Sunday, 7 March 2010

Tutto per farlo confessare.

Cinque piani senza ascensore.
“Uff! S-stupida!” si rimbrottò. Perché cazzo aveva accettato di comprare quella casa di merda? Aveva sempre ceduto ai suoi capricci. E lui ne aveva approfittato. La prima volta che avevano salito insieme quella scala le aveva detto che ci avrebbero fatto l’abitudine, che bastava distrarsi, pensare ad altro. E poi - le aveva promesso - l’avrebbero scalata sempre in due, lei avanti e lui dietro, e avrebbe serbato per quel momento tutte le storielle più curiose accadute al lavoro. “Promesse”, considerò ancora, poggiando un attimo il sacchetto della spesa e voltandosi a guardarsi alle spalle.
La tromba delle scale era semibuia. Un mozzicone sospinto dal vento rotolò da un gradino a quello più in basso. Sentì abbaiare in lontananza il bastardino della signora del primo piano. Si figurò i suoi occhietti di fuoco e le orecchie da topo.
“Stronzo-degenere-riuscito-male!”. Mica si riferiva al cane… “Impotente!” aggiunse, chissà perché. Altro che impotente! Anzi, che l’aveva sposato apposta. Aprì la porta, abbandonò la spesa in cucina e andò a chiudersi in camera. Si buttò sul letto, con la testa sul cuscino di lui. All’improvviso sentì una calma inaspettata scaldarle il sangue e ne gioì. Da un bel po’ quel letto era solo una fossa gravida d’ansia. Soprattutto al mattino, quando avrebbe voluto abbracciarlo e fare l’amore e lui, invece, strisciava via, fino a rimanere in bilico sulla costa del materasso. La respiravano appena svegli, l’angoscia; quella sbuffata nottetempo che, se anche aprivano la finestra per cambiare aria, rimaneva appiccicata ai muri. Si allungò per arrivare ad aprire il cassetto del comodino e cercò a tentoni.
«Vado via» ricominciò a dire, stavolta a voce alta. «Perché sua maestà ha l’uccello insaziabile, non gli bastava la mia, eh? Non la vuoi? Non la vuoi più? E vediamo, allora, se ti manca… Ti faccio vedere io. Nemmeno le palle di dirmelo in faccia! E no, quelle no. Ma giuro che ti faccio piangere, figlio-di-puttana-senza-coglioni! Giuro che ti faccio male».
***
«…Uff! Ce so’, ce so’. Ma che m'ha detto la testa di comprare ‘sto carcere? No… Sì, c’ho ‘r fiatone ppellescale! Me devo tenè a piombo, devo. Questa mica è ‘na scala, è na prova de free-climbing! …Sì, va bene. Mo devo da chiùde che s’ho arrivato. Te chiamo do…». Quando vide la porta aperta scattò su tutte le furie. L’ingresso buio era freddo dell’aria delle scale. “Strano”, si disse. E ancora: “…I ladri?”. Si affacciò sulla cucina deserta e vide la spesa sul tavolo. Andò sparato verso la camera da letto. “Vuoi vedè che finalmente se n’è annata fuori dalle palle?” s’illuminò poi. La porta della camera chiusa a chiave gli diede un rinculo tale che quasi si slogò la spalla. Provò ancora due, tre volte, ma niente. Si chinò a spiare dalla serratura buia, quindi si drizzò di colpo. Con la mano tremante cercò il cellulare nella tasca del giubbotto. «Amò, so’ io. Chiama n’ambulanza va’. Sta scema ha capito tutto». Tre secondi, tre mosse: la chiave girò nella toppa, la porta si spalancò e la limetta per le unghie gli si piantò nella guancia. Anna afferrò da terra il cellulare del marito che si copriva il volto sanguinante e disse: «Amò, e chiamala ‘st’ambulanza va’, che er pupo piagne, e poi vedi dann’affanculo!».

4 comments:

Anonymous said...

:)

Madavieč'77 said...

Lu?
Rf

t said...

si si si ...anch'io..si..del resto si sa gli acquario sono gelosi, ma loro vogliono libertà...

Madavieč'77 said...

Comodo l'acquario, eh?

Rf