proprio come hanno raccontato tempo addietro Luca & Gustav in “Improvvisamente l’inverno scorso” (film premiato con l’orso d’oro a Berlino, ma mai trasmesso nelle sale cinematografiche italiane, se non dietro scelta spontanea di pochi illuminati).
Tanto oramai non ci crede più nessuno… Poveri pagliacci.
La domanda (retorica) sorge spontanea:
sinceramente, perché preferire come candidato alle regionali(ma anche al Senato) un qualunque “Rovyna”, intendo quello vero, cioè la drag, ossia “un artista trentacinquenne che si occupa di organizzazione di eventi, con alle spalle una laurea in Lettere classiche con 110 e lode” e magari anche incensurato (o comunque senza procedimenti penali e civili in corso a suo carico)? Ha risposto alla domanda Roberto Formigoni – continua nel suo articolo sul “Corriere” la E. Soglio - «Meglio la Minetti della drag queen di Penati» (“Nicole Minetti, igienista dentale ed ex ballerina di Colorado Cafè, voluta a tutti i costi dal premier”).

Grazie per aver scelto ancora il “Circo Italia”.
Speriamo che anche oggi lo spettacolo vi sia piaciuto.

Tuesday, 9 March 2010

Maturi al punto da precipitare? Come nasce una guerra civile.


Ci siamo. Ho paura che i tempi siano maturi.
Ne discutevo con mio fratello ieri sera, leggendo insieme il quotidiano. Mi ha confessato di avere, oramai da tempo, gli stessi miei pensieri, ma di aver avuto paura addirittura a parlarne.
Credo che non siamo gli unici due.
I tempi sembrano quasi maturi per una guerra civile, è stata la nostra considerazione.

Sì, mi riferisco a una di quelle guerre mascherate da rivoluzione, vale a dire finalizzate a un grande cambiamento della società. Quelle alla Orwell, alla Zamjatin, o chi più vi piace. Un'insurrezione armata vera e propria, fatta di violenza e follia generali e tali da richiedere l’intervento dell’ONU.
Alcuni di noi la vivranno, forse, come guerra di "liberazione dagli oppressori", altri semplicemente vi si abbandoneranno a causa di una insopportabile (“unbearable” direbbero gli inglesi) rottura di coglioni, e altri ancora saranno i soliti deficienti che basta che c’è da darsi addosso e son contenti.
Altro che minoranze etniche, religiose e ideologiche! Forse sarà quanto di più temibile al mondo a riunirci, tutti quanti (neri, bianchi, gialli, gay, etero, zoppi, alti e bassi, Na-Vi e umani…); uniti, anche se nel caos più totale e nell’unica speranza di svuotarcele, le palle troppo gonfie.

