Tuesday, 11 May 2010

Cin-cin! (...Assaggia e poi mi dici...)

Ero a cena con Mio Cuggino e la sua fidanzata (“Mio cuggino, mio cuggino!”, canterebbero Elio e le storie tese) . Sin da piccolissimo, Mio Cuggino ha sempre ingurgitato cibo come una betoniera. La sua fidanzata, invece, pare che - come me, ormai – mangi solo per sopravvivere. Intendiamoci, a me piace mangiare. Mi piace cucinare per gli altri, solo meno del solito. Diciamo che la mia fama di cuoco sopravvive dai tempi dell’università grazie alle mie famigerate “pizze di legno”, come le chiama La Regina, e alle mie crostate di compensato. Ricordo che una volta ne cucinai una alla crema in occasione di un pranzo a casa del fratello della mia ex, il quale commentò fra una deglutizione atipica e l’altra: «M-mh! Buona! Se ti cade sui piedi però ti fai male…».
Il fatto è che oggi non è possibile cucinare se non durante i fine settimana, o a meno che non si sia casalinghi di mestiere. Ma al di là di ciò, mi chiedo se sia una mia particola percezione, oppure se un po’ tutti stiamo effettivamente perdendo la cultura della buona cucina, nel senso di quella fatta in casa (a parte Mio Cuggino e mia sorella, certo, che rientra dal tribunale e si mette a impastare gli spaghetti alla chitarra per poi invitare me e mio fratello a cena).
Mi vengono in mente due strofe della poesia “Dieta” di A. Fabrizi:

«Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da 'na tavola e 'na sedia
pensanno che se deve da morì?

Nun è pe' fà er fanatico romano;
però de fronte a 'sto campà d'inedia,
mejo morì co' la forchetta in mano!»

Ci piace ancora mangiare, ma solo i cibi già pronti, non per forza congelati, magari anche roba d’alta cucina, ma comunque non preparata da noi… oppure è solo che abbiamo poco tempo? James Joyce scrisse che “Dio fece il cibo, ma certo il diavolo fece i cuochi” eppure siamo tutti lì, ogni giorno pronti a lanciarci in un locale nuovo per fare un semplice “ape”, che sia per stare in compagnia dei nostri amici, o per conoscere almeno un po’ la nostra prossima avventura, o il prossimo probabile compagno di una vita.
Suvvia, quanti di noi non hanno dato inizio a nuove frequentazioni spartendo un buon bicchiere di vino?
Leggevo che Saryn Chorney del "New York Post", un veterano della scena degli appuntamenti galanti a Manhattan ha detto: «[…] la condivisione del cibo è una faccenda sexy - in particolare, va fatta nel posto giusto».
Oggi, anche grazie alle varie “Smart-box”, nella maggior parte delle grandi città le degustazioni di vino e di alcolici hanno invaso la scena sociale pre-serale. Che si tratti di vino e cioccolato, di vino e formaggio (di “vino e ‘ra fissa e mammàta!” direbbero gli avventori della “Cantina ‘e Marinedd’ " a Rossano), ecco che gli eventi eno-alcolici sono diventati un’occasione per scoprire se abbiamo gli stessi gusti del nostro appuntamento al buio, senza dover affrontare per forza due ore seduti a tavola con “lo sguardo volto in basso, a fissare il sale e il pepe nel nostro piatto”.
L’aperitivo è stato definito "lubrificante sociale" di qualità.
E in effetti, provate a immaginare: appuntamento da “Emporio Armani Caffé”, o all’ “Aperò” coi suoi divanetti settecenteschi, o al “Diana” – beh che, se ci riesce di sfoderare lo sguardo più sexy di cui siamo capaci proprio mentre stiamo sorbendo un bicchiere di "Cabernet" allora sì che facciamo la nostra porca figura… e lui non potrà che cadere ai nostri piedi.

Eppure… chissà perché io preferisco una bella “Guinness” al pub. Che bei ricordi ho delle mie birre con l’ “Ignoto”...
Ma in effetti , se “Guiness” o “Cabernet”, il risultato cambia?

2 comments:

dario said...

qualcuno scrisse su un muro: più cabernet meno internet.

Madavieč'77 said...
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