Friday, 2 April 2010

Il patetico ch'è in me

C’è il dialogo di un telefilm americano che mi porto dentro da diverso tempo oramai, e oggi più che mai mi ci ritrovo. Diciamo pure: sempre di più ogni giorno che passa.
«What do they call people who relieve over and over?» chiede la protagonista al suo analista.
«The clinical word?».
«Yes».
«Pathetical».
(«Come si definisce una persona che rivive la propria vita senza mai cambiare niente?» «Il termine clinico?» «Sì» «Patetica»).
Potrebbe essere il dialogo fra me e il mio, di terapista – se solo mi decidessi a sceglierne uno… Ma essendo anche io tale – patetico, appunto -, non mi sono mai deciso neppure per questo cambiamento. Eppure i cambiamenti avvengono lo stesso. Perché il tempo passa e chi non si adatta se la prende dolorosamente in culo.

Beatrice Cassina ha scritto un bell’articolo (“The Human Body, as a Work of Art”) sul numero de “L’Uomo Vogue” di questo mese, dedicato a Kiki Smith che è presente con una personale al “Brooklyn Museum” in USA. Dice Kiki Smith a proposito del corpo umano e dei cambiamenti in generale:
«Riuscire ad accettare quello che capita al nostro corpo non è facile, ma è semplicemente quello che succede, no? […] Cambiare è naturale. Anche il nostro pensiero cambia repentinamente, quindi quello che si sceglie in un determinato momento non deve essere necessariamente valido per tutta la vita. Puoi onorare la tua storia, ma non devi porti nei suoi confronti con un atteggiamento di devozione […]».

Lo diceva sempre anche mio nonno: solo gli stupidi non cambiano idea, non si ravvedono. Io, beh, io sono cambiato molto da dieci anni a questa parte. In peggio, certo. Forse anche questo è naturale. Si tratta di "eterogenesi dei fini", come mi ha scritto oggi Minervino a proposito di suoi propri accadimenti e prendendo in prestito l’espressione di Wilhelm Wundt per rendere una concezione che fu teorizzata in primis da G. Vico.

Se poi prendo quanto scritto da Hegel in proposito («Dalle azioni degli uomini risulta qualcosa d'altro, in generale, da ciò che essi si propongono e [...] immediatamente sanno e vogliono») e lo capovolgo, ecco che ottengo la definizione di me stesso: «Dalle mie azioni risulta qualcosa d’altro da ciò che mi propongo e pur non mi domando se esso sia giustappunto ciò che volevo».

Patetico. Perché è anche così che a volte si generano i ricorsi (a livello di accadimenti collettivi vedi i soliti risultati elettorali, i soliti soprusi, il solito inquinamento, etc...) e, siccome solo i ciucci ripetono sempre gli stessi errori, ecco che mi posso definire anche un asino matricolato.

No comments: