Saturday, 10 April 2010

Sfoglia che ti sfoglia...

Io non ho parole…
Quello che ho capito è che la rivista “Slurp” si chiama così per due ragioni fondamentali:

1. Vd. Foto (tranquilli che è solo l’antipasto. Sfogliatelo e avrete davvero il menù completo!)
2. Il prezzo di oltre € 20.00.

“Slurp” è il verso che fa l’editore quando incassa. Quindi la rivista potevano chiamarla anche “Din-din-din!”, a indicare il tintinnio delle monete.
Anche se a vedermi non lo direste mai (M. Guardì una volta, durante una puntata di “Domenica In” mi definì bovaro), anche io ho la passione per le riviste di moda. Di solito mi butto sul “L’Officiel Hommes Italia” e su “L’uomo Vogue Italia” che sono, economicamente parlando, i più accessibili. Ma ultimamente ci sono grandi novità in edicola.

La prima che mi ha colpito è “Rossia” (euro 5.00) che poi sarebbe la trascrizione di “Россия”, vale a dire “Russia”, in russo. È un magazine patinato con testo a fronte in russo in vendita non solo presso le normali edicole ma anche presso «selezionati hotel di: Milano 5 stelle: Four Seasons, Principe di Savoia, Grand Hotel et de Milan & Straff, Hotel Baglioni, Petit Palais, Villa d’Este (da marzo 2008). 7stelle: Town House Galleria; Stagionali: St Moritz, Cortina, Porto Cervo; presso selezionati ristoranti di Milano: Giannino, Bolognese, La Risacca 6, Mediterranea
- alla Camera Nazionale della Moda Italiana e in 200 show room e uffici dei piu grandi marchi della moda[…]- a bordo degli piu importanti jet privati basati in UK, USA, Middle East, Russia con partenza da Forlanini...» e via dicendo…

Mi sembra di notare che l’editoria “Made in Russia”, o comunque russofila, sia sempre più presente nel nostro paese e che si porti dietro sempre più pretese di singolare raffinatezza ed elitarismo. Quasi ad imporle. Ma al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non accade solo con le riviste destinate alla diffusione internazionale. Esistono anche riviste interamente in lingua russa, destiate ai soli russi (come ad autoconvincersi), e dal packaging strabiliante, vale a dire rinchiuse in appositi carton-box patinati e a loro volta debitamente incellofanati - della serie: “Da comprare a scatola chiusa (tanto quello che c’è dentro è buono di sicuro)”.
Tutto ciò mi fa capire come la società russa continui a evolversi nelle tendenze, ad acquisire le caratteristiche sociali e culturali che riflettono “aspetti riguardanti soprattutto l’individualismo”. In altre parole, mi fa capire come la società russa si sia modernizzata, o si stia modernizzando (o meglio occidentalizzando sempre di più?). Ne sarebbe ben che felice la buonanima di Pietro il Grande. E se per definizione le “tendenze generali della modernizzazione sono quelle all'innovazione e al cambiamento, accompagnate da una visione del mondo che vede la società […] che si allontana sempre di più dalle forme che ha assunto nel passato”, allora non si può certo negare che oggi anche la Russia sia una realtà più che moderna. Il fatto è, però, che se “la modernizzazione è strettamente correlata al concetto di sviluppo economico” e generalmente dovrebbe portare, tra le altre cose, a un cambiamento “radicale [delle] istituzioni economiche e sociali, [dei] modi di pensare, [degli] stili di vita, [dei] modelli culturali, [dei] comportamenti e [delle] aspettative”, allora io non mi sento più tanto sicuro di affermare che la Russia abbia avuto realmente questo preteso successo. Naturalmente io manco dalla terra dei cosacchi e delle matrioške da troppo tempo ormai per poter azzardare qualsiasi opinione. Ma comunque, sulla base delle voci in circolazione, la mia domanda è: quanto c’è di buono e quanto di cattivo in cambiamenti simili?
Non sembra di cogliere una nota stonata – sdeng! - fra ciò che ci buttano sotto gli occhi e ciò che leggiamo, assaggiamo, sentiamo?

Sfogliare “Rossia” [rassija] all’inizio mi dà la stessa sensazione di quando sfoglio molte altre riviste (eccetto che per le ricette russe). Una trafila di “Milano Moda”, “Design”, “Pre-collection”, “Damiani”, “Valentino”, “Tarantino” etc… eppure nell’editoriale di Patrizia Mossa leggo: «Oggi viviamo in […] un’epoca non più della società dello spettacolo ma dello spettacolo della società […] di immobilità in cui ci troviamo vis-à-vis con cattivi pensieri, cattivi libri, cattivi film, cattiva musica […]. Noi, nel nostro piccolo cerchiamo, abbiamo il coraggio di essere editori indipendenti lottando quotidianamente contro l’estabilishment cercando di proporre il nuovo senza timore alcuno».
Sincerità, falsità o stato di cose?
Più in generale, sono sempre gli altri troppo convinti di sè, o sono io troppo prevenuto e che ho bisogno di adattarmi pian piano?

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