“Alcune ricerche hanno affermato che le guerre civili aumentano in stati che conoscono molti regimi di transizione e cambiamenti politici” scrivono, ma a me sembra l’opposto. Le cose non cambiano e tutto ciò che ci circonda continua a far schifo senza che si giunga a una conclusione accettabile per la maggioranza del popolo italiano.
Sappiamo tutti che dovremmo baciare in terra per esser nati in questo amato paese, le cui condizioni sono invidiate da tanti altri popoli, soprattutto extra-comunitari. Ma mi mette paura il constatare che, comunque, il singolo italiano conosce oramai e concretamente solo la propria, di condizione, riflessa dai titoli dei quotidiani dedicati alle battaglie in Senato e al “legittimo impedimento”, ai tentacolari abusi mafiosi, a quelli nel coro del Papa e a quant’altro va ad aggiungersi al clima impazzito e alle notizie dei terremoti che paiono star facendo il giro antiorario del mondo per stritolarlo e avvicinarsi, quindi, inesorabilmente di nuovo alle nostre case che, sappiamo bene, non reggeranno perché sono costruite con materiali pessimi vendutici a costi oltraggiosi… Che ne sarà di noi?, ci chiediamo. Già, cosa?
Meglio aspettare e stare a osservare, oppure agire per essere almeno in parte artefici del nostro destino? Cosa pensa davvero la gente? Esiste ancora un ideale comune? Quali sono davvero le nostre paure? O meglio: la gente ha ancora davvero paura di qualcosa, oppure ormai è soltanto paurosamente arcistufa – per non dire scoglionata –, ma non ancora rassegnata a “spegnere la candela” per non vedere - come direbbe Anna Karenina?
“In Italia secondo l'articolo 286 del Codice Penale chiunque commetta un fatto diretto a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato è punito con l’ergastolo, la stessa pena se la guerra civile avviene. In quest'ultimo caso, prima della sua abrogazione nel 1948, il testo originario comminava la pena di morte”. Alla luce di ciò, è ben lungi (codardamente?) da me l’intento di aizzare chiunque dall’altra parte del video. Dico solo che rimangono certi quesiti a cui qualcuno, prima o poi, dovrà dare una risposta accettabile.
Speriamo che questa risposta arrivi subito. Che arrivi dall’alto, guidata (e non direttamente e furiosamente) dal basso della volontà popolare.
Magari, invece, non arriverà proprio un bel niente da nessuna parte, perché nessuno di noi ha più idea di cosa stia facendo, non sa cosa sia un ideale e come gestire neppure se stesso, preferendo esser gestito; ci si è abituati a succhiare la vita finché non avrà più nessun sapore e si morirà di consunsione?
Chissà in che modo precipiteremo sul fondo.
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Here we are. I'm afraid that the time has come. I discussed this issue with my brother, yesterday evening, reading the newspaper. He confessed to have, for some time now, the same thoughts I have, but he’d been afraid even to talk about it. I do not think we are the only two in Italy. Time is almost ripe for a civil war. This has been our consideration. Yes, it is. I mean one of those wars dressed up as revolution, which is aimed at a big society’s change. A revolution just like the ones in the Orwell’s, or Zamyatin’s way - or whose you like. An armed insurrection, made of violence and general insanity and requiring the intervention of the UN. Some of us will live it, perhaps, as the war of "liberation from the oppressors", others will just decide to support it because of an unbearable pain in the ass, and others will be the usual morons, who’re just happy because there will be to strike out at somebody. There will be no ethnic, religious and ideological minorities. Maybe it will be the most terrific chance in the world to be eventually reunited, all we (blacks, whites, yellows, gays, straights, lames, high and small people, Na-VI and humans in general ...) together, although we’ll be wrapped with chaos and and with the only hope “to drain our too swollen balls”, as we say in Italy. "Some studies have argued that civil wars increase in those states having many regimes of transition and political changes," they write, but I think in the exact opposite way. Things do not change in Italy and everything surrounding us continues to be disgusting and we’re not capable to reach a conclusion acceptable to the majority of the Italian people. We all know we should kiss the ground to be born in this beloved country, which is envied by many other peoples, especially outside the EU. But it makes me afraid to realize that, however, every single Italian knows by now just his own and actual condition, which is well reflected by newspapers’ titles dedicated to the battles in the Italian Senate about the "Legittimo impedimento" (“self-impediment” – the umpteenth ad personam law?), to the sprawling mafia’s abuses, and to the abuses in the Pope’s choir and to whatever else is in addition to the crazy weather and to the earthquakes seeming going anti-clockwise across the world in order to crush the whole world and approach (at last and again), inexorably to our houses, which will not stand because they’ve been built with bad Mafiosi materials and sold to us at outrageous costs... What will become of us?, we’re wondering here. Yeah, what? is it better to wait and see, or act to be at least artificer of our own destiny? What do people really think? There is still a common ideal? What are our real fears? Better to say: are people still really afraid of something, or just frightfully fed up - if not pissed off -, but not yet resigned "to blow the candle" for not seeing – just like Anna Karenina did throwing herself under the train? "In Italy, in accordance with Article 286 of the Penal Code any person who commits an action intended to arouse the civil war in the Italian state shall be punished with life imprisonment, the same punishment is foreseen in case the civil war happens. In the latter case, prior to its repeal in 1948, the original text sentenced to death”. In light of this, it is (cowardly?) far from me the intention to incite anyone on the other side of the video. I only say that certain issues still remain unsolved and that someone, sooner or later, will have to provide us with an acceptable answer. We hope that this answer will arrive immediately. Just guided by the common will (and arriving not directly and furiously by people). Or maybe will not happen just anything, anywhere, because none of us has any idea what we’re doing, none of us does not know what an ideal is and even how to manage himself, preferring to be leaded. Have we become used to suck life until it’s no more flavor and till we’ll die of consumption? I wonder how all we Italians will plummet to the bottom.

