Monday, 31 May 2010

Chi ha fame e chi ha sete

C’è un adagio che recita: «Ne uccide più la lingua che la spada». Ed è vero. Anzi che, ne uccide di più il silenzio. Noi, il Bel Paese-spugna grondante omertà, lo sappiamo bene. Come lo sapevano Borsellino e Falcone, come lo sapevano i ragazzi morti in carcere sotto le percosse di chissà chi (?).
O, magari, ne uccidono entrambi nella stessa quantità. La dimostrazione è la titubanza che trasuda dalle parole di chi avrebbe il potere di porre fine alla violenza omofoba che dilaga in Italia a vista d’occhio, proprio come la macchia di greggio a largo delle coste statunitensi; oppure nel loro silenzio.
L’incertezza non aiuta. La necessità di una legge contro l’omofobia non si dovrebbe nemmeno discutere, non ci dovrebbe essere nulla da varare, d'analizzare, così come non si analizza qualsiasi tipo di violenza: sia essa antisemita, xenofoba, o quella che più vi piace. Violenza. Punto.
Nel 1992, 18 anni orsono, apparì sul “Corriere della sera” un articolo di Claudio Magris dal titolo «Il "tutto permesso"», che era un «commento all'attentato compiuto dei naziskin ad una casa abitata da lavoratori stranieri a Moelln dove nell' incendio sono morte una donna e due bambine di nazionalità turca».
Quando si discute della violenza, il riferimento al “tutto è permesso” è d’obbligo. Essa è la formula dostoevskijana riferita al presentimento dell’affermazione di una società supposta civile in cui può accadere di tutto, perché in essa tutto è lecito.
«Accanto alle nuove ragioni di disagio sociale, sta accadendo, nella nostra cultura, qualcosa di ambiguo, un cedimento inavvertito e indefinibile» scrisse Magris. «[…] La società e le coscienze non fanno più muro contro queste aberrazioni […]. Ci sono ambiti nei quali è giusto che la legge si adegui al costume. Anche se esso peraltro non è una fatalità bensì il risultato delle nostre azioni ispirate dai valori in cui crediamo. E ci sono ambiti nei quali nessuna diffusione può rendere lecito un costume; anche se moltitudini praticano l' assassinio, esso resta un reato da perseguire, per quanto difficile ciò, in tali circostanze, diventi. Una società liberale deve permettere a un individuo quasi tutto […] e vietargli categoricamente quelle poche cose che possono fare di lui un aguzzino, grande o piccolo, di altri individui; queste azioni violente devono essere tabuizzate, stroncate prima che possano presentarsi quali opzioni concrete alla nostra mente».

Suonano come parole scontate, ma credo che se ancora oggi, dopo più di 120 anni dall’enunciazione dello scrittore russo, sentiamo il bisogno di ripeterle, di richiamarle alla memoria, se già queste parole, o meglio il loro significato era stato espresso secoli prima di Cristo, eppure ancora non viene colto, ecco che, forse, possiamo affermare che di civile e liberale la nostra società non ha poi molto.

Continuò Magris nel suo articolo: «La violenza è un appetito che vien mangiando e cresce anche e soprattutto quando la dissuasione non è sufficiente; titubare dinanzi ad essa, magari in nome del proprio animo delicato, significa lasciare gli indifesi alla sua mercé. […] Il "tutto permesso" sembra fare un impercettibile passo avanti, accennare a funeste possibili estensioni. […] Aiutare i deboli e gli indifesi, negli anni duri che ci attendono, non sarà facile e nemmeno sempre gradevole, ma non è una buona ragione per assistere inerti al dilagare della violenza».

Parole sacre e subito dimenticate. Anche di fronte all’ennesimo episodio di violenza omofoba.
Non ci resta che gettare un occhio e tendere l’orecchio alla manifestazione imminente del prossimo pestaggio che, inevitabilmente, lascerà il tempo che avrà trovato. Quello necessario a scrivere un articolo e a pubblicare la foto di un altro occhio sanguigno, una gamba spezzata, un naso torto... quando non un corpo in fin di vita.L’ultima citazione di oggi, lo prometto (solo, non saprei dirlo meglio), è: «Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione».

Attenzione!, però. Visto come vanno le cose, forse è meglio sottolinearlo di nuovo che si tratta solo di una citazione; è più un rimprovero che non un consiglio circa la condotta "morale" che dovremmo assumere.
A tutti può capitare di perdere fiducia, di perdere la speranza. Soprattutto di fronte alla violenza impunita. Punto. E a quel punto succederà... Succederà che la prossima vittima, il prossimo pasto di un violento vorace, risulterà indigesto. E come, se succederà! Stiano attenti, gli affamati violenti - ché dove adesso ci sono pance appagate, si aggirano assetati di giustizia e vendetta. La fame e la sete sono necessità parimenti primordiali. E insite negli esemplari di qualunque "razza". Sia essa quella dei froci, sia essa quella dei bastardi e codardi pezzi di merda.
Punto.

Saturday, 29 May 2010

Quattro stagioni, di cui una blu

Cambiano i tempi e le abitudini, ma non cambiamo noi. Me lo ripeto sempre. E me lo sono ripetuto anche oggi ascoltando una delle mie canzoni preferite.

Duke Vernon, nato a Paraf’janovo, era un russo naturalizzato statunitense. Non so se la matrice jazz della sua musica si possa ricondurre alle sue origini, infatti si tratta pur sempre di un genere nato in America e con radici ben allignate nella tradizione musicale africana. Ben lontano da Minsk e dall’Europa orientale, quindi. Però chi comprende il jazz e chi lo ama non fa altro che ripetere come esso sia uno stato d’animo. Un’ombra di melanconia. Una “nota blu” che colora lo spirito di chi la possiede. “Autumn in New York” è senza dubbio una delle "composizioni" più belle di Vernon.

«[…] Here on the twenty-seventh floor looking down on the city I hate and adore! Autumn in New York, why does it seem so inviting? Autumn in New York, it spells the thrill of first-nighting. […] It’s autumn in New York that brings the promise of new love».

La promessa di un amore. Un uomo affacciato alla finestra che lo sente arrivare. Che lo attende, forse, ci spera. Tra i tanti interpreti, questo senso dell’attesa di cui il testo è intriso è stato reso in maniera magistrale dalla voce di Billie Holiday.

La città e l’attesa, il perdersi fra le braccia forti e ignare di una folla a volte ostile e incomprensibile. Nostalgia e tristezza trasudano da questi spartiti, come dalle pagine dei più grandi esponenti del romanticismo europeo. Nemmeno una traccia di “cavalleria” nelle parole di Vernon, ma di certo un coacervo d’impronte che si accavallano le une alle altre, solchi nella sabbia fine del sentimento bagnata dalla pioggia di uno “Sturm” (tempesta, appunto) emozionale. In quel solco vedo, difatti, un impeto pre-romantico.

Ascoltando “Autumn in New York”, a volte ho l’impressione (forse a torto) che quell’uomo affacciato sulla città, dalla finestra al ventesimo piano di un grattacielo, fermo a fissare l’infinita giungla cittadina tanto odiata e amata al tempo stesso, in realtà altri non sia che il “Viandante sul mare di nebbia” di C. D. Friederich. Oppure, questo newyorkese banalmente afflitto al ritorno dalle vacanze, potrebbe essere il romanziere ottocentesco Thomas De Quincey, la cui immagine ci viene tramandata come quella di un uomo in trance «seduto presso una finestra aperta, da cui poteva scorgere in basso […] il mare», sentendosi «lontano dai tutmulti dell’esistenza».
Credo che il desiderio di fuga e di estraniamento, oggi, sia esso espresso attraverso una canzone, oppure con la sola musica, o con un testo (che sia l’ “On the Road” di Kerouac, o qualsiasi altro non ha importanza), sia molto più difficile da gestire.

Chi vive in città - a Milano, tanto per dire - ha di certo maggiori possibilità di fuggire via, fisicamente intendo, rispetto a chi vive a Rossano Calabro. Ma chi abita in un paese sperduto della Calabria, come me tanti anni fa, credo che possa fuggire con la mente con molta più facilità di chi vive in una grande città. La grande città offre molto, ma personalmente non sono mai riuscito a trovare riparo da essa come mi riusciva, invece, quando vivevo di fronte al mare e con la montagna alle spalle.

Tante volte ho ricordato che, da piccino, capivo che mio nonno era preoccupato perché mi portava in riva al mare per stare là con lui, a far niente in apparenza, ma in realtà fissando l’orizzonte alla ricerca della calma persa. E il mare gliela restituiva sempre. Immancabilmente. Così come la restituisce a me, oggi, che all’uopo rinnovo il rituale. A breve tornerò a casa, al mio mare avvelenato, e mi calerò nei panni del viandante solitario, quello ritratto di spalle (per Friederich simbolo dell’inconscio) che rimane affacciato su un mare di nebbia, placido al disotto della cima montuosa. E mi sentirò ancora così al mio ritorno a Milano, affacciandomi dal balconcino che dà sul parco dietro casa e che, pur essendo un angolo delizioso di verde, non è proprio il più accogliente dei luoghi, così come non lo è la montagna del dipinto e la strada newyorkese della canzone di Vernon. Uno raffigura un paesaggio arcaico, l’altro canta un paesaggio moderno. Ma entrambi i protagonisti di entrambe le "storie", quella dipinta e quella cantata, si sentono piccoli e soli di fronte a un paesaggio immenso e maestoso. Entrambi avvertono «un sentimento sublime: meraviglia e quasi sgomento di fronte all'immensità» dell'universo nel primo, e della giungla cittadina nella seconda; spazi ugualmente ostili, ma che al tempo stesso li affascinano. "Inviting", canta Vernon.
Entrambi fuggiaschi e confinati al tempo stesso.

Io mi sento spesso un viandante. Quando sono qui in città, in qualsiasi stagione dell'anno, se sento la "blue note", se sento l'autunno dentro, vado, cammino per la strada, osservo, cerco di cogliere il tutto e mi illudo di riuscire a metabolizzarlo anche sensa l'aiuto della visione dell'orizzonte lontano, posato dritto dritto sulla superficie mare.
Quanti di noi amano “Autumn in New York” perché si affacciano ancora alla finestra, di tanto in tanto, a interrogarsi sul senso di chissà cosa e aspettando di innamorarsi?
E se l’attesa, dalle paroli dolci e dalla musica straziante, fosse parte del preludio all'amore bramato della canzone, al bacio tanto sospirato? Come in un'altra canzone splendida, “Prelude to a Kiss”, appunto: «If you hear a song in blue like a flower crying for dew, that was my heart serenading you…».

Quel bacio che, quando finalmente riusciamo a darlo, a riceverlo…
Ma non anticipo nulla, perché quella del bacio è tutt’altra storia.

Thursday, 27 May 2010

Nedda Necchi e Jane Austen...?

