Friday, 30 April 2010

La BBC: "Molto meno grave di quanto s'era previsto"...









Sappiamo tutti del disastro in corso nel Golfo del Messico.
Oggi sul "Corriere" gli ultimi aggiornamenti: «“Quello che si temeva è avvenuto: le prime smagliature della marea nera, fuoriuscita dalla piattaforma della Bp Deepwater Horizon, sprofondata nel Golfo del Messico lo scorso 22 aprile, hanno raggiunto le coste della Louisiana e negli Stati uniti è stato decretato lo stato di «catastrofe nazionale» [ cfr. “Louisiana, l'onda nera tocca le coste. E Obama chiama l'esercito”, in “Corriere della sera”, Redazione online 30 aprile 2010].

Ci sono ancora 11 uomini dispersi e le speranze di ritrovarli sono davvero poche. L'impianto di perforazione Transocean appartiene alla più grande impresa di perforazione offshore del mondo. I costi dell’impianto ammontano a circa 500 mila dollari al giorno. “L'impianto di perforazione rappresenta la punta di diamante della tecnologia di perforazione. Si tratta di un impianto mobile, in grado di lavorare in profondità fino a 10.000 metri d'acqua. L'impianto di perforazione è “non-ormeggiato”, cioè non fa uso di ancore perché sarebbe troppo costoso e il carico troppo pesante. Pare che le fiamme abbiano raggiunto un’altezza di 200-300 metri. Si sta cercando di risolvere la situazione con comandi a distanza (ROV), che sono essenzialmente sottomarini in miniatura con braccia manipolatrici e altre apparecchiature in grado di muoversi sott'acqua mentre l'operatore siede a bordo nave. Si tratta degli stessi macchinari utilizzati per esplorare il Titanic, tanto per capirci. Navi speciali antinquinamento sono state inviate per lavorare alla fuoriuscita di petrolio, trasportate da speciali imbarcazioni cargo, arrivando a sfiorare la macchia nera.
Le foto che avete visto le ho ricevute da alcuni colleghi al porto di Corpus Christi, Texas, gli stessi mi hanno ospitato lo scorso anno, ricordate? Che stupido... Allora i miei pensieri erano rivolti a tutt’altro. E oggi, quasi me ne vergogno.
Le foto sopra sono solo alcune fra quelle che ho ricevuto e che mostrano la successione degli eventi a 36 ore dallo scoppio, illustrando anche il principio dell’affondamento.

L’ennesimo disastro, anche se la BBC non la pensa così e riporta la notizia secondo cui è molto meno grave di quanto s'era previsto. Inutile, se non a farci esclamare “Madò!”. Perché tanto, appena chiusa la pagina web, o la TV, continueremo a fregarcene, come se la cosa non ci riguardasse.

Thursday, 29 April 2010

Mostrami il cassetto e ti dirò chi sei

C’è chi sostiene che si possa capire molto della persona che si frequenta osservandone le scarpe. Lo sostiene la guru Donna Sozio (“Shoe-guru”), autrice di “Never Trust a Man in Alligator Loafers”.
Donna Sozio dice: «Noi non possiamo scegliere tutto nella nostra vita. Ma le nostre scarpe sì! Le calzature sono una sorta di previsione della nostra personalità per chi ci sta di fronte e ci osserva. Accendono i riflettori sulle nostre abitudini e sui nostri atteggiamenti. […] Ciò che abbiamo scelto di esprimere attraverso le nostre scarpe è anche ciò che abbiamo scelto di esprimere (o non esprimere!) nella vita e nelle nostre relazioni affettive».
Gli indizi più importanti, quindi, nell’osservare le scarpe di una persona sarebbero tre: 1. «Il materiale. La qualità delle sue scarpe è un chiaro segno di cosa ci si può aspettare in un rapporto con lui! […]». Per esempio, se le scarpe sono di camoscio «allora il nostro pretendente ha un elevato livello di sensibilità. Oppure, se tutte le sue scarpe sono di un materiale rigido e duro è un tipo che sta sulla difensiva, o che ha innalzato un muro davanti al suo cuore»; 2. «La condizione della calzatura, invece, dice dove si vuol andare, soprattutto in un rapporto». Di certo una scarpa anonima, non griffata, ma in buono stato fa capire che l’uomo che l’indossa punta molto più in alto di chi, al contrario, ne indossa una di Gucci, ma sporca - tipica del fannullone. «Le condizioni in cui versano le scarpe di un uomo indicano le condizioni di tutto il resto della sua vita. Compresi i suoi progetti in una relazione con voi!»; 3. «La manutenzione. […] Proprio come le relazioni, le scarpe hanno bisogno di manutenzione, altrimenti le loro condizioni possono peggiorare facilmente. […] Quando le condizioni delle sue scarpe sembrano richiedere qualche lavoretto, che cosa fa lui? Le butta via e va in cerca di un nuovo paio, oppure le fa risuolare?». Ecco come capire se un uomo sa prendersi cura non solo di se stesso, ma anche di te!
E così la Sozio continua sia analizzando le scarpe che possono aiutarci a scovare l’uomo perfetto, quello da sposare, o la donna da sposare, sia ponendosi altre domande quali, ad esempio: «Are there other articles of clothing that can tell us as much as shoes?» («Ci sono altri articoli di abbigliamento che possono dirci quanto ci dicono le scarpe?»). Secondo la Sozio no. «Per le donne, la lettura delle scarpe di uomo è molto utile e facile da fare perché la maggior parte di noi è già in sintonia con questo articolo. Per la maggior parte di noi sarebbe più difficile rimanere sintonizzate sugli orologi, sulle camicie o sulle cravatte. Le scarpe sono uno capo di abbigliamento che indossano entrambi i sessi» spiega.

È su questo punto che non sono d’accordo. Ed è proprio per questo motivo che mi sono soffermato a riflettere sull’intervista alla guru delle calzature.
Credo che aprendo il cassetto di un uomo si possa davvero capire di tutto. Cosa? Beh, le sue “tradizioni”, l’igiene… Cose scontate, dite? Può darsi.
Io per esempio sono un feticista delle mutande e delle canotte. Quando sono a mio agio indosso le maglie bianche della salute, lana fuori e cotone sulla pelle. Sono quelle più comode, ma di certo non adatte a un appuntamento galante. Per certe occasioni, solitamente, indosso le mie canottiere colorate intonate agli slip.
Certo, capita che un appuntamento galante possa essere anche imprevisto, per quanto desiderato (m’è capitato pure questo e da allora non ho più scordato il consiglio di una mia arcavola alle sue figlie che diceva: «Prima di uscire lavatevi sempre la fissa e i piedi… che non si sa mai!»).
In quel caso cosa fare? Levarsi la mappazza di lana con nonchalance, come se fosse l’articolo più figo del mondo, o cercare di nasconderla?
C’è chi le canotte non le usa, ma indossa semplici T-shirt di cotone (il mio caro ex, Mr. T-Fish, per dirne uno), e chi invece non sopporta proprio nulla sotto la camicia.
E ogni quanto si cambiano le canottiere? Ogni giorno? Ogni due? Dipende forse dalla frequenza con cui ci si doccia? Oh, ce ne sarebbero da raccontare!
A ogni modo, ecco che da oggi ci sarà un motivo in più per usare le canottiere.
Parlo della nuova, rivoluzionaria, canottiera con panciera incorporata e presentata lo scorso mese su “How to Spend It” (il fichissimo inserto del “Financial Times”, per chi non lo conoscesse). Si tratta di una canottiera che maschera le maniglie dell’amore e il flaccidume sotto l’ombelico spesso tipico di chi (ahimé) varca la soglia della trentina. Essa a volte è intrisa anche di testosterone (solo poche marche la producono per ora) e si può anche accompagnare allo slip con la coppa d’olio. Sì, proprio come per i reggipetti. Una mutanda speciale che ti fa un pacco così!
Aveva ragione la Mannino quando diceva che il boxer è per chi ha qualcosa da nascondere, mentre lo slip è per chi crede di avere qualcosa da mostrare?

Wednesday, 28 April 2010

Faccia da culo, o di culo?

Evvabè Dario caro, ognuno come la vede (“Ogni testa s’è un mondo!”, dicono a Fadalto, il paese dei miei avi materni. Mi riferisco al post precedente). Quindi andiamo avanti…
Chiedo scusa sin dal principio perché il presente sarà un post un po' concitato.


Credo che, amore o non amore, una delle cose più importanti che bisognerebbe imparare per stare al mondo è che non possiamo evitare di combattere con gli scemi. Una volta un grande autore turco ha scritto: «La prima cosa che imparai a scuola fu che alcune persone erano stupide; la seconda, che c'erano altre persone ancora più stupide».
Quant’è vero! Ancora, aggiungerei che è impressionante quanti, fra i suddetti stupidi, hanno anche la (s)fortuna di ritrovarsi una faccia da culo tale da riuscire a far saltare la mosca al naso a Gesù Cristo.
Per esempio, vi racconto che sono stato in pena fino a ieri perché, fra le varie, c’è un’amica in particolare nei confronti della quale mi sentivo in colpa per non averla chiamata a lungo. Ogni tanto un sms, sì, ma sapevo che avrei dovuto sentire la sua voce per sapere come stava realmente. Ero così preoccupato per il fatto che non si facesse più viva con me! Ero sicuro che questa volta avesse deciso di non fare la prima mossa per ripicca, perché di solito è lei a chiamare me. Perché sa che non amo stare al telefono. Ma alla fine anche questa mia smette di essere una valida giustificazione, o no?
A ogni modo, finalmente ieri le ho telefonato, tornando da lavoro. Quando non mi ha risposto le ho scritto un messaggio: «Ciao gioia, scusa se non mi sto facendo sentire. Fammi sapere come stai».
Dopo appena cinque minuti la risposta – pling! «Ciao Ra! Tutto bene. Sto benissimo. Finalmente ho trovato l’amore della vita mia! Indovina chi è? È Pinco Pallino… l’avresti mai detto?».
Quale è stato il mio primo pensiero, mi chiedete? Beh che, ho riletto l’sms e mi son ripetuto incredulo:
“Amore vero? Con Pinco-cazzo-fottuto-Pallino? Quel Pinco-cazzo-fottuto-Pallino??”.
Se esiste sulla terra un uomo con la faccia che assomiglia di più a un culo, credetemi, è proprio Pinco-cazzo-fottuto-Pallino. E la cosa brutta è che lei lo sa che è un omofobo, ladro, piscivrachetta… ma lo ama.
L’ho chiamata per rimanere in silenzio e ascoltare cosa avesse da dirmi.
Chessò, forse mi aspettavo qualcosa del tipo: «È che sono disperata»; «Sono rimasta incinta una notte che me lo sono fatto da ubriaca»; «Soffro di disturbo della personalità multipla»; etc… ma nulla di tutto ciò.
Solo: «Sono innamorata» e «Che c’è?», mi fa «Non mi sembri contento».
Non ti sembro contento?
Che avrei dovuto risponderle? Lo sa benissimo cosa ne penso. Lo stesso che ne pensava lei fino all'anno scorso.