Monday, 8 March 2010

La sindrome di Rebecca (storie di fantasmi).


Ce ne sono, sì, di casi alla Rebecca, quella di “Rebecca la prima moglie”, il romanzo Daphne du Maurier del 1938, in cui la seconda moglie di un vedovo benestante è ossessionata dalla figura della donna che l’aveva preceduta.
Lo fa ben presente un noto giornale inglese, sottolineando come alcune donne – anche se morte, o a kilometri e kilometri di distanza - abbiano “un modo esasperante di incombere su chi succede loro”.
In effetti, a chi piacerebbe trovarsi nei panni del “successore”, messo a confronto con chi c’è stato prima? A nessuno credo. E in effetti nessuno dovrebbe avere il diritto di farci sentire inadeguati. Dovrebbe essere il nostro lui/lei a vergognarsi per non arrivare a comprendere una realtà tanto scontata, probabilmente perché è proprio lui/lei stesso/a a sentirsi inadeguato/a (oltre che a essere insensibile).
Per quanto mi riguarda, non mi sembra di aver mai fatto una cosa del genere, di dire al mio compagno che il/la mio/a ex scopava meglio. Né mi sono mai trovato nella situazione opposta. Ma… ma il confronto, in certi casi – non chiedetemi perché – è stato inevitabile, nel senso ch’è nato spontaneo.
Ma esiste davvero chi non fa confronti? È vero che quando si è veramente innamorati dei confronti non c’è neppure l’ombra, oppure esistono storie d’amore che sono solo all’apparenza a due, ma in realtà sono a tre - io-tu-il ricordo dell’altro?
Mi domando quale perverso meccanismo s’inneschi quando lasciamo una persona che pur abbiamo amato alla follia, dopo dieci anni ne incontriamo un’altra altrettanto stupenda e ci innamoriamo di nuovo, ma poi fra le lenzuola, ricordando la prima, pensiamo: “Però, come con lei…”.
Oppure cosa succeda quando dopo dieci anni dalla fine di una storia non riusciamo ancora a innamorarci di nuovo e sempre a causa del fantasma di un amore passato.

Sunday, 7 March 2010

Tutto per farlo confessare.