Non so ancora bene da dove cominciare. In realtà è sempre così quando vengo travolto da queste “toccate” - come direbbe mio padre per rimproverarmi scherzosamente -, dove con “toccata” intendo quella sorta d’intuizione che mi pare abbia natura rivelatrice, nemmeno fossi un fratello spurio dei pastorelli di Fatima.
Vengo al punto.
Durante le scorse vacanze pasquali ho visitato Villa Necchi Campiglio, una dimora storica di proprietà del FAI e che fa parte del circuito delle "Case Museo di Milano". Vi consiglio di visitarla. Si trova in via Mozart 14, ed è considerata «un modello forse unico per bellezza e conservazione di villa privata di stile razionalista degli anni trenta».
Ricordo che dopo averla visitata con mia sorella, suo marito, mia madre e mio fratello, quando ne uscimmo la prima considerazione fu corale e del tipo: «Dio mio, stupendo! Non sembra nemmeno di essere a Milano!».
Un po’ riduttivo, devo essere sincero. Ma chi avrebbe mai immaginato di trovare una simile bellezza nel centro della città meneghina? E invece… È questa, Milano. O meglio, anche questa. Quel giorno la nostra osservazione fu ingiusta perché, benché non si parli di una città meravigliosa al pari di Roma, comunque il giudizio di tutti noi che la abitiamo (e che non siamo nati qui) è fin troppo influenzato da tutt’altri fattori: la fretta e ciò che io definisco il “business hobbyhorse”, il clima non sempre favorevole, etc… Sul volto di città circolare e all’apparenza ripetitiva, Milano nasconde delle pieghe piacevolmente sorprendenti. Per questo, ripeto, v’invito a riscoprirla e a non fare come me che, per trarne piacere, ho deviato il mio percorso da casa all’ufficio (e vice versa) solo dopo sei anni che son arrivato qui.
Avrei voluto scrivere questo post il giorno stesso che visitai villa Necchi, ma non lo feci perché, quanto tornai a casa, una volta davanti al PC non seppi con quali parole descrivere le sensazioni che mi aveva suscitato. Nelle sue stanze c’è qualcosa (che inizialmente ricondussi ai materiali, forse all’architettura, o all’atmosfera), di quasi indescrivibile, che mi riportò con la mente a un’emozione affatto nuova, ma che comunque non mi riuscì di riconoscere nell’immediato; una reminiscenza zaffata nelle latebre del cerebro, ma che oggi sono riuscito a sturare. Finalmente! E per questo, oggi, scrivo.


È successo per caso, dopo aver allacciato questo trasporto emotivo, rimasto a lungo in sospeso, alle parole di un testo letterario – come spesso mi capita. Ho capito che, tutt’oggi, la forte emozione che mi ha trasmesso villa Necchi deriva da uno dei personaggi che la abitarono e dalle sue stanze private decorate in art deco.
La villa fu costruita tra il 1932 e il 1935 «come casa unifamiliare indipendente su progetto dell' architetto P. Portaluppi, ed è circondata da un ampio giardino con campo da tennis e piscina». Ospiti ne furono Enrico D'Assia (scenografo per il Teatro alla Scala), M. di Savoia e tanti altri illustri. Ancora, la villa «ospita raccolte d'opere d'arte del primo '900 di Claudia Gian Ferrari e la raccolta di dipinti e arti decorative del XVIII sec. di Alighiero ed Emilietta de' Micheli. Tutte […] frutto di donazioni».
I proprietari erano Nedda Necchi e sua sorella Gigina con il di lei marito Angelo Campiglio, appunto, esponenti dell'alta borghesia industriale lombarda (quelli delle macchine da cucire, per intenderci). «All'interno del circuito delle Case Museo di Milano, Villa Necchi Campiglio si distingue dalle altre dimore trattandosi di una casa unifamiliare indipendente e non di un palazzo [...] e neppure di un appartamento».
Nedda, l’unica fra i fratelli Necchi che non prese marito, visse quindi con Gigina e il cognato in stanze stupende, enormi, come i bagni e i guardaroba ancora oggi pieni dei vestiti e foulard “Chanel”, cappelli “Borsalino” e pellicce che usava per andare con loro alla Scala. Almeno tre volte alla settimana, ci spiegò la guida.
Non so nient’altro di questa donna, quali furono i suoi amori (so solo che ebbe una grande delusione, ragione per cui decise di rimanere nubile), quali cibi preferisse, o che so io... Eppure, quel poco di storia pervenutami, insieme alle sbirciate fuggevoli date alle fotografie esposte nei corridoi della villa, me l’hanno fatta balzare in petto di nuovo, proprio ieri, mentre leggevo le memorie di Jane Austen. Quasi ci ravviso perfino una somiglianza fisica. Ma, secondo me, le due donne dovevano essere affini soprattutto spiritualmente. Certo, vissero in tempi del tutto differenti, ma la cosa non mi distoglie da questo pensiero. Rimango convinto di quanto ho appena scritto. È come se avessi un romanzo nella mente, le cui protagoniste sono queste due donne, e vorrei serbarlo così com’è.


Penso al fatto che anche la Austen aveva una sorella, Cassandra (che a differenza di Gigina Necchi non si sposò mai neppure lei), e che anche la Austen era descritta come «una signorina esemplare» proprio come dev’esserlo stato Nedda. Solo, chi sa se Nedda scrisse quanto la scrittrice inglese. Certo, come lei doveva gran parte della sua formazione culturale al padre imprenditore.
Al contrario della camera da letto della sorella, quella di Nedda ovviamente presenta un letto singolo, uno scrittoio prospiciente la grande vetrata che affaccia sul giardino fiorito (razionalista anche questo) e qualche gingillo che ho trovato dal sapore infantile. Un ambiente delizioso, dai colori riposanti eppure… non ho potuto fare a meno di cogliere quel clima di malinconia, oserei dire di «male assoluto» che fu anche di Jane Austen, che secondo me in Nedda derivava da una intima solitudine. Leggendo le lettere di Jane Austen alla sorella e ai nipoti, ieri immaginavo la signora Necchi. Starò sbagliando?
Non so perché, ma son convinto d’avere “naso” per questa condizione dello spirito, e mi sono convinto altresì che Nedda avesse un animo sensibilmente incline a essa, tanto da averlo trasudato, il suo «male», lasciandone impregnate le pareti della villa. Almeno quelle delle stanze dove trascorreva più tempo e, quindi, non solo al primo piano, ma anche nella veranda, sui vetri e sulle grate che riportano il motivo losanga (firma del Portaluppi), sulla tappezzeria, sui marmi e finanche sulle increspature dell’acqua della piscina. Nel mio immaginario, Nedda dev’essere stata una superstite per caso (forse, di nascosto era anche una romanziera, chi può dirlo!) del secolo precedente a quello in cui visse, attratta dallo stesso incanto che sedusse tutti i più grandi scrittori ottocenteschi di cui spesso ha scritto Citati (Goethe, Balzac, Dostoevskij, e altri…) - l’incanto del «Vuoto», quel «vuoto gelido e vertiginoso, illimitato senza confini, che domina la coscienza moderna». Quel vuoto che a volte si genera anche intorno a chi possiede troppo.
Come Jane Austen, Nedda era una donna meticolosa, e questo credo non sia discutibile se solo si pensa al lavoro di precisione con cui annotò su un taccuino tutte le opere che facevano parte della collezione d’arte Necchi. Taccuino che, praticamente, è la memoria storica della villa. Come la Austen, Nedda non stava mai ferma: una volta dai sarti, la sera alla scala, poi le colazioni con gli ospiti, le escursioni...
«Oh che perdita sarà quando ti sposerai! Sei troppo simpatica da nubile[…]. Ti odierò quando abbandonerai le tue deliziose elucubrazioni, per adagiarti negli affetti coniugali e materni». Sono le parole che Jane Austen scrisse alla nipote, ma, leggendole, io ho visto davanti a me solo Nedda; una zitella matura china sullo scrittoio della sua stanza privata.
Credo che la somiglianza fra queste due donne così lontane nel tempo e nello spazio possa derivare anche dalle loro mille sfaccettature, per cui è più facile incorrere in un gioco di coincidenze. Come Jane Austen si rispecchiava probabilmente nei suoi personaggi femminili, così io oggi vedo Nedda Necchi riflettersi nella giovane e aristocratica Anne di “Persuasione”; in Elinor di “Giudizio e sensibilità”, donna discreta, moderata e rispettosa delle convenienze, ma anche ardente di passione; in Elizabeth di “Orgoglio e pregiudizio”, donna coraggiosa, perché ci vuol coraggio a pensare e a dire (ricorda Citati) che gli uomini sono stupidi, «eppure gli stupidi sono gli unici che valga la pena di conoscere», scrisse la Austen e, forse, pensò Nedda in seguito alla sua delusione; e poi in Fanny di “Mansfiled Park”, donna di famiglia agiata anche lei, che lotta per non far crollare il mondo aristocratico in cui vive. Proprio come Nedda cercò di salvare il mondo in cui era cresciuta - sopravvissuto persino alla crisi del ’29 - ricreandolo e racchiudendolo fra le mura della sua splendida villa prima, poi compilando il taccuino-inventario insieme alla sorella Gigina.
Magari la mia intuizione di ieri è del tutto sballata; magari non c’è possibilità alcuna di trovare una relazione “sensibile” fra queste due donne, così come non ce n’è di ritrovarla fra il colore dei loro occhi e dei loro capelli (bruna e occhi neri l’una, bionda e occhi chiari l’altra). Ma vi consiglio di comunque di approfittare di queste nuove giornate di sole per fare un salto a villa Necchi Campiglio. In seguito potrete farmi sapere la sensazione che ha suscitato in voi.

Wednesday, 26 May 2010

Marche e marchette (curiosità)

Il 20 maggio scorso il giornale britannico “Daily Mail” ha pubblicato un articolo abbastanza curioso dedicato ai prodotti dalle marche più strane. Si va dalla cioccolata “Cacca”, alla bibita “Pipì”, al vino “Culo”, alla crema per il viso “Placenta”, al caffè “Deeppresso”, alle patatine e detersivo “Vomito” (uno è “Puke”, inteso anche come sostantivo che sta per “persona odiosa”, l’altro è “Barf”), e così via…




Naturalmente non poteva mancare il gelato neo zelandese – “Golden Gaytime”. Inutile rimarcare come pare che tutti i maschi di lassù non l’abbiano mai assaggiato.

Tuesday, 25 May 2010

Ci vuole l’apostrofo?

Ne parlammo ai tempi con il post “Argomenti profondi”.
Oggi l’argomento torna alla ribalta perché stamattina in metropolitana c’è stato di che ridere… E in due anni è la terza persona che quasi mi scureggia addosso. MI viene il dubbio che sia io che faccia c....