Andiamo avanti.
Mi è venuto in mente un tipo che vedo spesso in metropolitana al mattino, andando al lavoro. Come me, deve avere qualche disturbo mentale per cui si sente costretto a salire sempre sull’ultima carrozza e sempre alla stessa ora (anche quando è in ferie). Caruccio.
Come è capitato di fare anche a me in passato, l’altra mattina mi ha lanciato degli sguardi un po’ troppo espliciti, sorrisini… finché ieri non è salito sul treno con la fidanzata che s'è sbaciucchiato per tutto il tragitto fino in Centrale. Non sono questi validi esempi di facce da culo?
Come si fa per averne una?

Tuesday, 27 April 2010

Felici di perdere l’amore


(Cont’d)
Una volta ho amato per davvero.
Ma se avessi avuto un figlio che, come in ogni sit-com che si rispetti, mi avesse chiesto “Cos’è l’amore?”, mi domando cosa avrei mai potuto rispondergli.
È poi vero il proverbio che recita “A chini un tena né soldi né figghi u’li chiedere cunsigli”?
Faccio uno sforzo e provo a immaginare una definizione d'amore che possa dirsi tale e ciò che mi sovviene è solo una lunga serie di ricordi e di emozioni vissute quell’unica volta, oramai anni orsono.
«Papà, cos’è l’amore?».
Come renderlo a parole, figlio mio? Come è possibile riprodurre la mistura delle musiche più belle che si siano mai ascoltate con la vista di paesaggi meravigliosi, senza eguali, con i profumi più dolci e i sapori più piccanti e salati che non è stato mai possibile gustare in vita addentando del semplice cibo, o succhiandolo, o leccandolo, o anche solo annusandolo; il tutto unito al contatto con il velluto più morbido e con la roccia adamantina, con le spine delle piante più velenose, con la superficie dei ghiacci artici e delle dune sabbiose del deserto?
Nemmeno “I still haven't found what I'm looking for” degli U2 riesce a trasmettere quest’emozione, perché ne costituisce solo una parte infinitesimale.
«[…]Ho baciato labbra al miele/Trovato una panacea sulla punta delle sue dita/Bruciava come il fuoco/Questo desiderio ardente/Ho parlato la lingua degli angeli/Ho tenuto per mano un diavolo/Era calda nella notte/Io ero freddo come una pietra […]».
Per quanto mi riguarda neppure Neruda ci è riuscito, con la sua “Voglio che tu sappia una cosa” (ch’è quanto di più romantico e commovente abbia mai letto in vita mia). Anch’essa è solo un’altra parte minuscola del tutto.
Ciò che risponderei, forse, è: «Mi spiace, non posso dirtelo. Augurati solo di amare almeno per un giorno, anche solo per un’ora nella vita».
Vi dirò di più, mi darebbe fastidio anche solo tentare di definire la mia esperienza d’amore, a chiunque, perché avrei paura che venisse fraintesa, giudicata, insozzata dagli occhi e dalla bocca del mio interlocutore che, di sicuro, avrebbe di già una sua propria idea a riguardo.
L’unica cosa che mi sentirei di fare potrebbe essere raccontarla.
A ogni modo, questo sentimento che alcuni hanno in sorte di provare è qualcosa di talmente enorme da non poter essere concepito a priori dal cervello umano che può figurarselo solo dopo averlo esperito. Proprio come accade con la morte.
All’inizio anch’io non lo capivo e non riuscivo a figurarmelo.
Ma è proprio per questo che anche quando lo perdiamo, l’amore, quando veniamo lasciati, o quando siamo noi a lasciare perché ci disamoriamo, non possiamo che essere felici. Felici di averlo vissuto, di averlo portato dentro di noi e di averlo nutrito finché è stato possibile.
Magari non cogliamo subito l'importanza di ciò, ma siccome “il tempo è un galantuomo” (come diceva mio nonno, l'Avucàt') questa è - e sarà sempre - una delle poche verità che ci è dato di toccare con mano.
Non si tratta di un alibi e non è dato mistificare parole d’amore attribuendo loro un valore di rinuncia, di disfatta, o anche di vendetta nei confronti del presente.
Fino a qualche giorno fa era (per me) una faccenda di nostalgia acuta, questo sì.
Mi rendo conto che non è semplice volgere la nosomania, questa sorta di rimpianto ardente in un’emozione nuova. Quindi, a chi si trova oggi nella condizione che è stata anche mia, auguro di ricevere un insegnamento uguale, di arrivare a sentirsi finalmente felice d'aver perso l'amore e di gioire per il solo fatto di aver amato davvero.

Monday, 26 April 2010

Il baricentro del mio cuore

Si sono dette e continuano a dirsi tante cose sull’amore. Tutte vere, tutte false. E sembra non basti mai, eh? Come se ogni volta si dicessero cose nuove… Più ne troviamo scritto, più ne leggiamo nella speranza di capirlo.
Il bello è che siamo tutti autorizzati a dire la nostra - in base al nostro vissuto, in base alle condizioni del nostro cuore che, fondamentalmente, può essere traboccante e dilatato dal calore esercitato da un sentimento tanto inspiegabile quanto ancestrale, o ridotto in frantumi, sbriciolato, rotto, un cosiddetto “cuore spezzato”.
Di solito, chi si ritrova un cuore in pezzi è portato a convincersi che l’amore non esista, che tutto ciò che si racconta in merito sia una menzogna, frutto della fantasia degli esseri umani, non riflettendo spesso sul fatto che il prodotto dell’immaginazione non è bastevole di per sé a spezzare un cuore e che anzi, se fa così male, è proprio perché non esiste nulla di più vero e concreto dell’amore – che sia corrisposto o meno.
Cosa significa avere un cuore gonfio d’amore?
Non a caso poc’anzi ho usato il termine “dilatato”. Infatti, proprio come nella dilatazione termica dei corpi solidi, con l’amore anche le monadi del nostro animus e/o anima aumentano di volume, poiché esso implica una variazione della loro oscillazione attorno al nostro punto di equilibrio. Tale fenomeno è inevitabile quando il nostro amore è felice, ma anche quando non lo è. Nel peggiore dei casi, poi, ritengo che non solo si verifichi una modificazione oscillatoria, ma che sia addirittura lo stesso punto di equilibrio a essere scalzato, trasferito altrove, a volte addirittura trasposto sulla persona per cui, questo amore, lo nutriamo.
È per questo forse che per rendere l’idea dello stato d’animo di una persona innamorata diciamo che “cammina sulle nuvole”; perché spesso chi è innamorato perde il proprio “centro del peso”. Chi si immerge nell’amore lascia il campo di gravità uniforme, dove l’accelerazione di gravità smette d’essere costante, e in cui tutti, di solito, viviamo. E così che finisce spesso che l’innamorato si senta spaesato – "innamorato perso" -, perché nessuno può essere abituato a ritrovarsi così, da un giorno all’altro, con un campo gravitazionale esterno.
Mi sembra chiaro, a questo punto, come chi vede il proprio baricentro trasferito su un individuo diverso da sé che non ricambia il suo amore possa giungere al punto di convincersi che questo sentimento non esista, o che capiti solo una volta nella vita, non accorgendosi invece di averlo semplicemente perso da qualche parte.
Alcuni hanno detto che “ l’amore è come un autobus: passato uno ne passa subito un altro”. Altri dicono che gli amori platonici sono gli unici a durare per sempre.
Quello che posso dirvi io, oggi, è che l’amore esiste. Su questo non ho dubbi. Quello che non so ancora in via definitiva è se n’esista davvero solo uno, cioè vero e irripetibile, unico nel suo genere e che, quando perso, tutti quelli che seguiranno non reggeranno mai il confronto.
Eppure più passa il tempo più mi accorgo di convincermi in tal senso.
Sono più che certo che esista un amore talmente forte da avere una valenza universale, ovverosia al di sopra del tempo e dello spazio e del sesso e forse anche della specie.
Non è facile capire dove e quando s’è perso il baricentro del proprio cuore. Solo, è possibile accorgersi che ci è stato sottratto qualcosa a cui tenevamo oltremisura e anche di più.
Personalmente, ancora oggi ho l’impressione che il mio centro di peso sia intrappolato nel passato, impigliato fra i punti di un bikini bianco lavorato all’uncinetto e pesante dell’acqua e della salsedine del mare Ionio in seguito a un bagno serale, alla luce morbida di un tramonto.
(Cont'd)
_________________________________________________
[Apparso su Gay.tv "L'equilibrio di un cuore innamorato, Esiste davvero un sola occasione, unica e irripetibile o l'amore è come un autobus, perso uno ne passa subito un altro?"

Sunday, 25 April 2010

Libera interpretazione

“Mi dispiace”.
Questo è tutto ciò che riesci a dire. Sono passati anni e, ancora, parole come “scusa” non ti vengon fuori con facilità. Sì, proprio parole come “scusa”.
“Perdonami”.
È tutto ciò che riesci a dire. Sono passati anni e, ancora, le parole non ti vengon fuori facilmente; le parole come “perdonami” proprio no.
Eppure riesci a chiedermi: “Gioia, posso stringerti stanotte?”.
Beh che, se riuscirò a dirti le parole giuste al momento giusto, allora sì, sarai mio. Mio.
“Ti amo”, é tutto ciò che riesci a dire. Sono passati anni e, ancora, le parole non ti vengon fuori con facilità. Sì, proprio parole come queste: “Ti amo”.

