Thursday, 25 March 2010

“Mondo EX” (Matvejević fra teatro, letteratura e contestazione)

Predrag Matvejević è uno dei nostri scrittori preferiti. Di noi russisti intendo (ex russisti nel mio caso). Mio e di “Alisja” nello specifico. Lo è stato da subito. Da subito dopo aver letto il suo “Mediterraneo”. Ne ho già parlato in passato e, se avete fatto caso ai titoli che cito ogni tanto, avrete capito anche qual è il filo rosso che lega le mie letture.
Matvejević è nato a Mostar, oggi parte della Repubblica Indipendente di Bosnia-Erzegovina. Per metà di origini russe e per metà croate… Una tale mente non poteva che essere frutto di una mistura di culture.
Ho fatto appena in tempo a conoscerlo, dato che nel 2007 lasciò “La Sapienza”.
“Premio Strega europeo” nel 2003; “Prix du meilleur livre étranger” nel ’93; il Presidente della Repubblica Italiana gli ha attribuito la cittadinanza e la “Stella di Solidarietà”. Che altro aggiungere?
Questo: che oramai da un po' è uscita la versione rivista e ampliata (con postfazione di C. Magris!!) di “Mondo Ex" del 1992, un libro sotto forma di confessione che naturalmente non ha nulla a che fare con le cagate che vi ho snocciolato nei giorni scorsi sugli Ex-fidanzati. Mondo Ex è, infatti, il suo mondo (l’ex mondo), parte dell’Europa dell’Est. Ed è un'opera valida ancora di più oggi per noi italiani. Perchè?
Beh, ne parlo oggi perché in un’intervista non molto vecchia a proposito dell’opera sopra citata Matvejević ha trattato il tema del legame fra teatro e mondo politico e, più precisamente, della contestazione. Un tema che ultimamente dovrebbe star molto caro anche a noi italiani, vi pare? Ce lo ricorda dì per dì A. Di Pietro con il ritmo insistente di un martello pneumatico, ce lo ricordiamo noi che siamo in fremente attesa che ci si pronunci in via definitiva a proposito dei Pacs, o Dico, o Cus, o Didorè, insomma… abbiamo capito (sì, capito che non si arriverà mai alla fine).
Mi riferisco al ricordo di chi la contestazione l’ha vissuta per davvero – i nostri nonni, o forse anche i nostri genitori - e che oggi dovrebbe avere il compito di rinfrescarci la memoria di fronte a una società che ogni giorno di più “ni fa’ bbènr’ u rovescio”, come si dice dalle mie parti.
Matvejević che s’è fatto un po’ di carcere e che è stato esiliato dalla sua patria, dice:
«[…] ho capito che l’esilio neutralizza la parola, la allontana dal suo vero scopo: il pubblico immediato. Osservo il mondo "ex", il mio mondo, e ho scoperto che in tutta l’Europa dell’Est, paradossalmente, il teatro non riesce ad essere quello che era con il regime totalitario. Nella Russia di Breznev il teatro di Taganika di Liubimov era una continua […] messa in questione del regime, dell’ideologia; penso anche ad alcuni teatri di Praga e di Varsavia, […] penso ad un regista italiano di prim’ordine che ha rivoluzionato il teatro in Jugoslavia, Paolo Magelli […]. E adesso? Con le libertà che si sono aperte, non c’è nulla di simile. […] Per me il teatro è una vera confessione: si confessa un autore, una compagnia, un atteggiamento, una società. Ed è per questo che nel mio ultimo libro ho scelto la forma della confessione, una prosa che prosegue una ricerca già iniziata. Il romanzo, infatti, è un genere esaurito, e ho sempre cercato uno spazio non sfruttato, possibile per il rinnovamento: il breviario, l’epistolario, e finalmente qualcosa mi spingeva verso un’espressione teatrale, dando a queste confessioni una forte connotazione di oralità, di comunicazione. In un mondo "ex", alla fine del secolo, viviamo senza un’idea di emancipazione [grassetto mio]: e questo può dare una chance al teatro, la parola teatrale potrebbe offrire un orizzonte, almeno sul palcoscenico».
Leggo le parole di Matvejević e ripenso ad alcune lettere di lettori de “Il Fatto Quotidiano”, italiani che vivono all’estero e che minacciano di portarsi dietro anche i figli rimasti qui con le madri; ripenso ai miei sogni di scappare via, lontano a mia volta, pur se in preda alla frenesia polemica e al momento più che chimerica di tornare nella terra in cui affondo 2/3 delle mie radici. Leggo ancora:
«[…] vengo da Zagabria, dove ho vissuto trent’anni ed ogni parola che potrei dire contro la Croazia sarebbe un tradimento. D’altra parte andavo spesso a Belgrado, vivevo in sintonia con tanti scrittori di Belgrado, ed ogni parola critica che posso dire nei confronti dell’orribile regime di Milosevic, che ha umiliato la Serbia, sarebbe un oltraggio. Oggi il discorso critico non trova il suo spazio: cerco palcoscenici sociali in cui la mia parola sia solo la mia parola, né tradimento né oltraggio. Il teatro si trova tra silenzio ed obbedienza: o non scrive, non critica, non dice quello che pensa sul regime, oppure scrive una cosa nulla, neutra, insignificante. Sono aspetti diversi di una grande alternativa: rifiuto radicale o elogio facile. Ho vergogna di quelli che elogiano non solo nelle situazioni tragiche ma anche quando c’è da elogiare».
Come commenterebbero a Rossano (CS): “Palor’ pisanti!”.
C’è alcuna chance che l’Ex Mondo di Matvejević diventi anche il nostro mondo?
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L’intervista per intero la potete leggere su: http://www.alinet.it/etinforma/2/unorizzonte.htm

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