Insomma, c’è chi con i gas intestinali accende le candele, a chi piace sganciarli sotto le coperte per poi goderne in solitudine, a chi piace condividerli con il migliore amico o il proprio partner e… chi li vuole condividere con i pendolari che al mattino vanno al lavoro in métro. Ma poi, chi sa perché, la gente intorno lamenta la scostumatezza del petomane dicendo anche che questo è egoismo (forse nel senso di mancanza di rispetto?), un modo d’imporre agli altri la propria presenza. Oddio che, in una città come Milano, dove nessuno “ti caga”, una tale spiegazione dei fatti ci sta tutta.
Pensiamo alla fantastica descrizione che della scoreggia dà il sito “nonciclopedia”: «Questa piacevole emissione altro non è che l'espressione più alta dell'ego, l'affermazione dell'io indiscusso e il senso stesso e ultimo della vita. Peto ergo sum».


Allora mi è venuto in mente che un tempo si usava un aggeggio di cui mi parlava sempre mio nonno che lo chiamava "intronacùlo", invero molto divertente, il cui nome era piritera (pétoire in francese, che suona sempre più fine): un beccuccio in oro e smalto a forma di uccello che veniva introdotto nell'ano allo scopo di trasformare il peto in canto d'uccello. Per la prima volta fu usata dai Borboni, a Napoli, nel 1600. Poi nell' Ottocento se ne diffuse l’uso di un tipo particolare che si chiamava "piritera di palazzo": un tubo di stagno lungo fino a 10 metri le cui estremità andavano inserite una nel retto e l’altra fuori dalla finestra della camera da letto, in modo che gli sposi potessero espellere in tranquillità le proprie flatulenze senza uccidere per asfissia il rispettivo coniuge. L’uso della piritera è scomparso agli inizi del '900 quando, però, ancora veniva data in dote alle giovani spose meridionali.
Ma in caso di asfissia cosa fare? Beh che, esistono, anzi esistevano anche i clisteri di fumo di tabacco.
Stamattina mi è sorto il dubbio che dovremmo tornare alla medicina tradizionale: il clistere al fumo si usava per rianimare le vittime di annegamento e funzionava così: si inseriva una cannula nell'ano e si collegava a un fumigatore e a dei soffietti, con i quali si pompava il fumo di tabacco nell’intestino. Anticamente, infatti, si credeva che il calore del fumo favorisse la respirazione; una sorta di aerosol all'incontrario? Ma oggi chissà perché si nutrono dei dubbi in merito…


Ancora, “nonciclopedia” asserisce: «La scorreggia (abbr. "Scora"), nelle parole di Salvador Dalì, è un apostrofo marrone tra le parole "mi" e "cago"».
A parte il fatto che, se così stanno le cose, posso dire che, in fondo, stamani in metro sono stato fortunato.
Ma la mia domanda ora è: fra “mi” e “cago” ci va l’apostrofo?

Monday, 24 May 2010

Ma che musica maestro!

Personalmente non so neanche leggere le note, e l’unico strumento che sapevo suonare era la diamonica in terza media. Picchiettavo la tristissima “Per Elisa” solo perché avevo imparato a memoria i tasti.
Per il resto non credo neppure di avere un gran senso del ritmo. Quanto basta per ballare le canzoni di Lady Gaga al “Borgo”, ecco. Non di più.
Eppure alla musica diamo un senso inimmaginabile, com’ è giusto che sia. Ma più che un senso, attribuiamo alla musica poteri extra-ordinari. In effetti la musica è il suono dei nostri sentimenti, delle emozioni di chi la compone, di chi la suona e di chi l’ascolta, vi pare? Pensate a cosa combina la musica in "Mozart e Salieri"...

Ma chi di voi non ha mai regalato, o ricevuto in regalo una compilation di canzoni d’amore? Magari durante il primo mese di fidanzamento?
Io ricordo di avere ricevuto da Sardellina una musicassetta con il concerto degli “Stadio”. Ancora devo avercela da qualche parte. Poi ho regalato un CD di Carmen Consoli; ho dedicato anche "'O sordato 'nnamurat'" dal vivo; e ho anche ricevuto, a distanza di anni, una compilation di Giorgia.
Ma come ci sono le canzoni d’amore, così ci sono “canzoni di sesso”. Basta fare un giretto su internet e si trovano compilation definite come “varietà di brani da sesso: dal lento e seducente al caldo e sudato”!
«La musica è […] in realtà una forza creativa di una dimensione spirituale della vita. La musica è stata parte dell'esperienza umana in ogni cultura e società del genere umano, dall'inizio dei tempi. […] La musica è stata utilizzata per ispirare il patriottismo, incitare guerre e promuovere la pace. [Bisogna] comprendere che ogni cosa che ha la capacità di alterare il nostro umore (positivamente o negativamente), che fa parlare i sentimenti che non si possono esprimere, che ci porta indietro nel tempo, o nel futuro, è una forza spirituale. La musica fa tutte queste cose su vari livelli. Quando si parla di cose spirituali si parla di cose che possiedono le seguenti caratteristiche: potenziale, scopo e potere» ha scritto Charles M. Smith, un chitarrista e cantautore americano, nonché fondatore dei ministeri "CMS" e "Clearzone Music Inc."; un ministro di Dio insomma. E continua: «Quindi qual è lo scopo della musica? Non credo che si possa rispondere a questa domanda […]. Poiché sappiamo che la musica è una dimensione spirituale neutrale, si deve concludere che essa abbia anche un’origine spirituale» [sott. Dio, ndr].

Comunque sia, è tanto spirituale che un po’ tutti (confessiamolo) tendiamo a usare la musica per influenzare il nostro partner per cause anche meno nobili. Che sia il primo appuntamento o meno, la usiamo nella speranza di far nascere nella persona che ci piace la voglia di venire a letto con noi. Pensate a quando invitate a cena la persona che avete rincorso per mesi e mesi.
Beh, io lo faccio; intendo di metter su il mio brano preferito quando invito a cena qualcuno per cui nutro interesse. Un po’ per darmi la carica, un po’ per fare cadere la "preda" nella mia trappola. Certo, il guaio è quando si hanno gusti musicali diversi...
Io prediligo i brani di Danilo Rea, di Gatto, ma poi c’è tutto il repertorio di Armstrong… E Billie Holiday con “Autumn in New York”, o “Prelude to a kiss” dove la vogliamo mettere? Mi vengono i brividi solo a pensarci. Eccovela qui:
Non solo. C’è chi è sicuro che la musica possa coadiuvare l’accoppiamento anche fra gli animali. Come nel caso di “Zorro”.
Zorro è uno squalo zebra di sei anni che a San Valentino scorso dal Belgio è stato spedito al "Sea Life Aquarium" di Londra. Paul Hale, curatore dell'acquario, sperava di farlo accoppiare con una ventresca di nome Mazawabee, ma finora il loro rapporto è stato solo di tipo platonico. Per questo, per riaccendere il desiderio di Zorro, gli esperti marini stanno usando della musica “seducente” (parole loro), del tipo: Marvin Gaye con “Let's Get It On”, o brani di Barry White.
La musica viene sparata sott'acqua per cercare di mettere gli squali nel mood giusto; di predisporli all’accoppiamento, insomma.
«La ricerca suggerisce che i pesci non solo possono ascoltare la musica, ma possono apprezzare le diverse melodie delle canzoni e quindi abbiamo deciso di vedere se alcune buone, vecchie canzoni d'amore li metteranno in vena di…!».

Chissà, magari finora hanno solo sbagliato brano.
Se può servire, per esperienza posso dire che Jeff Buckley Lover e la sua “You Should've Come Over” potrebbe funzionare. La voglia ti viene.
Poi bisogna solo vedere se è il caso di cedere o meno. Perché se il brano non l'hai scelto tu, allora vuol dire che sei la preda.

Saturday, 22 May 2010

Sabato: doccia biche

Stamattina mi son svegliato davvero riposato.
Avevo già in mente la lista di cose fare. Ma prima, certo, dovevo buttarmi in doccia. Non so voi, ma se non faccio la doccia al mattino per me non c’è verso di carburare.
Appena chiuso il box, ho dato un’occhiata alla piccola mensola di vetro dove ho messo in bell’esposizione tutti i bagnoschiuma e gli shampoo. Dico tutti perché, benché di solito per lavarmi usi solo il sapone e la spugna (la mia preferita è la “Scotch-Brite” che di solito si adopera per i mestieri, quella che, dice la pubblicità, “Limpia y seca las superficies delicadas”), qualche giorno addietro, in occasione del compleanno, mi hanno regalato un sacco di prodotti “Collistar. Linea uomo”. Insomma che dalla schiuma da barba allo sbiancatore anale, ce li ho tutti!
Quello che non avevo notato, piuttosto, erano le scritte sulle confezioni: “rinforzante e anticaduta” sullo shampoo; “tonificante e anti età” sul doccia-schiuma, come anche sulla schiuma da barba…
A quel punto ho realizzato che, forse, i miei amici non mi hanno visto in forma ultimamente. Oppure si tratta semplicemente del fatto che è arrivato il momento della prevenzione? Ma prevenzione di cosa, poi? Qual è il senso di tutto ciò, che devo rimanere giovane a tutti costi?
E, mentre il getto d’acqua mi massaggiava la schiena e la radio mandava “Il mio nome è mai più”, mi è venuto in mente Pietro Citati quando ha scritto: «Se vogliamo conoscere il senso dell'esistenza, dobbiamo aprire un libro: là in fondo, nell'angolo più oscuro del capitolo, c'è una frase scritta apposta per noi». In linea di massima sono sempre stato d’accordo su ciò.
Ci sono libri - per me spesso sono racconti e poesie - che possono schiudere un mondo intero, sconosciuto e illuminante. Potessi ricordare a memoria i libri letti fino a oggi! Ecco, questo sì che è uno dei desideri che mi piacerebbe realizzare, uno di quelli da strizzare fra le palpebre quando ci si prepara a soffiare sulle candeline e tutti gridano: «Hai espresso? Hai espresso?». E che ti vuoi esprimere, gioia mia?
Insomma, ieri ho letto il commento di una utente, Tomeiro, all’articolo sulla differenza d’età fra due amanti. Mi è piaciuto molto. A un certo punto Tomeiro ha scritto qualcosa che potrebbe apparire scontata, ma che non lo è affatto: «Non lo so ancora il perchè… ma di sicuro a primo impatto conta l'aspetto esteriore e credo di essere orientata verso un aspetto più giovane… ma mai dire mai… ben venga la donna matura che mi faccia girare la testa!!!! […] l'età conta fino ad un certo punto… poi c'è da guardare il carattere e l'educazione… soprattutto gli insegnamenti ke abbiamo ricevuto in famiglia fin da piccoli… quelli ci formano sul serio e sono fondamentali!!!!».
È questo “Non lo so ancora il perchè… […] credo di essere orientata verso un aspetto più giovane” che mi ha colpito. Ed è così. Forse c’è davvero la fase in cui sei tu quello più giovane e ricercato; poi c’è la fase in cui i giovani ti corteggiano anche solo per l’aria un po’ matura, ma pur sempre giovanile e non decrepita, immaginando chissà cosa (e rimanendo puntualmente delusi); e in fine la fase in cui del “ricercato” hai solo l’aspetto e la sensazione di reclusione o, come disse Carver, di essere in un tunnel buio e l’unica luce che vedi alla fine sono i fanali del treno che sta per venirti addosso.
O forse no. Non è affatto così.

