Monday, 19 April 2010

Libri e spartiti

Quando Colin Thubron arrivò alla terza tappa del suo viaggio in Siberia, a Vortuka per la precisione, la disperazione gli scoppiò dentro insieme a un senso di sconforto. Il capitolo dedicato a Vorkuta, infatti, è intitolato “Mancamento di Cuore”.
In questa cittadina, nera come il carbone estratto dalle miniere per volere del regime staliniano insieme con la morte per migliaia di cittadini ucraini, tedeschi, polacchi, russi, cinesi e chissà quanti altri, Thubron incontrò un’ex prigioniera politica, ex-impiegata dell’ambasciata berlinese che alla fine dell’esilio decise di rimanere a vivere in quella città sperduta nelle vicinanze del Mare Glaciale Artico. Thubron la spinse a ricordare quel triste passato di lavori forzati. Volle farla piangere a tutti costi, ma ci riuscì solo per pochi istanti e solo alla fine di una lunga intervista. Volle scuoterla perché appariva rassegnata, troppo indulgente col passato, quasi a voler giustificare la follia che distrusse le vite di innumerevoli innocenti. La donna ricordò al giornalista inglese la quotidianità dei campi di lavoro e in fine gli disse:
«Perché non si riesce mai a tenere a mente le cose buone, le cose di tutti i giorni? […] Lei è uno scrittore no? E allora perché non lo scrive? Che a volte ridevamo anche, che ballavamo e cantavamo anche. Perché la gente deve vivere con la speranza… […] Scriva anche questo. Non c’erano solo lacrime. Lo scriva».
Non so perché scrivo di ciò proprio oggi. Forse, è solo che sono in ferie e stamani ho riascoltato alcune canzoni che fecero da sottofondo musicale proprio a questo brano letterario, quando lo lessi qualche tempo fa.
A voi non capita mai? Di associare una canzone, una musica, alle parole di un libro, o anche ai paesaggi scorti dal finestrino dell’auto durante un viaggio?
Per “In Siberia” del 1999 la mia mente ha suonato due brani di Tracy Chapman. Solo, non chiedetemi perché. So giustappunto che, all’epoca, le lacrime vennero giù da sole.

«People say it doesn't exist/ 'Cause no one would like to admit/ That there is a city underground/ Where people live everyday / Off the waste and decay/ Off the discards of their fellow man/ Here in subcity life is hard/ We can't receive any government relief / I'd like to please give Mr. President my honest regards/ For disregarding me […]» (da: “Subcity” 2001).
«[…] Leave the pity and the blame/ For the ones who do not speak/ You write the words to get respect and compassion/ And for posterity/ You write the words and make believe/ There is truth in the space between/ There is fiction in the space between/ You and everybody/ Give us all what we need/ Give us one more sad sordid story/ But in the fiction of the space between/ Sometimes a lie is the best thing/ Sometimes a lie is the best thing» (da: “Telling Stories”, 2000).

Credo che quando la solitudine - il mio peggior incubo - finisce davvero col diventare un semplice “fatto della vita”, quando tenta di divenirne l’unica legge imperante, è sufficiente ricordare che basta “tenere a mente le cose buone, le cose di tutti i giorni…” per scongiurarla.
Non so quali altre musiche avrebbe potuto mandare il mio cervello per accompagnare il resoconto di viaggio di Thubron. Adoro leggere e trovare la musica adatta alle mie letture.

«Let it rain / As I walk these streets unknown/ To no one named/ Not even myself/ When I’m low / Give me hope /That help is coming / When I need it most / Give me hope/ That help is coming / When I need it most/ Let it go/ No mother no father no home / Forget as all others/ Have forgotten/ When I’m alone». (“Let it rain”, T. Chapman, 2002).

3 comments:

Anonymous said...

oggi sana poesia....;-) bravo!!
bye
lucasr

Madavieč'77 said...

Se-se...
Grazie, gioia.

Rf

Anonymous said...

bè..quando c'è da elogiare se deve fà...eheheh
un abbraccio
lucasr