Eh sì, posso stringerti a me stanotte? Se ti dirò la parola giusta al momento giusto, allora sì che sarai mio.

Friday, 23 April 2010

Paranormal Activity o Moron Activity?

È evidente che, nonostante le fricate di sonno che mi sono fatto nei giorni scorsi (6 hrs consecutive!), ho accumulato così tanta stanchezza che sono tornato nuovamente al punto da non riuscire più ad addormentarmi con facilità. Ieri notte mi sono messo a letto, con solo l’abat-jour sul comodino Kartell (scelto da mia sorella) a gettare una luce giallognola tutt’intorno, anche perché il lampadario è stato sradicato dal soffitto e altre luci non ce n’è mica. Così mi sono inceppato, fissando prima le ombre intorno all’armadio, poi una zanzara – forse la prima della stagione – immobile sulla parete di fianco al letto. La osservavo e mi chiedevo se fosse un maschio o una femmina e, se femmina, se mi avesse già punto e quindi ho immaginato il suo grembo pieno del mio sangue.
Quando poi la bastarda è volata via, quasi si fosse accorta ch'ero concentrato su di lei, l’ho persa di vista per alcuni istanti, pur sentendone il ronzio indisponente, finché non l’ho scovata di nuovo su una delle fotografie di Spot (il nostro vecchio dalmata che qualcuno ridusse in fin di vita a bastonate) che Dario ha appiccicato su un’anta di vetro della cabina armadio. Stava lì, immobile, in corrispondenza di una porzione di pelo bianco serrata fra quattro delle tante chiazze nere.
“Che vita di cazzo che fai” ho pensato rivolgendomi all’insetto. Mi sono domandato se fosse una di quelle dal ciclo univoltino e che età avesse. So che le femmine vivono massimo fino a 5 mesi, contro la durata media dei maschi di massimo 15 gg, così ho sperato che si trattasse davvero di un maschio al suo 15° giorno di vita e, sperando, ho realizzato quanto fossi incazzato. Perché poi?
Ho ragionato anche sul fatto che il fastidio che mi stava dando la vista di quella zanzara era quasi pari a quello arrecatomi dalle compagne di corso di scrittura. Sono dolcissime e molto simpatiche, oltre che brave, ma il fatto è che è in arrivo il momento che tanto temevo sin da quando mi sono iscritto - la fine del corso e la più che probabile richiesta di scambiarsi i numeri di telefono in vista della più che plausibile pizzata finale!
«Dai, dammi il tuo numero di telefono,» mi ha chiesto una di loro dopo l’ultima lezione «così si organizza qualcosa!». E io che pensavo “Oddio-no!” e già volevo scappare.
Potevo mica rispondere «Scusa, sei simpaticissima, ma il fatto è che non ho alcuna intenzione di conoscere gente nuova? Mi dà enorme fastidio l’idea d'intessere nuove relazioni sociali»? Non mi avrebbe mai creduto e l’avrebbe presa sul personale, non credete?
Verso le 2.00 mi sono stufato di questi miei pensieri e mi sono voltato su un fianco. Ho preso di mira l’abat-jour con lo sguardo. L’ho fissata in cagnesco continuando a pensare a quanto mi mancasse il nonno Raffaello in quel frangente e, quindi, sono accadute la seconda e poi la terza cosa strana di questi giorni: prima la tenda oscurante, quella con il rovescio spalmato in pvc verde che in camera sostituisce le persiane (nessuna finestra in casa mia ha le persiane) s’è mossa visibilmente dal basso verso l’alto, pur non essendoci un alito di vento, e poi è scoppiata la lampadina!
Non mi sono neppure alzato per controllare cosa fosse successo, ma costretto al buio mi è saltata alla mente una frase di O. Pamuk (ogni tanto, l'avrete capito, ho di questi flash) che recita «La ripetizione è la fonte, la garanzia e la morte della felicità!», e finalmente mi sono addormentato. Secondo me sto sviluppando strani poteri paranormali. Speriamo sia davvero così, che poi vado dalla D’Urso al “The Guinness World Record”, oppure a farmi intervistare a “Verissimo”.

Thursday, 22 April 2010

Los trans...génicos. Notizie dalla rivista “Clarin”

Migliaia di attivisti no-global, ambientalisti, scienziati e parte delle popolazioni indigene dei cinque continenti si sono riuniti a Cochabamba, dove il presidente Evo Morales ha indetto un meeting in seguito al fallimento del vertice di Copenaghen sul clima e in vista del meeting di Cancun, previsto per novembre. Il presidente boliviano ha aperto il vertice attaccando il capitalismo e indicandolo quale principale nemico dell'umanità, recita la rivista argentina “Clarin”. Poco prima, il rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, era stato fischiato in massa dal pubblico mentre leggeva un messaggio con cui incoraggiava un referendum mondiale col proposito di dirottare la spesa militare sulla lotta contro il cambiamento climatico, nonché sulla creazione di un tribunale internazionale che si occupi di processare i paesi che continuano a danneggiare l’ambiente.
Ma ciò che del discorso inaugurale del presidente boliviano Morales ha sorpreso tutti è stata una formidabile uscita che ora vado a riferire. Com’è come non è, Morales ha affermato che gli uomini che mangiano il pollo tirato su a botte di ormoni hanno problemi con la propria virilità.
Devo essere sincero? Credo sia vero. Anzi ne sono convinto e, vi dirò di più: la notizia non mi risulta affatto tale. Nel senso che di nuovo non c’è proprio niente.
Papà ce lo ripeteva sempre, a me e mia sorella quand’eravamo ancora picciuliddi di sei anni e nostra mamma si ostinava a cucinare i polli del supermercato invece dei polli ruspanti che ci “regalavano”: «Non mangiate la pelle che contiene tutti gli ormoni che a te [diretto al sottoscritto] ti crescono le minne e a te [diretto a mia sorella] ti fa male!».[1]
«I polli transgenici sono pieni di ormoni femminili, ecco perché gli uomini che li mangiano sono deviati e sono meno maschi» ha detto Morales [2] che poi ha aggiunto come il consumo di polli transgenici provochi nelle donne “cambiamenti organici” e che, se consumati per 50 anni di seguito, i polli all’ormone rendono gli uomini calvi. L’articolo del giornalista Pablo Stefanoni di “Clarin” prosegue ancora con il rendiconto sulle decisioni circa i conflitti ambientali in Bolivia (soprattutto a causa delle miniere), sulle miniere di argento e zinco di San Cristobal che sono in mano a una società giapponese, sullo spreco delle acque sotterranee, etc…
Insomma che, banane così e polli colà, chi ancora non è frocio lo diventerà!
La mia unica domanda a questo punto è: ma se io grazie a mio padre e alla vita sana di Calabria non ho mangiato polli all’ormone eppure sono venuto fuori così come sono, non è che c’è qualcosa che non va anche nei succhi di frutta, nei biscotti e nei formaggini di cui ero ghiotto (fino a “strafucarmi”)?
In ultimo: grazie, Sirviuzza, per il materiale che mi hai inviato. Sei sempre molto cara.

____________________________________________________
[1] Ho virgolettato “regalavano”, perché è così che al meridione, ancora oggi, si pagano le parcelle (per prestazioni mediche nel caso del mio babbo). Si tratta di un’antica forma di regolamento di conti conosciuta meglio come “baratto”.
[2] Cfr.: "Los pollos transgénicos tienen hormonas femeninas, por eso los hombres que los consumen tienen desviaciones en su ser como hombres", su: http://www.clarin.com/diario/2010/04/21/um/m-02185200.htm
____________________________________________________
[Apparso su Gay.tv "Sei gay? E' colpa del pollo (ogm), Secondo il presidente boliviano Evo Morales: "i polli transgenici sono pieni di ormoni femminili e gli uomini che li mangiano sono deviati"."

Wednesday, 21 April 2010

Benu miu 'u lett'!

Mi piacerebbe scrivervi che la sera, quando mi metto sotto le coperte, la mia mente è rivolta a considerazioni sul senso della vita, o coinvolta in chissà quali altri profondi ragionamenti di cui rendervi partecipi. Ma purtroppo non è così. Soprattutto ultimamente, avverto sin dal mattino una stanchezza invincibile che mi porto sul groppone finché - Deo gratias! - non ritorno in posizione supina. Non riesco neppure a riaprire il libro che ho sul comodino per continuare la storia dal punto in cui l’ho lasciata qualche giorno addietro.
L’unico mio pensiero è: “Ah! Benu miu u’ lett’!”. Semplice, diretto, quasi animale. Dopo di che gli occhi mi si chiudono a piombo e inizio a russare inesorabilmente, come solo un fumatore accanito riesce a fare.
Se proprio riesco a resistere qualche minuto in più, la mia ultima riflessione è diretta a chi, secoli addietro, decise di regalarsi - e regalarci - una cosa tanto preziosa quanto solo un buon letto può rivelarsi. E quindi penso: “Vo’ fiuriri chini l’ ha ‘nventat’!”.
Non so se avete sentito, tempo fa, di quell’architetto olandese, un certo Janjaap Ruijssenaars, che ha inventato il letto magnetico fluttuante [vd. foto sopra: "Magnetic Floating Bed"]. Con la forza di quattro magneti agli angoli del letto, il materasso galleggia a mezz’aria ed è tenuto in posizione da quattro cavi sottilissimi e può reggere fino a 900 chili! Ci vogliono solo € 1.200.000 per averlo lì, nella vostra stanza. Lo adoro quasi al pari del tavolo sospeso e della cucina senza zoccolo. Pensate a quanta fatica in meno quando fate i mestieri! E dire che il primo letto con tanto di “trabbacca” (testiera e pediera) è stato realizzato nel 1600, e al posto del materasso aveva una corda. Certo, ancor prima l’uomo primitivo non aveva bisogno neppure di una camera da letto per andare a dormire, ma si coricava su un giaciglio di foglie e si copriva, come san Nilo l’eremita, con le pellicce degli animali (con tutta la popolazione d’insetti che queste recavano seco). Il materasso preistorico era fatto di qualsiasi materiale trovato in giro e ammucchiato nell’angolo di una grotta. Mi viene in mente Heidi che, a casa del nonno (sui monti dove le capre la salutavano), dormiva su un mucchio di paglia, ricordate? Per non dire che, secondo la Bibbia, Giacobbe usava addirittura un sasso come cuscino. Questo finché i faraoni egiziani non decisero di rialzare i letti su una piattaforma di legno per proteggersi dai serpenti e da altri animali pericolosi. Ma solo loro. Infatti gli egiziani comuni, poveri cristi, continuavano a rannicchiarsi a terra su mucchi di foglie di palma. Fu solo con i Romani che venne l’idea di godere di maggiore comfort. Pare che la loro idea fosse quella di riuscire ad avere la sensazione di addormentarsi in una vasca d’acqua. Nel periodo rinascimentale, poi, per la realizzazione dei materassi vennero introdotti materiali come la seta e il velluto, mentre per quanto riguarda il telaio del letto le funi furono tessute a mo’ di rete e nel 19° secolo comparve quello in ghisa con i materassi ripieni di cotone che avevano meno probabilità di essere infestati dagli insetti. In fine, nel 1865 fu brevettato il materasso a molle che rimase il modello dominante fino al 1930. Nel 1940/'50 fecero la loro apparizione il futon e il materasso in gommapiuma, seguiti dall’invenzione del letto ad acqua e del letto regolabile (1960).
Insomma che, com’è come non è, mio nonno Agostino diceva sempre: «Il letto è come una rosa: se non dormi ti riposa». E c’aveva ragione.
Non vedo l’ora che arrivi stasera.
Ah, benu miu!