Con la spugna abrasiva mi sono spalmato immediatamente un po’ di gel tonificante. Intanto continuavo a pensare a una conversazione con un amico:
«Se anche ci sarà amore,» mi ha confessato il “Porello”, «credo che la terza fase, quella che tu dici “della faccia da ricercato”, sarà piena di gelosia. Te l’immagini? Io sarò geloso come una iena del mio tipo. Mah! lo constaterò a momento debito e ti farò sapere... Tanto ci arriverò prima di te».
Gli ho risposto che potrebbe darsi, che più invecchiamo più diventiamo gelosi. Ma alla fine è tutto relativo. In effetti, un’anticipazione in tal senso, ce l’ha data la poetessa Marina Cvetaeva con una lirica in particolare composta per la sua amante Sofija Parnok.
Sofija era una collaboratrice della famosa rivista “Severnye Zapiski” (“Gli annali del nord”). Le due divennero amanti nel 1913, subito dopo che la Cvetaeva s’era sposata e aveva avuto una figlia. A Sofija, Marina dedicò un intero ciclo di poesie dal titolo “L’amico donna” che ancora oggi rendono perfettamente l’idea del proprio coinvolgimento lesbico (motivo per il quale non fu mai pubblicato fino agli anni ’70).
Ma la lirica a cui volevo far riferimento descrive, appunto, la gelosia della poetessa che una sera, in seguito a un litigio (era il 26 ottobre 1914), in strada vide sfrecciare una slitta e sentì la risata dell’amata insieme a un’altra donna. Marina Cvetaeva, non più ragazzina, adorava da sempre le favole (quelle di Andersen in particolare), e si paragonò al personaggio fiabesco del piccolo Kay, sentendosi tramutare in una statua di ghiaccio dalla sua amante crudele come la Regina delle Nevi:

«Sulla Grande Lubjanka, verso l’otto,
Oggi vedo sfrecciare a precipizio,
Come un proiettile, una palla di neve,
Una slitta diretta chissà dove.

Già era risuonata la risata...
Son rimasta di ghiaccio appena ho visto
La rossiccia matassa di capelli,
E qualcuno, alto, che le stava accanto!

Già Voi stavate con un’altra,
Con lei la slitta apriva la sua strada,
Insieme a lei, desiderata e cara –
Con più forza di me — desiderata.
[…]
E ci fu la rivolta più crudele,
E la neve ricadde nel biancore.
Per circa due secondi, non di più,
V’inseguii con lo sguardo.

E intanto accarezzavo – senza rabbia –
Il lungo pelo della mia pelliccia.
Si congelò, Regina delle Nevi,
Il Vostro piccolo Kay».[1]
In effetti la gelosia di Marina Cvetaeva per Sofija Parnok era del tutto giustificata, dato che la loro relazione durò solo un anno, per quanto fu intensa.
E a quaranta anni la Parnok trovò il grande amore della sua vita, un famoso fisico. “Più giovane?” si chiederà chi non conosce la storia. Non proprio. Infatti Nina Veneneyeva, che fino ad allora non era stata mai coinvolta in una relazione lesbica, ne aveva cinquanta di anni. Di dieci anni più vecchia, quindi. Il loro fu un amore folle. Sofjia chiamava l’amata la “musa dai capelli grigi” e per lei scrisse:

«Rosa canuta
È notte. Nevica.
Mosca dorme... E io...
Oh, come non dormo,
Amore mio!

Oh, come canta riarso
Il sangue di notte...
Ascolta, ascolta, ascolta!
Amore mio:

V'è nei tuoi petali
L'argento del gelo.
Oh, rosa canuta,
A te il mio verso!

Respiri sotto la neve,
Rosa di dicembre,
Elargendomi
Sconsolato languore.

Canto e piango,
Piango e canto,
Piango ché perderò
La mia rosa!».

Così pensavo, mentre mi sciacquavo di dosso il sapone, avvolto dalla sensazione capziosa di una pelle più tonica e giovane. Ho riposto il flacone al suo posto.
E pensare che né la Cvetaeva, né la Parnok avevano prodotti “Collistar”.
Buona domenica.
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[1] M. Cvetaeva, “Сегодня, часу в восьмом”, Traduzione di F. Gabbrielli.

Friday, 21 May 2010

Metti una sera a cena… fra cinema e letteratura

Ieri sera ero a cena fuori. Una serata molto interessante. Ma quando sono rientrato a casa, ripercorrendo tutto quanto detto, mi sono meravigliato accorgendomi che era stata la serata in cui più volte in assoluto in vita mia avevo pronunciato le parole “paura” e “timore”.
E, forse perché s'è parlato molto di cinema e letteratura, a proposito di paura ho pensato quanto segue.

Avete presente Carrie Bradshow quando, in procinto di sposare il bell’Aiden, va a scegliere il vestito da sposa con l’amica Miranda, per scherzo ne misura uno e finisce per strapparselo di dosso in preda a una crisi isterica?
Beh che, quelli di Carrie, sono i sintomi tipici di un attacco di panico: dispnea, agitazione ed altri sintomi tipici dell'ansia.
In certi casi “le cause possono essere diverse, e la maggior parte riconducibili a una sorta di ‘meccanismo di difesa’ ”, dice Dott. R. Cavaliere, fondatore del D.A.R. (Associazione Italiana Lotta alle Dipendenze Affettive e Relazionali). Si tratta di una malattia, la philofobia, che forse una volta era poco conosciuta, ma che secondo me - al contrario di ciò si dice -, già si conosceva benissimo. Solo, era mal vista, etichettata come ciò che, da me in terronia, si definisce “finocchio ‘e timpa”, vale a dire un prodotto del fancazzismo, cioè del non avere una cippa-lippa a cui pensare. Sempre il Dott. Cavaliere, ha definito questo prodotto come il “non amare per non soffrire”. Secondo me è la malattia che al giorno d’oggi ha contagiato la moltitudine (che la patisce edonisticamente).

Continua Roberto Cavaliere: «Ci sono cause che definirei reattivo-situazionali, quali ad esempio una passata e profonda delusione sentimentale che ci ha profondamente ferito al punto di non volerne più sapere d'innamorarci per il timore di soffrire di nuovo o di essere nuovamente delusi. Altre cause sono riconducibili all'aforisma di C.Pavese "Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla." Amare significa […] rivelare le nostre debolezze. Queste cause le ritroviamo, spesso, nelle persone che vogliono a tutti i costi [..] dimostrare d'essere forti e l'innamorarsi potrebbe, invece, rivelare tutta la loro debolezza interiore. Inoltre ci sono cause che affondano nella nostra infanzia, nel rapporto con i nostri genitori. Un esempio, fra i tanti, richieste d'affetto ai propri genitori che non trovano risposta o anzi inducono una loro risposta negativa. […] Ritengo che la paura d'amare è fra le peggiore delle paure, perché ci priva della più bella delle componenti della nostra vita, quella d'amare e di essere amati».

La philofobia si manifesta inoltre con “forme depressive magari slatentizzate”.[1] L’esempio più commentato sul web di philofobia è quello descritto dallo psicanalista americano Jacobson che riferisce dell’atteggiamento psicotico di una paziente che manifesta «“il timore […] di perdere i confini di se stessa”».

Ma vorrei ricordare che la philofobia in quanto “paura di fondersi” e di “lasciarsi andare”[2] può affondare le radici anche in un altro tipo di terreno. Cause come il giudizio altrui, della società e della morale comunemente accettata (tanto per rimanere in linea con gli ultimi articoli: pensiamo alle relazioni omofile, o fra una donna matura e un ragazzo di molto più giovane), possono agire in maniera tanto violenta quanto triste - soprattutto su alcuni tipi di individui – fino al punto da indurre a gettare alle ortiche tutto il bello del darsi, del dare e ricevere amore, se non addirittura a gesti di autolesionismo estremo. E poiché amare è un’esigenza essenziale di tutti gli esseri viventi, è facile immaginare quali possano essere tali gesti.

Il primo esempio che mi viene in mente in proposito è di tipo simil-letterario ed è quello di Nikolaj Gogol’ e la sua scelta cupa di privarsi dell’amore fino alla morte. Chi l’avrebbe mai detto?
In effetti, ci sono aspetti di questo scrittore russo (come di altri noti) che spesso e volentieri non vengono svelati fino in fondo e che, personalmente, colsi in maniera approfondita solo molto tempo dopo lo studio delle sue opere, e per questo devo dire grazie al lavoro critico di S. Karlinsky.
Simon Karlinsky (morto a luglio dell’anno scorso all’età di 84 anni) era professore di lingue e letterature slave alla “UC Barkley”, era esperto di “omosessualità nella cultura pre-sovietica” e ha scritto molti saggi non solo a proposito di Gogol’, ma anche di scrittori quali, Nabokov e Čechov. Il primo saggio che lessi di Karlinsky s’intitola “Omosessualità nella letteratura e nella storia russa dall'undicesimo al ventesimo secolo”, integrazione di un intervento del 1976 su “Gay Sunshine”. A differenza che in occidente – ha scritto Karlinsky - nella Russia moscovita l’omosessualità era molto diffusa e anche accettata e «in nessun modo limitata ai circoli del potere. Sigmund von Herberstein […ambasciatore del Sacro Romano Impero in Russia …] ha raccontato nei suoi “Commentari delle cose moscovite” che l’omosessualità maschile era prevalente fra tutte le classi sociali. […] Apparentemente, né leggi né usi reprimevano le pratiche omosessuali fra uomini della Russia moscovita. Gli unici atteggiamenti contrari che si conoscano sono quelli della chiesa».
Col passare degli anni, però, le cose cambiarono e «una delle idee e degli atteggiamenti occidentali importati in Russia dopo le riforme di Pietro il Grande fu l’omofobia. Nel XIII e specialmente nel XIX secolo l’omosessualità maschile […] diventa decisamente clandestina».
E qui veniamo la punto circa l’autore de “Le anime morte”: «La vita personale di Gogol’ consistette prevalentemente di innamoramenti con uomini incapaci di corrispondere. Scrittore brillante e spiritoso si suicidò lasciandosi morire di fame all’età di 43 anni dopo avere confessato la sua vera sessualità a un prete ignorante e bigotto che gli ordinò di digiunare e di pregare giorno e notte se voleva evitare l’inferno».