Cinque piani senza ascensore.
“Uff! S-stupida!” si rimbrottò. Perché cazzo aveva accettato di comprare quella casa di merda? Aveva sempre ceduto ai suoi capricci. E lui ne aveva approfittato. La prima volta che avevano salito insieme quella scala le aveva detto che ci avrebbero fatto l’abitudine, che bastava distrarsi, pensare ad altro. E poi - le aveva promesso - l’avrebbero scalata sempre in due, lei avanti e lui dietro, e avrebbe serbato per quel momento tutte le storielle più curiose accadute al lavoro. “Promesse”, considerò ancora, poggiando un attimo il sacchetto della spesa e voltandosi a guardarsi alle spalle.
La tromba delle scale era semibuia. Un mozzicone sospinto dal vento rotolò da un gradino a quello più in basso. Sentì abbaiare in lontananza il bastardino della signora del primo piano. Si figurò i suoi occhietti di fuoco e le orecchie da topo.
“Stronzo-degenere-riuscito-male!”. Mica si riferiva al cane… “Impotente!” aggiunse, chissà perché. Altro che impotente! Anzi, che l’aveva sposato apposta. Aprì la porta, abbandonò la spesa in cucina e andò a chiudersi in camera. Si buttò sul letto, con la testa sul cuscino di lui. All’improvviso sentì una calma inaspettata scaldarle il sangue e ne gioì. Da un bel po’ quel letto era solo una fossa gravida d’ansia. Soprattutto al mattino, quando avrebbe voluto abbracciarlo e fare l’amore e lui, invece, strisciava via, fino a rimanere in bilico sulla costa del materasso. La respiravano appena svegli, l’angoscia; quella sbuffata nottetempo che, se anche aprivano la finestra per cambiare aria, rimaneva appiccicata ai muri. Si allungò per arrivare ad aprire il cassetto del comodino e cercò a tentoni.
«Vado via» ricominciò a dire, stavolta a voce alta. «Perché sua maestà ha l’uccello insaziabile, non gli bastava la mia, eh? Non la vuoi? Non la vuoi più? E vediamo, allora, se ti manca… Ti faccio vedere io. Nemmeno le palle di dirmelo in faccia! E no, quelle no. Ma giuro che ti faccio piangere, figlio-di-puttana-senza-coglioni! Giuro che ti faccio male».
***
«…Uff! Ce so’, ce so’. Ma che m'ha detto la testa di comprare ‘sto carcere? No… Sì, c’ho ‘r fiatone ppellescale! Me devo tenè a piombo, devo. Questa mica è ‘na scala, è na prova de free-climbing! …Sì, va bene. Mo devo da chiùde che s’ho arrivato. Te chiamo do…». Quando vide la porta aperta scattò su tutte le furie. L’ingresso buio era freddo dell’aria delle scale. “Strano”, si disse. E ancora: “…I ladri?”. Si affacciò sulla cucina deserta e vide la spesa sul tavolo. Andò sparato verso la camera da letto. “Vuoi vedè che finalmente se n’è annata fuori dalle palle?” s’illuminò poi. La porta della camera chiusa a chiave gli diede un rinculo tale che quasi si slogò la spalla. Provò ancora due, tre volte, ma niente. Si chinò a spiare dalla serratura buia, quindi si drizzò di colpo. Con la mano tremante cercò il cellulare nella tasca del giubbotto. «Amò, so’ io. Chiama n’ambulanza va’. Sta scema ha capito tutto». Tre secondi, tre mosse: la chiave girò nella toppa, la porta si spalancò e la limetta per le unghie gli si piantò nella guancia. Anna afferrò da terra il cellulare del marito che si copriva il volto sanguinante e disse: «Amò, e chiamala ‘st’ambulanza va’, che er pupo piagne, e poi vedi dann’affanculo!».

Thursday, 4 March 2010

L'amore, animale selvaggio.


Procedo a ritroso, partendo dalla mia personale condizione. Quella di chi, oramai, ci ha rinunciato del tutto. E ne scrivo solo perché chi mi è vicino continua ad avere gli stessi problemi.
Il fatto è che ciò che io definisco “Generazione X(anax)” è sostanzialmente una stirpe che rimugina e rimugina e rimugina… pur sapendo che ciò è male. E quando è giunta al limite di sopportazione, quando è stanca di se stessa, ecco che arriva a commettere gesti estremi.
E chi la vuol cotta, e chi la vuole cruda! Ma che cazzo volete, o meglio – 'cazzo vogliamo?
Bene o male tutti cercano l’amore vero e a fatica si stancano di parlarne. Sanno che l’Amore non può essere programmato, che non si va a caccia dell’Amore, animale selvaggio - come cantano i "Rammstein" -, eppure sono sempre lì ad annusare il terreno.