Tuesday, 20 April 2010

Le regole non scritte del cielo stellato

Lo scorso mese Claudio Magris ha scritto l’articolo “Non esiste libertà senza regole. È lecito cambiarle, non ignorarle”.
Il titolo di per sé acclara l’argomento fino in fondo. L’inalienabilità del principio di libertà correlata all’altrettanto indiscussa necessità delle regole. Oddio che, “indiscussa” è un termine azzardato dato il bisogno sorto negli animi di molti in quest’ultimo periodo di storia italiana. Se la regola è imprescindibile nella gestione della cosa pubblica (nello specifico era riferita da Magris alle vicende delle liste presentate dal PDL in occasione delle scorse elezioni), non bisogna credere però – ricorda lo stesso Professore - che essa perda questa sua peculiarità quando applicata a “l’amicizia, l’amore, la contemplazione del cielo stellato”.
Ha scritto Magris: «Ma codici, giudici, avvocati e prigioni diventano necessari quando qualcuno impedisce con la forza a un altro di amare o di contemplare il cielo stellato».
Quante volte ne ho scritto in questi ultimi due anni? La prima regola impartitami fra le mura domestiche: non ledere la libertà degli altri.
Magris è andato a fondo, inoltre, specificando: «E anche di regole nei rapporti umani; regole, in questo caso, non certo codificate o imposte né rigide, ma tacitamente presenti nel tono, nella modalità, nella musica ossia nella sostanza umana di ogni relazione, anche di amicizia e di amore. Pure il quotidiano vivere civile ha bisogno di regole non scritte, ma fondanti, che esprimano il rispetto dell’altro; un senso immediato e spontaneo che nasce dall’osservanza di regole intimamente accettate e divenute naturale modo di essere».
Quanti sono davvero d’accordo con questa osservazione? E quanti sarebbero disposti ad attestare di credere in questo principio adducendo esempi concreti e ablasi alla propria vita quotidiana, proprio come farebbe in una favola fantascientifica un chirurgo che volesse trapiantare il cuore di un uomo buono nel petto di uno cattivo, con la speranza che questi al suo risveglio potrà essere un uomo migliore?
Il fatto è che, per via della nostra natura umana corrotta e corruttibile, tutti almeno una volta nella vita abbiamo finito con il ledere la libertà del prossimo. Non ci vuol mica tanto! A volte basta una parola, il tono di un’osservazione. Esagerato? Forse sì. A volte è sufficiente il non riuscire a resistere alle tentazioni… essere volubili. Proprio come me.
Avete mai riflettuto sulla possibilità di aver limitato una persona in amore, cioè di averle impedito di amare?
Quando una persona sposata ne incontra un’altra libera da legami affettivi e prova attrazione per lei, succede spesso che le chieda di essere amata per un tempo limitato, quanto basta per soddisfare il proprio (inatteso?) narcisismo. Quello a cui non pensa è che l’altra, cioè chi non ha legami affettivi, potrebbe invece non resistere, infrangere la supposta regola dettata dalla parte generalmente più forte (che di solito si chiama “una botta e via”) e, dopo l’ennesimo incontro, lasciarsi coinvolgere dalla nuova esperienza affettiva, vivendola in maniera del tutto differente. Spesso accade che chi è libero precipiti inevitabilmente in una partecipazione insperata e, quindi, rischi di sviluppare un’emozione difficile da controllare e a dispetto della consapevolezza ch’essa è del tutto sconveniente e chimerica. Chi è libero in realtà cerca quasi sempre qualcosa di più che un amore limitato nel tempo e nell’intensità, anche se lo attinge da una persona già impegnata. È per questo che, indirettamente, chi ha già un proprio cielo stellato da contemplare dovrebbe accorgersi quando impedisce al suo prossimo di trovare e contemplare il suo.
Tutto chiaro?

Monday, 19 April 2010

Libri e spartiti

Quando Colin Thubron arrivò alla terza tappa del suo viaggio in Siberia, a Vortuka per la precisione, la disperazione gli scoppiò dentro insieme a un senso di sconforto. Il capitolo dedicato a Vorkuta, infatti, è intitolato “Mancamento di Cuore”.
In questa cittadina, nera come il carbone estratto dalle miniere per volere del regime staliniano insieme con la morte per migliaia di cittadini ucraini, tedeschi, polacchi, russi, cinesi e chissà quanti altri, Thubron incontrò un’ex prigioniera politica, ex-impiegata dell’ambasciata berlinese che alla fine dell’esilio decise di rimanere a vivere in quella città sperduta nelle vicinanze del Mare Glaciale Artico. Thubron la spinse a ricordare quel triste passato di lavori forzati. Volle farla piangere a tutti costi, ma ci riuscì solo per pochi istanti e solo alla fine di una lunga intervista. Volle scuoterla perché appariva rassegnata, troppo indulgente col passato, quasi a voler giustificare la follia che distrusse le vite di innumerevoli innocenti. La donna ricordò al giornalista inglese la quotidianità dei campi di lavoro e in fine gli disse:
«Perché non si riesce mai a tenere a mente le cose buone, le cose di tutti i giorni? […] Lei è uno scrittore no? E allora perché non lo scrive? Che a volte ridevamo anche, che ballavamo e cantavamo anche. Perché la gente deve vivere con la speranza… […] Scriva anche questo. Non c’erano solo lacrime. Lo scriva».
Non so perché scrivo di ciò proprio oggi. Forse, è solo che sono in ferie e stamani ho riascoltato alcune canzoni che fecero da sottofondo musicale proprio a questo brano letterario, quando lo lessi qualche tempo fa.
A voi non capita mai? Di associare una canzone, una musica, alle parole di un libro, o anche ai paesaggi scorti dal finestrino dell’auto durante un viaggio?
Per “In Siberia” del 1999 la mia mente ha suonato due brani di Tracy Chapman. Solo, non chiedetemi perché. So giustappunto che, all’epoca, le lacrime vennero giù da sole.

«People say it doesn't exist/ 'Cause no one would like to admit/ That there is a city underground/ Where people live everyday / Off the waste and decay/ Off the discards of their fellow man/ Here in subcity life is hard/ We can't receive any government relief / I'd like to please give Mr. President my honest regards/ For disregarding me […]» (da: “Subcity” 2001).
«[…] Leave the pity and the blame/ For the ones who do not speak/ You write the words to get respect and compassion/ And for posterity/ You write the words and make believe/ There is truth in the space between/ There is fiction in the space between/ You and everybody/ Give us all what we need/ Give us one more sad sordid story/ But in the fiction of the space between/ Sometimes a lie is the best thing/ Sometimes a lie is the best thing» (da: “Telling Stories”, 2000).

Credo che quando la solitudine - il mio peggior incubo - finisce davvero col diventare un semplice “fatto della vita”, quando tenta di divenirne l’unica legge imperante, è sufficiente ricordare che basta “tenere a mente le cose buone, le cose di tutti i giorni…” per scongiurarla.
Non so quali altre musiche avrebbe potuto mandare il mio cervello per accompagnare il resoconto di viaggio di Thubron. Adoro leggere e trovare la musica adatta alle mie letture.

«Let it rain / As I walk these streets unknown/ To no one named/ Not even myself/ When I’m low / Give me hope /That help is coming / When I need it most / Give me hope/ That help is coming / When I need it most/ Let it go/ No mother no father no home / Forget as all others/ Have forgotten/ When I’m alone». (“Let it rain”, T. Chapman, 2002).

Sunday, 18 April 2010

W lo "United"

(Immagine del Mailonline e del Timesonline)
________________________________________________

È proprio vero: mai disperare. Fino all’ultimo minuto non è mai detto. La vita può sempre riservare delle sorprese. A volte molto piacevoli. Lo sa bene lo United che ieri, 17 aprile, ha battuto il Manchester per uno a zero appena dopo il 90°.
«Per la terza volta in stagione, dopo l'andata in campionato e la Coppa d'Inghilterra, […] nell'anticipo della 35ª giornata di Premier League i Citizens sono stati beffati dagli odiati cugini dopo il 90'. A firmare il successo per i Red Devils al 92' è stato Paul Scholes, lasciato completamente solo dalla difesa del City al centro dell'area e liberissimo di mirare e mandare nell'angolino con un colpo di testa su cross dalla sinistra di Nani» recita il “Corriere dello Sport” che, a differenza del “Timesonline” e del “Mailonline - Football”, dimentica di fare riferimento al momento finale di esultanza, il più bello, quando un raggio di sole ci ha illuminato tutti a dispetto della nube islandese che minaccia di tenerci al buio ancora per molto tempo; che ha illuminato anche noi che del calcio non ce ne sbatte una mazza - quando Gary Neville si è lasciato guidare dalla gioia incontenibile e ha stampato un bacio sulle labbra dell’eroe del giorno Paul Scholes.