Meschino, Gogol’. Se poi si considera che - se non vado errato - fu proprio lui che fu sepolto vivo a causa di un episodio di morte apparente. Anche se morì alla fine del 1800, non credo che quest’episodio particolare di philofobia non possa ripetersi altresì oggi.
Un modo particolare di lasciarsi andare, direi.
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[2] Ibidem.

Thursday, 20 May 2010

Con questo nome io t'invoco

Qualche giorno fa mi è stato chiesto un parere riguardo a una faccenda piuttosto spinosa.
Non si tratta della crisi economica e della possibile svalutazione interna ai paesi UE, se è a questo che stavate pensando. Piuttosto, mi è stato chiesto cosa farei se il mio partner mi chiamasse col nome di un altro mentre si fa l’amore. Pfiu-u! Lasciando stare che non ho un partner (ma poco ve ne cale), voi che fareste? Cosa pensereste? Al tradimento, è logico, no? Credo sia il primo pensiero a venire a galla, intrappolato in una bolla di rabbia mista a fastidio e sconcerto.
Lo penserei anche io, benché non mi sia mai capitato di trovarmi in una situazione simile, bensì in quella opposta. E posso affermare che non sempre dietro un simile errore, tanto grossolano quanto imbarazzante, si nasconde una relazione clandestina.
Mike Bongiorno bon’anima era un maestro nello sbagliare i nomi, no? Non potrebbe funzionare allo stesso modo? Oppure non ci sono scusanti che reggano in certi frangenti?

Ricordo la lettera di un lettore del “Times” – credo, non sono sicuro che fosse proprio quel giornale - che se non sbaglio s’intitolava “My wife calls boss's name during sex”. Il poveretto scriveva che non solo la moglie faceva sesso con lui soltanto quand’era mezzo addormentata, ma quando lo faceva, al momento dell’orgasmo chiamava il marito puntualmente con il nome del suo capo d'ufficio.
Ancora non so se ricordate il caso dell’anno scorso, in Inghilterra, del marito che strangolò la moglie che l'aveva chiamato col nome di un altro uomo mentre facevano l’amore.
In effetti, è già molto fastidioso sentirsi chiamare con un altro nome da una persona con cui non si ha confidenza – io lo odio! -, figurarsi quando a farlo è la persona con cui si sta facendo l’amore!
Quando, ai tempi, capitò a me ricordo che fui il primo a rimanerci di stucco sentendomi pronunciare quel nome. Ero totalmente coinvolto dalla persona che avevo… vicino, non so davvero spiegarmi tutt’oggi com’è che successe. Semplicemente, ero sconvolto dal piacere, ebbro e gasato e volevo che il mio partner lo sapesse. Chiamai il suo nome, ma invece di dire X dissi Y… dove Y stava per una persona conosciuta un anno prima e che avevo frequentato per non più di quattro giorni.
Probabilmente lo sussurrai appena, dato che non ci furono reazioni dall’altra parte, eppure io per primo mi sentii fetente e cattivo, tanto che m’interrogai, iniziai a ragionarci su (troppo) e finii col distrarmi.
Di questo calo di tensione sì che se ne rese conto.

Wednesday, 19 May 2010

Affinità eleggibili

Avevo accennato qualcosa a riguardo con un post di un anno fa, ma pare sia arrivato il momento di penetrare l’argomento più a fondo. E poi la chiudo qui, giuro, dato che ci sono davvero cose più serie a cui pensare.
Mi spiego: ho ricevuto un po’ di e-mails in seguito al post intitolato “Aites, kleinos ed eromenos. Questi piccoli, grandi amori” su “Generazione X(anax)”[1]. Ammetto che la maggior parte di voi mi ha redarguito per quanto scritto, ritenendo che sia ingiusto sbattere le porte in faccia a una relazione con qualcuno più giovane (molto più giovane) di me. Di noi. In una relazione non conta l’età, ma conta la persona. Questo è il succo. Bisogna “andare dove ci porta il cuore”…

A un ragazzo molto gentile che mi ha scritto ho risposto che una fra le cose che mi spaventa di più è l’idea che “le relazioni fra uomini di età differente (o fra uomini e donne, non ha importanza il sesso come non ne ha il genere) si risolvono spesso in un rapporto del tipo maestro-allievo, che spesso e volentieri hanno una scadenza, nel senso che prima o poi l’allievo sente la necessità – giustamente - di affrancarsi dal suo maestro per continuare il cammino nella vita da solo, o meglio, per procedere e crescere insieme a chi è alla pari di lui”.
Ma se ritenete tuttavia che due persone con una differenza d’età anche di tredici, venti anni possano riscoprire un (insperato?) equilibrio condividendo in maniera serena la vita quotidiana - fino alla fine e senza problemi di sorta -, allora vuol dire davvero che tutto si riduce a una questione di affinità, che bisogna essere sulla stessa lunghezza d’onda.
Parlando di affinità, la prima cosa che mi salta in mente è uno dei primi esami di letteratura tedesca (si parla di tanti anni fa, appunto!) che prevedeva una parte del corso monografico incentrata su “Le affinità elettive” di W. Goethe.
«[...] nell'uomo ogni dieci anni cambia il concetto delle felicità, cambiano le speranze e le prospettive. Guai a colui che, dalle circostanze o dall'illusione, viene indotto ad aggrapparsi al futuro o al passato! […] Dovremmo, per una sorta di scrupolo, rinunciare a ciò che i costumi del nostro tempo non ci vietano? […]» è uno dei passi più celebri del romanzo del bardo autore del poema idillico “Hermann und Dorothea”.

Il titolo “Le affinità elettive” fa riferimento al comportamento di alcune coppie di composti chimici in cui uno fra i due, in presenza di un terzo con cui ha un’affinità maggiore, può staccarsi dal compagno primigenio per dar vita a un composto nuovo. Così Edoardo e Carlotta vivevano serenamente insieme finché non hanno incontrato il Capitano e Ottilia, per cui Edoardo si è unito a Ottilia e Carlotta al Capitano.
Inutile aggiungere che la narrazione si conclude in tragedia.
La domanda, quindi, era: «Dovremmo rinunciare a ciò che i costumi del nostro tempo non ci vietano?». Cosa ci impedisce di fare coppia con la persona che sentiamo essere davvero sulla stessa lunghezza d’onda, con chi siamo sicuri ci possa essere un’affinità ma che è più piccola di noi d'età?

L. K. Morganti è una scrittrice e una “life success coach” che si propone come guida per molti pazienti affinché possano vivere la loro vita al meglio.
La Morganti ha scritto che una coppia può dirsi sulla stessa lunghezza d’onda “anche quando non si trova d'accordo al 100% sul tema discusso” e che l’importante è sentirsi ascoltati, cioè instaurare un dialogo e non un monologo (anzi due monologhi). Quando entrambi gli elementi della coppia vanno nella stessa direzione si genera una forte impressione di comprensione reciproca e di reale comunicazione. La “coach” ricorda che ci sono tre stili principali di comunicazione:
1. Visuale, in cui imperano espressioni come "Capisco cosa vuoi dire"; "Ho capito"; "Secondo il mio punto di vista"; "Ho una visione diversa…"; "Eccomi!"; etc…
2. Uditiva, in cui imperano espressioni come "Ho sentito ciò che hai detto"; "Siamo sulla stessa lunghezza d'onda"; "Che ne dici?"; etc…
3. Cinestetica, in cui imperano espressioni come "Ho la sensazione che…"; "Hai messo il dito nella piaga"; “Hai colto il punto”; "Aspetta un momento!"; "Mi fa strano…"; etc…
Ognuno di questi stili, poi, si suddivide in “sottostili”, ma non è ciò che ci interessa in questa sede. Lo è, invece, stabilire se sono queste le espressioni usate in coppie fra persone di età molto diversa, quindi se davvero esse sono affini.

Non nego che due persone d’età molto diversa possano scoprire, frequentandosi, di condividere non solo le stesse preoccupazioni e/o passioni, ma che lo stesso fatto di condividerle possa renderle felici. Però mi domando anche da cosa nasca questa comunione d'interessi fra un uomo maturo e un ragazzino, piuttosto che fra due ragazzini o fra due uomini maturi. Si può risolvere tutto con l’ esperienza di vita vissuta, sia essa una vita di appena venti anni, sia essa di quaranta?
Ruth Purple, “Relationships Coach” di successo negli USA, sostiene anche lei che perché un rapporto possa prosperare “ci vogliono obiettivi simili, siano essi il matrimonio, i figli o la carriera. […] Tuttavia […] definire insieme certi obiettivi può essere molto difficile, specialmente se la differenza d'età è abbastanza significativa. […] Però, avendo obiettivi, interessi e desideri comuni la differenza di età può essere superata”.

Non bisogna dimenticare che molte difficoltà possono derivare anche dalla società che ci circonda, dai nostri familiari e dagli amici, ma – consiglia la Purple – “non lasciate che lo stress e la paura abbiano la meglio su di voi e sul vostro partner […] piuttosto mostrate loro che quello che provate è reale e che chi è al vostro fianco è lì per rimanerci”.

Come la Purple la pensano ancora molti altri sociologi italiani e del resto d’Europa.
Io non so perché, ma non sono ancora del tutto persuaso, eppure sembra davvero che un’affinità elettiva fra due persone di età differente sia possibile e che l’unico modo per scoprire se ci si trova di fronte a una di queste è darle un’opportunità, renderla un’affinità per così dire “eleggibile” prima ancora che elettiva.
Stavolta pare che i ventenni (o giù di lì) che mi hanno scritto si siano dimostrati più maturi di me che sono (almeno) tredici anni più vecchio di loro.

Ma sappiate che quando ho scritto “che forse è meglio imboccare un percorso d’amore con al fianco una persona che poggi i piedi ben saldi su basi comuni, con una persona ignorante al nostro pari riguardo al futuro”, l’ho scritto per esperienza diretta. Esperienza generata a sua volta dal fatto che anche a me piacevano quelli più grandi.
Il dilemma è proprio questo: che con l'età le cose si sono invertite.
Solo, sarei curioso di sapere se questi stessi ragazzi cambieranno idea fra tredici anni, ma vorrei sapere anche cosa ne pensano i più “anziani” che non si sono ancora pronunciati, eccetto che per la cara, saggia S. che mi ha scritto: «En Argentina hay un refrán: "Quien se acuesta con niños, amanece "meado". Esto significa que andar con gente más joven, puedes estar en problema. Es decir, quien sabe si es la opción correcta o no. No hay consejo para ello».[2]
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[1] Il titolo è "Questi 'piccoli' grandi amori. Chi stabilisce quando è arrivato il momento giusto per innamorarsi e, soprattutto, quall'età giusta per riporre nell'armadio le armi della seduzione?" per i lettori della rubrica “Lifestyle” Gay.tv.
[2] Tr.: «In argentina c'è un modo di dire: "Chi dorme con i bambini, si sveglia bagnato" [sott. “di pipì”, ndr]. Ciò significa che andare con i giovani potrebbe essere causa di guai. In altre parole, chissà se è la scelta giusta o meno . Non c’è una risposta esatta a riguardo».