Avevo conosciuto un tipo. Pensavo che forse c’ero, che forse – chissà! - davvero poteva essere lui quello giusto – terruncello e carino, in gamba, davvero sveglio e con voglia di fare – tutto - etc… Eppure in me non scoccava quella cazzo di scintilla maledetta.
«Perché?» avevo chiesto consiglio ai miei amici. «Che faccio? Mollo prima che sia troppo doloroso per lui?».
«Se-e-e, beddu iddu! Guarda che per conoscere bene una persona ci vogliono almeno 3 mesi. Non avere fretta» mi aveva risposto qualcuno.
«Ce ne vogliono almeno sei, di mesi» mi aveva risposto qualcun altro.
Ma al di là delle ragioni che fanno di me un membro della suddetta generazione, ecco che dopo due mesi avevo già mollato. Come al solito. Di certo col dubbio che poi mi sarei mangiato le mani e, devo essere sincero… sì, sono buone. Quasi come le unghie.
Ieri, invece, un altro amico della larga troupe “X(anax)” si è confidato con me:
«Sai il tipo con cui uscivo? Eh, lui! Proprio quando iniziavo a crederci, ecco che mi ha detto che non è interessato a una storia con me. Ha detto che se n’è accorto ora. Ma se ci conosciamo da un mese! Possibile che ci abbia messo tanto, che poi uno si affeziona?».
Ommioddio! E che dovevo dirgli io che, se gli avessi ricordato della mia ultima storia, sarei stato ai suoi occhi giustappunto quello stronzo che s’è defilato lasciandolo in preda al delirio? Ma non c’è stato bisogno di ricordargli nulla. La sua memoria non fa mai cilecca. E infatti ha aggiunto subito:
«Questa vostra razza di indecisi dovrebbe scomparire!».
Gulp! Ho ingoiato un nodo di saliva grosso quanto un telefono a rotella.
“Come riconoscere il vero amore?”, si è chiesto Pierre Basson (“EzineArticles.com Expert Author “).
Già. Oppure: come scoprire se quello vero l’abbiamo già scaricato per strada tempo fa, come nel telefilm “The Ex List”? Oppure: può essere che il vero Amore duri anche solo una giornata? Se sì, che razza di amore con la “A” sarebbe? O ancora: può essere che noi l’abbiamo trovato, ma che sia l’altro a non aver trovato noi, che sia stata la controparte a non riconoscerlo, dando così una definizione non univoca di Amore?«In primo luogo, bisogna prendere un pezzo di carta e su di esso elencare tutte le persone che si è tentato di amare fino a oggi, lasciando uno spazio tra i nomi per successivi commenti» scrive Basson. «In secondo luogo accanto a ogni nome bisogna annotare come li si è amati, che si tratti di un'azione, una richiesta, un atteggiamento, semplici parole in genere, un tocco, un dono o il tempo dedicato loro. In terzo luogo, accanto a ciascun nome bisogna indicare come si pensa che il soggetto abbia recepito il nostro amore, e che cosa ci ricorda - per esempio qualcosa che ha detto, il linguaggio del corpo, una reazione […]. In questo modo si riscopre l'amore in luoghi e in forme in cui non l'abbiamo mai visto prima» conclude.

Sarà. Rimango dell’idea che non si può generalizzare l’idea dell’Amore. Essa è diversa per ognuno di noi. Per esempio, secondo me, essa prevede anche il tradimento, e non secondo un’ottica di pura matrice egotistica, quanto secondo una constatazione realistica. A distanza di tempo, intendo, un tradimento bisogna mettercelo in conto. Trilly è d’accordo con me. Vero Trilly bella? Certo, forse sarebbe meglio se non capitasse, ma esser pronti è meglio, no? Quanto siamo disposti a essere traditi?
Ne ho parlato ancora con un altro amico che vive all’estero e convive da 12 anni con un uomo più grande di lui. La ragione del trasferimento in Germania è stato il lavoro. Solo dopo - e per caso - è arrivato l’amore.«Chi cerca l'amore vero deve prima essere in grado di definire la differenza tra amore e passione» scrive Linda Mills. «La passione è l'espressione precoce di una chimica forte tra due persone […]. La passione può essere accecante e, di solito, ci delude nel corso del tempo […]. Quando l'intensità dell’attrazione fisica si raffredda, l'amore lo si dà per spacciato, quando in realtà non è mai iniziato […]. L’infatuazione è un altro impostore. Noi amiamo l'idea di qualcuno: i suoi sguardi, la sua intelligenza, il suo senso dell'umorismo […] l'immagine ideale di ciò che abbiamo sempre cercato […]. L’infatuazione può rassomigliare all'amore, ma, come la passione, è solo temporanea e basata su un repertorio immaginario di ideali, speranze e sogni. Il vero amore arriva spesso quando meno ce lo aspettiamo. Esso non può essere manipolato, fabbricato o affrettato. A volte è basato su un’intensa attrazione fisica, ma [va oltre con chi finisce per amarci] per quello che siamo realmente. Contrariamente al mito popolare, l'amore non è sinonimo di sacrificio. Tutti vogliono che le proprie esigenze vengano prima di tutto e tutti. Le persone che si amano veramente imparano a essere al centro dell’attenzione a turno; il corretto alternarsi del “dare-avere” è ciò che rende un rapporto ben funzionante». Dice il mio amico mezzo tedesco che c’è da aggiungere, ancora, che il vero amore può subire, sì, gravi colpi lungo il percorso e che non è mai nemmeno vicino alla perfezione.
Conclude la Mills:
«Dopo tutto, stiamo parlando di due persone completamente diverse, che mettono sul tavolo non solo la loro bellezza e intelligenza, ma tutte le ammaccature che ha causato loro la vita. Non è facile costruire una via di mezzo che sia soddisfacente e salutare a lunga scadenza, ma quando due persone hanno un forte desiderio e la capacità di non darsi per vinte, allora sì che trovano un amore vero». Bene.
Rimane per alcuni il quesito: «Ma se poi non arriva…?».