Saturday, 17 April 2010

Rammstein… “Das tut mir gut”

E ti pareva che me li dovevo perdere! Io sarò via dall’Italia e i Rammstein si esibiranno, il prossimo primo di luglio, al Castello Scaligero di Villafranca, in provincia di Verona, e sarà l'unica data italiana! Quella che chiamano la "Tanz-metal Band" berlinese proporrà alcune delle canzoni dell’ultimo album, "Liebe Ist Für Alle Da". Già il titolo vi fa capire perché li adoro… È dal 2000 che li seguo. Me li fece conoscere Benedikta, una ragazza bavarese con cui facevo tandem fra una lezione universitaria e l’altra. I Rammstein sono uno dei pochi gruppi cui mi interesso con costanza, dico il vero. I loro concerti sono fenomenali. Chi li conosce sa che lo spettacolo è sempre accompagnato da scenografie imponenti. Ricordate quelle fiamme che a Berlino passarono sulle teste del pubblico in delirio? E tutte le volte che quel pazzo di Till si è incendiato sul palco?
La musica dei Rammstein viene indicata spesso come "industrial metal" ma, pur non capendoci una mazza, non so quanto sia giusto definirla tale. Uno dei motivi per cui l’adoro è che, come buona parte della letteratura che mi affascina, risulta dalle influenze di generi differenti, auto-affermandosi in tutta la sua originalità. È ciò che la rende anche… bislacca. Forse è per questo che la musica e gli stessi componenti del gruppo spesso sono stati oggetto di critiche molto negative. Si prestano facilmente a fraintendimenti. Più volte accusati di propaganda nazista per il modo di uno dei componenti di pronunciare la "r", o per la scelta di adottare un film della regista nazista Leni Riefenstahl per il video di "Stripped". Addirittura la copertina del primo album, “Herzeleid”, che vede i sei musicisti a torso nudo con un fiore sullo sfondo, fu letta come la volontà dei sei di simboleggiare la purezza della razza ariana. Secondo me si esagera…
Ricordiamo innanzi tutto che «il nome Ramstein - a cui è stato aggiunta una m per suggerire un'analogia col verbo rammen ("urtare con violenza"), mentre Stein significa "pietra" - si riferisce a una base aerea situata in Germania che fu luogo di un incidente aereo nel 1988, che ha coinvolto le Frecce Tricolori italiane e in cui oltre 70 persone persero la vita e circa 1000 furono ferite». E poi prendiamo alcune canzoni come "Amerika". Qui i Rammstein fanno una satira molto pungente sulla globalizzazione e la “supremazia” americana nel mondo - atteggiamento, questo, tipicamente di sinistra, o no? E la canzone dedicata alla città di Mosca? Insomma che è sufficiente leggere i loro testi (invidiabile il coraggio con cui hanno scelto di continuare a cantare in tedesco) per capire il messaggio che vogliono lanciare. Ed ecco alcuni dei miei preferiti.
Da “Ohne dich”:
«Andrò tra gli abeti/ Là dove l’ho vista per l’ultima volta/ Ma la sera getta un velo sulla terra/ e sui sentieri dietro il ciglio del bosco/ E il bosco è così nero e vuoto/ Ahimé, ahimé/ E gli uccelli non cantano più/ Senza te non posso stare/ Senza te/ Anche con te sono solo/ Senza te/ Senza te conto le ore senza te/ Con te si fermano i secondi/ Non hanno valore…».
Da “Stein um Stein”:
« Ho dei piani, grandi piani/ Ti costruirò una casa/ Ogni pietra è una lacrima/ E tu non ne uscirai mai più/ Sì, ti costruirò una casetta/ Senza finestre senza porta/ Dentro sarà buio/ La luce non entrerà affatto/ Si ti farò una casa/ E tu dovrai far parte del tutto/ Pietra su pietra ti murerò dentro/ Pietra su pietra/ Io sarò sempre con te/ Senza vestiti senza scarpe/ Mi guarderai lavorare/ Con i piedi piantati nel cemento/ Abbellirai le fondamenta/ Fuori ci sarà un giardino/ E nessuno ti sentirà gridare…».
Esiste amore più grande di quello descritto in questo testo, un amore così grande da spingerti a murare una persona in una casa senza porte e finestre, anzi cui costruisci una casa intorno, appositamente per lei?

Ed ecco parte del testo della canzone che dà il titolo all’ultimo album, “Liebe ist fuer alle da”:
«Acqua calda/ Bei corpi/ Come brillano/ Al sole/ Mi insinuo/ parlo finemente/ Chi vuole scopare/ Deve essere gentile/ L'amore è qui, per tutti/ Chiudo gli occhi/ Allora la vedo/ La rinchiudo nella mia fantasia/ Chiudo gli occhi/ […]Le forme più belle/ Ben modellate/ Bocca carnosa/ Pelle così abbronzata/ L'amore è qui per tutti/ L'amore è qui per tutti/ L'amore è qui per tutti - anche per me…».

Naturalmente, con mia grande invidia, il mitico Gian (quello dei "Seven Gods") e sua moglie ci saranno al concerto del primo luglio, al castello. Non se ne perdono uno, quando c’è la possibilità. E fanno bene. Gian, mi raccomando prendimi la T-shirt! Io mi accontenterò di ballare “Du hast” all’ “HD”, quando sarò tornato.

Ancora una e poi basta, dai. Da “Ich tu dir weh”:
«Tu vivi solo per me/ Ti appunto le medaglie sulla faccia/ Sei completamente dedicata a me/ Mi ami, poiché io non ti amo/ Sanguini per salvare la mia anima/ Un piccolo taglio e ti ecciti/ Il corpo già completamente sfigurato/ È consentito indifferentemente, ciò che piace/ Ti faccio male/ Non mi dispiace/ ti fa bene/ Senti come grida…»

Thursday, 15 April 2010

Una cosa strana

Due minuti fa. Ero proprio davanti a questo pc che bacchiavo una nuova storia sulla tastiera sempre più unta d'olio di patatine "San Carlo". Incerta. La storia, incerta. Non io. Guardate, ve la copio e incollo così com’è, con tutti i suoi errori da primissima stesura. Insomma scrivevo quando è successa una cosa stranissima.

«La porta si aprì. Lei entrò. L’abito nero del lutto conferiva alla sua figura una bellezza ancora maggiore. Nonostante tutto era ancora una dea. Misurò i passi in modo da arrivare al tappeto al centro della stanza dov’era disposta la bara ancora aperta. Abbassò lo sguardo con rammarico quando si accorse di non esser riuscita a evitare quel tonfo odioso del tacco sul marmo del pavimento. Volse lo sguardo tutt’attorno e fu sicura di avere sorpreso i parenti del defunto, quasi appiattiti contro le pareti per farle largo, mentre fissavano la sua scarpa sinistra. Quella più alta. La sua “stampella”, come la chiamava lei. Fu a quel punto che ricordò di essere una donna forte, che in quella bara non c’era finita lei. Non ancora almeno. Quindi con un gesto morbido e al tempo stesso deciso della mano sollevò la velina sul cappello “Chanel”, poi aprì la pochette ed estrasse una sigaretta che strinse fra le labbra turgide e lucide per l’inopportuno rossetto rosso. “Maledizione!” pensò, quando i cirri di fumo le punsero le pupille costringendola a strizzare gli occhi, come se fosse stata orba, oltre che zoppa…».

Bene. Ero arrivato a questo punto quando m’è venuta sete. Il bicchiere semivuoto era qui, di fianco alla tastiera. Oddio che mi vengono i brividi solo a ripensarci! Insomma che ho fatto appena il gesto di prendere il bicchiere e quello, bam!, s’è ribaltato, quasi con violenza, e l’acqua s’è versata tutta sul tavolo. Per fortuna pc salvo. Ma non è che il bicchiere è caduto in avanti, come, chessò… come se avessi urtato il tavolo, o l’avessi mosso. Non l’ho tirato, giuro! Eppure è caduto verso di me. Verso la mia mano, come anticipando il mio movimento. Come se fosse stato lui a voler venire verso di me. Secondo voi sono esaurito? No, perché dovete sapere che è da quando avevo dieci anni che il mio idolo è “Il principe delle stelle”. Ve lo ricordate? Peter Barton che interpretava Matthew Star, un bellissimo principe (un figo "spaziale"), l'erede del pianeta Quadris arrivato sulla terra col suo fedele servitore, Walt - un nero pelato e di bella stazza – che aveva un sacco di poteri paranormali fra cui quello di muovere gli oggetti col pensiero? Io ho sempre sognato che un giorno avrei acquisito i suoi stessi poteri. E beh che, stasera, è stato un po’ come avverare questo sogno. E forse non dovrei nemmeno raccontarlo perché mettete ch’è così? Cioè che sto imparando – inconsciamente - a sfruttare i poteri della mia mente? A ogni modo sono sconvolto. Dovevate esserci per capire. Una cosa troppo strana…