Tuesday, 18 May 2010

Party Time (II parte)

La Poeta, che in questo momento starà leggendo e sarà dubbiosa sul riconoscersi o meno in questo nickname scelto per lei, era una delle più brave della mia classe, al liceo. Ma non era una di quelle bacchettone e secchione. No. La Poeta sapeva divertirsi conservando pur sempre la più alta efficienza. Si dilettava in qualche buona imitazione dei professori e, come me, era ed è ancora oggi un’amante del dialetto rossanese e dei modi di dire locali.
La chiamo Poeta perché, naturalmente, lo è. Ha scritto e continua a scrivere poesie che godono del riconoscimento ammirato dell’Intelligentia calabrese e non solo. È una donna dall’onestà intellettuale come poche se ne trovano e per questo mi diverte stare in sua compagnia, anche se ciò, purtroppo, non capita di frequente.
Con la Poeta, ma non solo con lei, alle feste ci si divertiva ballando, scambiandosi i “pittuli”, e immaginando il futuro.
Con Tanja, invece, oltre a ciò ci divertivamo correndo in moto, o in motorino, o andando a fare il bagno già a fine maggio, sfidando le acque del golfo, ma soprattutto facendo “due scambi”, del tipo uno schiaccia e l’altra riceve, e vice versa; che lo si facesse in spiaggia, in palestra o per strada, sotto casa, non importava.
Con Tanja posso dire davvero (con rispetto parlando) di “avere cacato nella stessa tazza”. È dalla seconda elementare che abbiamo iniziato a punzecchiarci, a sostenerci e a odiarci. All’epoca veniva a casa mia per giocare ad arrampicarci sull’armadio per poi lanciarci su letto.
Già… Tutti giochi stupidi, per quanto li ricordi con divertimento. Ancora, c’era il gioco della spesa (uno fingeva di essere l’avventore di un supermercato, l’altra – mia sorella – era la cassiera). C’era “lo svenimiento” che consisteva nel montare sul lettone dei miei e far finta di passeggiare per strada, d’imbattersi in un vecchio amico e, nel mentre della conversazione, sentirsi male e svenire, lasciandosi cadere sul materasso per rimbalzare ancora e ancora e ancora, e per ridere, ridere e ancora ridere di cuore.


“Basta poco che ce vo’?”.
Il modo di divertirsi cambia con noi, come il piacere di mangiare alcuni cibi o d’indossare certi capi.
La festa di domenica scorsa è stata molto divertente. Davvero. E ve ne sono grato.
Il segreto di una festa ben riuscita, mi rendo conto, rimane invariato nel tempo.
È la compagnia.
Grazie anche per gli auguri ricevuti via posta elettronica.

Spero un giorno di conoscervi tutti dal vivo.

Monday, 17 May 2010

17/5: GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO L'OMOFOBIA.


§ 175 Unzucht zwischen Männern
§ 175 a – Schwere Unzucht zwischen Männern
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"Il Paragrafo 175 (noto formalmente come §175 StGB) era una misura del codice penale tedesco in vigore dal 15 MAGGIO 1871 al 10 MARZO 1994 . Esso considerava un crimine gli atti omosessuali tra uomini, e nelle prime versioni criminalizzava anche la bestialità".
Esiste ancora oggi un modo di dire tedesco per dare del "frocio" a qualcuno:
«Du bist Am 17. Mai geboren».
Significa: "Sei nato il 17 maggio", richiamando le cifre 17.5 dell'articolo sopra.
Dato che io sono nato proprio in questo giorno, e già!, proprio in questo giorno esatto, come non ricordare di cosa stiamo parlando?
Ricordiamo anche che il 17 MAGGIO 1990 l'Assemblea Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha eliminato l'omosessualità dalla llista delle malattie mentali.
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15/maggio1871
"§ 175 Fornicazione innaturale
La fornicazione innaturale, cioè tra persone di sesso maschile ovvero tra esseri umani ed animali, è punita con la reclusione; può essere emessa anche una sentenza di interdizione dai diritti civili."
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28/giugno/1935
§ 175 Affettuosità tra uomini
I. Un uomo che ricopre un ruolo attivo o passivo in affettuosità con altri uomini è punito con la reclusione.II. Se nell'attività è coinvolta una persona che, all'epoca del fatto, non aveva ancora raggiunto il venticinquesimo anno d'età, la Corte non può non emettere una sentenza di condanna, anche nei casi lievi.
§ 175a Gravi affettuosità (Schwere Unzucht)
La reclusione fino a dieci anni, ridotta di tre mesi laddove ricorrano circostanze attenuanti, è comminata:
1. all'uomo che, attraverso l'uso della forza ovvero la minaccia dell'altrui incolumità, costringe un altro uomo ad avviare un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo;
2. all'uomo che, abusando di una posizione di superiorità legata a servizi, lavoro o impiego, costringe un altro uomo ad avviare un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo;
3. all'uomo che, compiuti i ventun'anni, persuade un uomo di età inferiore ai ventun'anni ad avviare un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo;
4. all'uomo che offre a pagamento sé stesso per un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo.
§ 175b Bestialità
La fornicazione innaturale tra un uomo e un animale è punita con la reclusione. Può essere emessa anche una sentenza di interdizione dai diritti civili.
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25/giugno/1969
§ 175 Fornicazione tra uomini
(1) La reclusione fino a cinque anni sarà la punizione per:
1. un uomo di età superiore a diciotto anni che pratica affettuosità, con ruolo attivo o passivo, con un altro uomo di età inferiore a diciotto anni;
2. un uomo che, abusando di una posizione di superiorità legata a servizi, lavoro o impiego, costringe un altro uomo ad avviare un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo;
3. all'uomo che offre a pagamento sé stesso per un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo.
(2) Soggiace alla stessa pena anche colui che tenta di realizzare la fattispecie di cui al comma 1, punto 2.
(3) Se nell'attività è coinvolta una persona che, all'epoca del fatto, non aveva ancora raggiunto il venticinquesimo anno d'età, la Corte non può non emettere una sentenza di condanna, anche nei casi lievi.
§ 175b omesso
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23/novembre/1973
§ 175 Atti omosessuali
(1) Un uomo che, compiuti i diciotto anni d'età, compia atti sessuali con un uomo che non abbia ancora compiuto il diciottesimo anno d'età, ovvero che consenta ad un uomo di età inferiore ai diciotto anni di compiere atti sessuali con lui, è punito con la reclusione fino ad anni cinque.
(2) La Corte non può non emettere una sentenza di condanna prevista da questo paragrafo se la persona che ha commesso l'atto non aveva ancora compiuto, all'epoca dei fatti, il ventunesimo anno d'età.
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10/marzo/1994
§ 175 Atti omosessuali (soppresso)

Saturday, 15 May 2010

Party Time

Mia sorella e io compiamo gli anni a soli due giorni di distanza. “Oh, siete due toro!” è la prima osservazione della gente che ci conosce appena. Come se ciò avesse un significato latente che ancora oggi non mi riesce di cogliere.
Per me, invece, questa quasi concomitanza di eventi ha trovato a lungo il proprio valore nell’opportunità di festeggiare insieme.
Ricordo quando abitavamo ancora in affitto, in quel piccolo appartamento di via Torre Pisani. Mentre il mio babbo faceva la spola fra casa e l’ospedale, per le continue reperibilità, mia madre tornava da scuola per dedicarsi a noi, approfittandone per metter su un’unica bicchierata e, sebbene credo lo facesse anche per stancarsi di meno, in modo da liberarsi da una mandria di cinquanta ragazzini in un sol colpo (non so come abbia fatto a sopportarci tutti quegli anni!), durante i preparativi appariva sovreccitata quanto noi due. Lei si chiudeva in cucina a cuocere i pan di spagna, la crema e a imbottire i panini, io e mia sorella invece ci chiudevamo nella stanzetta di lei con la radio a tutto volume per allenarci a far colpo sui nostri amici quando sarebbe arrivato il momento fatidico dei balli.
Ci divertivamo come matti. Uno dei balli in cui ci pareva d'essere una coppia portentosa era il Rock ‘n Roll. “Speedy Gonzales” era il ballo che ci dava l’opportunità di sfoggiare le capacità acquisite durante interi anni interi di ginnastica e stretching. Gambe all’aria e scivolate l’una in mezzo a quelle dell’altro ci facevano piegare in due dal ridere. Saltavamo e urlavamo come scimmie, sicché mia madre ogni tanto faceva capolino per bisbigliare: «S-s-t! Che sotto ci abitano!».
Ma, come spesso accade, il divertimento si consumava più durante i preparativi che non in occasione del fatidico giorno della festa, cioè quando i suoi e i miei amici riempivano il salotto di casa.
Alla fine, benché fossimo ancora piccoletti e presumibilmente ingenui, ecco che il giorno dei festeggiamenti l’esercizio danzante finiva col rivelarsi un altro strumento della nobile arte della seduzione. Come un cavaliere e una damina medievali non avevamo fatto altro che istruirci a vicenda sull’amor cortese.
A pensarci bene, per un lungo periodo e, certo, in maniera del tutto innocente e inconsapevole, non facemmo altro che scambiarci consigli, aiutandoci l’un l’altra a scovare la tecnica giusta per farci notare in mezzo all’orda di bambinetti e per conquistare la fiducia di chi ci piaceva di più. È formidabile come tutto si concentri sempre e solo sul far colpo, no? Anche a quell’età. Però, lo dico in tutta sincerità, non mi sono mai più divertito a un compleanno come allora.
Oggi i preparativi per una festa di compleanno – ammesso che si sia nel mood giusto per festeggiare - sono cambiati molto. Per tutti e due noi fratelli. Se lei preferisce un concerto jazz al “Blue Note” con suo marito, io mi butto sulla solita bottiglia di rum in discoteca, o sul week-end a Torino in occasione della “Fiera del libro”. Quest’anno mi sarebbe stata sufficiente una serata in due a teatro, ma non avendo più l’esclusiva della compagnia della mia cara sorella; poiché mio fratello avrà anche lui di meglio da fare; non avendo un qualunque altro povero Cristo con la voglia di accompagnarmi e, in ultimo, volendo evitare di rimanere a casa a tagliarmi le vene per lungo con i miei nuovi ferri per l’uncinetto, mi butto sull’ennesimo tentativo di “Wham-bang-thank-you”. Gli amici sembrano divertirsi di più anche loro e, alla fine dei conti, ne usciamo sempre euforiche, come pazze scatenate.
E quindi ecco che, se si decide per la serata in discoteca, non si può non andare al giro per il centro, per scegliere la camicia adatta con cui dimenarsi sulla pista nella parte – si spera - estiva del locale, cercando di non sembrare dei matusalemme (come spesso accade in mezzo a orde di ventiquattrenni), ma anche cercando di non perdere quella briciola di appeal di Casanova, della fatalità di Caterina la Grande, della ben nota giocosità di Cleopatra, del romanticismo e della passionalità di Lord Byron e… dell’amore per l’alcol di Errol Flynn (forse l’unico punto in comune con le nuove generazioni) che tutti, in fondo, c’illudiamo di avere.
Qualche giorno fa, uscito dal lavoro passeggiavo in centro scrutando le vetrine (e i commessi “al di là da quelle”) quando, come Vitangelo Mostarda, il caro Gengè pirandelliano, ho scorto il riflesso della mia immagine – lungagnone scoliotico come al solito per via della mia altezza, con la borsa-zaino di pelle nera stretta in una mano, ho sentito nel recesso della memoria una voce che mi rimproverava in tono affettuoso: «Ma perché 'st'Invicta non te lo metti sulle spalle? Sembra che trascini un sacco di patate!». Era la voce della "Poeta". Una cara compagna di liceo, con cui di balli ne ho fatti a decine in quell’unica discoteca del paese, prima che la chiudessero e la trasformassero in una palestra.
Per quanto strano possa sembrare, in quel periodo sì che ballare significava semplicemente lasciarsi andare, divertirsi senza secondi fini… Mi esaltavo davvero anche perché c'era chi, come la "Poeta", era semplice di spirito, sincero. C'erano amici disposti a criticarti benevolmente, quando ce ne fosse stato bisogno...