Tuesday, 2 March 2010

Finalmente MIO!


Madò… madonna-madonna-madonna!

È portentoso. Mai trovato uno come lui. Mai avuto uno così. Stavolta è per sempre, lo giuro. Lo spero.
È successo ieri al supermercato. Me lo sono portato subito a casa. Bello piazzato, l’ho accomodato sulla sedia e gli ho tolto di dosso tutti quei fronzoli.
Gli ho dato da bere giusto quel po’ per farlo accendere e… s’è scaldato che manco un treno a vapore!
E sbuffava, sbuffava…
Ero esaltatissimo. Bello rosso davanti. Di colore pallido dietro, ma comunque forte, saldo, caldo.
L’ho preso coi punti. 5.500 punti sudatissimi, spesi fra merendine e birre varie. Alla fine ce l’ho fatta a prendere il mio ferro da stiro con caldaia a vapore.
Minchia, stavo per stirare pure Trilly ieri sera. Ho pensato: mo la prendo e la stendo sul tavolo e le do una passata…
E domani?

Ci faccio anche il parquet!

Monday, 1 March 2010

Stili e sfizi sessuali – il desiderio - Ultima parte

(Cont’d) Se, come dicevamo la settimana scorsa riportando le parole del giornalista J. Walsh, la condizione indispensabile a scatenare il desiderio in una donna pare sia il fatto di sentirsi desiderata, al contrario il desiderio maschile è molto più facilmente stimolabile e stimolato da ciò che lo sguardo percepisce: le labbra dischiuse, il trucco, l’elastico del tanga che si scorge sotto il jeans stretto sul sedere, etc…
In ogni uomo (sedicente) adulto vi è l’animo di un implacabile quattordicenne che si lascia stupire e annientare da ogni seppur minimo segnale di “disponibilità” da parte di una donna, e che scorge sostanzialmente segnali simili anche lì dove le donne stesse dicono non essercene. Per infiammare un uomo è sufficiente, per esempio, anche un solo centimetro quadrato di pelle scoperta, un abbigliamento succinto, il wonder-bra che ne sottolinea le curve, o la pettinatura. Ma di una donna l’uomo desidera anche la sua personalità, quella che gli sembra di intuire dalla camminata, dai vestiti, dalla risata… In realtà, ecco che l’uomo non vuole una donna che si sottometta come un prigioniero di guerra (se lo dice Walsh!).
Lo sapevate che anche il tono della voce può accendere un forte desiderio in un uomo? Gli uomini in preda al desiderio guardano, sospirano, sono pronti a fare qualsiasi scemenza (l’uomo è fondamentalmente scemo, diciamolo) e sono pronti, sì, a fare l’amore all'infinito, ma hanno anche la pretesa che, alla fine, la loro compagna faccia lo stesso con loro – e mi pare giusto, no? Gli uomini vogliono essere desiderati anche loro. Pretendono l’approvazione della donna, la sua adorazione, vogliono intuire di essere riusciti a stregarla. Tutto questo perché gli uomini sono altrettanto narcisisti, proprio come le donne. «Per gli uomini,» scrive ancora il giornalista britannico del “The Indipendent” «il desiderio implica l'impulso primordiale di possedere e penetrare l'oggetto della loro attenzione, ma anche lo stimolo più sofisticato a invadere la sua vita, a diventare l'unico oggetto della loro attenzione e del loro affetto [in quel dato momento, aggiungo io]. Il desiderio maschile non cessa quando il/la partner ha finito di cavalcarlo in un rodeo di mezzanotte. Per molti aspetti, dopo aver fatto sesso, la sua voglia di esplorare ogni anfratto del corpo e dell’anima della sua donna è appena cominciata».