Wednesday, 14 April 2010

Fashion Guide - Spring-Summer 2010: braghe a Zumpafosso

Ho finito di studiare in vista della prossima stagione e ho capito una cosa molto importante: è giunto finalmente il momento della rivincita!!
Sia per me, il solito lungagnone che va al giro vestito come un vaccaro; sia per il Boss che evidentemente è un precursore (inconsapevole) delle mode e fino a ieri era soggetto ai risolini soffocati di chi lo vedeva sfilare in corridoio ; sia per tutti quelli che si ritrovano un bel pantalone all’ultimo grido ridotto ad abitino per Ken, perché lasciano fare la lavatrice alla nonna ch’è solita buttar dentro tutto insieme e girare la manopola a 90°.
Tutti i cataloghi e le guide di moda maschile per la primavera-estate 2010 sono d’accordo. Anche quelli che pesano 100 kg e costano € 55.00: i pantaloni in generale,ma i blue-jeans in particolare, vanno indossati “come seconda pelle da portare sempre e comunque con piccolo risvolto alla caviglia”!
Sì, amici, avete capito bene – alla “ZUMPAFOSSO”! O “acqua in casa”, come dicono i milanès.
Io, ripeto, sono felicissimo. Finalmente potrò tirar fuori tutti i pantaloni del liceo che mi vanno ancora di trippa, cioè, scusate, in vita e che sono oramai stretti al punto giusto, ma pur sempre corti quanto basta per risvoltarli, lasciando credere che non mi siano mai andati corti.
A questo punto non mi rimane che inchinarmi (…?...) davanti al mio amato Mr. Ignoto, my first, real Fly-fish (piscivrachetta) che, quella sera che c’incontrammo per la prima volta per bere una (ma anche due) “Guinness” su Corso Lodi si presentò proprio come uno dei modelli che oggi sembrano voler saltar fuori dai cataloghi: braghe a zumpafosso ed espadrillas ai piedi (adoro anche le espadrillas quando sono a Rossano d’estate!).
«Guarda e impara» mi disse mentre lo mangiavo con gli occhi – in effetti, è strano che mi siano rimaste impresse proprio queste parole, dato ch’ero preso da tutt’altri pensieri. «Questa è la moda del prossimo anno» aggiunse con tono profetico.
In effetti lui ci vive a mollo, nella moda. Lui che di cognome fa… fa… Forrester.
Ma c’è di più.
Per chi non ha mai sopportato quella striscia di stoffa colorata che si annoda intorno al collo, la “puddicata” (cappio) come la chiama mio padre e meglio conosciuta al popolo italiano come cravatta:
«La cravatta, ormai, è quasi assente: il rigore di un colletto perfettamente chiuso è più moderno e rende ancor più impeccabili».
Che dire? A me le cravatte piacciono molto, così come i papillon da annodare a mano. Ma da molti anni a questa parte è divenuto questo il bello della moda – a ognuno il suo.
Quindi, forza!, fate la vostra scelta.

Tuesday, 13 April 2010

Nel bel mezzo del cammin di nostra vita...

Da ieri la maggior parte dei quotidiani, un po’ dappertutto nel mondo, parla di “The Breaking Point”, scritto da Sue Shellenbarger. Qui faccio riferimento agli articoli del “Corriere” e del “Daily”.
Ma davvero è così strano immaginare che anche le donne soffrano della crisi di mezza età? E quali sarebbero i sintomi? Sono le mie domande iniziali.
Di solito, la prima crisi - sia per gli uomini che per le donne - arriva intorno ai 20 anni, quando si pone fine ai sogni che segnano l’infanzia e l'adolescenza.
«La crisi di mezza età serve ad aprirci gli occhi proprio sulla natura fantastica dei nostri pensieri riguardo al futuro».
Quindi mi domando: forse che, chi riesce a realizzare i propri sogni è colui che riesce a non uccidere il bambino che ha dentro, pur riuscendo ad affrontare a dovere la dura realtà?
«Secondo recenti ricerche, la differenza più sostanziale fra l’atteggiamento maschile e quello femminile durante la crisi di mezza età è che le donne hanno il doppio delle probabilità di reagire mostrando una sperticata fiducia nel futuro. Una volta che hanno cominciato a riprendersi dalla crisi iniziale, le donne tendono a gestire il tutto come una sfida e un'opportunità».
Sue Shellenbarger pare aver scoperto che quando le donne si ritrovano di fronte a grossi ostacoli durante la fase della mezza età – un divorzio, una malattia, la perdita di un genitore -, in loro s’innesca una trasformazione “sorprendentemente positiva”. Allo stesso modo, l’autrice ha constatato come le donne siano più disposte a correre dei rischi.
«Molte donne sono solite anteporre le esigenze di altre persone - che si tratti del datore di lavoro, del un partner, dei figli - alle proprie. Non c’è da meravigliarsi se a certo un punto sentono di non sapere più chi sono».
Dai dati raccolti risulta che in questi ultimi anni le donne sono diventate più soggette alla crisi del “pomeriggio della vita” (come C. Jung aveva definito la mezza età), ma non è escluso che invece siano divenute semplicemente più disposte a parlarne.
A ogni modo il motivo per cui oggi scrivo di ciò è tutt’altro che una profonda empatia nei confronti del gentil sesso.
Il fatto è che sono indicati quali sintomi della crisi di mezza età femminile: il bere troppo; il sentirsi inutili e poco attraenti; lo shopping compulsivo.
Sapete cosa vuol dire ciò? …Che nel mio corpo di maschio trentaduenne barbuto si nasconde una donna di circa quarantacinque anni.
Ma è possibile che di fronte a un’aspettativa di vita sempre più lunga, la crisi di mezza età invece che essere ritardata arrivi molto più in anticipo?

Monday, 12 April 2010

Il popolo delle statue di sale

Visitai la Polonia quand'ero ancora un quattordicenne. Ne serbo un ricordo bellissimo.
Un viaggio di più di 30 ore in pullman insieme coi ragazzi e ragazze di una squadra di volley di Padova. Il fine ultimo del viaggio fu giustappunto un torneo che disputammo a Cracovia. Fu nel bungalow assegnatomi a Cracovia che scoprii di essere allergico alla polvere. Un delirio, certo, ma poche altre volte mi sono divertito come allora. A quei tempi non conoscevo nulla della storia dell’Europa Orientale, tanto meno della Polonia (molto occidentale), né mi diceva nulla il nome di Adam Mickiewicz e del suo poema “Pan Tadeus” (Il signor Taddeo), considerato quale epopea nazionale polacca, che narra la storia di due famiglie nobili e la storia d’amore di Tadeusz Soplica e Zosia.
Imparai a conoscere questo Paese, è il caso di dire, sul campo, ossia girando per le palestre che ci ospitarono e per i boschetti fra cui erano mimetizzate le nostre baracche, mangiando la carne che un nutrito gruppo di tripponi biondi e sorridenti grigliarono generosamente per noi – anche se ce n’era poca, di carne, noi non ce n'accorgemmo – e bevendo la loro birra in quei boccali enormi di cui ancora oggi ricordo il peso. E perfino usando la loro carta igienica simil-carta vetrata. L’ospitalità non fu affatto un punto debole dei nostri nuovi amici.
Non ho mai incontrato un polacco scortese e a quel tempo mi colpì non poco lo sguardo di ammirazione misto a dignità feroce che illuminava il volto non solo dei nostri coetanei, ma anche degli adulti che ci scortavano. A quanto pare la dignità è sempre stata una delle caratteristiche principali di questo popolo.
Ripensandoci, fu strabiliante la sicurezza e fierezza con cui la squadra femminile entrò in campo in occasione di una delle partite. Da un lato c'erano le nostre ragazze in divisa quasi fluorescente (body attillato, per quell’età molto provocante), dall’altro le nostre ospiti la cui divisa consisteva di mutandoni e maglia di lana del nonno. Ma ragazzi... SBA-BAM! Che schiacciate nei tre metri che tiravano! Legnate da spaccarti le braccia e, beh che, alla fine ci fecero a pezzi, ma senza che l’atmosfera di festa subisse alterazioni alcune. Anzi che venne prolungata prima con la visita alla Miniera di sale di Wieliczka. Impressionante. Bianca e solida come gli autoctoni, la miniera raggiunge una profondità di 327 metri ed è piena di statue tutte scolpite direttamente nel sale, come anche i lampadari e il pavimento e le varie decorazioni delle sale e delle cappelle [vd. foto]. Poi il gruppo si assottigliò e proseguimmo verso Częstochowa per assistere al "cambio d’abito" della famosa Madonna nera col Bambino conservata nell’omonimo santuario che è fra i più importanti centri di culto cattolici (il pellegrinaggio al santuario di Częstochowa si svolge sin dal medioevo).
È un popolo forte e ben nutrito dalla fede cattolica, quello polacco. Quasi a far concorrenza al popolo italiano. Molti polacchi parlano italiano; molti, come sappiamo già, vivono nel nostro paese, nelle nostre case e si prendono cura dei nostri cari e, per questo, meriterebbero più rispetto di quello che già serbiamo loro.
Spero che la disgrazia che ha colpito questo paese sfortunato e affascinante, quanto ancora misterioso ai più pur nella sua semplicità, possa essere digerita e superata quanto prima e al meglio.

Sunday, 11 April 2010

Le piante, li fiori!

Devo dire la verità che sono particolarmente orgoglioso dei miei balconcini.
In foto non sembreranno nulla di speciale - anche perché non si sono ripresi ancora del tutto -, ma ciò che dovete chiedervi è: come hanno fatto le tue piante a sopravvivere ai -7°c che hanno attanagliato Milano durante l’inverno appena (forse) trascorso? Come mai le gerbere sembrano voler rinascere dalle loro ceneri – e ci riusciranno -, i bulbi di "fiore parlante" che ti ha regalato Fabius non sono rimasti sotto terra, ma soprattutto come mai non hai trovato il gelsomino e la camelia morti congelati, addosso alla portafinestra mentre bussavano sui vetri, li graffiavano coi loro rametti scongiurandoti di lasciarli entrare?
Beh che, la risposta è: non lo so. Non so se sia merito del fatto che spesso parlo con le mie piante – a volte mi rivolgo a loro anche solo mentalmente -, come molti consigliano di fare; e non so se sia merito del concime (lo confesso... a volte sì, lo uso. Le chiamo: «Ragazze-e-e! Oggi vi dò la ddroga... Vi piace-e eh?, care le mie puttanelle…»). In realtà credo che sia semplicemente merito di Madre Natura, ai miei occhi ancora così misteriosa nei suoi piani.
I piani della Natura sono antidiluviani. Si tratta di tecniche e processi in parte spiegati dagli scienziati, ma che ancora nessuno è riuscito a imitare alla perfezione. Si tratta di un’organizzazione, una programmazione che, forse, andrebbe aggiornata, messa alla pari con la stronzaggine dell’uomo in modo da poter difendersi dai suoi mille irriguardevoli abusi, senza dover per forza distruggerlo e distruggersi, bensì facendo in modo che almeno essa possa sopravvivere. Invece è buona, la Natura. Sono sicuro che il giorno che si sarà rivoltata e ci avrà eliminato dalla faccia della terra, si suiciderà. Una strana relazione di odio-amore, la nostra.
Lo so, straparlo… è che sono ancora ciucco da ieri sera, ma è anche che ieri… ecco... ho dato una craniata che penso mi rimarrà il segno in fronte per un mese.
Colpa dei miei balconcini. Non è la prima volta che mi capita, che resto chinato sulle margheritine per cambiare loro la terra e poi, girando su me stesso per rientrare in cucina, SDENGH!, rimango piantato con la fronte sullo spigolo dello stipite della portafinestra, o del tetto spiovente.
Ma ieri, davvero, c'ho minato con tutta la ciotia.
Le piante richiedono sacrifici, sì… ma non credevo sacrifici umani.