Friday, 14 May 2010

Untitled

Mangiare di gusto e bere con altrettanto godimento. Sentire di star ingoiando cruccio e dolore. A bocconi, a sorsi. È così che si lascia una cena per camminare verso casa, sorridendo, costeggiando pareti di pitosfori profumati, mascherati da gelsomini o da magnolie nane, con le braccia e le gambe corte. Il profumo dolce ricorda l’essenza sui suoi polsi e dietro i suoi lobi, quando le sollevavi i capelli e, lì, la baciavi. Camminare e vivere, morendo al pensiero di lei che non ascolta. Non più. Smarrito e assente. È un momento. Basta per ricordare il tempo in cui si è riso insieme. E pianto. Lontano. Chimera. Sogno imboscato e tenuto sotto chiave, sepolto dal silenzio. Non si vede, ma si avverte sottopelle. Che scorre, ruggisce. Nella testa. Pulsa. Si gonfia. Grida. Non si può perdonare se stessi. Basterebbe una parola, un pensiero pronunciato a voce alta per squarciare l’idiozia di un gesto. Ma quella parola pesa. Greve. Un macigno sulla lingua. Sabbia da ingoiare. Non si riesce a mandarla giù. È la paura d'affogare. Senza accorgersi che si vive già senz’aria. Ma senza crepare, ancora. Solo, è avvizzito il tempo. Come il desiderio.

Thursday, 13 May 2010

Del risentimento e del rimorso

A volte è possibile che nel letto di una persona amata solo per una notte dimentichiamo un pedalino, l’orologio, se non addirittura le mutande. Andiamo via semplicemente e, lì per lì, non ci accorgiamo che ci manca qualcosa. Magari siamo andati via di fretta perché è stata l’esperienza più brutta della nostra vita, magari siamo scappati perché è stato troppo bello e ne abbiamo avuto paura... o forse siamo solo sbadati, fatto sta che in tal caso possiamo sempre tornare indietro a riprendere ciò che ci appartiene.

Altre volte è possibile che in quello stesso letto dimentichiamo qualcosa di cui non ci renderemmo mai conto, se non fosse per la “controparte” che ce lo fa notare in maniera subdola, raramente inconsapevole – strane telefonate, battutine sarcastiche, umor “grigio” e tagliente. Indifferenza malcelata. Ciò che dimentichiamo in questo caso non è un oggetto, ma un’emozione difficile da definire. Si potrebbe dire un germe, anzi una sorta d’ovulo minuscolo come quello dei pidocchi e che, fra le lenzuola del nostro partner, trova l’habitat ideale per svilupparsi, maturare e, dopo qualche giorno, esplodere in tutta la sua potenza rancorosa – il risentimento. In questo caso non è giusto dire che l’abbiamo dimenticato lì, ma piuttosto che l’abbiamo prodotto - un processo che non è più possibile azzerare. Non possiamo riprenderci l’uovo depositato per distruggerlo perché è sempre troppo tardi; oramai è fecondato.
Facciamo l’amore con una persona e subito dopo quella ci detesta. Cosa innesca questo risentimento?
Il risentimento, di solito, ha un che della rabbia e del desiderio di rivalsa, e nasce quando si subisce un’ingiustizia. «Il risentimento è un’esperienza affettiva che le persone sperimentano quando un agente esterno nega a loro le opportunità o le risorse di valore (incluso lo status)».
Quindi il risentimento nasce anche da una condizione avvertita come di diseguaglianza, dallo scontro di un’ambizione, o di un desiderio con la superficie dura della realtà. «Ogni desiderio è desiderio d'essere». Ha detto Girard.

[Caso 1] Alla luce di quanto sopra, l’unico motivo per cui una persona con cui abbiamo fatto l’amore dovrebbe provare risentimento nei nostri confronti sembrerebbe essere che, proprio il fare l'amolre con lei, abbia generato un’aspettativa che poi è stata delusa. Per esempio: l'apsettativa di un coivolgimento sentimentale, o simili...

In realtà, la causa del risentimento potrebbe essere anche un’altra, ma spesso non ci si pensa.
Sempre il critico letterario René Girard ha scritto a proposito di un concetto che non è poi così alieno al turbamento del risentimento: il meccanismo di capro espiatorio. Certo, Girard analizzò il capro espiatorio in riferimento al processo di composizione del romanzo letterario, ma in fondo le regole base non cambiano gran che. Il capro espiatorio è analizzato da Girard nella sezione degli studi dedicati al “carattere mimetico del desiderio”.
Senza andare molto a fondo, limitiamoci a ricordare come Girard abbia affermato che «il nostro desiderio è sempre suscitato dallo spettacolo del desiderio di un altro […]; la visione della felicità dell'altro suscita in noi (che ce ne rendiamo conto oppure no) il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità».

[Caso 2] Alla luce du quanto sopra, ecco che potremmo non essere più un oggetto di desiderio per la persona con cui abbiamo fatto l'amore, ma, come nella cerimonia dello Yom Kippur (il “Giorno dell'Espiazione” ebraico), ci tramutiamo in capri (o caproni). A noi viene attribuita la responsabilità dei presupposti errori di chi è risentito nei nostri confronti, iniziando a subirne le conseguenze, cioè espiando una colpa che neppure sappiamo bene quale possa essere.

Chissà, per esempio potremmo aver fatto l'amore con una persona che, per puro caso, ha realizzato con noi qualcosa d'importante e ineluttabile per la propria vita, proprio in quel frangente, e che s'è fatta sconvelgere da questa sua intima rivelazione e, quindi, ce ne addossa la colpa.
E così capita che quella stessa persona smette di essere nostra “amante” per trasformarsi in “maledicente”.
In questo secondo caso, ancora, non possiamo tornare nella sua camera da letto per rimettere le cose a posto.

Luis Kancyper, medico e psicoanalista conosciuto per il suo “Jorge Luis Borges, o il labirinto di Narciso”, ha scritto un volume intitolato “Il risentimento e il rimorso, uno studio psicoanalitico”.
«Il risentimento è come cercare di premere l'acceleratore di un'auto incagliata nel fango. Quanto più si accelera, tanto più l'auto affonda nel fango e meno si muove ... Si è come in un vicolo cieco» sono le parole di un suo paziente. «In effetti il risentimento e il rimorso […] impediscono il fluire del tempo e il cambio di oggetto. […] Il soggetto oscilla tra il ruolo di vendicatore implacabile e quello di vittima privilegiata. Ambedue, vittima e vendicatore, rappresentano i principali protagonisti del "pandemonio" dell'animo umano».
Provatevi a tornare nel letto del vostro vendicatore per restituirgli la stima che nutriva per voi. Vedrete che, quando ne uscirete, proverete risentimento nei vostri propri confronti. Questo è il rimorso.

Wednesday, 12 May 2010

Super... man

Quasi come per il coming-out di Riky Martin, anche la notizia che da ieri fa il giro del mondo non si può definire davvero tale.
Certo, era tra i più insospettabili dei supereroi perché, come Spiderman, anche lui ha una mezza storia con una donna, e comunque non posso negare il fatto che mia dia un po’ di soddisfazione, che sia un po’ come un sogno che diventa realtà il leggere finalmente nero su bianco che anche Superman è gay!
Ecco perché con Lois non ha mai quagliato più di tanto! Di Batman si sapeva già, no? Ma Superman… È quasi come riuscire a trovare un fidanzato che faccia il pompiere di mestiere.
Il fatto è che all'inizio della settimana Perez Hilton ha pubblicato un articolo su Matthew Bomer, il protagonista di “White Collar”, affermando che sia dichiaratamente gay e fidanzato con il suo pubblicitario Simon Halls (che non è imparentato con le caramelle balsamiche). Bomer naturalmente non ha replicato. Messo sotto pressione dai giornalisti si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma la foto che lo ritrae avvinghiato a Mr. Halls sembrerebbe (e il condizionale è d’obbligo) inequivocabile.
Naturalmente, che Bomer sia gay o no a me non me ne fotte una motominchia. Anzi che mi viene in mente una vignetta di Giuseppe Fadda che si intotola “Happy gays” e che raffigura un ragazzo che chiede a un altro: «Are you gay?» e quello risponde «Sometimes gay, sometimes sad!».
Ma il fatto che gay - oppure omofrocio, come dicono in molti oggi - lo sia Superman (l’ultimo personaggio interpretato da Bomer e, forse, il Superman più bello fino a oggi) ha qualcosa di magico per quanto, lo ripeto, sia scontato.
Come ha notato Lingiardi nel suo capolavoro “Compagni d’amore”, è con alcuni supereroi quali Batman e Robin, che spesso si ricrea quella “riunione di opposte polarità psichiche”, proprio come nell’antica coppia Zeus-Ganimede, nonché l’immagine della loro unione in volo. Batman (il pipistrello, Bruce Wayne) e Robin (il pettirosso, Dick Grayson - «sorvoliamo su “Dick”, termine confidenziale per indicare il pene», aggiunge Lingiardi).
Quindi è chiaro adesso da cosa derivi questa mia felicità?
Beh, dopo Batman, è quasi come avere finalmente una nuova “prova provata” a sostegno degli studi etnologici condotti da più di un secolo a questa parte e che hanno rivelato come «un’immagine centrale della cultura occidentale, quella della virilità, non coincide più con l’esclusività eterosessuale».