La lussuria maschile è ignorante e rozza, cieca e sbruffona – è «un bisogno immediato, reale come la fame e altrettanto pericolosa per la propria incolumità, e per quella altrui».
Il desiderio maschile è anche troppo subdolo per poter coincidere con la semplice voglia di scopare. Esso aspira a soddisfare la voglia di qualcosa che sia più a lungo termine, qualcosa che sia goffamente carica di componenti spirituali [perché no?, ndr]. Si tratta di voler offrire piacere puro a una persona che si ammira, al fine di mescolare indissolubilmente due spiriti distinti». Il fine del desiderio è la mera conquista dell’altro/a.
Gli uomini non vanno orgogliosi del loro essere soggetti alla tirannia della lussuria, di questa loro vena cavernicola e così facilmente definibile. Al contrario, il desiderio femminile è malleabile e non si può cogliere nella sua interezza, chiedendo semplicemente alle donne di categorizzare ciò da cui si sentono attratte.
Fin qui arriva il rapporto di Walsh sul “The Indipendent”. Ma ecco cosa ha scritto Catherine Townsend a proposito del desiderio della donna:
«Come anticipato da J. Walsh, lo studio di Meredith Chivers [la sessuologa canadese cui ho accennato nello scorso post] che con l’uso dello pletismografo ha misurato le reazioni delle donne alla visione di filmati porno etero, gay e di sesso fra le scimmie bonobo, ha messo in evidenza la complessità della sessualità femminile. […]».
Le stesse donne non saprebbero ben definire cosa accende in loro la passione, e cosa no. Pare che nelle donne ci sia una sorta di scollegamento fra mente e corpo. Un concetto, questo, messo in evidenza anche da Mary Roach, autrice di “Bonk: The Curious Coupling of Science and Sex”.
In effetti, come ha comunicato la ricercatrice australiana Chivers, le donne sottoposte al suo studio avevano detto di preferire il filmato porno della donna ginnasta, piuttosto di quella del ragazzo nudo che correva in spiaggia. Eppure, misurando il flusso sanguigno, il livello di eccitazione risultava lo stesso.
«Perché ci sorprende che una donna guardi a un corpo femminile così come fa un uomo? Noi donne cresciamo praticamente sin dalla nascita educate a considerare un corpo femminile nudo come un oggetto sessuale. Non mi sorprende che la cosa ecciti anche noi» dice la Townsend che finisce per far riferimento di nuovo al libro di M. Roach per ricordare come, per esempio, Marie Bonaparte (pronipote di Napoleone) fosse frustrata per la sua incapacità di raggiungere l'orgasmo. «Pensava che tutto dipendesse da problemi relativi alla distanza clitorideo-vaginale e così, invece di provare a cambiare posizione durante i suoi rapporti sessuali, si spinse al punto di chiedere al suo medico di operarla. Purtroppo, l’operazione non ebbe alcun esito positivo».
Questo per dire come, invece di vivere in pace la propria sessualità, «le donne si sono sempre preoccupate molto più di avere il giusto tipo di orgasmo da quando Sigmund Freud iniziò, nel 1905, il suo dibattito sull’ "orgasmo vaginale v/s orgasmo clitorideo"», specificando che quello clitorideo era un ‘fenomeno’ adolescenziale [virgolette mie]. Con la sua teoria, Freud diede il via a una lunga serie di generazioni di donne affette da una sorta di complesso d’inferiorità.
Ma Freud non fu che uno solo dei tanti scienziati “incozzatisi” nel voler scovare il segreto del desiderio femminile, ma che riuscì a provocare solo un forte senso di inadeguatezza nelle donne. Il fatto è che sono sopravvissuti troppi cliché in merito e, mi sembra di capire da quest’articolo, sarebbe da individuarsi in essi la causa di tale indefinitezza e il continuo astrologare sul piacere femminile e ciò che lo genera.