Saturday, 10 April 2010

Sfoglia che ti sfoglia...

Io non ho parole…
Quello che ho capito è che la rivista “Slurp” si chiama così per due ragioni fondamentali:

1. Vd. Foto (tranquilli che è solo l’antipasto. Sfogliatelo e avrete davvero il menù completo!)
2. Il prezzo di oltre € 20.00.

“Slurp” è il verso che fa l’editore quando incassa. Quindi la rivista potevano chiamarla anche “Din-din-din!”, a indicare il tintinnio delle monete.
Anche se a vedermi non lo direste mai (M. Guardì una volta, durante una puntata di “Domenica In” mi definì bovaro), anche io ho la passione per le riviste di moda. Di solito mi butto sul “L’Officiel Hommes Italia” e su “L’uomo Vogue Italia” che sono, economicamente parlando, i più accessibili. Ma ultimamente ci sono grandi novità in edicola.

La prima che mi ha colpito è “Rossia” (euro 5.00) che poi sarebbe la trascrizione di “Россия”, vale a dire “Russia”, in russo. È un magazine patinato con testo a fronte in russo in vendita non solo presso le normali edicole ma anche presso «selezionati hotel di: Milano 5 stelle: Four Seasons, Principe di Savoia, Grand Hotel et de Milan & Straff, Hotel Baglioni, Petit Palais, Villa d’Este (da marzo 2008). 7stelle: Town House Galleria; Stagionali: St Moritz, Cortina, Porto Cervo; presso selezionati ristoranti di Milano: Giannino, Bolognese, La Risacca 6, Mediterranea
- alla Camera Nazionale della Moda Italiana e in 200 show room e uffici dei piu grandi marchi della moda[…]- a bordo degli piu importanti jet privati basati in UK, USA, Middle East, Russia con partenza da Forlanini...» e via dicendo…

Mi sembra di notare che l’editoria “Made in Russia”, o comunque russofila, sia sempre più presente nel nostro paese e che si porti dietro sempre più pretese di singolare raffinatezza ed elitarismo. Quasi ad imporle. Ma al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non accade solo con le riviste destinate alla diffusione internazionale. Esistono anche riviste interamente in lingua russa, destiate ai soli russi (come ad autoconvincersi), e dal packaging strabiliante, vale a dire rinchiuse in appositi carton-box patinati e a loro volta debitamente incellofanati - della serie: “Da comprare a scatola chiusa (tanto quello che c’è dentro è buono di sicuro)”.
Tutto ciò mi fa capire come la società russa continui a evolversi nelle tendenze, ad acquisire le caratteristiche sociali e culturali che riflettono “aspetti riguardanti soprattutto l’individualismo”. In altre parole, mi fa capire come la società russa si sia modernizzata, o si stia modernizzando (o meglio occidentalizzando sempre di più?). Ne sarebbe ben che felice la buonanima di Pietro il Grande. E se per definizione le “tendenze generali della modernizzazione sono quelle all'innovazione e al cambiamento, accompagnate da una visione del mondo che vede la società […] che si allontana sempre di più dalle forme che ha assunto nel passato”, allora non si può certo negare che oggi anche la Russia sia una realtà più che moderna. Il fatto è, però, che se “la modernizzazione è strettamente correlata al concetto di sviluppo economico” e generalmente dovrebbe portare, tra le altre cose, a un cambiamento “radicale [delle] istituzioni economiche e sociali, [dei] modi di pensare, [degli] stili di vita, [dei] modelli culturali, [dei] comportamenti e [delle] aspettative”, allora io non mi sento più tanto sicuro di affermare che la Russia abbia avuto realmente questo preteso successo. Naturalmente io manco dalla terra dei cosacchi e delle matrioške da troppo tempo ormai per poter azzardare qualsiasi opinione. Ma comunque, sulla base delle voci in circolazione, la mia domanda è: quanto c’è di buono e quanto di cattivo in cambiamenti simili?
Non sembra di cogliere una nota stonata – sdeng! - fra ciò che ci buttano sotto gli occhi e ciò che leggiamo, assaggiamo, sentiamo?

Sfogliare “Rossia” [rassija] all’inizio mi dà la stessa sensazione di quando sfoglio molte altre riviste (eccetto che per le ricette russe). Una trafila di “Milano Moda”, “Design”, “Pre-collection”, “Damiani”, “Valentino”, “Tarantino” etc… eppure nell’editoriale di Patrizia Mossa leggo: «Oggi viviamo in […] un’epoca non più della società dello spettacolo ma dello spettacolo della società […] di immobilità in cui ci troviamo vis-à-vis con cattivi pensieri, cattivi libri, cattivi film, cattiva musica […]. Noi, nel nostro piccolo cerchiamo, abbiamo il coraggio di essere editori indipendenti lottando quotidianamente contro l’estabilishment cercando di proporre il nuovo senza timore alcuno».
Sincerità, falsità o stato di cose?
Più in generale, sono sempre gli altri troppo convinti di sè, o sono io troppo prevenuto e che ho bisogno di adattarmi pian piano?

Thursday, 8 April 2010

Orgullo CAlientapollas

La prima volta che ho sentito il termine spagnolo “Calientapollas” è stato quando un amico di Barcellona mi ha definito appunto tale (se mi stai leggendo: ciao, Tio Mateo!).
Tanto per cambiare si parlava di sesso e ci si scambiava confidenze, opinioni circa alcune avventure-disavventure amorose.
Era un periodo particolarmente sfigato per te, eh Mat? Certo, sul fronte affettivo fra me e te è una bella gara…

A ogni modo «Sei un calienta-pollas» mi detto ridendo quella sera. La risata si confondeva col fruscio che produce solitamente Skype, quando la linea è disturbata.
«Ah? Kibbò?» ho ribattuto confuso.
Nella mia mente si era già creata l’immagine – fuorviante - di un galletto Vallespluga che sculettava rinchiuso un pollaio catalano.
In realtà “calientapollas” è un termine spagnolo composto. Dato da “calienta” (infinito: “calientar”) = scalda e “pollas” (sing.: “polla)” = cazzi. Quindi: “scalda-cazzi”.

Esiste un vero e proprio movimento contro gli scalda-cazzi (M.U.C.C.A., Movimento Universal Contra las CAlientaspollas) che sul proprio sito spiega molto bene chi sono questi scaldatori.
È uno scladacazzi chi:
- …te lo fa venire duro e sul più bello se ne va
- …se la tira. Tutti (e purtroppo anche tu) sono troppo brutti ed antipatici per la sua classe
- …dopo il primo bacio dice "Sai, io avrei il moroso!".
- …alla fine dei conti ti ha fatto solo spendere uno stipendio in benzina.
Da “Frikipedia”, invece, colgo questa definizione pressoché identica:
«Dígase de la chica [chico, n.d.r.] que tras mostrar su simpatía por un [otro, n.d.r.] chico de manera exacerbada, acaba por marcharse de forma súbita y vil dejándote con el palo más tieso que el mástil de una bandera. Es un tipo de estrechas. También pueden ser conocidas como calientabraguetas o chicas microondas (calientan pero no cocinan). Suelen tener los siguientes rasgos distintivos
- Ese "jijí jajá" fácil que tanto nos gusta a los tíos.
- Provocación indebida pero buscada con escotes infinitos y demás.
- Sobeteo inocente discotequero.
- Facilidad de palabra altamente soportable en estados de embriaguez masculina», etc.. etc…
Ora vi pare che IO possa essere uno scaldacazzi? No, dico, ma ci rendiamo conto? Diglielo tu, Prof! Non sei tu che mi chiami Santa Maria Goretti?
Secondo me esiste un problema di fondo che consiste nel confondere spesso e volentieri i veri scaldacazzi, così come le gattemorte (famoso il detto “gattamorta frica forte”), o fighelesse, o come più vi piace chiamarli, con chi, poverino, trova un certo gusto nel flirtare ma, ahilui, ha delle incertezze di dubbia natura nel lasciarsi andare quando si arriva al dunque.

Chiamateci timidi, coglioni, ma anche scaldacazzi va bene, davvero, se ciò significa che ci piace tenervi sui carboni ardenti, giocare con voi sì, ma senza mai, ribadisco mai, tirarci la cozetta. Ci piace farlo quanto voi. Solo, forse, godiamo di più dell’attesa.

È a questo punto che dichiaro ufficialmente la nascita di un nuovo movimento:
l’ “OR.CA.” (Orgullo CAlientapollas).