Tuesday, 11 May 2010

Cin-cin! (...Assaggia e poi mi dici...)

Ero a cena con Mio Cuggino e la sua fidanzata (“Mio cuggino, mio cuggino!”, canterebbero Elio e le storie tese) . Sin da piccolissimo, Mio Cuggino ha sempre ingurgitato cibo come una betoniera. La sua fidanzata, invece, pare che - come me, ormai – mangi solo per sopravvivere. Intendiamoci, a me piace mangiare. Mi piace cucinare per gli altri, solo meno del solito. Diciamo che la mia fama di cuoco sopravvive dai tempi dell’università grazie alle mie famigerate “pizze di legno”, come le chiama La Regina, e alle mie crostate di compensato. Ricordo che una volta ne cucinai una alla crema in occasione di un pranzo a casa del fratello della mia ex, il quale commentò fra una deglutizione atipica e l’altra: «M-mh! Buona! Se ti cade sui piedi però ti fai male…».
Il fatto è che oggi non è possibile cucinare se non durante i fine settimana, o a meno che non si sia casalinghi di mestiere. Ma al di là di ciò, mi chiedo se sia una mia particola percezione, oppure se un po’ tutti stiamo effettivamente perdendo la cultura della buona cucina, nel senso di quella fatta in casa (a parte Mio Cuggino e mia sorella, certo, che rientra dal tribunale e si mette a impastare gli spaghetti alla chitarra per poi invitare me e mio fratello a cena).
Mi vengono in mente due strofe della poesia “Dieta” di A. Fabrizi:

«Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da 'na tavola e 'na sedia
pensanno che se deve da morì?

Nun è pe' fà er fanatico romano;
però de fronte a 'sto campà d'inedia,
mejo morì co' la forchetta in mano!»

Ci piace ancora mangiare, ma solo i cibi già pronti, non per forza congelati, magari anche roba d’alta cucina, ma comunque non preparata da noi… oppure è solo che abbiamo poco tempo? James Joyce scrisse che “Dio fece il cibo, ma certo il diavolo fece i cuochi” eppure siamo tutti lì, ogni giorno pronti a lanciarci in un locale nuovo per fare un semplice “ape”, che sia per stare in compagnia dei nostri amici, o per conoscere almeno un po’ la nostra prossima avventura, o il prossimo probabile compagno di una vita.
Suvvia, quanti di noi non hanno dato inizio a nuove frequentazioni spartendo un buon bicchiere di vino?
Leggevo che Saryn Chorney del "New York Post", un veterano della scena degli appuntamenti galanti a Manhattan ha detto: «[…] la condivisione del cibo è una faccenda sexy - in particolare, va fatta nel posto giusto».
Oggi, anche grazie alle varie “Smart-box”, nella maggior parte delle grandi città le degustazioni di vino e di alcolici hanno invaso la scena sociale pre-serale. Che si tratti di vino e cioccolato, di vino e formaggio (di “vino e ‘ra fissa e mammàta!” direbbero gli avventori della “Cantina ‘e Marinedd’ " a Rossano), ecco che gli eventi eno-alcolici sono diventati un’occasione per scoprire se abbiamo gli stessi gusti del nostro appuntamento al buio, senza dover affrontare per forza due ore seduti a tavola con “lo sguardo volto in basso, a fissare il sale e il pepe nel nostro piatto”.
L’aperitivo è stato definito "lubrificante sociale" di qualità.
E in effetti, provate a immaginare: appuntamento da “Emporio Armani Caffé”, o all’ “Aperò” coi suoi divanetti settecenteschi, o al “Diana” – beh che, se ci riesce di sfoderare lo sguardo più sexy di cui siamo capaci proprio mentre stiamo sorbendo un bicchiere di "Cabernet" allora sì che facciamo la nostra porca figura… e lui non potrà che cadere ai nostri piedi.

Eppure… chissà perché io preferisco una bella “Guinness” al pub. Che bei ricordi ho delle mie birre con l’ “Ignoto”...
Ma in effetti , se “Guiness” o “Cabernet”, il risultato cambia?

Sunday, 9 May 2010

Aites, kleinos ed eromenos. Questi piccoli, grandi amori

Mi è capitato due volte di frequentare qualcuno più piccolo di me d’età. Uno è, oggi, un pittore promettente che inizia a muovere i primi passi nel campo dell’arte ed è “solo” nove anni più giovane. L’altro… l’avevo conosciuto per caso. Molto carino, dimostra più dell’età che ha. O forse ero io a convincermi che fosse così. Non mi sarebbe dispiaciuto se fosse stato più vecchio. Studente universitario e gran lavoratore e, forse per questo, più maturo di altri suoi coetanei. Beh che, con lui, di anni ce ne passavamo... passiamo tredici.
All’inizio non voleva svelarmi quanti ne avesse perché sapeva già come la penso in proposito – cioè riguardo alle relazioni fra due persone in mezzo alle quali scorre un fiume d’anni così copioso -, eppure, per una serie di “casualità”, alla fine è saltato fuori; me lo ha confessato e m’è quasi preso un coccolone!
«Perché?» mi hanno chiesto gli amici più fidati. «L’amore non ha età. Non puoi mai sapere...». Cosa? Sapere cosa?
Ci ho riflettuto a lungo e confesso che c’è stato un periodo in cui – forse proprio tredici anni fa, cioè quando io avevo la sua età – la pensavo tal quale. Ma credo che gli anni cambino il modo di vedere le cose. Chi è più giovane questo non lo capisce. Non può capirlo. Certo, non sempre è così, ma in linea di massima sono sicuro che sia nell’ordine naturale delle cose.
«Ma tu cosa giudichi: la persona che hai davanti, o la data di nascita sulla carta di identità?» è stata un’altra osservazione che mi è stata mossa. Beh, non è sbagliato chiederlo.
Innanzi tutto io non giudico. Però prendo in considerazione la persona in toto, il che include anche la sua carta d’intentità. Questo sì.
Penso a il mio Mr. T-Fish. Anche lui era più grande di me di quasi cinque anni e tuttavia è stata una delle mie storie più importanti. Per svariati motivi. Ma cinque anni sono ben diversi da tredici, nevvero?
Shawn Conner ha scritto la sua opinione su “Lavalife” e solo il titolo dell’articolo, “Viva l'Age Difference”, fa capire quale sia la sua opinione in merito. Anche lui racconta d’essere uscito con una ragazza più giovane di tredici anni. Ha scritto: «Tutto stava andando liscio»… finché lui non ha fatto una battuta che però non è stata assolutamente colta da lei perché faceva riferimento a un gruppo musicale soft-rock degli anni '70, quello che aveva avuto successo con la canzone “Love Muskrat”.
Ecco, sono queste le cose che ti spiazzano.
Si può essere sulla stessa lunghezza d’onda con una persona tanto più piccola di noi? Conner fa notare, però, che poco tempo fa Hugh Hefner ha “confessato” di aver frequentato una persona più giovane di diciannove anni, e così Marilyn Manson, che di anni ne ha trentotto, sta con Evan Rachel Wood che da un anno ha superato la maggiore età. Perché per loro è possibile?
Sono onesto: anche io (e il Prof lo sa bene) sono attratto, anzi lo ero fino a poco tempo addietro, da chi era più grande di me. Tendevo a buttarmi nelle storie che potevano trovare la base su un rapporto del tipo Eromenos-Erastes.
Ma cos’è che un/a giovane trova in un uomo più maturo? Beh, molti potrebbero rispondere senza ombra di dubbio: 1. i soldi; 2. un’apparente stabilità emotiva.
Nicole Holness, una VJ di MTV Italia però ha detto: «Non so se questo c’entra, ma la maggior parte delle ragazze che esce con uomini più vecchi di loro del doppio, di solito lo fa con quelli che hanno anche un bel gruzzoletto in banca». Oppure: «Le donne non vogliono uscire con un uomo che preferisce giocare ai videogiochi, piuttosto che trascorrere del tempo con loro», ha scritto un anonimo su mamashealth.com.
Alcuni sostengono che gli uomini più grandi si dimostrano più sfacciati nell’approccio, che sono loro che cercano i giovincelli ed è per questo che ci sono coppie così eterogenee dal punto di vista dell'età. Non è così. Non sempre, almeno.
Posso testimoniare che spesso sono i giovani a ricercare la figura più matura. E posso dirlo, oggi, in virtù dei fili argentati che ogni giorno di più prendono posto in mezzo ai miei capelli, ai peli della mia barba e del petto, facendomi apparire (spesso sentire) più vecchio di quello che sono. Certo, il fatto di come ci si sente è un’altra storia, e non voglio affrontarla ora.
Ma vi dico ancora che non è facile rifiutare una persona più giovane e che dichiara di essere attratta da te, che ha dalla sua tutta la bellezza dei vent’anni, l’atteggiamento del vivere alla giornata. Non è facile anche perché spesso non demordono, vogliono convincerti che davvero sono attratti da te, perché sei interessante... E davvero pensano ciò che dicono! E tu ne sei lusingato, come da tanto non ti capitava.
In fondo, non è da molto che anch’io ho abbandonato quest’ottica – non sono mica Matusalemme! -, ma sono comunque arrivato al punto della mia vita che vorrei principiare una storia che sia possibilmente quella definitiva, che abbia la maggior parte delle carte in regola per poter durare quanto più possibile (checché io non mi sia mai dato alla "pazza gioia", puttaneggiando a dx e a manca). Iniziandola con una persona molto più piccola di me, potrei dire di avere una bella “mano” per poter vincere la mia partita? Forse, invece, i più giovani sono anche i più affidabili perché credono ancora nell’amore, sono più idealisti, mi dico. Ma magari non c’entra una cippa-lippa.
A ogni modo è proprio per questo che quando il mio pretendente, ch’era un erómenos nel vero senso del termine (se non fosse stato che era già maggiorenne da un pezzo, ma comunque più piccolo di mio fratello!), ossia bello, modesto, industrioso e coraggioso, insomma l’archetipo dell’ “Amato” dell’antica Grecia (e che mai ho iniziato ad amare, sia chiaro) mi ha detto che non avremmo dovuto per forza stare insieme, che «Io le cose non le programmo e non mi piace chi lo fa», ecco che mi sono riconosciuto in lui alla sua età, ho ripensato al valore “educativo” di una mia storia precedente poi sfociata con la più trasparente naturalezza in un rapporto affettivo e passionale, e alla fine gli ho risposto:
«Fai bene a non programmare - è giusto così; ma forse fra tredici anni comincerai a farlo anche tu. Tuo malgrado. O forse no».
Così dicendo avevo capito che sebbene avessi solo bevuto una birra con lui, già mi c'ero affezionato.
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Apparso su Gay.tv col titolo: "Questi 'piccoli' grandi amori.
Chi stabilisce quando è arrivato il momento giusto per innamorarsi e, soprattutto, quall'età giusta per riporre nell'armadio le armi della seduzione?"