Qualche tempo fa, con i ricercatori Masters e Johnson, si è arrivati alla conclusione che la clitoride è la fonte primaria dell’orgasmo femminile e, nonostante tutto, ancora oggi non si fa altro che scrivere nuovi articoli sul Sacro Graal dell'orgasmo femminile - il famoso punto-G. Tutto questo non fa che rendere «il campo della sessualità femminile […] esasperante, perché ogni risposta sembra condurre a nuove domande». Per esempio ci si domanda ancora: perché alcune donne possono eiaculare? (Un fenomeno che pare abbia a che fare con la vescica, ma nessuno ancora ha una risposta precisa); Perché alcune donne non raggiungono mai l’orgasmo? Etc… etc…
Beh che, chiede la Roach, perché invece non ci si può rilassare e accettare il fatto che «gli orgasmi sono come lo Scotch: alcuni sono doppio malto e altri no?».
Ecco che è in questo modo che il desiderio femminile si trasforma facilmente in un “paradosso” (come afferma la dottoressa Chivers). «In realtà una donna potrebbe desiderare tanto di essere posseduta rozzamente in un vicolo, per strada, quanto desiderare un uomo tenero e gentile che la coccoli».
Nel suo articolo Catherine Townsend si meraviglia di come gli scrittori uomini facciano di tutto per far apparire le donne più complicate di quello che sono. «La nostra sessualità non corre parallela a quella maschile e non possiamo essere analizzate sempre attraverso lo stesso filtro. E così, forse, quando studiano le donne, gli scienziati dovrebbero lasciar perdere l’dea di una teoria unica e univoca».
«[Gli scienziati] che dicono di avere l’obiettivo di moltiplicare gli orgasmi femminili, o incoraggiarne la libido sarebbero molto più d’aiuto alle donne se ammettessero semplicemente: “Il nostro scopo è quello di capire le donne”».
I recenti studi sono affascinanti e sollevano ulteriori quesiti: davvero le donne sono narcisiste che vanno in visibilio solo quando si sentono desiderate? E la risposta dei genitali femminili durante i test della dottoressa Chivers è stata una pura casualità, una sorta di mera "autolubrificazione a uno stimolo sessuale"? Oppure le donne hanno un range di desideri sessuali molto più ampio di quanto loro stesse si rendano conto?
Ne ho parlato con alcune amiche. Molte insistono sulla prima ipotesi – quella del bisogno di sentirsi desiderate, ma a questo punto nessuna testimonianza sembra avere più alcun valore se davvero c'è la possibilità che le stesse donne possano ignorare il funzionamento della loro libido.
A ogni modo, qualunque siano le risposte, spero che questo excursus nel mondo del desiderio di tutti noi, maschi e femmine, sia stato di vostro gradimento. E alla fine credo che il messaggio sia sempre lo stesso. Per quanto mi riguarda, per quanto siamo diversi, siamo tutti uguali e la curiosità è cosa sempre ben gradita, ma non farebbe male se ogni tanto ognuno si facesse i cazzi propri e si ponesse meno domande o, quanto meno, quando davvero dovessimo decidere di sindacare sul prossimo in merito ai suoi gusti sessuali, a ciò che lo eccita, eccetera, dovremmo anche stabilire che una buona tecnica di osservazione potrebbe essere l’immedesimarsi nell’altro, ossia nell’oggetto della nostra curiosità morbosa.