Wednesday, 7 April 2010

Chlamydia

Ai maschietti il nome potrebbe ricordare un’automobile d’altri tempi - un amico addirittura l'ha confuso con lo yogurt "Activia" -, ma «la clamidia è una infezione sessualmente trasmissibile tra le più comuni, causata da un batterio intracellulare obbligato, Chlamydia trachomatis, la cui tassonomia è in corso di revisione». Sanno bene di che si tratta, invece, le donne perché anche se «le manifestazioni sintomatiche sono molto leggere, tanto da non essere spesso riconosciute dalle persone che ne sono colpite, le conseguenze a carico dell’apparato riproduttivo, specie femminile, possono essere molto gravi. Nella maggior parte dei casi l’infezione interessa le donne, soprattutto le adolescenti e le giovani sessualmente attive. Dal 10 al 40% delle donne con infezione non trattata sviluppano la malattia infiammatoria pelvica (pelvic inflammatory disease, PID) che può condurre alla sterilità».
E la notizia di oggi (di ieri, in realtà) è che «gli uomini hanno il doppio delle probabilità delle donne di avere la clamidia ... eppure meno di un terzo fanno le analisi necessarie per scoprirlo».
Il Reporter del “Daily Mail” scrive che i «dati diffusi dalla casa farmaceutica Lloyds ha rivelato che il 13% degli uomini che hanno acquistato i test per la clamidia sono risultati positivi contro appena il 6% dei pazienti di sesso femminile». Nonostante il potenziale rischio a lungo termine per la propria salute, un sondaggio effettuato per conto del gruppo farmaceutico ha trovato che meno di tre uomini su dieci (il 28%) sono stati sottoposti a screening per le infezioni sessualmente trasmissibili, a fronte di più di un terzo (il 38%) delle donne.
Non finisce qui. Il quotidiano inglese continua: «Il sondaggio condotto su 3.000 persone ha riscontrato anche che il 13% degli uomini ha dichiarato di avere avuto rapporti sessuali non protetti con più di una persona nel corso degli ultimi cinque anni, contro solo il 7% delle donne. Clare Kerr, responsabile del settore salute sessuale della Lloyds, ha detto che i risultati suggeriscono come gli uomini siano soliti attendere di fare i test fino a che non sospettano di avere l'infezione. “Questo è preoccupante in quanto molte malattie sessualmente trasmissibili […] non hanno alcun sintomo evidente” ha detto».
Sebbene la reazione di molti a questa notizia può essere quella di notare come sia “curioso” che proprio una casa farmaceutica incentivi all’acquisto di un test per la rilevazione di malattie sessualmente trasmissibili - prodotto da essa stessa -, ciò non toglie che la clamidia sia realmente un’infezione sempre più diffusa e che molti uomini ne scoprono l’esistenza solo dopo aver appreso di esserne portatori sani dalle proprie partner che grazie a loro sono rimaste… fregate.

Tuesday, 6 April 2010

"Marco cerca donna"

E che cazzo, aiutiamolo ‘sto povero Marco!
Ormai l’annuncio è annotato col solito pennarello nero indelebile su tutti gli sportelli bancomat della città di Milano. Non so se è lo stesso nelle altre città d’Italia. Potrete confermarmelo voi.
C’è un numero di telefono: “333…” e poi il testo “Marco cerca donna”. Punto.
A volte riporta alcune variazioni. Da quella pretenziosa (“Marco cerca donna carina”) a quella rassegnata e/o fetish (“Marco cerca donna matura”).
E mi tornano alla mente alcuni aneddoti:
il primo riguarda una persona che conoscevo e con cui si organizzavano le uscite serali durante il mio periodo romano. Era un ragazzo particolare. Molto simpatico, certo, ma guai a farselo nemico perché non era capace di litigare come tutti. La sua reazione a un torto era fare il giro dei cessi pubblici della capitale e scrivere sui muri il numero di telefono del litigante aggiungendo le solite annotazioni accattivanti che tutti conosciamo.
Il secondo aneddoto riguarda il Padreterno. Ricordo quel periodo in cui le autostrade italiane, da nord a sud, pullulavano di cartelli stradali verdi imbrattati con sprays di vario colore che annunciavano con tono gioioso e confortante: “DIO C’è!”. Alla fine si scoprì che non era un fanatico religioso a lasciare tali messaggi, ma si trattava nient’altro che di uno stratagemma, un linguaggio in codice fra fornitori di stupefacenti e i relativi clienti o, come si usa dire oggi, “utilizzatori finali”. La scritta appariva di solito sui segnali che indicavano l’uscita autostradale di quelle località dove, chi era interessato, poteva reperire determinate droghe.
Alla luce di ciò, quindi, oggi la domanda sorge spontanea: chi è davvero Marco? Un disperato in cerca di una donna, o la vittima di un povero deficiente, o uno spacciatore qualunque?
Forse una soluzione ci sarebbe: chiamare il numero che appare in sovraimpressione.
Chi ci vuol provare?

Sunday, 4 April 2010

Ferirsi con l'amore. Il bisogno di un'alternativa all'autodistruzione

Si dice che “chi ha paura di essere ferito dall’amore finisce per distruggersi con le proprie mani”.
Credo che si tratti proprio di ciò che sto facendo io. Distruggermi con le mie mani. In effetti, se guardo alle mie relazioni passate, sia affettive che lavorative, beh che, posso affermare di aver capito appieno che appena me ne capita l’opportunità posso rovinare qualsiasi cosa.
Ma non credo di essere soltanto io a farlo. A comportarmi così, intendo.
A volte ho l’impressione, al contrario, di procedere di pari passo con la società che mi circonda. Certo, ci sono le eccezioni – per fortuna. Ma guardando più in generale, risalendo in alto fin nello spazio più buio e remoto e volgendo lo sguardo giù alla popolazione umana tutta, secondo voi dov’è che stiamo andando davvero? Non stiamo forse distruggendo tutto ciò che c’è di vecchio intorno a noi, pur non proponendo una valida alternativa per stare meglio?

Lo pensavo ieri leggendo la spalla di M. Travaglio su “Il fatto quotidiano”. In “Angelino papalino” Travaglio dà la sua opinione circa l’affaire Alfano-Forno scoppiato nei giorni scorsi, precisando che «resta da capire chi sia mai il diffamato, visto che Forno non ha mai fatto nomi, né poteva farne perché dice di non aver mai incontrato un prete o un vescovo in veste di denunciante» e che forse Alfano ha esagerato nell’inviare la sua squadra di ispettori, dimostrandosi più zelante «dei vari Cota e Zaia al servizio del Vaticano», sbagliando decisamente bersaglio «visto che proprio sulla pedofilia la Chiesa sta compiendo un’ampia autocritica». Alfano “più papista del Papa”, dice Travaglio.

Ora, chi mi conosce sa perfettamente che sono ateo, sa quanto io non condivida l’operato del Vaticano e quanto mi stia sul cazzo Ratzinger, nello specifico. Sa benissimo anche che non potrei mai avere la benché minima pretesa di giudicare ingiusta la volontà di andare a fondo in questioni inerenti la pedofilia. No. Non è questo che discuto. Bensì di quanto ci stiamo, appunto, autodistruggendo senza avere idea di che fine faremo.
Leggendo l’articolo di Marco Travaglio mi sono ritornate alla mente la famosa premonizione di Malachia sui Papi, il discorso di Giovanni Paolo II del 1981 sullo smarrimento e la delusione di molti cristiani, il terzo segreto di Fatima interpretato nei modi più disparati da diversi studiosi vaticanisti, e non.
Ogni volta che il Vaticano è stato minato alle basi, ogni volta che qualcuno, o qualcosa ne ha evidenziato certi aspetti falsamente moralisti, ipocriti, io ho gioito.
Non trovavo giusto ritenere la Chiesa unica detentrice di certi principi morali ch’ero sicuro fossero laici e universali, indipendenti dalla religione; come l’essere corretti, amare incondizionatamente e saper lasciarsi amare. Ma sbagliavo di grosso. Universali una minchia!
Il fatto è che la Chiesa è fatta di uomini. Uomini che sbagliano, che soffrono, che amano… e che sono malati. Proprio come tutti noi. E oggi credo che stiamo sbagliando a generalizzare in questo modo, punendoli con lo stesso desiderio di pochi anni fa di metterli alla gogna. Tutti e indistintamente, checché resti il sogno di uno stato laico per davvero.
Vale a dire che, anche se la Chiesa mi odia, anche se il mio desiderio più grande sia sempre stato quello di un’Italia libera dal giogo di scarpette rosse, ostensori, e gingilli vari, la cosa strana è che ora che finalmente la Chiesa sta crollando, adesso che finalmente sta perdendo la sua supremazia indiscussa, noi ci dimostriamo non ancora pronti. Di tutti quei laici principi che dovrebbero rimanere alla base del Sistema sembra non stia rimanendo nulla.
Forse è solo una mia impressione?
Me lo auguro di cuore. Spero che sia tutto frutto di quella mia innata capacità - cui mi riferivo sopra - di distruggere tutto il bello che c’è, appena ne ho l’opportunità. Ma ciò che vedo starmi intorno sembra voler contraddirmi.
Aumentano i genitori idioti incapaci di educare figli sempre più tamarri e arroganti, irrispettosi e inetti; peggiora il sistema scolastico che fa acqua da tutte le parti, anzi che è già affondato da tempo; domina una classe dirigente che può essere d’esempio solo a una ciurma di pirati, o, al meglio, a un branco di coglioni; si nutrono le fila del branco di coglioni, cioè del popolo, noi che gli andiamo appresso senza avere la minima idea di quali principi proporre in alternativa alle ladrate e allo schifo che borboglia come lava bollente sul fondo di un vulcano sul punto di esplodere.
Io per primo, che me ne sto qui, di fronte al mio PC fra i cirri di fumo della mia Camel Light, non so più cosa farmene. Di tutto. Ho tutto e niente. Credo, ma non ho più voglia di credere, e me ne sto seduto in un’aula in cui Anna Karenina mi fa da maestra di vita. Il che è tutto dire. E aspetto.

Oramai ho una paura fottuta. Paura di essere ferito dall’amore e, così, non posso fare a meno di schiacciare quel pulsante e… autodistruggermi. Pian piano sparisco. Scappo fra i segni delle parole. Continuo a scrivere storie che saranno solo mie e di cui sono sempre più geloso perché, sono certo, se anche qualcuno ci entrasse, avrebbe l’impressione di trovarsi nel mezzo del Niente. Perché è il mio mondo, fatto a gusto mio. E il mio gusto non è quello che si riflette fuori dei confini di questo foglio bianco.
Ancora un po’ e sarà passata anche questa. Martedì si torna al lavoro e tutto mi apparirà di nuovo sotto la solita luce di una “normalità” a dir poco discutibile.